DOSSIER PALESTINA 2000

Tra menzogne e luoghi comuni da sfatare, il dramma del popolo palestinese

a cura della redazione pisana di nuova unità

 

Premessa

Non avevamo dubbi che il diritto internazionale fosse carta straccia: oggi ne abbiamo la certezza.
Dopo l'embargo che ha provocato migliaia di morti per fame e malattia, l'Irak è oggi costretto dall'ONU a pagare risarcimenti miliardari alle compagnie petrolifere, accordando indennizzi (senza elementi probanti) a società e persone "costrette" a lasciare Irak e Kuwait nel 1991.
Nessun indennizzo è stato riconosciuto invece agli hutu e ai tutsi del Ruanda, ai serbi della Kraijna, agli armeni, ai kurdi e ai palestinesi, per non parlare di baschi e irlandesi.
Il diritto internazionale segue le logiche imposte dai padroni dell'ONU, gli Stati Uniti, e dettate dagli interessi forti dei paesi più ricchi ed industrializzati del pianeta. In una parola, dagli interessi imperialistici in lotta tra loro, ma unanimemente concordi nello schiacciare i popoli da sfruttare o che non si piegano a tali logiche. Il Medio Oriente, come i Balcani, è una delle regioni strategiche per quegli interessi, e dunque da controllare direttamente o attraverso potenti servitori alleati come Israele e Turchia.

1. Israele: nascita e affermazione dello Stato sionista

A partire dal 1947 è iniziato l'esodo palestinese. Israele fin dal 1947, mette in atto il processo di espulsione dei palestinesi, rivendicando la legittimità internazionale per giustificare quella espansione territoriale rimossa dall'ONU per 50 anni.
Nel biennio 47/49, Israele ha cacciato circa 800mila persone spogliandole prima delle terre e delle ricchezze: dei 475 villaggi esistenti prima del 1947, sei anni dopo ne rimanevano meno di 80, perché in gran parte erano stati distrutti e saccheggiati ad opera dell'esercito clandestino israeliano (Hagana). Moschee, cimiteri e scuole arabe vengono distrutte, viene adottata la legge sulle cosiddette proprietà abbandonate per favorire la colonizzazione e la nascita dello Stato di Israele, che si fonda su un vero e proprio piano di conquista e non sulla pacifica presenza di ebrei scampati all'Olocausto.
Questo progetto politico, che solo esteriormente trova motivazioni in rievocazioni storico-religiose, ha il suo nucleo centrale nella dottrina del sionismo, cioè nella rivendicazione della terra di Sion da parte del popolo ebraico. Tale dottrina, prescindendo da circa tremila anni di storia umana, pretende di reintegrare in quelle terre tutti coloro che desiderino tornare in Israele, terre che devono dunque essere "liberate" dagli occupanti abusivi (i palestinesi e gli arabi) e ricolonizzate.

La colonizzazione è quindi continuata negli anni '60 e '70 perché le multinazionali potevano contare su una classe politica araba in gran parte subalterna agli interessi capitalistici e che sollevava il nazionalismo per giustificare opportunisticamente il proprio potere davanti alle masse popolari.
Negli anni '60 e '70 è proseguita dunque la politica di occupazione delle terre palestinesi anche con l'assenso dei laburisti e della destra accomunati dall'idea di "conservare i territori di Giudea e Samaria". L'esercito sionista ha cacciato via i contadini e distrutto i villaggi, mentre dopo la fine del socialismo reale Israele ha concluso favorevoli accordi con l'Est europeo prendendosi in cambio masse ebraiche diseredate che ha utilizzato come testa di ponte per la nuova colonizzazione.
Ogni anno, nell'ultimo decennio, si sono stabiliti in Cisgiordania diecimila coloni ebrei: molti di più sono gli arabi e i palestinesi cacciati via o richiusi nei campi profughi.

2. Il controllo imperialistico della regione

La colonizzazione nasce peraltro come strettamente intrecciata alle vicende dell'imperialismo del dopoguerra. La tragedia del popolo ebraico sotto i regimi nazifascisti e durante la seconda guerra mondiale e l'orrore che l'Olocausto ha provocato nella coscienza degli occidentali determinano l'accettazione delle richieste sioniste di uno Stato di Israele. Il controllo dell'area è fino a quel momento inglese, e gli USA colgono la palla al balzo per sostituire l'Inghilterra nel controllo dell'area. Il tentativo di estromettere l'Inghilterra si manifesta nel progetto di spartizione del protettorato inglese della Palestina in due Stati, voluto dai sionisti e appoggiato da USA e URSS. Il riconoscimento dello Stato di Israele attraverso il voto dell'ONU avviene dunque con l'evidente condizione di una alleanza organica con gli USA e, inizialmente, con l'URSS, che intendono sostituire la Gran Bretagna nel controllo dell'area mediorientale.
Di lì a poco emergerà in tutta evidenza la natura di forza imperialista regionale di Israele: nell'aggressione del '56 da parte di Gran Bretagna e Francia contro l'Egitto per il controllo del Canale di Suez, Israele si schiera con gli aggressori. L'URSS si trova in quella circostanza a dover prendere le distanze da Israele ed avvicinarsi all'Egitto di Nasser per mantenere una presenza significativa ed influente nell'area, e per tentare di contenere gli insaziabili appetiti dell'imperialismo europeo.
La guerra dei sei giorni sarà l'episodio finale di svelamento di una politica colonizzatrice e di imperialismo regionale: l'occupazione del Golan, della Cisgiordania, di Gaza non sono più annoverabili come guerra difensiva, ma sono una vera e propria occupazione militare aggressiva.
Nell'82 la guerra con il Libano: intervengono direttamente gli Stati Uniti per il controllo dell'area.
Nel '90, la Guerra del Golfo contro l'Irak conferma Israele alleato dei paesi imperialistici, aggressori contro la maggior parte dei Paesi arabi.
Intanto, il processo di colonizzazione ed espropriazione delle terre palestinesi è andato avanti, ed è proseguito (anzi si è accelerato) anche dopo gli accordi di Oslo I e II. Le terre migliori, l'approvvigionamento idrico, l'economia della regione sono controllati dagli israeliani, che hanno lasciato i palestinesi dei territori in condizioni di miseria privandoli delle condizioni minime di sopravvivenza (prima fra tutte, l'acqua).

3. Il popolo dei territori

I palestinesi che vivono nei territori occupati militarmente, quando non sono manodopera a basso costo e senza diritti da sfruttare, vengono rinchiusi in ghetti e campi che ricordano l'apartheid nel razzista Sud Africa di alcuni anni fa. Coloro che vivono nello Stato di Israele, invece, hanno solo qualche diritto in più, ma sono completamente dipendenti dall'economia israeliana e vivono in condizioni sociali inferiori rispetto agli ebrei.
La questione nazionale del popolo palestinese si intreccia così in modo indissolubile con questioni più generali di classe, oltre che con le vicende dell'imperialismo e del controllo delle risorse energetiche che hanno nello Stato di Israele un essenziale baluardo politico e militare dell'Occidente.
Nei campi profughi si vive in condizioni di miseria e non sono assicurati i diritti all'istruzione e alla salute, non esistono le minime condizioni di libertà come dimostrano gli arresti arbitrari autorizzati da una legislazione di emergenza che dà all'esercito poteri illimitati. Anche le espropriazioni di case e terre palestinesi sono continuate nei territori e a Gerusalemme stessa, nonostante gli accordi di Oslo e le risoluzioni dell'ONU (a partire dalla 242) che riconoscono i diritti dei profughi palestinesi e impongono ad Israele il ritiro dai territori occupati dal 1948 al 1982. È la dimostrazione che gli accordi stipulati con Israele non hanno avuto effetto e non sono rispettati, nonostante il riconoscimento dello Stato di Israele da parte dei Paesi arabi e della leadership palestinese.

L'autonomia palestinese e Arafat hanno avuto peraltro ben poche concessioni, perché gli israeliani hanno conservato le migliori terre, le principali vie di comunicazione e le risorse idrico-energetiche. Agli occhi del popolo palestinese che abita nei campi profughi, l'autonomia palestinese e la linea ufficiale dell'Olp hanno perso di credibilità, gli accordi conclusi con Usa ed Israele, gli accordi Oslo I e Oslo II sono rimasti inapplicati nelle parti meno vantaggiose per Israele.
Solo negli ultimi anni sono stati confiscati ai palestinesi 40.000 ettari di terra, a Gerusalemme est distrutte quasi mille case, chiuse scuole e strutture sociali attraverso le cosiddette demolizioni amministrative. Un giornale al di sopra di ogni sospetto come il francese Le Monde ha recentemente accusato Israele di avere sabotato ogni processo di pace attraverso la colonizzazione e la sistematica repressione del popolo palestinese.
Nessuna fiducia possiamo nutrire tuttavia verso i Paesi Arabi, come dimostra anche il documento finale dell'ultimo vertice tenutosi al Cairo. Ancora una volta fiumi di parole e una politica subalterna agli USA e alle Sette Sorelle petrolifere, la solita richiesta all'ONU di garantire protezione al popolo palestinese, protezione che 50 anni di storia dimostrano non essere mai stata offerta e rispettata. Le borghesie arabe e le dinastie cercano di monetizzare il consenso alla linea Arafat, ma non intendono assumersi alcuna responsabilità, il loro unico fine è quello di tacitare le opposizioni interne e i movimenti giovanili antiamericani. Del resto, nel mondo arabo i palestinesi sono una delle minoranze etniche supersfruttate dall'industria petrolifera, aumentano i conflitti sociali legati ad una situazione economica sempre più precaria.

4. L'economia e l'autonomia: può sopravvivere uno Stato Palestinese autonomo?

Una delle molte questioni lasciate aperte dalla politica della leadership palestinese è quella relativa a quale tipo di Stato deve nascere e con quali risorse esso dovrebbe sopravvivere. Quando nel 1947 si affermò il progetto di spartizione della Palestina in due Stati, con la creazione di un'unione economica comune, approvato dai sionisti e appoggiato da USA e URSS, cadde l'altro che proponeva invece la creazione di una federazione tra uno Stato arabo ed uno Stato ebraico, con Gerusalemme come capitale federale. Non è un caso che il progetto maggioritario sia stato fatto proprio dai sionisti, che hanno sempre tenuto a separare gli ebrei dagli arabi e a costruire uno Stato il più possibile "etnicamente puro".
L'idea di uno Stato federale è invece sostenuta da coloro che, ebrei o arabi, sostengono la necessità di abbandonare gli integralismi storico-religiosi e politici, per costituire una nuova comunità e società in Palestina. Uno di questi è l'intellettuale palestinese Edward W. Said, il quale sostiene che <<l'autodeterminazione palestinese in uno Stato separato è irrealizzabile, altrettanto irrealizzabile che il principio di separazione fra una popolazione ebraica che detiene la sovranità e una popolazione araba demograficamente mista e inevitabilmente legata alla prima, ma priva di sovranità>>.
La separazione tra i due Stati sembra però attualmente l'unica soluzione politicamente praticabile, nonostante le difficoltà e i tentativi israeliani di impedirlo. Tuttavia, la politica di Israele della "chiusura" dei territori amministrati dall'Autorità Palestinese ha prodotto un duplice, devastante effetto: la disgregazione territoriale di quello che dovrebbe diventare lo Stato palestinese, con una sorta di "cantonizzazione" e frammentazione territoriale; la totale dipendenza economica dei territori non integrati in Israele. Su un articolo di Michele Giorgio apparso su il manifesto del 24 ottobre 2000 sono offerti i dati di tale dipendenza: il 25% del Pil palestinese è legato al lavoro pendolare in Israele, mentre solo l'1% del Pil israeliano è legato alle attività economiche con i palestinesi. Questa situazione rende il futuro Stato palestinese debole e ricattabile dalle scelte economiche di Israele e dei Paesi imperialistici, del FMI e della Banca mondiale. Il nuovo ordine mondiale e lo scontro interimperialistico in corso porranno il popolo palestinese di fronte alla scelta se piegarsi agli interessi imperialistici oppure opporvisi non cadendo in ideologie integraliste e oscurantiste, ma con un progetto politico rivoluzionario.

5. Sionismo e interessi imperialistici

Negli ultimi anni gli storici Israeliani hanno riscritto gli avvenimenti degli ultimi decenni negando ogni legittimità al popolo palestinese, presentando lo stato di Israele come vittima sacrificale di un Olocausto illimitato. Questo novello revisionismo storico, dominante nelle università e in molti ambienti intellettuali, sposa in toto le teorie sioniste più oltranziste e fornisce spiegazioni teleologiche o riscritture false della storia araba miranti a cancellare ogni presenza non ebraica dalla regione.
Attraverso il sionismo e lo Stato di Israele, gli USA hanno controllato fino ad oggi produzione e distribuzione del greggio, riducendo all'impotenza ogni ipotesi di autonomia del mondo arabo.
La politica egemonica degli USA nell'area mediorientale ha utilizzato lo Stato di Israele e la sua difesa per giustificare ogni tipo di intromissione nella vita dei Paesi Arabi; nel contempo, gli Stati Uniti hanno sfruttato la complicità delle borghesie arabe e la subalternità delle loro classi politiche che dopo la fine del colonialismo hanno garantito alle multinazionali un illimitato e continuo potere.
In questa area il controllo imperialista statunitense è garantito anche dalla Turchia, alleato potente militarmente e inserito nell'alleanza atlantica NATO. Recentemente, Israele ha stretto un patto militare con la Turchia per il controllo dell'altra risorsa essenziale per l'area, cioè l'acqua.
In questo modo Israele si è garantita una copertura che rafforza la propria sicurezza interna e che gli consentirà di continuare la politica di espropriazione e colonizzazione in barba a qualsiasi risoluzione ONU, a qualsiasi accordo con i palestinesi e i Paesi arabi, all'opinione pubblica internazionale e in barba a buona parte degli ebrei non israeliani che hanno un atteggiamento critico verso la politica espansionistica e militaristica di Israele, ma soprattutto non accettano che l'Olocausto diventi la giustificazione per nuove oppressioni.
Il controllo dell'acqua, dunque: la Turchia continuerà la costruzione di dighe nelle regioni sud-orientali, proprio nel Kurdistan, per imbrigliare il Tigri e l'Eufrate che condizionerà tutti i paesi a valle (Siria, Libano, Giordania, Irak, Iran, Kuwait, Israele). L'alleanza militare tra Israele e Turchia nasce da questa strategica esigenza del controllo dell'acqua, che è l'elemento materiale più esplosivo del conflitto tra palestinesi e israeliani.
In quella regione, secondo la B.M., su 300 milioni di persone almeno 100 milioni hanno gravi problemi di acqua, mentre nel Mediterraneo 45 milioni ne soffrono l'assoluta mancanza. Questa situazione è destabilizzante, tanto che un'università USA avverte che <<la prossima guerra in medio oriente non si combatterà più per il petrolio ma per l'"oro blu">>, o "oro bianco" come i turchi chiamano l'acqua.

6. Palestinesi e kurdi: identità da sopprimere per il trionfo del nuovo ordine mondiale

Non è perciò casuale che in una situazione analoga a quella palestinese viva un altro popolo, quello kurdo, come non è casuale l'alleanza tra Turchia ed Israele, le due maggiori potenze mediorientali che hanno stipulato alleanze militari, accordi politici ed economici a partire dalla Guerra nel Golfo.
Non solo acqua in cambio di armi ed alta tecnologia: Israele e Turchia acquistano ora azioni di società europee che investono nei mercati emergenti, entrambi hanno disegni egemonici rispetto al mondo arabo fin dai tempi del primo sionismo e di Ataturk. La lobby ebraica ha favorito gli interessi turchi a Washington e a farne le spese sono stati i kurdi contro i quali la NATO ha scatenato un'offensiva internazionale per distruggere la guerriglia e il suo braccio politico, il Partito Comunista Kurdo (PKK).. Con altrettanta ferocia Israele, avvalendosi del sostegno USA e delle lobbies ebraiche determinanti per le elezioni dei Presidenti americani, anche per guadagnare consensi interni al governo socialista di Barak, sprovvisto di una maggioranza parlamentare, non si è fatto scrupoli di perseverare nell'opera colonizzatrice dei territori palestinesi.

7. La pace si fonda sui diritti di tutti i popoli all'autodeterminazione

Queste sono le premesse alla situazione attuale, la pseudocondanna dell'ONU è solo un favore reso ai Paesi Arabi produttori di petrolio che possono barattare poche frasi presentandole come una vittoria politica. Questa doppia politica di sostegno ad Israele e di non belligeranza con le borghesie e dinastie arabe produttrici di petrolio penalizza i palestinesi e le masse popolari arabe, che subiscono i costi delle politiche imperialiste visto e considerato che la ricchezza dell'oro nero non ha migliorato le loro condizioni di vita.
Gli imperialisti, come hanno represso il popolo kurdo perché la guerriglia occupava le aree destinate al passaggio dei gasdotti dei corridoi petroliferi e delle condotte d'acqua, così oggi annientano il popolo palestinese per garantire l'illimitato controllo dei pozzi alle compagnie petrolifere e per salvaguardare il ruolo di Israele come gendarme degli interessi imperialisti nell'area mediorientale.
"Provocazione contro l'accordo" intitolava il quotidiano "Liberazione" del 3/11 dopo l'attentato della Jihad islamica nel mercato di Mahane Yehuda a Gerusalemme. Il terrorismo, con le autobombe, è da sempre strumento dell'impotenza militare e politica contro un nemico che annulla ogni sfera democratica reprimendo dissenso e opposizione. Gli attentati diventano l'ultimo strumento in mano alle masse popolari oppresse e private dei diritti elementari, strumento della disperazione in una società dove viene annullata ogni differenza tra la sfera civile e quella militare, con i coloni nella veste non di inermi contadini ma di truppe paramilitari che agiscono impunite.
Arafat sembra accettare il diktat di Barak per contenere e circoscrivere una rivolta popolare che sta mettendo in discussione la stessa autonomia palestinese e gli accordi di Oslo, proprio mentre Israele prosegue a ritmi serrati con l'annessione dei territori. La cosiddetta seconda Intifada non può essere sacrificata sull'altare della sopravvivenza di un ceto politico né tanto meno regalata ai
settori islamici legati alle lobby petrolifere.
Invocare una pace equa e giusta senza ridiscutere la politica espansionista israeliana e il ruolo dominante Usa vuol dire ingannare i palestinesi e le masse popolari arabe, guardare ad essi con stereotipi occidentali. In questo caso il pacifismo sarebbe un comodo antidoto per controllare la regione lasciando alle multinazionali il controllo del greggio e alla Nato la supremazia militare.

Ottobre 2000