IL RE È NUDO
L'aggressione all'Iraq non rappresenta un semplice proseguimento della
Guerra Infinita Permanente al Terrorismo lanciata da Bush all'indomani dell'11
settembre 2001.
A quella guerra e all'attacco all'Afghanistan, indicata come la centrale
territoriale di Al Quaeda, appoggiata dal governo talebano, nessuno si sottrasse
e nessuno si sottrae oggi: la Francia come la Germania mantengono impegno
e truppe sul teatro delle operazioni, rivendicandone anzi il comando, come
nel caso tedesco. Dunque, l'opposizione alle risoluzioni e alla soluzione
militare contro Saddam da parte di Chirac e Schroeder, in asse con la Russia
di Putin, non rappresentano il pacifismo imbelle europeo descritto sprezzantemente
dall'Amministrazione statunitense, ma una vera e propria cesura nei rapporti
politico-diplomatici e militari tra europei e statunitensi.
In gioco ci sono molti fattori, il cui approfondimento specifico richiederebbe
spazio, tempo ed energie molto superiori a quelle disponibili qui: tuttavia,
le linee essenziali del contrasto possono essere sinteticamente delineate.
1. L'11 settembre è stata l'occasione (pilotata o meno, certo utilizzata
strumentalmente) per dare una risposta alla straordinaria crisi economico-finanziaria
statunitense che da mesi stava emergendo: la guerra, come in tutte le crisi
del capitalismo nella sua fase imperialista, avrebbe potuto dare ossigeno
al sistema speculativo e produttivo aggirando la crisi da sovrapproduzione
ormai più che trentennale con una virata dell'economia verso investimenti
bellici. Bush, sostenuto dalla lobby petrolifera e dai poteri forti politico-militari
ha immediatamente sfruttato la situazione. Certamente altre preoccupazioni
sullo scacchiere Mediorientale (stabilizzare l'Afghanistan, impedire un
rovesciamento della dinastia saudita, ristabilire il pieno controllo delle
fonti energetiche petrolifere, sfruttare il consenso interno per restringere
libertà e farsi attribuire pieni poteri dal Congresso) hanno concorso
alla decisione di scatenare la guerra in Afghanistan, ma decisiva è
la speranza di riattivare il volano economico-finanziario di un sistema
in crisi convulsive sempre più profonde e destabilizzanti.
2. L'Unione Europea nel suo complesso ed i singoli Stati hanno appoggiato
l'operazione "Enduring Freedom", come avevano appoggiato l'intervento
in Kosovo nel 1999, e come avevano accettato, nel quadro delle risoluzioni
ONU, di partecipare alla Guerra del Golfo del 1991. cosa è successo
negli ultimi mesi perché la Francia di Chirac e la Germania di Schroeder,
in asse con la Russia di Putin, si sono messi di traverso agli USA per bloccare
risoluzioni ONU in cui sia automatico il ricorso alla guerra in caso che
Saddam non accettasse incondizionatamente qualsiasi richiesta statunitense?
La Rambuillet irakena questa volta non sta funzionando. L'UE è spaccata:
da una parte i fedelissimi iperatlantici Blair, Aznar e Berlusconi (il quale
però si lascia influenzare dal vento che tira e dagli " amici"
che incontra, come Putin); dall'altra Chirac e Schroeder, in asse con Putin
nel Consiglio di Sicurezza dell'ONU contro i diktat di Bush. Non si può
parlare di contrapposizioni tra forze politiche omogenee: sia nell'uno che
nell'altro schieramento ci sono presidenti di centrosinistra e di centrodestra,
dunque occorre ricercare negli interessi nazionali le motivazioni politiche.
3. Dall'11 settembre sono mutate molte cose tra UE e USA: gli Stati Uniti
hanno imposto alcuni dazi su prodotti importati, per favorire le proprie
merci; l'esempio più evidente fu quello dell'acciaio, con una tassa
del 30% sulle importazioni, che colpivano direttamente le merci europee.
Il WTO, con una dichiarazione favorevole all'UE, ha condannato e multato
gli USA per non aver rispettato il dogma liberista della pura concorrenza
senza vincoli basata sulla circolazione delle merci. Sempre più evidente
è dunque lo scontro economico tra la Superpotenza USA e il Gigante
Buono UE, che si complica ulteriormente per gli interessi franco-russo-tedeschi
in Iraq e per il tentativo di Bush di mettere in ginocchio l'economia russa
con il controllo del prezzo del petrolio. La situazione mondiale è
ancor più complessa se si pensa alla Cina, potenza industriale dalla
crescita impetuosa e che strapperà nei prossimi anni posizioni nel
club dei Paesi più industrializzati (già quest'anno, secondo
un dossier pubblicato da "la Repubblica" di giovedì 17
ottobre, supererà l'Italia, mentre potrebbe raggiungere e superare
nei prossimi 10 anni Francia, Inghilterra e Germania!).
4. Il panorama si complica ulteriormente se osserviamo i progetti dell'industria
bellica italiana ed europea: se con le vicende dell'Airbus il governo di
centrodestra ha frenato l'integrazione militare europea, favorendo le joint
venture dell'industria aeronautica privata con l'americana Lookhed, è
di pochissimi giorni fa la notizia dello sviluppo di un progetto comune
per la costruzione di 27 fregate per le Marine Militari dei due paesi. Una
prima constatazione che possiamo fare è che il capitalismo italiano
è attraversato da progetti e obiettivi non omogenei, che possono
diventare facilmente contraddizioni interne, e che la maggioranza di centrodestra,
pur appoggiando incondizionatamente la strategia di Bush, istintivamente
interpreta anche altre istanze a cui dà voce con dichiarazioni improvvisate
dal Presidente del Consiglio.
La complessità del presente si può descrivere sinteticamente
riattualizzando la categoria di imperialismo, frettolosamente e strumentalmente
accantonata da settori di movimento e dal PRC che privilegiano la categoria
di impero in cui svanisce lo scontro interimperialistico. Gli interessi
contrastanti tra Stati (nazionalie/o sopranazionali; la supremazia militar-politica
degli USA impiegata per impedire il rafforzamento politico-militare di concorrenti
economici temibilissimi come l'Unione europea, la Russia, la Cina; la faticosa
e contraddittoria costruzione del polo imperialistico europeo scompaiono
così dietro la generica descrizione della globalizzazione a cui si
oppone un'altrettanto generica "disubbidienza" senza progettualità.
Per i comunisti, l'importanza del movimento cosiddetto no global consiste
soprattutto nella riattivazione di una generazione alla politica, mentre
sono fuorvianti l'analisi proposta e gli obiettivi perseguiti. Stare nel
movimento e nei Forum Sociali significa perciò apportare elementi
di dibattito per la costruzione di un movimento anticapitalista ed antimperialista
di massa, in cui si fondino le condizioni per una trasformazione rivoluzionaria
della realtà e l'affermarsi di un nuovo sistema economico-sociale
senza classi e senza sfruttamento: una società comunista.