torna alla pagina delle recensioni
Vasco Rossi e la poetica della sfavatura
La poesia, dicevano gli antichi greci, è melos e logos:
musica e discorso. Per la nostra cultura contemporanea, invece, le poesie sono
solo discorsi: discorsi scritti, sintatticamente un po' strani (per le
famose "licenze poetiche"), in cui si va a capo molto spesso. Dev'essere un
risultato dell'imitazione di modelli classici che ci sono arrivati incompleti,
un po' come la faccenda delle statue monocrome, per intenderci. Perché
i greci, in realtà, cantavano. Cantavano le liriche, chiamate
appunto così perché si accompagnavano con la lira. Alcmane era
un cantante, Saffo era una cantante - una cantautrice, se preferite. Ma delle
loro canzoni sono stati tramandati solo i testi, insieme a una vaga conoscenza
della metrica, che nemmeno capiamo più tanto bene perché la nostra
lingua non ha vocali brevi e lunghe, e che comunque ci dà soltanto un'idea
approssimativa della struttura ritmica della composizione. Troppo poco per ricostruire
la musica.
La gente, comunque, ha continuato a cantare, e così - con buona pace
dei poeti ufficiali e delle antologie scolastiche - la poesia è sopravvissuta:
melos e logos sono ancora insieme nelle canzoni d'oggi. Non in
tutte, naturalmente. In quelle riuscite, quelle che raggiungono l'effetto poetico,
cioè - provo a definirlo - un effetto emotivo che non è
affidato tanto alla comprensione intellettuale del discorso quanto all'efficacia
affettiva della musica, che deriva dal complesso insieme di sonorità,
tonalità e ritmo.
Certo, anche un semplice discorso può commuovere - o esaltare, deprimere,
rallegrare e via dicendo. Un amico ci racconta una storia triste e noi ci rattristiamo,
ma con tempi di reazione lunghi, che di fatto attenuano il risultato empatico:
dobbiamo capire ciò che ci viene narrato, ricostruire la situazione,
immedesimarci, difficilmente poi rinunciamo a formulare un giudizio, di conseguenza
prendiamo le distanze... Un estraneo dalla voce d'oro ci canta una canzone triste:
BANG! ecco che piangiamo come vitelli, subito e con una totale partecipazione.
Non è solo la musica che conta, non vorrei essere fraintesa. Una canzone
riuscita - una poesia - non è un discorso con un sottofondo musicale,
e nemmeno un discorso "montato" su una musica. Melos e logos devono
avere intima coerenza, cooperare, realizzare una sinergia. Le parole devono
possedere sonorità e ritmo e la musica deve avere significato. Non è
facile: solo i poeti ci riescono.
Proverò a fare un esempio concreto, per spiegarmi meglio: analizzerò
e metterò a confronto due canzoni di contenuto analogo, una poetica
(cioè riuscita), l'altra no. Prima, però, vorrei aprire una parentesi
per dirvi brevemente perché mi sono messa a scrivere questa roba: sono
molto insoddisfatta della "critica musicale" che quotidiani e rotocalchi, ma
anche letteratura specializzata, riservano alle canzoni. E' una critica decisamente
schizofrenica. O si occupa esclusivamente dei testi, e allora li sottopone
a un'analisi meramente contenutistica, come se avesse a che fare con brevi saggi
di sociologia o piccoli pamphlet di denuncia politica. Oppure bada solo
alla musica, e in questo caso l'esercizio è quello di sgomitolare
elenchi di aggettivi stravaganti cui viene demandato l'arduo compito di rendere
a parole impressioni uditive.
La prima sorte tocca, di solito, ai cantautori. Ecco che si va in brodo
di giuggiole per De André perché in "Boccadirosa" esalta contro
i luoghi comuni perbenisti le virtù di una che la dà a tutti o
perché ne "La guerra di Piero" denuncia l'insensatezza del morire in
guerra. Lo so che violo un tabù, ma è ora che qualcuno lo dica:
queste due canzoni sono filastrocche primitive buone al massimo per le gite
scolastiche, la produzione bassa di un autore che ha fatto ben di meglio. Condivido
la morale sessuale e l'impegno antimilitarista che rispettivamente esprimono:
logos senza dubbio interessante, ma di melos nemmeno l'ombra.
Il poeta De André non è in queste opere, e non è
a queste opere che conviene affidare la sua memoria.
La seconda sorte - quella degli aggettivi - tocca al genere rock: voce graffiante,
percussioni apocalittiche, chitarra abrasiva, atmosfere lisergiche, ecc. ecc.
E' tutto un inseguire impressioni sensoriali con le parole - un po' come fanno
gli esperti di vini: colore paglierino, gusto asciutto, profumo fruttato, retrogusto
amarognolo, ecc. ecc. - che alla fine non dà conto della canzone, del
suo effetto poetico. Perché anche nel rock non ci sono solo suoni,
c'è un discorso - svolto insieme dalla musica e dalle parole.
E' appunto questo insieme che bisognerebbe cercare di cogliere.
Proviamo con l'esempio. Prendiamo due canzoni di contenuto analogo: "Un altro
giorno è andato" di Francesco Guccini (in L'isola non trovata,
1971) e "Liberi liberi" di Vasco Rossi (in Liberi liberi, 1989). Entrambe
descrivono la situazione esistenziale di un non più giovanotto che invecchia
senza combinare gran che, deludendo se stesso e gli altri. Il corrispettivo
emozionale di una condizione del genere è lo spleen - la sfavatura,
per essere più chiari.
Guccini svolge il suo tema in modo prevalentemente linguistico, affidandosi
a figure retoriche (metafore, soprattutto) e lo articola in sei strofe identiche,
prive di ritornello, con una struttura metrica abbastanza complessa ma molto
rigida: due ottonari in rima baciata e un dodecasillabo, ancora due ottonari
in rima baciata e un dodecasillabo (prima parte della strofa); due endecasillabi,
un dodecasillabo e un endecasillabo finale (seconda parte della strofa). Poi
- e sottolineo il poi - monta il tutto su un motivetto allegro, da ballo
paesano. Il risultato è pessimo. La musica è troppo banale per
suscitare una qualsiasi emozione: potete cantarci sopra un episodio del Signor
Bonaventura o uno degli Inni Sacri del Manzoni, fa sempre lo stesso
effetto (provare per credere). Peggio: il ritmo allegrotto stride con
il contenuto. Il testo, poi, risulta tremendamente compresso nello schema eccessivamente
rigido della metrica - che Guccini si incaponisce a rispettare alla sillaba
- e nella ricerca della rima a tutti i costi, col risultato di limitare la scelta
delle parole. Sentite qua:
Nel sole dei cortili
i tuoi fantasmi giovanili
corron dietro a delle Silvie beffeggianti
Ma bravo, che cultura, si vede che hai fatto il classico! Però
se tu avessi usato un aggettivo diverso da "beffeggianti" - che ne so, "irridenti",
"strafottenti" - avresti evitato un suono che evoca ragazze baffute (pessima
immagine, credimi): certo, non potevi, perché il conto delle sillabe
non sarebbe tornato - e la melodia troppo semplice impedisce di aggirare l'ostacolo
con pause o variazioni ritmiche - e poi dovevi fare rima con gli "amanti" del
dodecasillabo successivo. Discorso impastoiato dalla musica, melos e
logos che si fanno i dispetti anziché collaborare. Il risultato
non è poesia: è prosa ridotta a filastrocca. I timpani
vibrano, il nervo acustico passa il segnale al cervello, ma il sistema limbico
continua a dormire - anche se alzi il volume. Niente emozioni.
Con Vasco Rossi, tutt'altra musica - è proprio il caso di dirlo. Certamente
c'è il vantaggio di un arrangiamento complesso al posto di un semplice
giro di chitarra, così si può subito evocare lo spleen
con una breve anticipazione del tema melodico della strofa affidata al sassofono,
lo strumento con la voce sfavata per eccellenza. Il testo adotta un linguaggio
quotidiano - niente sfoggi di cultura - e si struttura su due strofe e un ritornello,
poi una strofa, un ritornello e un controritornello. Le parole sono sonore,
musicali. Metrica, rime e assonanze "tornano", ma senza forzature, perché
è la musicalità - l'accento, il suono, le brevi e le lunghe -
a fare il gioco. Così "liberi" riesce a far rima con "stupidi" (non è
nemmeno un'assonanza, badate bene, è solo una questione di accento sottolineata
dalla musica) e "liberi liberi" (sei sillabe) equivale metricamente a "forse
eravamo stupidi" (otto sillabe). Questa capacità di spalmare -
per così dire - le parole sulla musica lascia molto più libera
la scelta lessicale. Per questo Vasco Rossi può trovare parole autentiche,
convincenti - mentre Francesco Guccini suona manierato e artificioso. Ecco come
i due autori ci raccontano che lo sfavato protagonista della canzone non si
è sposato né laureato.
Guccini:
Professionisti acuti
fra i sorrisi ed i saluti
ironizzano i tuoi dubbi sulla vita,
le madri dei tuoi amori
sognan trepide dottori
ti rinfacciano una crisi non chiarita
Testo pesante, troppo ricercato - in contrasto con gli ottonari in
rima baciata che fanno irrimediabilmente filastrocca.
Vasco:
Son convinto che se
fosse stato per me
adesso forse sarei laureato,
e magari se lei
fosse stata con me
adesso - sarei sposato.
Se fossi stato... Ma non sono mai stato così.
Insomma, dai, adesso sono qui
Semplice, credibile. Notate la pausa che nella seconda terzina - "adesso [pausa]
sarei sposato" - tiene il posto del "forse" della terzina precedente: musicalmente
sostenibile, non si limita a introdurre una variazione, evoca un dubbio - è,
in altre parole, un elemento significante. E guardate che differenza nell'impianto
narrativo: il primo è il Grillo Parlante che fa la predica a Pinocchio,
il secondo è un uomo sfavato che prima (nella strofa) deve fare i conti
con una donna rompicazzo, poi (nel ritornello) con se stesso.
Un altro esempio? Ecco come Guccini cerca di rendere la giovinezza perduta:
si è spenta la fontana
si è ossidata la campana
[...]
la sfera di cristallo si è offuscata
e l'aquilone tuo non
vola più
Metafore, citazioni (questa volta Pascoli piuttosto che Leopardi). Sentiamo Vasco:
Quella voglia, la voglia di vivere
quella voglia che c'era allora
chissà dov'è - chissà dov'è
[...]
Quella voglia, la voglia di ridere
quella voglia che c'era allora
chissà dov'è - chissà
perché
Centrato in pieno, anche solo con le parole. Non parliamo della musica che
sostiene questi versi del ritornello: struggente, sfavatura allo stato puro.
E veniamo così all'efficacia della struttura compositiva della canzone
di Vasco Rossi. Inizialmente, del tutto tradizionale: la strofa narrativa
("Se fosse stato... ecc.") spiega la situazione; il ritornello emotivo
("Liberi, liberi... ecc.") evoca lo stato emozionale corrispondente alla situazione
descritta. Così una prima volta - due strofe e un ritornello; così
una seconda volta, più in breve - una strofa e un ritornello. Ma a questo
punto, sorpresa: attacca un controritornello ("Cosa diventò...
ecc.") che ribalta lo stato emozionale. La sfavatura vira dalla depressione
all'angoscia, al rovello, e il nostro personaggio si arrabbia. La scelta apparentemente
incongrua del passato remoto - sintatticamente sarebbe stato più logico
un passato prossimo - fornisce un accento finale che la musica coglie e martella.
La rabbia è la via di fuga che apre al finale canzonatorio (senza parole,
non ce n'è bisogno, un semplice "tan tara rarà" che significa
inequivocabilmente "ma vaffanculo, chissenefrega"), mentre il tema melodico
della strofa viene ripreso - non dal sassofono, questa volta, ma dalla chitarra
elettrica, lo strumento con la voce arrabbiata per eccellenza.
I timpani vibrano, il nervo acustico porta il segnale al cervello, l'amigdala
si scuote - RABBIA - passa il segnale all'ipofisi, le ghiandole surrenali rispondono
e pompano adrenalina - RABBIA RABBIA - l'adrenalina arriva al cervello, neurotrasmettitori
attivi - RABBIA RABBIA LA RABBIA CI SALVERA' - nuovi segnali dall'ipofisi, sistema
endocrino - "tan tara rarà" SIAMO SALVI - endorfina.
Ragazzi che sballo.
Maria Turchetto