il Vernacoliere, luglio 2003
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la recensione del turco

Alla deriva
Enzo Biagi, La mia America. Rizzoli 2003, pp. 340, euro 17,50

A volte grosse compagini politiche prendono a spostarsi. Sono movimenti centripeti, relativamente lenti ma inesorabili, come quelli tettonici. Iniziano dal ceto politico e si propagano quasi subito ai mezzi di comunicazione di massa, amplificandosi. Trascinano parti consistenti dell'elettorato, opinionisti in buona o cattiva fede, gente comune, intere tifoserie: un effetto valanga ben comprensibile. La cosa curiosa, piuttosto, è che alcuni personaggi restano fermi, miracolosamente insensibili alla deriva: col risultato di trovarsi a un certo punto, quando il paesaggio intorno a loro si è ormai completamente ridisegnato, in posizioni decisamente stravaganti.
Prendete Norberto Bobbio, per esempio: un solidissimo intellettuale di destra, liberale, antiabortista, sostenitore delle "guerre giuste". Quando, buoni vent'anni fa, la sinistra italiana iniziò a scivolare a destra, lui non si è mosso. Saldo come una roccia, fermo al suo posto mentre tutti gli altri rotolavano oltre. Così fermo che si è perfino appisolato. Quando si è svegliato, c'è rimasto di stucco: aveva intorno quelli del Manifesto che lo intervistavano e lo chiamavano Maestro. Proprio così: mantenendo le stesse posizioni, era diventato un intellettuale di sinistra per il semplice effetto tettonico della deriva.

Il caso di Enzo Biagi è ancora più paradossale. Un omino amorfo, difficile da classificare, la banalità fatta persona. Era di destra o di sinistra, quando è iniziata la deriva? Chi può dirlo: i suoi articoli (ogni lunedì su Repubblica, ogni martedì sul Corriere) non hanno mai espresso vere opinioni, limitandosi a un assemblaggio di luoghi comuni senza nessi logici apparenti. "Meglio un uovo oggi che una gallina domani, diceva mio nonno. Del resto il mattino ha l'oro in bocca". Biagi è uno che scrive così. Anche dalle sue interviste (ai tempi in cui lavorava per la RAI) non è mai trapelato nulla, mai un vago assenso o dissenso con gli intervistati, qualcosa insomma che potesse orientare sulle sue preferenze politiche: l'impressione era che non ascoltasse affatto l'interlocutore. Per carità, non che lo interrompesse, come beceramente oggi si usa fare: si comportava semplicemente come se fosse sordo o addormentato o catatonico. Dico la verità: ho sempre dubitato che Biagi fosse dotato di un'attività cerebrale significativa.
Ebbene, grazie ai fenomeni di deriva Biagi non solo è diventato di sinistra, ma addirittura si crede un intellettuale di sinistra. Scrive libri. Dico libri seri, lo so che di parallelepipedi di carta ne sforna quattro cinque l'anno. Ma una volta si limitava alle Belle fiabe di tutti i tempi (Fabbri 2000), al Giro del Mondo (Rizzoli 2002), alla Storia d'Italia a fumetti (Mondadori 2000) e alla Storia dei popoli a fumetti (Mondadori 2001) per i bimbi duri a scuola. Ora vorrebbe suggerire agli adulti cosa pensare dell'America. Ma scherziamo?
Basta e avanza lo slogan che propaganda il libro: "Io voglio bene all'America, ma amarla non significa condividerne sempre la politica o le iniziative: basta non dimenticare quanto ha fatto per noi". La mamma è buona anche se qualche volta mi sculaccia, signora maestra. Il Biagi-pensiero (pensiero?) è così: non è adatto ai bambini al di sopra dei sedici mesi. Mica occorre leggere il libro per saperlo. Mica l'ho letto, per recensirlo.
Non leggetelo nemmeno voi, gente di sinistra. Lo so che Biagi ultimamente vi sta simpatico perché Berlusconi gli ha fatto i dispetti, ma non è il caso di farne per questo un maître à penser.

Maria Turchetto