pianeta futuro
numero
0 - luglio 2003

Sommario
La sconfitta referendaria figlia della debacle
trentennale
di Federico Giusti
La strategia Usa: il ritorno alla politica delle
cannoniere
La falsa democrazia
La lettera
di Pierluigi Nannetti
L’intervento
a cura di Angelo
Ruggeri de “il Lavoratore”
La lente della talpa
Quale
Comunismo?
a cura di Paolo
Barrucci
EDITORIALE
NUMERO ZERO LUGLIO 2003
La rivista
segna un nuovo impegno per rilanciare e ridefinire un progetto comunista e
affianca il tradizionale foglio Il Pianeta Futuro
di cui sono usciti numerosi numeri nei tre anni di attività
dell’Associazione.
Senza
velleità e consapevoli dei nostri limiti, vogliamo comunque offrire un
contributo alla rielaborazione della teoria e della prassi comuniste.
La situazione dal punto di vista generale è sempre più involuta: il 21°
secolo è nato sotto l’egida dell’imperialismo americano che per mantenere
il dominio economico planetario non esita a ricorrere sempre di più anche ai
classici strumenti del colonialismo: occupazione militare, gestione diretta dei
paesi occupati, controllo unilaterale delle risorse locali.
L’Europa, pur con mille contraddizioni, si va costituendo e configurando come
polo imperialistico autonomo non solo economicamente ma politicamente, e in
prospettiva si misurerà sullo scacchiere mondiale anche in ambito militare, gli
strumenti della politica e della diplomazia essendosi rapidamente consumati
nella preparazione alla guerra/invasione dell’Iraq.
In Italia, oltre alla disgregazione sociale del proletariato e dei lavoratori,
all’origine della sconfitta referendaria sull’estensione dell’articolo 18
e del parziale arresto dei tentativi di riaggregare settori di classe e sociali
non raggiungibili sindacalmente o politicamente, assistiamo ad uno
stravolgimento anche dei principi liberali che stanno alla base della democrazia
formale per la peculiarità del personaggio Berlusconi, pronto a tutto per
salvare se stesso e per servire il padrone americano.
La ridefinizione dei rapporti di forza tra padronato e lavoratori, tra borghesia
e proletariato, avvenuta dalla seconda metà degli anni ’70, le sconfitte
sindacali e sociali subite negli anni ‘80 e ‘90, hanno spostato verso destra
l’asse politico nazionale ed europeo e
soprattutto si è eclissata la
rappresentanza della classe operaia e del proletariato come soggetto politico e
sociale antagonista al sistema capitalistico. Soggetto che, fino agli anni
’70, aveva comunque mantenuto una connotazione di classe pur nelle
compatibilità politico-istituzionali e della rappresentatività parlamentare. I
processi di ristrutturazione, la debacle sindacale
a partire dalla sconfitta alla Fiat nel 1980 hanno assestato un duro
colpo alla combattività del movimento operaio e alla sua centralità nella
lotta economica e politica; la frammentazione della forza lavoro, la nascita del
precariato sono fenomeni da approfondire ulteriormente per costruire una nuova
soggettività antagonista trasversale al mondo del lavoro e del non lavoro.
La cosiddetta “seconda repubblica”, con la legge elettorale maggioritaria,
ha frammentato la rappresentatività sociale e politica, determinando persino la
crisi dell’interclassismo classico su cui si è fondato il potere
democristiano condizionando la stessa esperienza del compromesso
storico. Il risultato è che, dopo le ferite inferte dai governi del
centrosinistra ulivista ai diritti dei lavoratori, allo stato sociale e alla
Costituzione nata dalla Resistenza, si è prodotto un blocco sociale populista e
reazionario, espresso dall’alleanza politico-sociale tra glia mbienti più
retrivi della borghesia con il consenso di vasti settori popolari, deprivati di
coscienza e di prospettive di emancipazione sociale. Un mix di xenofobia,
nostalgia post-fascista e iperliberismo, la cui aggressività ben si conforma
allo scontro in atto a livello internazionale tra due ipotesi di dominio
neo-imperialista: quello (attualmente sconfitto) della “borghesia
progressista” (di centrosinistra o social-liberista in Europa,
“democratico” negli Usa) e quello neo-conservatore (incarnato
dall’Amministrazione Bush e dai governi del centrodestra di Aznar e Berlusconi,
con la variante bipartisan di Tony Blair).
In questo
scenario succintamente delineato (e dunque necessariamente impreciso e
incompleto), si pone la questione del che fare. In
questi ultimi anni si è affermato un esteso movimento “antiliberista”, il
cui pregio maggiore è di aver rinnovato l’attenzione per la politica nelle
giovani generazioni, coniugando l’impegno personale nel sociale con le
questioni politiche generali. È invece mancata finora una critica generale del
sistema basata sulla consapevolezza che il liberismo rappresenta una delle
possibili modalità di ristrutturazione capitalistica dei rapporti tra le classi
a livello nazionale ed internazionale, nell’ambito della rinnovata proiezione
imperialistica e di concorrenza neo-colonialista. Per mantenere radicalità e
combattività, il movimento no/new global dovrebbe riuscire a fare un
salto di qualità così da porsi come movimento antagonista al capitale, ma è
probabilmente questo il suo limite più grande e forse insuperabile per questo
soggetto prismatico. I comunisti, pur stando dentro ogni istanza radicale di
movimento, devono lavorare per far maturare un’altra prospettiva che non sia
semplicemente quella dei diritti globali, ma di un’altra società senza
sfruttati e sfruttatori.
Grave è
l’assenza poi del soggetto politico comunista che abbia la volontà e la
capacità di ricostruire un blocco sociale antagonista, in grado di indicare un
progetto di liberazione, attraverso un percorso di lotta radicale e coerente.
La questione del comunismo e di cosa
debbano oggi fare i comunisti rimane dunque fondamentale: non si esce dalla
barbarie del capitalismo e dei rapporti conflittuali tra imperialismi e
colonialismi se non rovesciando i rapporti economico-sociali esistenti, avviando
processi di costruzione di un nuovo sistema e di una nuova società fondata
sull’eliminazione della disuguaglianza di classe. Confrontarci sulla questione
novecentesca del comunismo e del socialismo come fase di transizione ci sembra
perciò determinante, per non cadere nelle opposte illusioni che l’unica
opposizione possibile sia una generica “disobbedienza all’Impero”, o che
la rivoluzione sia un processo geologico che fa maturare l’emancipazione
sociale con il semplice allargamento dei diritti a tutti, oppure ancora che il
comunismo si conquisti semplicemente con l’uso delle armi o con atti
insurrezionali di palingenesisociale per determinare in un sol colpo il
rovesciamento dei rapporti di forza tra le classi a favore degli oppressi.
Se il
processo rivoluzionario si configura come una profonda trasformazione dei
rapporti tra le classi, occorre ricostruire una coscienza di classe condivisa
tra le differenti soggettività che subiscono il dominio del Capitale per un
nuovo progetto comunista.attraverso la nostra rivista vorremmo sviluppare non
solo elementi di analisi, ma anche di ricerca e proposta per un rinnovato
programma politico ed organizzativo dei comunisti. Intendiamo focalizzare di
volta in volta alcune questioni cruciali, dedicando il corpo centrale ad un
inserto monografico, La lente della talpa, che in questo
numero apre il dibattito sul rapporto tra democrazia e comunismo, in una
discussione collettiva tra la Redazione e il compagno Salvatore d’Albergo.
Infine, lo spazio della quarta pagina è aperto a lettere, critiche ed
interventi che vorrete inviarci e che sollecitiamo.
Ci auguriamo che il nostro sforzo fornisca elementi utili al dibattito
tra i comunisti (e non solo), per rilanciare un progetto rivoluzionario di
massa, per la società comunista.
La
sconfitta referendaria
figlia
della debacle
trentennale
di
Federico Giusti
Noi tutti sapevamo
quanto arduo fosse il raggiungimento del quorum di fronte ad un silenzio
mass-mediatico e ad una dichiarata opposizione al referendum che accomunava CdL,
gran parte dell’Ulivo, la piccola e media impresa, Governo, Confindustria e
buona parte del terzo settore, ma nella peggiore delle ipotesi eravamo certi di
portare alle urne quasi il 40% degli aventi diritto.
Dati alla mano non avevamo capito nulla, confusi dalle manifestazioni oceaniche
contro la guerra, ci eravamo illusi di avere raggiunto una egemonia culturale e
politica nel corpo sociale con alcune significative ripercussioni sociali e perché no, elettorali ed istituzionali.
Neppure la morte delle centinaia di migranti a bordo delle carrette dei mari
provoca uno sdegno politico e morale in una sinistra sempre più istituzionale e
subalterna ai poteri forti (con la pia illusione che Fassino, Rutelli e D’Alema
rispondano alla base).
Ritirate
strategiche, strategie della lumaca, esaltazione del movimento, municipalismo
sono alcune delle ipotesi strategiche tracciate in queste settimane, alcune
condivisibili, altre da rigettare in toto, tutte comunque funzionali alla
salvaguardia dell’attuale classe dirigente e al mantenimento di opzioni
perdenti.
Avevamo dimenticato che le adesioni etiche e morali
alle manifestazioni contro la guerra, per quanto giuste e utili siano, alla fine
non producono alcun risultato sociale e politico, le forme di lotta più dure
rimangono allo stato simbolico e lungi da conquistare una radicalità di massa
sono funzionali alla pubblicità di qualche area politica (i Disobeddienti e i
Giovani Comunisti).
Le stesse Amministrazioni locali di centro sinistra, dopo anni di subalternità
alle basi Americane, se manifestano qualche perplessità non vanno oltre
dichiarazioni sulla stampa contingentemente a qualche iniziativa di piazza (per
non perdere faccia ed elettori) e, nei mesi successivi, non c’è traccia del
Movimento che dovrebbe invece incalzarle inserendo il rifiuto dellaguerra e la
smilitarizzazione dei territori nell’agenda politica d’ogni giorno (anche
questo è antimperialismo) .
Alcuni
leaders sindacali e politici spiegano la sconfitta referendaria con gli
ultimi 25 anni di idolatria del mercato, della flessibilità e della subalternità
al padronato; la santa alleanza Lega-Coop (favorevole al Patto per l’Italia e
contro la estensione dell’art 18 alle cooperative non dimentichiamolo), terzo
settore e piccola impresa ha potuto ben più dei richiami giusti ma deboli alla
estensione dei diritti.
Niente di più vero e di più scontato, ma invece di scoprire l’acqua calda ci
dicano quale progetto hanno per ricomporre una classe frammentata, divisa tra lo
sfruttamento dei lavori di basso profilo, la giungla dell’atipico, lo
sfruttamento in cooperativa e nelle piccole e medie aziende. La ricomposizione
di questi soggetti non può avvenire sulla base della moltitudine disobbediente
(che allo stato attuale maschera da soggetti ribelli ceti politici di
Rifondazione, e alcuni centri sociali quasi del tutto avulsi dalle dinamiche
lavorative e dalle lotte al loro interno), ma neppure con il protagonismo nei
forum sociali oggi in palese riflusso e comunque in gran parte estranei alla
contraddizione capitale lavoro.
Il sindacalismo di base sembra combattuto tra una logica di autorappresentanza e
una scelta movimentista sempre più confusa, a discapito della costruzione di
percorsi sociali, ben più faticosi e lunghi ma alla fine
i soli a produrre risultati e cambiamenti nei rapporti di forza, per
riprendere percorsi di lotta nei luoghi della produzione e della circolazione
delle merci.
La Cgil, se conduce una giusta e condivisibile battaglia tra i metalmeccanici,
nel Commercio, nella Pubblica Amministrazione conclude accordi senza democrazia
sindacale, con aumenti al di sotto della inflazione reale, barattando
esternalizzazioni\privatizzazioni di servizi con una richiesta di contratti di
area, invocando previdenza integrativa (i crac finanziari usa degli ultimi anni
non insegnano niente?) e patto di stabilità (lo stesso che ci ha fatto perdere
negli ultimi anni quasi il 10% del potere di acquisto). Per quali obiettivi
allora scendono in piazza, giustamente, tanti lavoratori e tante lavoratrici? Se
esistesse il Movimento da molti invocato, essonon dovrebbe dettare le linee di
una radicalità sindacale e sociale alternativa alla perdente concertazione
degli anni novanta? È possibile che non si vedano invece le spinte corporative
anche in settori nei quali le lotte sindacali sono state forti, radicali e in
parte vittoriose come i Trasporti, dove è nato un sindacato di base categoriale
che vanifica gli sforzi verso uno strumento di classe capace di unificare più
settori? Dovrebbero indurre a riflessione le sconfitte elettorali di RC e la
perdita di voti ogni volta che si presenta separata dall’Ulivo, come se nel
popolo di sinistra prevalesse una spinta unitaria non sui contenuti e sui
programmi ma semplicemente sui numeri, a discapito di ogni ipotesi riformatrice,
di una semplice coerenza tra il dire e il fare (avete visto “l’amato”
Ciampi sottoscrivere la Legge salva Berlusconi dai processi?).
Il PRC dalle pagine di Liberazione alterna esaltazioni del movimento con qualche
segnale poco incoraggiante verso una alleanza programmatica con il
centrosinistra (che dopo il 16 Giugno parte da posizioni ancora più forti per
imporre la sua “flessibilità controllata”) il tutto con tatticismi
esasperati e una strategia politica schizofrenica sospesa tra la subalternità
alla Cgil e l’esaltazione della disobbedienza, senza una linea sindacale e
un’ipotesi di rilancio del lavoro di base\massa (sostituito dalle comparse
televisive telegeniche del segretario e dei suoi cloni più o meno giovani).
Le migliaia di bandiere della pace hanno occultato un'altra verità,
la strumentale adesione al pacifismo del centrosinistra che dopo l’11
Settembre ha compreso come il ricorso Usa alla guerra permanente abbia come
obiettivo anche l’indebolimento del polo imperialista europeo e il
rafforzamento dell’egemonia nei settori nevralgici della tecnologia
industriale e militare.
Quindi ripartiamo da capo, senza abiure ma rivedendo in toto la strategia
“movimentista” degli ultimi anni, e a tal riguardo suggeriamo alcune ipotesi
Le
privatizzazioni degli anni novanta hanno distrutto la competitività italiana in
numerosi settori industriali nell’illusione che la old economy e la
centralità della manifatture fossero al tramonto (oggi per grandezza di
fatturato si trovano ai primi posti proprio le multinazionali della vecchia
economia con il forte ridimensionamento delle new entry di 4 o 5 anni fa).
Niente di più miope, con i soldi pubblici sono stati risanate industrie poi
spezzettate e rivendute spesso a costi irrisori e con il beneplacito del centro sinistra che appoggiava i
“Governi tecnici”. Una subalternità politica e culturale, quella della
sinistra italiana, al liberismo e
alle privatizzazioni che ricordiamo nel nostro paese si concretizzano
prevalentemente nella dismissione della industria pubblica. La stessa Fiat
beneficiando di sgravi e aiuti di ogni genere ha avviato con la gestione Romiti
una politica di mera speculazione
finanziaria di impoverimento della produzione e della ricerca (2).
Se oggi la sinistra vuole avere qualche voce in capitolo deve ricostruire un
progetto credibile
·
Per il rilancio della ricerca a fini
del puro sapere e della produzione
·
Boicottare non solo la riforma Moratti
e il ritorno al modello fascista di istruzione (Gentile & Co.), ma
costruire un’opposizione di lungo corso sui temi della educazione, della
scuola e della ricerca (la firma della Cgil per il contratto scuola è un
esempio eclatante di politiche concertative da abiurare e criticare
senzaopportunismi), contro la cultura aziendalizzatrice e le false autonomie
scolastiche.
·
Una battaglia culturale che non
ammetta sconti ad una controparte che ricorre perfino ai temi di maturità per
riproporre ed imporre una lettura della storia novecentesca funzionale alla
riabilitazione del fascismo secondo canoni reazionari e di un anticomunismo
becero di cui larghi settori popolari sono imbevuti, grazie alle abiure e agli
opportunismi della sinistra e dei loro intellettuali pronti a liquidare i Centri
Gramsci per sedere alla Direzione di Spa per la gestione dei servizi un tempo
pubblici.
«Tanti
galli a canta non fanno mai giorno»: un detto popolare romanesco di origini
illustri, ma utile a rendere l’immagine di una concezione lavorativa e
sociale, quella della flessibilità, da più parti denunciata e mai seriamente
combattuta. Abbiamo prima citato a tal riguardo l’opinione dei DS, del resto
una ipotesi di legge di qualche anno fa era disposta a barattare qualche diritto
in più per gli atipici con minori tutele per i\le lavoratori\trici a tempo
indeterminato.
La flessibilità non va accettata, ma combattuta e sarebbe necessario che la
stessa prassi sindacale della Cgil sposasse una linea non di compromesso con una
teoria che si poggia esclusivamente sullo sfruttamento intensivo della forza
lavoro e sulla eliminazione dei mansionari e deiprofili professionali.
Non è possibile dimenticare la lunga marcia ventennale verso la flessibilità
costruita dentro la Pubblica Amministrazione e nei settori pubblici, resa
possibile dalle politiche concertative della triplice. Si ricordi sempre la
tendenza intrinseca alla media e piccola azienda italiana, a partire dalla
adesione allo SME del 1979 ad utilizzare il massimo sfruttamento della forza
lavoro e le oscillazioni monetarie per accrescere la propria competitività. La
sconfitta referendaria ha quindi origini lontane, venticinque anni di politiche
sindacali, sociali e culturali subalterne al Capitale e ai suoi interessi
stratificano opinioni, consensi e luoghi comuni difficili da confutare.
L’errore peggiore sarebbe quello di non comprendere come la accettazione della
subalternità, la mancata opposizione si traducano non solo nella perdita di
diritti ma in sconfitte politiche; il perseverare della Cgil, quindi, in una
politica subalterna non fa che indebolire ogni ipotesi conflittuale ed
antagonista, così come nuoce la
incapacità di costruire percorsi credibili sulle tematiche lavorative e
precarie (4), da parte delle aree autorganizzate, del sindacalismo di base e dei
“Movimenti” così
lontani dalla centralità della contraddizione capitale lavoro e dai suoi
molteplici risvolti in pratiche sociali e politiche conseguenti.
Da
almeno un quindicennio, l’imperativo categorico dei governi è la limitazione
della spesa pubblica che tradotto
in linguaggio comprensivo vuol dire contrarre i costi sociali, perdita del
potere di acquisto di salari e pensioni, a vantaggio dei profitti e delle
speculazioni finanziarie
(5).
L’attacco
alle pensioni è imminente e lo comprendiamo dalle manifestazioni in Francia che
hanno paralizzato per settimane il paese con organizzazioni sindacali riformiste
ma determinate a impedire, anche violando ogni forma di regolamentazione dello
sciopero, lo scippo della previdenza. La stessa Cgil ritiene la previdenza
integrativa una conquista nonostante che la Riforma Dini le incentivazioni al
prolungamento del lavoro, le ultime Finanziarie che riducono versamenti
contributivi a carico delle imprese, abbiano determinato una perdita del potere
di acquisto e il prolungamento degli anni lavorativi (lavorare di più e
guadagnare meno: questo è il risultato degli accordi conclusi negli anni ‘90)
(6).
Non solo c’è bisogno di conoscere il rapporto tra
lavoro e pensione e
di una strategia mirante a combattere i fondi integrativi, ma bisogna
attrezzarci a sostenere sulle pensioni una battaglia sindacale e politica con
ampi risvolti sociali (perché il rapporto tra Pensioni, Sanità e Welfare non
si riduca alla pura sussidiarietà), senza arretrare di un centimetro nella iniziativa contro le nuove leggi sul mercato del lavoro, difesa
dei salari e del loro potere di acquisto che, dati alla mano, sono in piena fase
regressiva (7).
Se non riusciremo a incamminarci su questa strada
sconfitte ancora più amare di quella referendaria si intravedono al nostro
orizzonte.
Note
(1) Luciano Gallino, La scomparsa dell’Italia
industriale, Einaudi 2003;
(2) Massimo Mucchetti, Licenziare i padroni?, Feltrinelli
2003;
(3) AA VV, L’Italia flessibile. Economia, costi
sociali, diritti di cittadinanza, Il manifesto libri 2003;
(4) A meno che non si voglia barattare come intervento
sociale e politico nel precariato le street parade e le feste in qualche
luogo occupato… Recenti inchieste ed analisi statistiche evidenziano come il
precariato sia un universo complesso, frammentato e non riconducibile ad
un'unica realtà, per la molteplicità di figure, per le differenze sociali,
salariali e contrattuali. Pensare, come fa la Cgil di regolare il precariato
vuol dire non comprendere la natura offensiva dei processi in atto miranti a
ridurre potere di acquisto contraendo diritti e spazi di agibilità sindacale e
sociale.
(5) Salvatore Rossi, La politica economica italiana
1968\2003, Laterza 2003”
(6)F.Carrera, M.Lmirabile, Lavoro e pensione, Ires
Cgil Ediesse 2003;
(7) Italia
Oggi 24\5\2003.
Il
ritorno alla politica delle cannoniere
di Giovanni Bruno
La categoria di imperialismo, infatti, è stata ed è tuttora al centro di una
battaglia politica e non solo teorica che divide le componenti del movimento,
attraversa organizzazioni politiche e politico-sindacali, si ramifica nelle
associazioni. La questione, che fino a pochi mesi fa sembrava un puro esercizio
retorico o un narcisistico sfoggio accademico, si è invece affermata con la
forza dell’evidenza per l’evoluzione politica, diplomatica e militare che da
metà del 2002 fino al dopo-guerra in Iraq abbiamo osservato e a cui ci siamo
opposti con articoli, volantini, presidi, manifestazioni, movimento.
Se
persino un maître a panser come Ramonet riconosce che con l’arrivo in
Iraq di Garner (poi sostituito con Bremer) «e la sua squadra di 450
amministratori, non si può fare a meno di pensare che nell’attuale fase
neo-imperialista, gli Stati Uniti si stiano facendo carico di quello che fu
chiamato il fardello dell’uomo bianco» (1), significa che la
percezione degli assetti internazionali si è profondamente modificata: oltre
alla mobilitazione contro la struttura immateriale dell’Impero, oltre alla
manifestazioni etiche contro la guerra o contro la “potenza militaristica
globale” degli Usa come rappresentazione statuale dell’Impero (dunque non in
contraddizione con le teorie negriano-hardtiane), è perciò necessaria
un’ulteriore analisi del mondo contemporaneo, per comprendere quali sono le
modalità più efficaci per contrapporsi alle forze del capitale, e per quali
obiettivi ci si mobilita e si sviluppa la lotta sociale, politica e di classe.
Gli americani hanno mutato la propria strategia in un mondo sempre più caotico
e disordinato, che non riescono a controllare come ai tempi della divisione
bipolare del pianeta. Il controllo di aree, regioni e governi attraverso uomini
di fiducia nonè più possibile, come attestano gli scontri aperti tra
l’Amministrazione americana e i vari Bin Laden, Saddam Hussein, oggi anche i
Sauditi, creati e sostenuti al tempo della contrapposizione con l’Urss e
rivelatisi inaffidabili non appena le condizioni hanno loro permesso di
delineare un proprio progetto politico autonomo o addirittura in
contrapposizione agli Usa.
Il XXI secolo sarà il secolo americano? Certamente il secolo si è aperto con
una nuova fase rispetto anche al modello di costruzione di egemonia e dominio
politico-militare che negli anni ’90 del secolo scorso gli Usa avevano
avviato: fallito il progetto di un mondo americanizzato attraverso il consenso
politico, accarezzato dai settori “progressisti” della borghesia
imperialista americana, quella rappresentata dai democratici clintoniani, che
vedevano in un nuovo New Deal liberista, appoggiato addirittura dalle
sinistre europee, dai socialdemocratici alla sinistra post ed ex comunista, la
possibilità di “governare” i processi di privatizzazione imposti dal
liberismo (addirittura c’era chi sognava un Ulivo mondiale, veramente
una iattura planetaria!), domina oggi la strategia dei neoconservatori che, con
l’elezione di Bush viziata da evidenti brogli, stanno imponendo una politica
di dominio neocolonialista, a supporto della proiezione imperialista finalizzata
al rinnovamento della sempre più affannata egemonia economica e politica sul
pianeta.
È però certo che l’Europa non sta guardare: dopo il varo dell’Euro
(salutata dagli Usa con i bombardamenti sul Kossovo) si cimenta adesso con la
Convenzione, da cui dovrebbero uscire le linee guida politiche per l’Unione.
Dopo la costruzione del gigante economico, è adesso il momento per l’Ue di
dimostrare la propria reale capacità politica (e militare), fondata sulle
aspirazioni sempre più divergenti rispetto all’attuale unica potenza
mondiale, gli Usa. Lo riconosce lo stesso Lamberto Dini, l’uomo di Washington
nell’Ulivo: «È sbagliato negare l’esistenza di divergenti priorità
transatlantiche o considerarle un’aberrazione ed immaginare che esse siano
dovute ad un’erronea percezione delle ragioni reciproche fra le due sponde
dell’Atlantico» (2).
Il prossimo decennio si caratterizzerà dunque per le capacità con cui gli
imperialismi concorrenti riusciranno ad acquisire attraverso tutti gli strumenti
possibili (dalla costruzione di egemonia e dipendenza economica dei paesi
sottomessi ad una vera e propria politica neocolonialista) fette sempre più
consistenti del mercato mondiale, per cercare di “governare” una crisi
economica di sovrapproduzione, strutturale da più di un trentennio (3).
In questo senso la Francia si sta muovendo da tempo per riconquistare un peso
specifico da spendere in sede europea e sullo scacchiere mondiale come potenza
coloniale: ricordiamo infatti che Chirac diventato l’icona antifascista
(anti-Le Pen) ed antimperialista (con le posizioni espresse contro la guerra in
Iraq), è il Presidente che ha rilanciato il programma di riarmo atomico
francese, e che ha intensificato l’intervento militare ed una presenza
neocoloniale in Africa (sono un po’ dimenticate le vicende di paesi come il
Ciad, il Gabon, il Senegal, ma sicuramente significative) (4).
Nella sfida mondiale, Usa, Ue, e in prospettiva la Cina, stanno movendo le loro
pedine per occupare regioni ed aree strategiche per le risorse energetiche, per
la centralità politico-militare, per la proiezione su mercati ancora
relativamente poco sfruttati. Attraverso crisi regionali sempre più diffuse e
virulente, che costringono all’intervento diretto e all’impegno non
temporaneo le potenze imperialistiche (quella statunitense über alles),
si stanno costruendo le condizioni per uno scontro che a stento potrà essere
mantenuto nei limiti e giocato con gli strumenti della diplomazia.
Lo scontro economico commerciale è rivelatore di interessi e strategie
contrastanti e, alla lunga, colludenti: un esempio per tutti è la questione
agricola, altrettanto scottante quanto quella dell’acciaio. Lo scontro è
sulle politiche protezioniste in materia agricola (per l’Europa) e nel settore
dell’acciaio (per gli Usa) (5). In autunno l’Ue andrà a
definire la propria identità politica con la Convenzione, ed allora
l’imperialismo europeo (attraversato da molteplici interessi nazionali a volte
divergenti) mostrerà il proprio vero volto.
In questo contesto e fase storica, il ruolo dei comunisti è quello di avanzare
proposte di lotta che sappiano coniugare capacità egemonica con efficacia
pratica. La costruzione di un fronte anticapitalista e antimperialista, che
abbia caratteristiche di classe e rivoluzionario-progressiste, diventa sempre più
impellente e necessario per fermare le aggressioni militari in tutto il mondo.
Tuttavia, occorre evitare alleanze opportunistiche o innaturali che non
garantiscono prospettive di emancipazione dei popoli. Solo l’orizzonte di un
nuovo sistema socio-economico che elimini lo sfruttamento del proletariato e dei
popoli da parte della borghesia imperialista, organizzata su scala nazionale ed
internazionale, permetterà di combattere con efficacia la barbarie dominante.
(1)
Ignacio
Ramonet, Neoimperialismo, da Le Monde Diplomatique maggio 2003.
(2)
Lamberto
Dini, Un nuovo Patto Atlantico, in Limes 3-2003/L’Europa americana.
(3)
Persino
l’Ue ha stime di crescita per il 2003 sotto l’1%, addirittura intorno allo
0,5%, nonostante i tagli alla spesa sociale e la partecipazione alle guerre del
decennio (Corsera, 3 luglio 2003).
(4) Gli stessi commentatori della borghesia liberale
ne hanno compreso la natura. Massimo Nava così commentava la partita
franco-statunitense in Africa: «l’Africa è oggi oggetto d’interessata
generosità. Il Presidente Chirac ne ha fatto il fulcro della politica estera,
convinto che le ambizioni francesi sulla scena mondiale dipendano da una massa
critica di Paesi legati alla Francia, per l’impronta culturale e linguistica
che Parigi ha lasciato» (Corsera,
9 luglio 2003).
(5) Significative sono le indicazioni di Eugenio
Occorsio, Le rappresaglie del
vincitore: Washington punisce gli ‘alleati’ europei in Limes/2-2003
La guerra continua.
I requisiti per soddisfare il concetto di democrazia liberale secondo
Diamond e Plattner sono cinque, il primo riguarda le libertà civili. Una
democrazia può essere considerata liberale solo se vi risultano adeguatamente
salvaguardate la libertà di fede, di espressione, di organizzazione della
protesta in assemblea. In secondo luogo devono essere garantiti a tutti i
cittadini parità di trattamento di fronte alla legge e certezza del diritto. La
magistratura deve essere indipendente e neutrale, non subordinata
all’esecutivo né ad alcuna parte politica, allo stesso tempo istituzioni di
responsabilità orizzontali, come le banche centrali o le autorità di controllo
dei mezzi di comunicazione, devono essere autonome e dotate di effettivi poteri.
Quarto, una democrazia liberale deve dar prova dell’esistenza al suo interno
di una società civile aperta dei media. Infine, le forze armate devono essere
poste inequivocabilmente sotto posto il controllo del governo democraticamente
eletto.
L’Italia di Berlusconi non riesce a soddisfare, in
varia misura il secondo, il terzo e quarto criterio necessari per qualificarsi
democrazia liberale. La legge, con questo governo, ormai non è più uguale per
tutti, non solo perché chi dispone dei mezzi economici ingenti ha migliori
opportunità di difesa di fronte ai tribunali (“Legge Cirami”), ma
l’esecutivo e la maggioranza parlamentare stanno apertamente promuovendo e
approvando misure che corrispondono agli interessi del presidente del consiglio
e dei suoi amici. Con riferimento al terzo criterio, la magistratura è sempre
meno autonoma (ma lo è mai stata?) e molte autorità e garanti italiani
dispongono di un potere ancora più limitato che nel passato. Passando al
quarto, il sistema mediatico italiano è semplicemente il meno liberale
d’Europa.
Questa situazione mostra l’involuzione dello Stato italiano dalle forme della
democrazia parlamentare ad una forma autoritaria incentrata sull’esecutivo,
anzi sul capo del governo.
In questo contesto storico, della protesta politica sono cambiati non solo gli
slogan, ma principalmente i numeri di partecipanti alle manifestazioni, ancor
maggiori dell’epoca dell’AUTUNNO CALDO. Una straordinaria caratteristica di
opposizione a questo governo è data dalla massiccia presenza ai cortei di
rappresentati della classe media colta, indignati per le azioni di Berlusconi,
ma anche sempre più indignati nei confronti della natura e della leadership
della coalizione di centro sinistra, che durante il suo governo non è riuscita
a costruire un corpus di pensiero che integrasse e bilanciasse il peso dei
“tecnici” e degli intellettuali liberali. Il centrosinistra governava
dall’alto, e le sue riforme o frammenti di riforme ricadevano su una
cittadinanza fondamentalmente passiva, senza ricercare un clima di entusiasmo
che avrebbe potuto sostenere alcune delle più valide iniziative del governo. In
più di un campo, valga ad esempio l’atteggiamento degli insegnanti nei
confronti della riforma della scuola, accadde esattamente l’opposto.
Il testo di Ginsborg (Berlusconi, Einaudi 2003)
sottopone a esame il
governo Berlusconi secondo i principi liberali (decisamente al di sotto in
almeno tre elementi essenziali per una democrazia formale), elaborando al
contempo una specie di “fenomenologia dei movimenti”, soprattutto del
movimento dei “girotondi”, riconoscendone la natura “media” di classe,
il carattere borghese. La carenza consiste nella mancata alleanza con la classe
dei lavoratori, come attesta la scarsa partecipazione al voto referendario del
15 e 16 giugno. L’obiettivo per i girotondini è esclusivamente il cambio di leadership, di classe dirigente e di
governo, non una reale
critica alle politiche economico-sociali dell’ultimo decennio, condivise nella
sostanza da centrosinistra e centrodestra, distinguibili prevalentemente per i settori sociali rappresentati.
Resta il fatto che la Casa delle Libertà, dilaniata
al suo interno da lotte di potere, è una compagine illiberale che, con gli
atteggiamenti della Lega Nord, il revisionismo storico di AN e le parole del
“liberale” Berlusconi, mostra la propria natura cupamente razzista e
reazionaria di fronte a tutta Europa.
Di Pierluigi Nannetti
"In questo scenario drammatico, la nostra
proposta è di mantenere ed anzi rinvigorire la speranza e insieme la necessità
di un orizzonte diverso. Fare un giornale oggi non significa per noi costruire
l’ennesima rivista che propone verità ortodosse parziali e frammentarie, nel
pulviscolo delle riviste ancora in circolazione. Significa invece riattivare la
discussione e la ricerca sulle categorie di Marx, di Lenin, di Gramsci, per
rivitalizzare il marxismo ed il leninismo in una fase in cui si danno per
defunte, aprendoci ai contributi che i compagni vorranno offrire al dibattito
teorico e all’iniziativa politica. Un giornale di ricerca e di discussione,
dunque, per contribuire alla ricostruzione teorica e politica del pensiero e
della prassi dei comunisti nel conflitto e nelle lotte sociali.
Le linee che
intendiamo sviluppare attraverso il progetto di nuovo giornale, che mettiamo a
disposizione per il più ampio confronto, sono le seguenti:
a) sviluppo della teoria e della prassi attraverso
l’approfondimento ed il riaggiornamento delle categorie del marxismo e del
leninismo, non nella chiave di una presunta ortodossia marx-leninista, ma in
quella problematica della ricerca e dell’iniziativa politica di massa; b)
confronto e impegno per sviluppare progetti di ri-aggregazione politica e
organizzativa dei comunisti sulla base di una chiara linea anticapitalista ed
antimperialista, e per contribuire alla definizione di un progetto di
trasformazione rivoluzionaria della società in senso comunista, fondato sul
radicamento di classe e non sull’avanguardismo iper- soggettivo avulso dai
movimenti dei lavoratori e di massa; c) promozione di iniziativa e azione
politica a carattere popolare per favorire la ricomposizione di classe dei
settori frammentati e polverizzati del proletariato.
La redazione del giornale sarà a cura dei compagni
dell’Associazione, ma intendiamo avvalerci anche di contributi esterni su
specifiche questioni; vorremmo inoltre aprire uno spazio per lettere, contributi
e critiche che invitiamo ad inviarci all’indirizzo e-mail: pianetafuturo@email.it"
È
nello spirito della frase finale, che mi sento di dovervi proporre le seguenti
considerazioni.
Pur apprezzando il vostro serio sforzo e la vostra intenzione di collocarvi in
un ambito di rivalutazione della tradizione marxista, debbo tuttavia
sottolineare che bisognerebbe prima di tutto riappropriarsi dei suoi contenuti
teorici e storici. Per parte mia, sono anche convinto che una vera e propria
riappropriazione farebbe anche comprendere che ogni tentativo di "riaggiornamento
delle categorie del marxismo", contrapposto ad una cosiddetta
ortodossia ritenuta nel migliore dei casi del tutto inutile, scadrebbe
inevitabilmente in una delle tante deformazioni, di cui la storia del movimento
comunista abbonda. Un esempio di ciò è incontestabilmente proprio la corretta
posizione da tenere nei confronti delle guerre imperialiste. Mi permetto di
trascrivere un brano tratto da un articolo di Lenin dei 1916. È solo un piccolo
brano, se pur altamente significativo, dell'elaborazione delle tesi e posizioni,
che, coerentemente con i principi del socialismo scientifico, Lenin propose al
movimento comunista di fronte alla prima guerra imperialista. Quelle tesi e
quelle posizioni non sono da "riaggiornare", ma con molta probabilità
sono da ben comprendere; e non tanto per "storicizzarle", ma per
riconoscervi la giusta interpretazione dell'epoca imperialista, che la prima
guerra mondiale palesò e che, nei suoi fondamenti, è presente tutt'oggi.
"La predicazione kautskiana del « disarmo »,
indirizzata ai governi attuali delle grandi potenze imperialistiche, è la forma
più abietta di opportunismo, di pacifismo borghese, e serve di fatto —
nonostante le « pie intenzioni » dei nostri melliflui kautskiani — a
distogliere gli operai dalla lotta rivoluzionaria.
Una classe
oppressa che non cercasse d’imparare a maneggiare le armi, che non tendesse a
possederle, meriterebbe di essere trattata da schiava….
Dinanzi a
questo fatto, si propone ai socialdemocratici rivoluzionari di formulare la «rivendicazione
» del « disarmo »! Ciò equivale a rinnegare integralmente il punto di vista
della lotta di classe, a rinunciare del tutto all’idea della
rivoluzione. La nostra parola d’ordine deve essere: armare il
proletariato per vincere, espropriare e disarmare la borghesia. È questa la
sola tattica possibile per una classe rivoluzionaria, una tattica che scaturisce
da tutto lo sviluppo oggettivo dei militarismo capitalistico e che è imposta da
questo sviluppo.
Solo dopo aver disarmato la borghesia, il proletariato
potrà buttare tra i ferri vecchi, senza tradire la sua funzione storica
mondiale, tutte le armi ed esso non mancherà di farlo, ma solo allora, e in
nessun caso prima.
Se la guerra attuale provoca nei socialisti cristiani
reazionari, nei piccoli borghesi piagnucoloni soltanto orrore e paura, soltanto
avversione per l’impiego delle armi, per il sangue, la morte, ecc., noi
dobbiamo dire che la società capitalistica è stata e sarà sempre un orrore
senza fine. E, se oggi la guerra, la più reazionaria di tutte le guerre,
prepara a questa società una fine piena d’orrore non abbiamo alcun motivo di
abbandonarci alla disperazione. Eppure, per il suo significato oggettivo, la «
rivendicazione » del disarmo — o meglio il sogno del disarmo – altro
non è che un segno di disperazione in un’epoca in cui, sotto gli occhi di
tutti, la borghesia stessa prepara con le sue forze la sola guerra legittima e
rivoluzionaria, cioè la guerra civile contro la borghesia imperialistica.”
Brani
tratti da Lenin, Sulla parola d’ordine del disarmo, ottobre 1916, o.c.
XXIII, pag. 93-94.
Un'altra
questione merita, secondo me, attenzione e studio. Voi dite che bisogna "riattivare
la discussione e la ricerca sulle categorie di Marx, di Lenin, di Gramsci, per
rivitalizzare il marxismo ed il leninismo". Mi pare che con ciò
poniate una questione non solo teorica, ma anche di ricerca della continuità
storica delle tesi che hanno caratterizzato il marxismo fino dalla metà del
diciannovesimo secolo. Ebbene, in questa ricerca, mi pare difficile non fare
alcun riferimento alla "Sinistra Comunista" e, in particolare per
quanto riguarda la storia del Partito Comunista d'Italia, a quella corrente del
socialismo italiano, che, nella crisi del primo dopoguerra e proprio nella
scissione di Livorno, ne costituì il fulcro fondamentale.
Permettemi
infine di segnalarvi due siti Internet, dove, sotto l'indirizzo
"Materialismo Dialettico", potete trovare, oltre ad altri testi,
riferimenti più precisi riguardo alle due questioni sinteticamente accennate:
"Imperialismo, guerra e rivoluzione" e "Storia della Sinistra
Comunista":
http://members.xoom.virgilio.it/dialettica/http://digilander.libero.it/materdial/
Vi ringrazio dell'attenzione e Vi saluto
Pierluigi
Nannetti
Di Angelo Ruggeri
Mostrando “sconcerto” tardivo
per l’esito del referendum del 15 giugno, i promotori vogliono coprire il vero
misfatto che non consiste nell’avere “scoperto”
in ritardo (!?) che il referendum poteva non raggiungere il quorum, ma
nell’aver vissuto la fase successiva alla raccolta delle firme in una totale
mancanza di mobilitazione, in una abulia assenteista. Una tale mobilitazione
implicava una presa di coscienza di massa che la posta in gioco, più della
“dignità” della persona, era il potere sociale dei lavoratori nei rapporti
di produzione. Il problema è quello di partiti chiamati “sinistra radicale”
anziché “comunista”, che sono subalterni al capitalismo di cui non indicano
mai il fine del socialismo come suo superamento, e che col maggioritario si
riducono a “macchine” elettoralistiche e di “potere gestionale” nel
partito e nelle istituzioni, a causa di un tatticismo esasperato e di
“vertici” sempre più stratificati in una “cupola” che sovrasta
dall’alto i militanti e la società.
«Sulla carta
non c’è partita. Il 90% della rappresentanza politica (da AN alla maggioranza
dei DS) e il 70% di quella sociale (da Confindustria e affini alla Cisl e Uil)
sono contro i due referendum per cui si vota oggi e domani e predicano
l’astensionismo (più o meno “militante”). Messa così, se votasse il
25% degli italiani sarebbe già un successo, oltre il 30% un evento ‘straordinario’».
Così si esprimeva su Il
Manifesto di domenica 15 giugno (giorno del voto) Gabriele Polo, con un giudizio
dell’ultima ora, retrodatabile, però, nel suo significato di fondo, alla fase
in cui la spinta alla richiesta del referendum sull’estensione
dell’efficacia dell’art.18 dello Statuto dei lavoratori, si era espressa tra
le asperità che hanno accompagnato, accentuandolo, un contrasto sociale e
politico che ha visto convergere le forze politiche che si contrastano in forma
addirittura di “canea” nelle assemblee elettive (Parlamento e consigli
comunali, provinciali e regionali) ma che sono sempre più evidentemente
“omologhe” sul terreno “sociale”.
Non ha pertanto alcuna apprezzabilità, dopo l’apertura
delle schede di lunedì 16 che ha confermato il fondamento della previsione,
avendo votato proprio il 25% degli aventi diritto, l’atteggiamento che,
con l’eccezione di Epifani della Cgil prima, e di Rossana Rossanda poi, ha
prevalso negli ambienti vicini ai promotori del referendum. Un atteggiamento
dominato dallo sconcerto” per quella che con una sorta di voluttà si è
conclamata come “sconfitta”, dicendola tanto più grave perché
“imprevista”: confortando così, la soddisfazione a vario titolo condivisa
da Polo, Ulivo e Confindustria, mai così pienamente allineati come nella
circostanza. Circostanza nella quale si è misurata la contrapposizione, tra
l’eredità delle forme della lotta di classe vissuta negli anni 60/70, e
l’esaltazione del dominio del capitalismo privato oggi enfatizzata con la
conversione dell’”ex PCI” da
partito c.d. “antisistema” a partito “di sistema”, secondo la formula
posta a base della fondazione del Pds.
Quello che è grave e va denunciato con forza, pertanto,
non concerne la coerenza dell’uso del referendum “in materia sociale”, sul
presupposto che esso debba essere usato “correttamente” solo in materia di
“diritti civili” (come nel caso del divorzio e dell’aborto), quanto
piuttosto che anche in questa circostanza, si deve registrare l’incapacità
(specialmente da parte di Rifondazione Comunista) di cogliere nell’istituto
del referendum in materia sociale, la possibilità di far valere quel ruolo
effettivo di “democrazia diretta” che il referendum come istituto non
rappresenta, se esso non viene riqualificato nella cultura marxista come
espressione della incapacità di autorganizzazione delle masse per
contrastare, sia sul terreno sociale che sul terreno politico, gli istituti
economici e politici del capitalismo.
Con ciò va sottolineato, infatti, che la plausibilità
del ricorso al referendum sull’art.18 era riferibile al fatto che, a
differenza di quanto suole avvenire per i referendum proposti dalla destra
politica e sociale, il comitato promotore era costituito non da gruppi di
potere della borghesia, come tali “antiparlamentaristi”, ma da
organizzazioni sociali (Fiom e Rappresentanze sindacali di fabbrica) e politiche
(R.C. eminentemente) che coniugavano la loro autonomia sociale e
politica rispetto ad altri partiti e sindacati (compresa una Cgil
giunta solo all’ultimo momento a propendere per
un “si” cosiddetto “critico”!), con la loro attitudine ad usare
l’istituto referendario nella prospettiva più coerente con la vocazione alla
lotta sociale e politica insieme.
Ne viene che lo “sconcerto”, tardivo, rivela la
funzione di “nebbiogeno” di tipo “irrazionale”, volto a coprire il
misfatto consistente non già nell’avere “scoperto” in ritardo (!?)
che il referendum poteva non raggiungere il quorum, ma piuttosto nell’aver
vissuto la fase successiva alla raccolta delle firme in una totale abulia
assenteista, concretatasi in una solo verbosa denuncia da parte dei vertici
dei vari promotori, della carenza di informazione radiotelevisiva sulla sempre
più imminente consultazione referendaria. Senza nemmeno proporsi quella
mobilitazione che avrebbe dovuto essere tanto allargata, per colmare la
differenza che risulta tra il coinvolgimento delle “centinaia di migliaia”
dei cittadini firmatari della richiesta di referendum, e il coinvolgimento dei circa
26 milioni di cittadini il cui voto è sempre necessario per il
raggiungimento del “quorum” richiesto per la validità stessa del referendum
in base alla Costituzione.
Tutto ciò era ben noto, ma non è stato evidenziato, per
la stessa ragione che è alla base del nascondimento che gli stessi promotori
hanno operato della motivazione reale del contrasto così netto ed ampio sulla
portata dell’art.18. Un nascondimento che era avvenuto già durante la
mobilitazione “per un pomeriggio solo” dei tre milioni che avevano ceduto
alle suggestioni di un Cofferati, che secondo chi gli aveva credito si è poi
“inopinatamente” defilato al momento del referendum. E infatti, non c’è
stata una mobilitazione per far vincere il “si” nel referendum tanto
contrastato, perché tale mobilitazione implicava una presa di coscienza di
massa sulla vera posta in gioco, che non era tanto la “dignità” della
persona, ma più sostanzialmente il potere sociale dei lavoratori nei rapporti
di produzione. Rapporti in cui capitale e lavoro si contrappongono in forme tali
per cui, se non sorretto dall’uso convergente del potere sindacale e dalla
legge fondativa dei diritti sociali, il lavoro rimane alla mercé del capitale,
e il padronato può licenziare anche senza giusta causa il lavoratore.
Non ci si è mobilitati, allora, perché persino le forze
di quella che viene chiamata “sinistra radicale” anziché “comunista”,
non hanno messo in chiara luce che la dignità della persona chiamata in causa
in senso generale negli art.2 e 3 della Costituzione, ha la sua specifica identificazione per ciò che concerne
l’organizzazione economica e quindi i rapporti sociali considerati nello “statuto dei lavoratori” del 1970,
in quell’art.41 che Berlusconi ha demonizzato come di stampo “sovietico”,
ma che le forze di “sinistra sociale e politica” non hanno più invocato
dalla fine degli anni ’70 in poi. Ciò nonostante che in tale norma (volta a
condizionare l’attività economica pubblica e privata “a fini sociali”) si
stabilisce in termini “assoluti” che l’iniziativa economica privata “non
può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno
alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana”.
Invece di scadere nelle ambigue discussioni sull’idoneità
del referendum ad intervenire in materia sociale, o sulla opportunità di
ricorrervi perché scende sempre più il numero dei votanti di fronte a un
“quorum” che alcuni vorrebbero abbassare però aumentando il numero delle
firme necessarie per proporre il referendum, occorre invece rimeditare il
significato dello spirito con cui la vita politica italiana si svolge, da quando
si è aperta anche formalmente la fase che va nel nome della c.d. “seconda
repubblica” e che risulta tutta giocata sulla sostituzione delle “riforme
istituzionali”, care alla cultura della borghesia sia reazionaria, sia
“modernizzatrice” di centro-sinistra. Occorre invece rimeditare su questa
fase della vita politica, ripensando alla lotta di classe perseguibile con gli
strumenti normativi e istituzionali che, in Europa, solo la Costituzione
italiana del 1948 ha predisposto, sia come superamento della Costituzione di
Weimar del 1919, sia come antitesi alla “costituzione europea” che oggi si
prospetta: i cui principi vengono tanto enfatizzati da una cultura giuridica
impari alla funzione rivelata da magistrati, docenti e avvocati nella fase con
cui la Costituzione fu invece interpretata in senso “alternativo” alle
scelte dominanti, quando ancora imperava il centrismo democristiano, nel segno
della “conventio ad excludendum” della sinistra comunista, e dei valori da
essa rivendicati in nome della Costituzione nata dalla Resistenza.
Ciò che è mancata completamente negli anni ‘80 e ’90 è quella funzione “dirigente” che le organizzazioni del movimento operaio esplicavano in modo conseguentemente democratico, e che praticamente è stata sostituita da una “personalizzazione” della politica in tutti o settori e partiti. Una personalizzazione diffusa dovuta ad una adesione reale (a stento smentita da verbosi richiami al ruolo democratico del sistema elettorale “proporzionale”) al principio maggioritario/uninominale, con l’aggiunta di un presidenzialismo che è tanto più deleterio in quanto accettato supinamente nei luoghi enfatizzati come “più vicini” ai cittadini, e cioè comuni, province e regioni. Questo in nome oltretutto di un federalismo che esclude istituzionalmente la possibilità di conflitto delle masse col luogo “centrale” del potere che è la vera e nuova forma “modernizzante” delle istituzioni di tipo federale sia “nazionale” che “sovranazionale”.
Col maggioritario, anche i partiti di c.d. sinistra si
riducono a mere “macchine” elettoralistiche o di autoriproduzione di
“potere gestionale” nel partito e nelle istituzioni. Il che in Italia ha
dato luogo all’emergere di quel “fenomeno” Berlusconi”
come prodotto spurio del capitalismo, che però si è deciso di demonizzare come
persona e non come “figura sociale”. Questo a causa della scelta di campo fatta da “due
sinistre”, moderata e radicale) entrambe volte a competere tra
loro su un terreno che vede strumentalizzare gli stessi “movimenti”, la cui
ispirazione appare peraltro tuttora priva non solo di una coscienza di classe e
di una concezione del mondo.
La denuncia della sconfitta del referendum – che non si
può sminuire almeno in quanto ha portato al voto favorevole undici milioni
di cittadini o democratici disposti ALLA LOTTA PUR SENZA GUIDA - rivela il
prevalere di una politica del “giorno per giorno”. Rivela un tatticismo
esasperato e personalistico volto a cercare “conferme” elettorali o
referendarie di scelte compiute tutte sulla pelle della società e soprattutto
dei lavoratori, contrapponendo le conclamate esigenze di “unità politica”
intorno a “capicorrente” litigiosi solo per smania di protagonismo e di
potere di governo, alle esigenze più essenziali di “unità sociale”.
Una unità sociale sulla base di un progetto di organizzazione della società e
delle istituzioni che non dipenda dall’alto dei vertici sempre più
stratificati in una “cupola” sovranazionale, in seno alla quale destra
e sinistra politica sempre più omologhe si contendono le “stanze dei
bottoni” dei centri di potere del governo della moneta e del governo delle
innumerevoli burocrazie radicatesi incontrollabilmente a livello “sovranazionale”,
dopo che si è deprecato il burocratismo dello stato-nazione in nome della
“privatizzazione”. Una privatizzazione che è servita a smantellare le
pre-condizioni dello stato sociale, per spostare ad un livello superiore allo
stato-nazione le forme di un nuovo tipo di potere statuale “allargato”
(appunto federalisticamente) forme del tutto disincagliate da principi di
controllo sociale e politico che, dopo tanti decenni di lotte, si era riusciti a
introdurre particolarmente negli anni 65-70, per effetto della Costituzione
italiana del 1948.
Ci si è così ridotti a scoprire (a tentoni e sotto il
premere di una quotidiana contesa limitata con Berlusconi) che la Costituzione
è un valore non già perché se ne devono rilanciare i principi di democrazia
sociale, ma solo per una rincorsa divenuta spasmodica a battere Berlusconi con
atti simbolici, eclatanti e draconiani, con sentenze della magistratura
ordinaria per reati commessi a “titolo personale” tramite i processi in
corso, o con sentenze della magistratura ordinaria per i reati eventualmente
commessi nell’esercizio delle funzioni di presidente del consiglio.
Una volta abbandonata a se stessa la Prima Parte della
Costituzione, che la destra già con Miglio negli anni ‘80 voleva sostituire
in nome del primato del “mercato” anziché del “ lavoro”) ci troviamo in
una situazione nella quale forze dell’alta borghesia e del ceto medio
(allineate ideologicamente a Berlusconi nella politica di classe a favore del
sistema delle imprese, come attestato proprio dalla convergenza di Polo e
Ulivo contro l’art.18) che come i “giorotondini” e simili esprimono il
loro patriottismo costituzionalistico solo per colpire “personalmente” il
politico che, demagogicamente, ha sfruttato il “maggioritario” consegnatogli
dal centrosinistra per insediarsi a capo dell’esecutivo, sostenuto ora passo
passo dal Presidente Ciampi, che risulta essere il vero dominus
(come confermano anche le rivelazioni del suo ruolo decisivo nella
sostituzione persino di un direttore di giornale, come il Corsera), che
non a caso è stato eletto per la convergenza di Polo e Ulivo e che si rivela
insensibile al “grido di dolore” delle “piccolo borghesi” gentildonne
dei “girotondi”, e di quanti su tale scia contribuiscono giorno per giorno a
erigere un varco sempre più largo tra il popolo democratico e le funzioni che,
nei "palazzi” nazionali e sovranazionali, si contendono il primato nella
gestione del potere.
Indirizzo WEB: http://utenti.tripod.it/illavoratore/
E- mail: Spartaco@ticino.com; oppure: angeloruggeri@libero.it
Una riflessione sul rapporto tra
democrazia formale e democrazia socialista.
Incontro tra la Redazione e Salvatore D’Albergo
Nel numero che presentiamo intendiamo avviare una riflessione ed un dialogo
sulla questione: Quale Comunismo?
Ci auguriamo con questa nostra iniziativa di aprire un dibattito tra i comunisti
che ancora si pongono il problema di ricostruire un progetto rivoluzionario di
massa, fondato sull’analisi scientifica della realtà e sulla individuazione
delle forze sociali che a questa trasformazione oggettivamente hanno interesse.
Iniziamo proponendo il resoconto di una discussione collettiva tra la Redazione
e il compagno Salvatore d’Albergo, studioso marxista del diritto, sul rilancio
di un “Progetto Comunista”.
È nostra
intenzione aprire in questo modo un dibattito a più voci sulla attualità di un
progetto socialista e conseguentemente dedicheremoalcune pagine dei
prossimi numeri della rivista a questa confronto, chiedendo contributi ad altri
compagni impegnati su questo fronte. Contemporaneamente auspichiamo che i
lettori siano stimolati ad intervenire attraverso articoli, lettere o e-mail,
così da rendere ancora più ricco e plurale il dibattito.
Altri
assi lungo i quali vorremmo rifertilizzare la discussione sono: la questione del
lavoro; l’analisi dell’imperialismo connessa all’analisi delle classi
(nesso essenziale se non si vuole cadere nelle confuse nebbie dell’Impero di
Negri & co.); il problema della transizione come ricostruzione di un blocco
storico e sviluppo di una soggettività rivoluzionaria (il rapporto tra classe
in sé e classe per sé, tra struttura di classe e coscienza di classe, ecc.);
la lettura critica delle esperienze storiche e attuali dei Paesi e dei partiti e
movimenti politici che si sono rappresentati come antagonisti al modo sociale di
produzione capitalistico.
Tutto
ciò nella consapevolezza che sia ormai necessario un salto di qualità della
teoria della prassi: molto si è fatto in termini di critica del capitalismo, di
critica dell’economia politica (anche se su alcune questioni, come
quella della relazione tra capitale finanziario e capitale “produttivo”, non
ci sembra siano presenti interpretazioni adeguate alla fase), mentre poco si è
costruito (ovviamente anche a causa di difficoltà oggettive) in termini di
progetto di società altra, di nuovo modo sociale di produzione, di nuovi
rapporti sociali tra le persone.
Ecco,
questo percorso vorremmo iniziarlo con te, con questa specie di intervista
collettiva, e continuarlo con te e altri interlocutori, stimolando interventi e
riflessioni di compagni esterni alla redazione.
Il
primo passaggio di questo percorso pensiamo debba essere proprio
l’individuazione delle questioni centrali che devono essere messe in agenda
per un rilancio del dibattito sul progetto socialista, pur senza la pretesa di
essere immediatamente esaustivi e sistematici.
Forse
un primo punto da toccare potrebbe essere, se sei d’accordo, quello di
“rifare i conti” con le esperienze che si sono richiamate al socialismo
evitando un duplice errore: quello della rimozione pregiudiziale e acritica,
quello della tentazione nostalgica spesso innescata dal timore dell’assenza di
riferimenti o ancoraggi ad “esperienze statuali” del passato e del presente.
Atteggiamenti speculari e purtroppo assai diffusi anche nella “sinistra (più
o meno) antagonista”. Analizzando in connessione la dialettica interna ed
esterna dei “partiti e dei movimenti” e degli “stati” che si sono
proclamati “socialisti” (o “comunisti”), sia sul piano delle esperienze
storiche terminate (i “paesi dell’est”, la Cina maoista, i movimenti
marxisti latinoamericani, ecc.), sia su quello della contemporaneità: partiti e
stati che in qualche misura continuano a richiamarsi al socialismo.
Vorrei
innanzitutto collegare gli elementi richiamati senza scinderli per focalizzare
su un punto: come progettare essendo usciti da una crisi storica, come
concepire il marxismo. Perché l’insoddisfazione acuta che io provo è
quella di continuare a fare i marxisti come metodo, non essendo più sicuramente
marxisti come protagonisti. Non a caso tra i marxisti esiste un dibattito
diffuso su cosa è il marxismo, mentre tra i non-marxisti prevale l’interesse
a considerarlo un metodo. Quindi dobbiamo distinguere da subito il marxismo
dell’accademia dell’accademia e quello dei gruppi dirigenti di partito, da
una parte, Marx, Engels, Lenin e Gramsci, dall’altra. In questo quadro è
decisiva la periodizzazione: prima del 1945 e dopo il 1945, questo perché il
problema decisivo riguarda l’analisi marxista del cosiddetto “socialismo
reale”, termine peraltro coniato dall’avversario di classe. Quindi vanno
criticati gli accademici con i vizi dell’accademia, ma va rimossa anche la
teoria di partito sul marxismo che soffre dei vizi dell’egemonismo
para-accademico come forma di autoritarismo, sì che allora il problema è
vedere a partire da questi quattro pensatori – ho saltato Stalin, invece va
messo per poi criticarlo – come mai non si vuole essere marxisti se non nella
critica del capitalismo, che ormai sanno fare anche i capitalisti, sicché ormai
tale limitata critica marxista non produce niente. Certo questo tipo di marxismo
fa salva una capacità di analisi, forgia anche nuovi critici che si fanno
trascinare su questo terreno, ma non a caso secondo me c’è un ritardo
nella formazione della coscienza di classe, che è pregiudiziale a tutto
questo, che non richiede necessariamente di appartenere materialisticamente alla
classe per essere portatori della coscienza di classe. Altrimenti cadremmo
nell’alibi dell’abbandono del marxismo della cosiddetta sinistra di oggi,
secondo il quale la classe bisognosa non è più la maggioranza e
quindi...Allora io sono stato un “cretino” a diventar comunista che non
facevo parte dei più bisognosi?
Allora
il problema diventa questo: siccome nel processo storico sono avvenuti quei
mutamenti sociali che hanno dato l’alibi per trasformarsi in riformisti, noi
dobbiamo invece trovare gli elementi per riaccreditare il marxismo che non è
vero che è obsoleto, perché trova nella trasformazione della struttura reale
dei rapporti sociali le ragioni per fondare la critica su una capacità di
proposta. Quindi è giusto parlare di “Progetto Socialista”.
La
tendenza a riconoscere che sono “diminuiti i bisognosi”, salvo poi scoprire
che il 2% del mondo sta bene e il 98% no, sottovaluta che essere comunisti
significa connettere nell’analisi del lavoro lo sfruttamento e
l’alienazione, anche se diminuisce lo sfruttamento aumenta l’alienazione:
Si dice che il lavoro diventa “tutto intellettuale” e allora cosa dobbiamo
fare? diventare tutti fascisti? Sostenere che se ormai il proletario consuma e
risparmia e si sviluppa il lavoro autonomo (magari in parte più asservito di
quello dipendente) non c’è più sfruttamento non ha senso. Lo stesso
movimento del ’68 denuncia la dipendenza che non ha solo il carattere dello
sfruttamento più brutale, ma comporta alienazione.
Si
deve quindi capire che nell’analisi del blocco storico dobbiamo tener conto
degli aspetti economici evitando l’economicismo, ma anche degli aspetti
etico-politici, e capire perché certe analisi sfuggono anche a certi marxisti:
se sono accademici a causa delle partizioni del sapere, se sono dirigenti di
partito, salvo alcuni elementi geniali, tra i quali finalmente si deve
riconoscere che c’è anche Togliatti (spero che tutti quelli che hanno
criticato la Costituzione ora la finiranno sapendo che addirittura qualcuno, che
sarà barbaro, la chiama “sovietica”) e il suo contributo alla definizione
della Carta Costituzionale, basti pensare all’art.41, un Togliatti che va
riscoperto specialmente ora di fronte alle cadute liberistiche e al disgusto per
i giuristi di sinistra che stanno lavorando alla Carta Costituzionale europea,
tipo Bronzini, che è più arretrata di quella di Weimar...
Dobbiamo
quindi mettere a fuoco un punto: nello sviluppo storico la società presenterà
sempre più elementi della cosiddetta “automizzazione” dalle forme
precedenti dello sfruttamento, ma sempre nell’ambito del dominio e delle forme
con cui oggi si presenta, che sono sempre più quelle del capitale finanziario.
La questione del capitale finanziario è però relegata all’interno di
uno specialismo così chiuso che neppure tutti gli economisti ne parlano. E i
dirigenti di partito meno che mai, in quanto troppo presi dal problema del
contingente (il volantino del giorno dopo, la preparazione della riunione di
Direzione, ecc.). Ma se fare teoria significa fare teoria della prassi dobbiamo
tornare a rileggere Gramsci e Togliatti, non a caso morto Togliatti il PCI è
entrato in crisi (“Critica Marxista” è una rivista fatta da persone che
senza Togliatti non avrebbero saputo scrivere), un pallido leninismo è rimasto
in Berlinguer, e non a caso esplose subito dopo la morte di Togliatti il
contrasto tra Amendola e Ingrao. Scomparso un intellettuale-dirigente della
potenza di Togliatti, si forma un gruppo dogmatico che fa dogmatismo
sull’immediato e lo camuffa come marxismo reinterpretato con l’autoritarismo
del dirigente di partito. Quindi dobbiamo riprendere il marxismo come
marxologia, connettendo gli elementi nuovi con il contributo essenziale dei
“fondatori”, e alla loro visione organica. Quando questa organicità si è
persa sono nati l’ambientalismo, il femminismo, il sessismo, la scissione del
tema della guerra dal resto... Pensate che nel campo degli studi giuridici uno
studioso bravissimo è Allegretti, se vede il tema della guerra, ma al resto dà
minore rilievo, anche se la guerra stessa ha incidenza su elementi strutturali,
sul ruolo del Fondo Monetario Internazionale, ecc., ma questo diventa un
problema di economia e quindi viene scisso, come specialistico. Invece il
dirigente di partito ha unaltro vizio: fare l’analisi della realtà sulla base
di ciò che deve proporre il giorno dopo ad una riunione di segreteria...
Manca una critica conseguente
del sistema chiamato di “democrazia classica”, lo vogliamo dire o no che la
democrazia del sistema anglo-americano non è democrazia! Come si spiega il caso
di dirigenti comunisti entusiasti dai viaggi in America?...
Si
discute se il fascismo sia stato autoritario o totalitario. Questo dibattito è
stato innescato per nascondere che i sistemi cosiddetti democratici sono in
realtà autoritari. Il sistema britannico e americano sono due forme
equivalenti di autoritarismo, il fatto che gli inglesi quando è spuntato prima
Mussolini e poi Craxi hanno detto: “Finalmente in Italia si vede qualcosa di
nuovo...” è legato al fatto che il primato del governo per loro è
istituzionalizzato, per cui comanda solo il governo, l’unica differenza è che
loro non hanno legittimato il sistema a partito unico, ma vantano il governoa
partito unico! Gli studiosi della materia definiscono i sistemi anglo-americani
come “società omogenee”, mentre la società italiana e in genere quelle
continentali sono definite “eterogenee”.
La
lotta di classe non c’è in Inghilterra e in America, come si vede dai
bellissimi film di Ken Loach che manca il partito, la lotta sindacale non può
essere sola, da cui poi il problema del rapporto tra partito e sindacato...