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pianeta futuro

 numero 0 - luglio 2003        

Sommario

EDITORIALE NUMERO ZERO  LUGLIO 2003

  Avete tra le mani un numero sperimentale di rivista dell’Associazione di politica e cultura comunista “Il Pianeta Futuro”.
La rivista segna un nuovo impegno per rilanciare e ridefinire un progetto comunista e affianca il tradizionale foglio
Il Pianeta Futuro di cui sono usciti numerosi numeri nei tre anni di attività dell’Associazione.
Senza velleità e consapevoli dei nostri limiti, vogliamo comunque offrire un contributo alla rielaborazione della teoria e della prassi comuniste.
La situazione dal punto di vista generale è sempre più involuta: il 21° secolo è nato sotto l’egida dell’imperialismo americano che per mantenere il dominio economico planetario non esita a ricorrere sempre di più anche ai classici strumenti del colonialismo: occupazione militare, gestione diretta dei paesi occupati, controllo unilaterale delle risorse locali.
L’Europa, pur con mille contraddizioni, si va costituendo e configurando come polo imperialistico autonomo non solo economicamente ma politicamente, e in prospettiva si misurerà sullo scacchiere mondiale anche in ambito militare, gli strumenti della politica e della diplomazia essendosi rapidamente consumati nella preparazione alla guerra/invasione dell’Iraq.
In Italia, oltre alla disgregazione sociale del proletariato e dei lavoratori, all’origine della sconfitta referendaria sull’estensione dell’articolo 18 e del parziale arresto dei tentativi di riaggregare settori di classe e sociali non raggiungibili sindacalmente o politicamente, assistiamo ad uno stravolgimento anche dei principi liberali che stanno alla base della democrazia formale per la peculiarità del personaggio Berlusconi, pronto a tutto per salvare se stesso e per servire il padrone americano.
La ridefinizione dei rapporti di forza tra padronato e lavoratori, tra borghesia e proletariato, avvenuta dalla seconda metà degli anni ’70, le sconfitte sindacali e sociali subite negli anni ‘80 e ‘90, hanno spostato verso destra l’asse politico nazionale ed europeo  e soprattutto  si è eclissata la rappresentanza della classe operaia e del proletariato come soggetto politico e sociale antagonista al sistema capitalistico. Soggetto che, fino agli anni ’70, aveva comunque mantenuto una connotazione di classe pur nelle compatibilità politico-istituzionali e della rappresentatività parlamentare. I processi di ristrutturazione, la debacle sindacale  a partire dalla sconfitta alla Fiat nel 1980 hanno assestato un duro colpo alla combattività del movimento operaio e alla sua centralità nella lotta economica e politica; la frammentazione della forza lavoro, la nascita del precariato sono fenomeni da approfondire ulteriormente per costruire una nuova soggettività antagonista trasversale al mondo del lavoro e del non lavoro.
La cosiddetta “seconda repubblica”, con la legge elettorale maggioritaria, ha frammentato la rappresentatività sociale e politica, determinando persino la crisi dell’interclassismo classico su cui si è fondato il potere democristiano condizionando la stessa esperienza del
compromesso storico. Il risultato è che, dopo le ferite inferte dai governi del centrosinistra ulivista ai diritti dei lavoratori, allo stato sociale e alla Costituzione nata dalla Resistenza, si è prodotto un blocco sociale populista e reazionario, espresso dall’alleanza politico-sociale tra glia mbienti più retrivi della borghesia con il consenso di vasti settori popolari, deprivati di coscienza e di prospettive di emancipazione sociale. Un mix di xenofobia, nostalgia post-fascista e iperliberismo, la cui aggressività ben si conforma allo scontro in atto a livello internazionale tra due ipotesi di dominio neo-imperialista: quello (attualmente sconfitto) della “borghesia progressista” (di centrosinistra o social-liberista in Europa, “democratico” negli Usa) e quello neo-conservatore (incarnato dall’Amministrazione Bush e dai governi del centrodestra di Aznar e Berlusconi, con la variante bipartisan di Tony Blair).
In questo scenario succintamente delineato (e dunque necessariamente impreciso e incompleto), si pone la questione del che fare. In questi ultimi anni si è affermato un esteso movimento “antiliberista”, il cui pregio maggiore è di aver rinnovato l’attenzione per la politica nelle giovani generazioni, coniugando l’impegno personale nel sociale con le questioni politiche generali. È invece mancata finora una critica generale del sistema basata sulla consapevolezza che il liberismo rappresenta una delle possibili modalità di ristrutturazione capitalistica dei rapporti tra le classi a livello nazionale ed internazionale, nell’ambito della rinnovata proiezione imperialistica e di concorrenza neo-colonialista. Per mantenere radicalità e combattività, il movimento no/new global dovrebbe riuscire a fare un salto di qualità così da porsi come movimento antagonista al capitale, ma è probabilmente questo il suo limite più grande e forse insuperabile per questo soggetto prismatico. I comunisti, pur stando dentro ogni istanza radicale di movimento, devono lavorare per far maturare un’altra prospettiva che non sia semplicemente quella dei diritti globali, ma di un’altra società senza sfruttati e sfruttatori.
Grave è l’assenza poi del soggetto politico comunista che abbia la volontà e la capacità di ricostruire un blocco sociale antagonista, in grado di indicare un progetto di liberazione, attraverso un percorso di lotta radicale e coerente.  

La questione del comunismo e di cosa debbano oggi fare i comunisti rimane dunque fondamentale: non si esce dalla barbarie del capitalismo e dei rapporti conflittuali tra imperialismi e colonialismi se non rovesciando i rapporti economico-sociali esistenti, avviando processi di costruzione di un nuovo sistema e di una nuova società fondata sull’eliminazione della disuguaglianza di classe. Confrontarci sulla questione novecentesca del comunismo e del socialismo come fase di transizione ci sembra perciò determinante, per non cadere nelle opposte illusioni che l’unica opposizione possibile sia una generica “disobbedienza all’Impero”, o che la rivoluzione sia un processo geologico che fa maturare l’emancipazione sociale con il semplice allargamento dei diritti a tutti, oppure ancora che il comunismo si conquisti semplicemente con l’uso delle armi o con atti insurrezionali di palingenesisociale per determinare in un sol colpo il rovesciamento dei rapporti di forza tra le classi a favore degli oppressi.
Se il processo rivoluzionario si configura come una profonda trasformazione dei rapporti tra le classi, occorre ricostruire una coscienza di classe condivisa tra le differenti soggettività che subiscono il dominio del Capitale per un nuovo progetto comunista.attraverso la nostra rivista vorremmo sviluppare non solo elementi di analisi, ma anche di ricerca e proposta per un rinnovato programma politico ed organizzativo dei comunisti. Intendiamo focalizzare di volta in volta alcune questioni cruciali, dedicando il corpo centrale ad un inserto monografico,
La lente della talpa, che in questo numero apre il dibattito sul rapporto tra democrazia e comunismo, in una discussione collettiva tra la Redazione e il compagno Salvatore d’Albergo. Infine, lo spazio della quarta pagina è aperto a lettere, critiche ed interventi che vorrete inviarci e che sollecitiamo.
Ci auguriamo che il nostro sforzo fornisca elementi utili al dibattito tra i comunisti (e non solo), per rilanciare un progetto rivoluzionario di massa, per la società comunista.

La sconfitta referendaria
figlia della debacle trentennale

  Un programma minimo che rimetta al centro della teoria e della prassi politico-sindacale e sociale la centralità della contraddizione capitale lavoro.

 

di Federico Giusti

  Non raccontiamoci delle storie: la battaglia referendaria è stata persa e non sono gli undici milioni di sì a rendere meno amara una sconfitta politica, strategica e culturale.
Noi tutti sapevamo quanto arduo fosse il raggiungimento del quorum di fronte ad un silenzio mass-mediatico e ad una dichiarata opposizione al referendum che accomunava CdL, gran parte dell’Ulivo, la piccola e media impresa, Governo, Confindustria e buona parte del terzo settore, ma nella peggiore delle ipotesi eravamo certi di portare alle urne quasi il 40% degli aventi diritto.
Dati alla mano non avevamo capito nulla, confusi dalle manifestazioni oceaniche contro la guerra, ci eravamo illusi di avere raggiunto una egemonia culturale e politica nel corpo sociale con alcune significative ripercussioni  sociali e perché no, elettorali ed istituzionali.
Neppure la morte delle centinaia di migranti a bordo delle carrette dei mari provoca uno sdegno politico e morale in una sinistra sempre più istituzionale e subalterna ai poteri forti (con la pia illusione che Fassino, Rutelli e D’Alema rispondano alla base).
Ritirate strategiche, strategie della lumaca, esaltazione del movimento, municipalismo sono alcune delle ipotesi strategiche tracciate in queste settimane, alcune condivisibili, altre da rigettare in toto, tutte comunque funzionali alla salvaguardia dell’attuale classe dirigente e al mantenimento di opzioni perdenti.
Avevamo dimenticato che le adesioni etiche e morali alle manifestazioni contro la guerra, per quanto giuste e utili siano, alla fine non producono alcun risultato sociale e politico, le forme di lotta più dure rimangono allo stato simbolico e lungi da conquistare una radicalità di massa sono funzionali alla pubblicità di qualche area politica (i Disobeddienti e i Giovani Comunisti).
Le stesse Amministrazioni locali di centro sinistra, dopo anni di subalternità alle basi Americane, se manifestano qualche perplessità non vanno oltre dichiarazioni sulla stampa contingentemente a qualche iniziativa di piazza (per non perdere faccia ed elettori) e, nei mesi successivi, non c’è traccia del Movimento che dovrebbe invece incalzarle inserendo il rifiuto dellaguerra e la smilitarizzazione dei territori nell’agenda politica d’ogni giorno (anche questo è antimperialismo) .
 Alcuni leaders sindacali e politici spiegano la sconfitta referendaria con gli ultimi 25 anni di idolatria del mercato, della flessibilità e della subalternità al padronato; la santa alleanza Lega-Coop (favorevole al Patto per l’Italia e contro la estensione dell’art 18 alle cooperative non dimentichiamolo), terzo settore e piccola impresa ha potuto ben più dei richiami giusti ma deboli alla estensione dei diritti.
Niente di più vero e di più scontato, ma invece di scoprire l’acqua calda ci dicano quale progetto hanno per ricomporre una classe frammentata, divisa tra lo sfruttamento dei lavori di basso profilo, la giungla dell’atipico, lo sfruttamento in cooperativa e nelle piccole e medie aziende. La ricomposizione di questi soggetti non può avvenire sulla base della moltitudine disobbediente (che allo stato attuale maschera da soggetti ribelli ceti politici di Rifondazione, e alcuni centri sociali quasi del tutto avulsi dalle dinamiche lavorative e dalle lotte al loro interno), ma neppure con il protagonismo nei forum sociali oggi in palese riflusso e comunque in gran parte estranei alla contraddizione capitale lavoro.
Il sindacalismo di base sembra combattuto tra una logica di autorappresentanza e una scelta movimentista sempre più confusa, a discapito della costruzione di percorsi sociali, ben più faticosi e lunghi ma alla fine  i soli a produrre risultati e cambiamenti nei rapporti di forza, per riprendere percorsi di lotta nei luoghi della produzione e della circolazione delle merci.
La Cgil, se conduce una giusta e condivisibile battaglia tra i metalmeccanici, nel Commercio, nella Pubblica Amministrazione conclude accordi senza democrazia sindacale, con aumenti al di sotto della inflazione reale, barattando esternalizzazioni\privatizzazioni di servizi con una richiesta di contratti di area, invocando previdenza integrativa (i crac finanziari usa degli ultimi anni non insegnano niente?) e patto di stabilità (lo stesso che ci ha fatto perdere negli ultimi anni quasi il 10% del potere di acquisto). Per quali obiettivi allora scendono in piazza, giustamente, tanti lavoratori e tante lavoratrici? Se esistesse il Movimento da molti invocato, essonon dovrebbe dettare le linee di una radicalità sindacale e sociale alternativa alla perdente concertazione degli anni novanta? È possibile che non si vedano invece le spinte corporative anche in settori nei quali le lotte sindacali sono state forti, radicali e in parte vittoriose come i Trasporti, dove è nato un sindacato di base categoriale che vanifica gli sforzi verso uno strumento di classe capace di unificare più settori? Dovrebbero indurre a riflessione le sconfitte elettorali di RC e la perdita di voti ogni volta che si presenta separata dall’Ulivo, come se nel popolo di sinistra prevalesse una spinta unitaria non sui contenuti e sui programmi ma semplicemente sui numeri, a discapito di ogni ipotesi riformatrice, di una semplice coerenza tra il dire e il fare (avete visto “l’amato” Ciampi sottoscrivere la Legge salva Berlusconi dai processi?).
Il PRC dalle pagine di Liberazione alterna esaltazioni del movimento con qualche segnale poco incoraggiante verso una alleanza programmatica con il centrosinistra (che dopo il 16 Giugno parte da posizioni ancora più forti per imporre la sua “flessibilità controllata”) il tutto con tatticismi esasperati e una strategia politica schizofrenica sospesa tra la subalternità alla Cgil e l’esaltazione della disobbedienza, senza una linea sindacale e un’ipotesi di rilancio del lavoro di base\massa (sostituito dalle comparse televisive telegeniche del segretario e dei suoi cloni più o meno giovani).
Le migliaia di bandiere della pace hanno occultato un'altra verità,  la strumentale adesione al pacifismo del centrosinistra che dopo l’11 Settembre ha compreso come il ricorso Usa alla guerra permanente abbia come obiettivo anche l’indebolimento del polo imperialista europeo e il rafforzamento dell’egemonia nei settori nevralgici della tecnologia industriale e militare.
Quindi ripartiamo da capo, senza abiure ma rivedendo in toto la strategia “movimentista” degli ultimi anni, e a tal riguardo suggeriamo alcune ipotesi

  1.    Politici e manager senza visione del futuro hanno trasformato l’Italia in una colonia industriale (1)
Le privatizzazioni degli anni novanta hanno distrutto la competitività italiana in numerosi settori industriali nell’illusione che la old economy e la centralità della manifatture fossero al tramonto (oggi per grandezza di fatturato si trovano ai primi posti proprio le multinazionali della vecchia economia con il forte ridimensionamento delle new entry di 4 o 5 anni fa). Niente di più miope, con i soldi pubblici sono stati risanate industrie poi spezzettate e rivendute spesso a costi irrisori  e con il beneplacito del centro sinistra che appoggiava i “Governi tecnici”. Una subalternità politica e culturale, quella della sinistra italiana,  al liberismo e alle privatizzazioni che ricordiamo nel nostro paese si concretizzano prevalentemente nella dismissione della industria pubblica. La stessa Fiat beneficiando di sgravi e aiuti di ogni genere ha avviato con la gestione Romiti una politica  di mera speculazione finanziaria di impoverimento della produzione e della ricerca (2).
Se oggi la sinistra vuole avere qualche voce in capitolo deve ricostruire un progetto credibile

·        Per il rilancio della ricerca a fini del puro sapere e della produzione

·        Boicottare non solo la riforma Moratti e il ritorno al modello fascista di istruzione (Gentile & Co.), ma costruire un’opposizione di lungo corso sui temi della educazione, della scuola e della ricerca (la firma della Cgil per il contratto scuola è un esempio eclatante di politiche concertative da abiurare e criticare senzaopportunismi), contro la cultura aziendalizzatrice e le false autonomie scolastiche.

·        Una battaglia culturale che non ammetta sconti ad una controparte che ricorre perfino ai temi di maturità per riproporre ed imporre una lettura della storia novecentesca funzionale alla riabilitazione del fascismo secondo canoni reazionari e di un anticomunismo becero di cui larghi settori popolari sono imbevuti, grazie alle abiure e agli opportunismi della sinistra e dei loro intellettuali pronti a liquidare i Centri Gramsci per sedere alla Direzione di Spa per la gestione dei servizi un tempo pubblici.

  2.    Tutto ebbe inizio con la legge 863, promulgata il 19 Dicembre 1983, il primo di una serie di regali di Natale Esito del cosiddetto Protocollo Scotti (di quello stesso anno) sul costo del lavoro, prototipo della futura e nefasta concertazione sindacale (3)
«Tanti galli a canta non fanno mai giorno»: un detto popolare romanesco di origini illustri, ma utile a rendere l’immagine di una concezione lavorativa e sociale, quella della flessibilità, da più parti denunciata e mai seriamente combattuta. Abbiamo prima citato a tal riguardo l’opinione dei DS, del resto una ipotesi di legge di qualche anno fa era disposta a barattare qualche diritto in più per gli atipici con minori tutele per i\le lavoratori\trici a tempo indeterminato.
La flessibilità non va accettata, ma combattuta e sarebbe necessario che la stessa prassi sindacale della Cgil sposasse una linea non di compromesso con una teoria che si poggia esclusivamente sullo sfruttamento intensivo della forza lavoro e sulla eliminazione dei mansionari e deiprofili professionali.
Non è possibile dimenticare la lunga marcia ventennale verso la flessibilità costruita dentro la Pubblica Amministrazione e nei settori pubblici, resa possibile dalle politiche concertative della triplice. Si ricordi sempre la tendenza intrinseca alla media e piccola azienda italiana, a partire dalla adesione allo SME del 1979 ad utilizzare il massimo sfruttamento della forza lavoro e le oscillazioni monetarie per accrescere la propria competitività. La sconfitta referendaria ha quindi origini lontane, venticinque anni di politiche sindacali, sociali e culturali subalterne al Capitale e ai suoi interessi stratificano opinioni, consensi e luoghi comuni difficili da confutare. L’errore peggiore sarebbe quello di non comprendere come la accettazione della subalternità, la mancata opposizione si traducano non solo nella perdita di diritti ma in sconfitte politiche; il perseverare della Cgil, quindi, in una politica subalterna non fa che indebolire ogni ipotesi conflittuale ed antagonista, così come  nuoce la incapacità di costruire percorsi credibili sulle tematiche lavorative e precarie (4), da parte delle aree autorganizzate, del sindacalismo di base e dei  “Movimenti”  così lontani dalla centralità della contraddizione capitale lavoro e dai suoi molteplici risvolti in pratiche sociali e politiche conseguenti.

  3. Le pensioni e i salari
Da almeno un quindicennio, l’imperativo categorico dei governi è la limitazione della spesa pubblica  che tradotto in linguaggio comprensivo vuol dire contrarre i costi sociali, perdita del potere di acquisto di salari e pensioni, a vantaggio dei profitti e delle speculazioni finanziarie (5).
L’attacco alle pensioni è imminente e lo comprendiamo dalle manifestazioni in Francia che hanno paralizzato per settimane il paese con organizzazioni sindacali riformiste ma determinate a impedire, anche violando ogni forma di regolamentazione dello sciopero, lo scippo della previdenza. La stessa Cgil ritiene la previdenza integrativa una conquista nonostante che la Riforma Dini le incentivazioni al prolungamento del lavoro, le ultime Finanziarie che riducono versamenti contributivi a carico delle imprese, abbiano determinato una perdita del potere di acquisto e il prolungamento degli anni lavorativi (lavorare di più e guadagnare meno: questo è il risultato degli accordi conclusi negli anni ‘90) (6).
Non solo c’è bisogno di conoscere il rapporto tra lavoro  e pensione e  di una strategia mirante a combattere i fondi integrativi, ma bisogna attrezzarci a sostenere sulle pensioni una battaglia sindacale e politica con ampi risvolti sociali (perché il rapporto tra Pensioni, Sanità e Welfare non si riduca alla pura sussidiarietà), senza arretrare di un centimetro nella iniziativa contro le nuove leggi sul mercato del lavoro, difesa dei salari e del loro potere di acquisto che, dati alla mano, sono in piena fase regressiva (7).
Se non riusciremo a incamminarci su questa strada sconfitte ancora più amare di quella referendaria si intravedono al nostro orizzonte.

Note

(1) Luciano Gallino, La scomparsa dell’Italia industriale, Einaudi 2003;

(2) Massimo Mucchetti, Licenziare i padroni?, Feltrinelli 2003;

(3) AA VV, L’Italia flessibile. Economia, costi sociali, diritti di cittadinanza, Il manifesto libri 2003;

(4) A meno che non si voglia barattare come intervento sociale e politico nel precariato le street parade e le feste in qualche luogo occupato… Recenti inchieste ed analisi statistiche evidenziano come il precariato sia un universo complesso, frammentato e non riconducibile ad un'unica realtà, per la molteplicità di figure, per le differenze sociali, salariali e contrattuali. Pensare, come fa la Cgil di regolare il precariato vuol dire non comprendere la natura offensiva dei processi in atto miranti a ridurre potere di acquisto contraendo diritti e spazi di agibilità sindacale e sociale.

(5) Salvatore Rossi, La politica economica italiana 1968\2003, Laterza 2003” . L’autore  responsabile del centro Studi Banca d’Italia  riassume in poche battute il pensiero diffuso e trasversale negli schieramenti politici, insomma il punto di vista del grande capitale economico e finanziario: «I guasti perpetrati dal meccanismo di scala mobile  architettato nel 1975 sono…ormai evidenti a tutti:si distorce  l’allocazione nel sistema economico del fattore di lavoro causando perdite globali di produttività; si innescano rincorse salari-salari volte a contrastare l’appiattimento dei differenziali retributivi…» (op.cit., pag. 57).

(6)F.Carrera, M.Lmirabile, Lavoro e pensione, Ires Cgil   Ediesse 2003;

(7)  Italia Oggi 24\5\2003.

  La strategia Usa
Il ritorno alla politica delle cannoniere

di Giovanni Bruno

  È sorprendente leggere su uno dei giornali più politically correct per il movimento antiliberista, Le Monde Diplomatique, un articolo del teorico del “pensiero unico” Ignacio Ramonet titolato Neo imperialismo.
La categoria di imperialismo, infatti, è stata ed è tuttora al centro di una battaglia politica e non solo teorica che divide le componenti del movimento, attraversa organizzazioni politiche e politico-sindacali, si ramifica nelle associazioni. La questione, che fino a pochi mesi fa sembrava un puro esercizio retorico o un narcisistico sfoggio accademico, si è invece affermata con la forza dell’evidenza per l’evoluzione politica, diplomatica e militare che da metà del 2002 fino al dopo-guerra in Iraq abbiamo osservato e a cui ci siamo opposti con articoli, volantini, presidi, manifestazioni, movimento.
Se persino un maître a panser come Ramonet riconosce che con l’arrivo in Iraq di Garner (poi sostituito con Bremer) «e la sua squadra di 450 amministratori, non si può fare a meno di pensare che nell’attuale fase neo-imperialista, gli Stati Uniti si stiano facendo carico di quello che fu chiamato il fardello dell’uomo bianco» (1), significa che la percezione degli assetti internazionali si è profondamente modificata: oltre alla mobilitazione contro la struttura immateriale dell’Impero, oltre alla manifestazioni etiche contro la guerra o contro la “potenza militaristica globale” degli Usa come rappresentazione statuale dell’Impero (dunque non in contraddizione con le teorie negriano-hardtiane), è perciò necessaria un’ulteriore analisi del mondo contemporaneo, per comprendere quali sono le modalità più efficaci per contrapporsi alle forze del capitale, e per quali obiettivi ci si mobilita e si sviluppa la lotta sociale, politica e di classe.

  Le vicende delle ultime settimane attestano che la presenza militare nell’Asia Centrale Afghanistan, Iraq) non è gradita, al di là dell’accoglienza iniziale più o meno entusiasta da parte della popolazione: sempre più si manifesta una resistenza che colpisce le forze militari occupanti. La reazione diviene di giorno in giorno più dura, con disagi e prevaricazioni sulla popolazione civile che dalla benevolenza popolare sta passando all’astio e, con ogni probabilità, al rancore e all’odio. Le forze anglo-americane (e anche quelle italiane, inviate con il voto favorevole, che tradisce il movimento contro la guerra, di quelle forze dell’Ulivo con cui la maggioranza del PRC vuole interloquire per costruire un programma!) saranno sempre più percepite come un corpo estraneo e nemico, e in breve sarà la stessa popolazione a considerarle alla stregua dell’esercito israeliano nei territori palestinesi occupati.
Gli americani hanno mutato la propria strategia in un mondo sempre più caotico e disordinato, che non riescono a controllare come ai tempi della divisione bipolare del pianeta. Il controllo di aree, regioni e governi attraverso uomini di fiducia nonè più possibile, come attestano gli scontri aperti tra l’Amministrazione americana e i vari Bin Laden, Saddam Hussein, oggi anche i Sauditi, creati e sostenuti al tempo della contrapposizione con l’Urss e rivelatisi inaffidabili non appena le condizioni hanno loro permesso di delineare un proprio progetto politico autonomo o addirittura in contrapposizione agli Usa.
Il XXI secolo sarà il secolo americano? Certamente il secolo si è aperto con una nuova fase rispetto anche al modello di costruzione di egemonia e dominio politico-militare che negli anni ’90 del secolo scorso gli Usa avevano avviato: fallito il progetto di un mondo americanizzato attraverso il consenso politico, accarezzato dai settori “progressisti” della borghesia imperialista americana, quella rappresentata dai democratici clintoniani, che vedevano in un nuovo New Deal liberista, appoggiato addirittura dalle sinistre europee, dai socialdemocratici alla sinistra post ed ex comunista, la possibilità di “governare” i processi di privatizzazione imposti dal liberismo (addirittura c’era chi sognava un Ulivo mondiale, veramente una iattura planetaria!), domina oggi la strategia dei neoconservatori che, con l’elezione di Bush viziata da evidenti brogli, stanno imponendo una politica di dominio neocolonialista, a supporto della proiezione imperialista finalizzata al rinnovamento della sempre più affannata egemonia economica e politica sul pianeta.
È però certo che l’Europa non sta guardare: dopo il varo dell’Euro (salutata dagli Usa con i bombardamenti sul Kossovo) si cimenta adesso con la Convenzione, da cui dovrebbero uscire le linee guida politiche per l’Unione. Dopo la costruzione del gigante economico, è adesso il momento per l’Ue di dimostrare la propria reale capacità politica (e militare), fondata sulle aspirazioni sempre più divergenti rispetto all’attuale unica potenza mondiale, gli Usa. Lo riconosce lo stesso Lamberto Dini, l’uomo di Washington nell’Ulivo: «È sbagliato negare l’esistenza di divergenti priorità transatlantiche o considerarle un’aberrazione ed immaginare che esse siano dovute ad un’erronea percezione delle ragioni reciproche fra le due sponde dell’Atlantico» (2).
Il prossimo decennio si caratterizzerà dunque per le capacità con cui gli imperialismi concorrenti riusciranno ad acquisire attraverso tutti gli strumenti possibili (dalla costruzione di egemonia e dipendenza economica dei paesi sottomessi ad una vera e propria politica neocolonialista) fette sempre più consistenti del mercato mondiale, per cercare di “governare” una crisi economica di sovrapproduzione, strutturale da più di un trentennio (3).
In questo senso la Francia si sta muovendo da tempo per riconquistare un peso specifico da spendere in sede europea e sullo scacchiere mondiale come potenza coloniale: ricordiamo infatti che Chirac diventato l’icona antifascista (anti-Le Pen) ed antimperialista (con le posizioni espresse contro la guerra in Iraq), è il Presidente che ha rilanciato il programma di riarmo atomico francese, e che ha intensificato l’intervento militare ed una presenza neocoloniale in Africa (sono un po’ dimenticate le vicende di paesi come il Ciad, il Gabon, il Senegal, ma sicuramente significative) (4).
Nella sfida mondiale, Usa, Ue, e in prospettiva la Cina, stanno movendo le loro pedine per occupare regioni ed aree strategiche per le risorse energetiche, per la centralità politico-militare, per la proiezione su mercati ancora relativamente poco sfruttati. Attraverso crisi regionali sempre più diffuse e virulente, che costringono all’intervento diretto e all’impegno non temporaneo le potenze imperialistiche (quella statunitense über alles), si stanno costruendo le condizioni per uno scontro che a stento potrà essere mantenuto nei limiti e giocato con gli strumenti della diplomazia.
Lo scontro economico commerciale è rivelatore di interessi e strategie contrastanti e, alla lunga, colludenti: un esempio per tutti è la questione agricola, altrettanto scottante quanto quella dell’acciaio. Lo scontro è sulle politiche protezioniste in materia agricola (per l’Europa) e nel settore  dell’acciaio (per gli Usa) (5). In autunno l’Ue andrà a definire la propria identità politica con la Convenzione, ed allora l’imperialismo europeo (attraversato da molteplici interessi nazionali a volte divergenti) mostrerà il proprio vero volto.
In questo contesto e fase storica, il ruolo dei comunisti è quello di avanzare proposte di lotta che sappiano coniugare capacità egemonica con efficacia pratica. La costruzione di un fronte anticapitalista e antimperialista, che abbia caratteristiche di classe e rivoluzionario-progressiste, diventa sempre più impellente e necessario per fermare le aggressioni militari in tutto il mondo.
Tuttavia, occorre evitare alleanze opportunistiche o innaturali che non garantiscono prospettive di emancipazione dei popoli. Solo l’orizzonte di un nuovo sistema socio-economico che elimini lo sfruttamento del proletariato e dei popoli da parte della borghesia imperialista, organizzata su scala nazionale ed internazionale, permetterà di combattere con efficacia la barbarie dominante.

Note

(1)         Ignacio Ramonet, Neoimperialismo, da Le Monde Diplomatique maggio 2003.

(2)         Lamberto Dini, Un nuovo Patto Atlantico, in Limes 3-2003/L’Europa americana.

(3)         Persino l’Ue ha stime di crescita per il 2003 sotto l’1%, addirittura intorno allo 0,5%, nonostante i tagli alla spesa sociale e la partecipazione alle guerre del decennio (Corsera, 3 luglio 2003).

(4) Gli stessi commentatori della borghesia liberale ne hanno compreso la natura. Massimo Nava così commentava la partita franco-statunitense in Africa: «l’Africa è oggi oggetto d’interessata generosità. Il Presidente Chirac ne ha fatto il fulcro della politica estera, convinto che le ambizioni francesi sulla scena mondiale dipendano da una massa critica di Paesi legati alla Francia, per l’impronta culturale e linguistica che Parigi ha lasciato»  (Corsera, 9 luglio 2003).

(5) Significative sono le indicazioni di Eugenio Occorsio,  Le rappresaglie del vincitore: Washington punisce gli ‘alleati’ europei in Limes/2-2003 La guerra continua.

Che democrazia è quella italiana
Una lettura di Berlusconi di Paul Ginsborg

  Di Massimiliano Ciriaco

I requisiti per soddisfare il concetto di democrazia liberale secondo Diamond e Plattner sono cinque, il primo riguarda le libertà civili. Una democrazia può essere considerata liberale solo se vi risultano adeguatamente salvaguardate la libertà di fede, di espressione, di organizzazione della protesta in assemblea. In secondo luogo devono essere garantiti a tutti i cittadini parità di trattamento di fronte alla legge e certezza del diritto. La magistratura deve essere indipendente e neutrale, non subordinata all’esecutivo né ad alcuna parte politica, allo stesso tempo istituzioni di responsabilità orizzontali, come le banche centrali o le autorità di controllo dei mezzi di comunicazione, devono essere autonome e dotate di effettivi poteri. Quarto, una democrazia liberale deve dar prova dell’esistenza al suo interno di una società civile aperta dei media. Infine, le forze armate devono essere poste inequivocabilmente sotto posto il controllo del governo democraticamente eletto.
L’Italia di Berlusconi non riesce a soddisfare, in varia misura il secondo, il terzo e quarto criterio necessari per qualificarsi democrazia liberale. La legge, con questo governo, ormai non è più uguale per tutti, non solo perché chi dispone dei mezzi economici ingenti ha migliori opportunità di difesa di fronte ai tribunali (“Legge Cirami”), ma l’esecutivo e la maggioranza parlamentare stanno apertamente promuovendo e approvando misure che corrispondono agli interessi del presidente del consiglio e dei suoi amici. Con riferimento al terzo criterio, la magistratura è sempre meno autonoma (ma lo è mai stata?) e molte autorità e garanti italiani dispongono di un potere ancora più limitato che nel passato. Passando al quarto, il sistema mediatico italiano è semplicemente il meno liberale d’Europa.
Questa situazione mostra l’involuzione dello Stato italiano dalle forme della democrazia parlamentare ad una forma autoritaria incentrata sull’esecutivo, anzi sul capo del governo.
In questo contesto storico, della protesta politica sono cambiati non solo gli slogan, ma principalmente i numeri di partecipanti alle manifestazioni, ancor maggiori dell’epoca dell’AUTUNNO CALDO. Una straordinaria caratteristica di opposizione a questo governo è data dalla massiccia presenza ai cortei di rappresentati della classe media colta, indignati per le azioni di Berlusconi, ma anche sempre più indignati nei confronti della natura e della leadership della coalizione di centro sinistra, che durante il suo governo non è riuscita a costruire un corpus di pensiero che integrasse e bilanciasse il peso dei “tecnici” e degli intellettuali liberali. Il centrosinistra governava dall’alto, e le sue riforme o frammenti di riforme ricadevano su una cittadinanza fondamentalmente passiva, senza ricercare un clima di entusiasmo che avrebbe potuto sostenere alcune delle più valide iniziative del governo. In più di un campo, valga ad esempio l’atteggiamento degli insegnanti nei confronti della riforma della scuola, accadde esattamente l’opposto.
Il testo di Ginsborg (Berlusconi, Einaudi 2003) sottopone a esame il governo Berlusconi secondo i principi liberali (decisamente al di sotto in almeno tre elementi essenziali per una democrazia formale), elaborando al contempo una specie di “fenomenologia dei movimenti”, soprattutto del movimento dei “girotondi”, riconoscendone la natura “media” di classe, il carattere borghese. La carenza consiste nella mancata alleanza con la classe dei lavoratori, come attesta la scarsa partecipazione al voto referendario del 15 e 16 giugno. L’obiettivo per i girotondini è esclusivamente il cambio di leadership, di classe dirigente e di governo, non una reale critica alle politiche economico-sociali dell’ultimo decennio, condivise nella sostanza da centrosinistra e centrodestra, distinguibili prevalentemente per i settori sociali rappresentati.
Resta il fatto che la Casa delle Libertà, dilaniata al suo interno da lotte di potere, è una compagine illiberale che, con gli atteggiamenti della Lega Nord, il revisionismo storico di AN e le parole del “liberale” Berlusconi, mostra la propria natura cupamente razzista e reazionaria di fronte a tutta Europa.

  La lettera

 Di Pierluigi Nannetti

  Nel volantone, che avete distribuito a Pisa durante la recente manifestazione contro la guerra (26 febbraio 2003. NdR), mi sembra degno di nota quanto segue:

"In questo scenario drammatico, la nostra proposta è di mantenere ed anzi rinvigorire la speranza e insieme la necessità di un orizzonte diverso. Fare un giornale oggi non significa per noi costruire l’ennesima rivista che propone verità ortodosse parziali e frammentarie, nel pulviscolo delle riviste ancora in circolazione. Significa invece riattivare la discussione e la ricerca sulle categorie di Marx, di Lenin, di Gramsci, per rivitalizzare il marxismo ed il leninismo in una fase in cui si danno per defunte, aprendoci ai contributi che i compagni vorranno offrire al dibattito teorico e all’iniziativa politica. Un giornale di ricerca e di discussione, dunque, per contribuire alla ricostruzione teorica e politica del pen­siero e della prassi dei comunisti nel conflitto e nelle lotte sociali.
Le linee che intendiamo sviluppare attraverso il progetto di nuovo giornale, che mettiamo a disposizione per il più ampio confronto, sono le seguenti:
a) sviluppo della teoria e della prassi attraverso l’approfondimento ed il riaggiornamento delle categorie del marxismo e del leninismo, non nella chiave di una presunta ortodossia marx-leninista, ma in quella pro­blematica della ricerca e dell’iniziativa politica di mas­sa; b) confronto e impegno per sviluppare progetti di ri-aggregazione politica e organizzativa dei comunisti sulla base di una chiara linea anticapitalista ed antimperialista, e per contribuire alla definizione di un progetto di trasformazione rivoluzionaria della società in senso comunista, fondato sul radicamento di classe e non sull’avanguardismo iper- soggettivo avulso dai movimenti dei lavoratori e di massa; c) promozione di iniziativa e azione politica a carattere popolare per favorire la ricomposizione di classe dei settori frammentati e polverizzati del proletariato.
La redazione del giornale sarà a cura dei compagni dell’Associazione, ma intendiamo avvalerci anche di contributi esterni su specifiche questioni; vorremmo inoltre aprire uno spazio per lettere, contributi e critiche che invitiamo ad inviarci all’indirizzo e-mail: pianetafuturo@email.it"

È nello spirito della frase finale, che mi sento di dovervi proporre le seguenti considerazioni.
Pur apprezzando il vostro serio sforzo e la vostra intenzione di collocarvi in un ambito di rivalutazione della tradizione marxista, debbo tuttavia sottolineare che bisognerebbe prima di tutto riappropriarsi dei suoi contenuti teorici e storici. Per parte mia, sono anche convinto che una vera e propria riappropriazione farebbe anche comprendere che ogni tentativo di "riaggiornamento delle categorie del marxismo", contrapposto ad una cosiddetta ortodossia ritenuta nel migliore dei casi del tutto inutile, scadrebbe inevitabilmente in una delle tante deformazioni, di cui la storia del movimento comunista abbonda. Un esempio di ciò è incontestabilmente proprio la corretta posizione da tenere nei confronti delle guerre imperialiste. Mi permetto di trascrivere un brano tratto da un articolo di Lenin dei 1916. È solo un piccolo brano, se pur altamente significativo, dell'elaborazione delle tesi e posizioni, che, coerentemente con i principi del socialismo scientifico, Lenin propose al movimento comunista di fronte alla prima guerra imperialista. Quelle tesi e quelle posizioni non sono da "riaggiornare", ma con molta probabilità sono da ben comprendere; e non tanto per "storicizzarle", ma per riconoscervi la giusta interpretazione dell'epoca imperialista, che la prima guerra mondiale palesò e che, nei suoi fondamenti, è presente tutt'oggi.

"La predicazione kautskiana del « disarmo », indirizzata ai governi attuali delle grandi potenze imperialistiche, è la forma più abietta di opportunismo, di pacifismo borghese, e serve di fatto — nonostante le « pie intenzioni » dei nostri melliflui kautskiani — a distogliere gli operai dalla lotta rivoluzionaria. 
Una classe oppressa che non cercasse d’imparare a maneggiare le armi, che non tendesse a possederle, meriterebbe di essere trattata da schiava….
Dinanzi a questo fatto, si propone ai socialdemocratici rivoluzionari di formulare la «rivendicazione » del « disarmo »! Ciò equivale a rinnegare integralmente il punto di vista della lotta di classe, a rinunciare  del tutto all’idea della rivoluzione. La nostra parola d’ordine deve essere: armare il proletariato per vincere, espropriare e disarmare la borghesia. È questa la sola tattica possibile per una classe rivoluzionaria, una tattica che scaturisce da tutto lo sviluppo oggettivo dei militarismo capitalistico e che è imposta da questo sviluppo.
Solo dopo aver disarmato la borghesia, il proletariato potrà buttare tra i ferri vecchi, senza tradire la sua funzione storica mondiale, tutte le armi ed esso non mancherà di farlo, ma solo allora, e in nessun caso prima.
Se la guerra attuale provoca nei socialisti cristiani reazionari, nei piccoli borghesi piagnucoloni soltanto orrore e paura, soltanto avversione per l’impiego delle armi, per il sangue, la morte, ecc., noi dobbiamo ­dire che la società capitalistica è stata e sarà sempre un orrore senza fine. E, se oggi la guerra, la più reazionaria di tutte le guerre, prepara a questa società una fine piena d’orrore non abbiamo alcun motivo di abbandonarci alla disperazione. Eppure, per il suo significato oggettivo, la « rivendicazione » del disarmo — o meglio il sogno del  disarmo – altro non è che un segno di disperazione in un’epoca in cui, sotto gli occhi di tutti, la borghesia stessa prepara con le sue forze la sola guerra legittima e rivoluzionaria, cioè la guerra civile contro la borghesia imperialistica.”

Brani tratti da Lenin, Sulla parola d’ordine del disarmo, ottobre 1916, o.c. XXIII, pag. 93-94.

Un'altra questione merita, secondo me, attenzione e studio. Voi dite che bisogna "riattivare la discussione e la ricerca sulle categorie di Marx, di Lenin, di Gramsci, per rivitalizzare il marxismo ed il leninismo". Mi pare che con ciò poniate una questione non solo teorica, ma anche di ricerca della continuità storica delle tesi che hanno caratterizzato il marxismo fino dalla metà del diciannovesimo secolo. Ebbene, in questa ricerca, mi pare difficile non fare alcun riferimento alla "Sinistra Comunista" e, in particolare per quanto riguarda la storia del Partito Comunista d'Italia, a quella corrente del socialismo italiano, che, nella crisi del primo dopoguerra e proprio nella scissione di Livorno, ne costituì il fulcro fondamentale.
Permettemi infine di segnalarvi due siti Internet, dove, sotto l'indirizzo "Materialismo Dialettico", potete trovare, oltre ad altri testi, riferimenti più precisi riguardo alle due questioni sinteticamente accennate: "Imperialismo, guerra e rivoluzione" e "Storia della Sinistra Comunista":

http://members.xoom.virgilio.it/dialettica/http://digilander.libero.it/materdial/ 

Vi ringrazio dell'attenzione e Vi saluto

 Pierluigi Nannetti

L’intervento

Di Angelo Ruggeri

  Il  referendum  sociale  tra “collusioni” reali  e  conflitti  mancati

Mostrando “sconcerto” tardivo per l’esito del referendum del 15 giugno, i promotori vogliono coprire il vero misfatto che non consiste nell’avere  “scoperto” in ritardo (!?) che il referendum poteva non raggiungere il quorum, ma nell’aver vissuto la fase successiva alla raccolta delle firme in una totale mancanza di mobilitazione, in una abulia assenteista. Una tale mobilitazione implicava una presa di coscienza di massa che la posta in gioco, più della “dignità” della persona, era il potere sociale dei lavoratori nei rapporti di produzione. Il problema è quello di partiti chiamati “sinistra radicale” anziché “comunista”, che sono subalterni al capitalismo di cui non indicano mai il fine del socialismo come suo superamento, e che col maggioritario si riducono a “macchine” elettoralistiche e di “potere gestionale” nel partito e nelle istituzioni, a causa di un tatticismo esasperato e di “vertici” sempre più stratificati in una “cupola” che sovrasta dall’alto i militanti e la società.

«Sulla carta non c’è partita. Il 90% della rappresentanza politica (da AN alla maggioranza dei DS) e il 70% di quella sociale (da Confindustria e affini alla Cisl e Uil) sono contro i due referendum per cui si vota oggi e domani e predicano l’astensionismo (più o meno “militante”). Messa così, se votasse il 25% degli italiani sarebbe già un successo, oltre il 30% un evento ‘straordinario’».  Così si esprimeva su  Il Manifesto di domenica 15 giugno (giorno del voto) Gabriele Polo, con un giudizio dell’ultima ora, retrodatabile, però, nel suo significato di fondo, alla fase in cui la spinta alla richiesta del referendum sull’estensione dell’efficacia dell’art.18 dello Statuto dei lavoratori, si era espressa tra le asperità che hanno accompagnato, accentuandolo, un contrasto sociale e politico che ha visto convergere le forze politiche che si contrastano in forma addirittura di “canea” nelle assemblee elettive (Parlamento e consigli comunali, provinciali e regionali) ma che sono sempre più evidentemente “omologhe” sul terreno “sociale”.

Non ha pertanto alcuna apprezzabilità, dopo l’apertura delle schede di lunedì 16 che ha confermato il fondamento della previsione, avendo votato proprio il 25% degli aventi diritto, l’atteggiamento che, con l’eccezione di Epifani della Cgil prima, e di Rossana Rossanda poi, ha prevalso negli ambienti vicini ai promotori del referendum. Un atteggiamento dominato dallo sconcerto” per quella che con una sorta di voluttà si è conclamata come “sconfitta”, dicendola tanto più grave perché “imprevista”: confortando così, la soddisfazione a vario titolo condivisa da Polo, Ulivo e Confindustria, mai così pienamente allineati come nella circostanza. Circostanza nella quale si è misurata la contrapposizione, tra l’eredità delle forme della lotta di classe vissuta negli anni 60/70, e l’esaltazione del dominio del capitalismo privato oggi enfatizzata con la conversione dell’”ex PCI”  da partito c.d. “antisistema” a partito “di sistema”, secondo la formula posta a base della fondazione del Pds.

Quello che è grave e va denunciato con forza, pertanto, non concerne la coerenza dell’uso del referendum “in materia sociale”, sul presupposto che esso debba essere usato “correttamente” solo in materia di “diritti civili” (come nel caso del divorzio e dell’aborto), quanto piuttosto che anche in questa circostanza, si deve registrare l’incapacità (specialmente da parte di Rifondazione Comunista) di cogliere nell’istituto del referendum in materia sociale, la possibilità di far valere quel ruolo effettivo di “democrazia diretta” che il referendum come istituto non rappresenta, se esso non viene riqualificato nella cultura marxista come espressione della incapacità di autorganizzazione delle masse per contrastare, sia sul terreno sociale che sul terreno politico, gli istituti economici e politici del capitalismo.

Con ciò va sottolineato, infatti, che la plausibilità del ricorso al referendum sull’art.18 era riferibile al fatto che, a differenza di quanto suole avvenire per i referendum proposti dalla destra politica e sociale, il comitato promotore era costituito non da gruppi di potere della borghesia, come tali “antiparlamentaristi”, ma da organizzazioni sociali (Fiom e Rappresentanze sindacali di fabbrica) e politiche (R.C. eminentemente) che coniugavano la loro autonomia sociale e politica rispetto ad altri partiti e sindacati (compresa una Cgil giunta solo all’ultimo momento a propendere per un “si” cosiddetto “critico”!), con la loro attitudine ad usare l’istituto referendario nella prospettiva più coerente con la vocazione alla lotta sociale e politica insieme.

Ne viene che lo “sconcerto”, tardivo, rivela la funzione di “nebbiogeno” di tipo “irrazionale”, volto a coprire il misfatto consistente non già nell’avere “scoperto” in ritardo (!?) che il referendum poteva non raggiungere il quorum, ma piuttosto nell’aver vissuto la fase successiva alla raccolta delle firme in una totale abulia assenteista, concretatasi in una solo verbosa denuncia da parte dei vertici dei vari promotori, della carenza di informazione radiotelevisiva sulla sempre più imminente consultazione referendaria. Senza nemmeno proporsi quella mobilitazione che avrebbe dovuto essere tanto allargata, per colmare la differenza che risulta tra il coinvolgimento delle “centinaia di migliaia” dei cittadini firmatari della richiesta di referendum, e il coinvolgimento dei circa 26 milioni di cittadini il cui voto è sempre necessario per il raggiungimento del “quorum” richiesto per la validità stessa del referendum in base alla Costituzione.

Tutto ciò era ben noto, ma non è stato evidenziato, per la stessa ragione che è alla base del nascondimento che gli stessi promotori hanno operato della motivazione reale del contrasto così netto ed ampio sulla portata dell’art.18. Un nascondimento che era avvenuto già durante la mobilitazione “per un pomeriggio solo” dei tre milioni che avevano ceduto alle suggestioni di un Cofferati, che secondo chi gli aveva credito si è poi “inopinatamente” defilato al momento del referendum. E infatti, non c’è stata una mobilitazione per far vincere il “si” nel referendum tanto contrastato, perché tale mobilitazione implicava una presa di coscienza di massa sulla vera posta in gioco, che non era tanto la “dignità” della persona, ma più sostanzialmente il potere sociale dei lavoratori nei rapporti di produzione. Rapporti in cui capitale e lavoro si contrappongono in forme tali per cui, se non sorretto dall’uso convergente del potere sindacale e dalla legge fondativa dei diritti sociali, il lavoro rimane alla mercé del capitale, e il padronato può licenziare anche senza giusta causa il lavoratore.

Non ci si è mobilitati, allora, perché persino le forze di quella che viene chiamata “sinistra radicale” anziché “comunista”, non hanno messo in chiara luce che la dignità della persona chiamata in causa in senso generale negli art.2 e 3 della Costituzione, ha la sua specifica identificazione per ciò che concerne l’organizzazione economica e quindi i rapporti sociali considerati nello “statuto dei lavoratori” del 1970, in quell’art.41 che Berlusconi ha demonizzato come di stampo “sovietico”, ma che le forze di “sinistra sociale e politica” non hanno più invocato dalla fine degli anni ’70 in poi. Ciò nonostante che in tale norma (volta a condizionare l’attività economica pubblica e privata “a fini sociali”) si stabilisce in termini “assoluti” che l’iniziativa economica privata “non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana”.

Invece di scadere nelle ambigue discussioni sull’idoneità del referendum ad intervenire in materia sociale, o sulla opportunità di ricorrervi perché scende sempre più il numero dei votanti di fronte a un “quorum” che alcuni vorrebbero abbassare però aumentando il numero delle firme necessarie per proporre il referendum, occorre invece rimeditare il significato dello spirito con cui la vita politica italiana si svolge, da quando si è aperta anche formalmente la fase che va nel nome della c.d. “seconda repubblica” e che risulta tutta giocata sulla sostituzione delle “riforme istituzionali”, care alla cultura della borghesia sia reazionaria, sia “modernizzatrice” di centro-sinistra. Occorre invece rimeditare su questa fase della vita politica, ripensando alla lotta di classe perseguibile con gli strumenti normativi e istituzionali che, in Europa, solo la Costituzione italiana del 1948 ha predisposto, sia come superamento della Costituzione di Weimar del 1919, sia come antitesi alla “costituzione europea” che oggi si prospetta: i cui principi vengono tanto enfatizzati da una cultura giuridica impari alla funzione rivelata da magistrati, docenti e avvocati nella fase con cui la Costituzione fu invece interpretata in senso “alternativo” alle scelte dominanti, quando ancora imperava il centrismo democristiano, nel segno della “conventio ad excludendum” della sinistra comunista, e dei valori da essa rivendicati in nome della Costituzione nata dalla Resistenza.

Ciò che è mancata completamente negli anni ‘80 e ’90 è quella funzione “dirigente” che le organizzazioni del movimento operaio esplicavano in modo conseguentemente democratico, e che praticamente è stata sostituita da una “personalizzazione” della politica in tutti o settori e partiti. Una personalizzazione diffusa dovuta ad una adesione reale (a stento smentita da verbosi richiami al ruolo democratico del sistema elettorale “proporzionale”) al principio maggioritario/uninominale, con l’aggiunta di un presidenzialismo che è tanto più deleterio in quanto accettato supinamente nei luoghi enfatizzati come “più vicini” ai cittadini, e cioè comuni, province e regioni. Questo in nome oltretutto di un federalismo che esclude istituzionalmente la possibilità di conflitto delle masse col luogo “centrale” del potere che è la vera e nuova forma “modernizzante” delle istituzioni di tipo federale sia “nazionale” che “sovranazionale”.

Col maggioritario, anche i partiti di c.d. sinistra si riducono a mere “macchine” elettoralistiche o di autoriproduzione di “potere gestionale” nel partito e nelle istituzioni. Il che in Italia ha dato luogo all’emergere di quel “fenomeno” Berlusconi” come prodotto spurio del capitalismo, che però si è deciso di demonizzare come persona e non come “figura sociale”. Questo a causa della scelta di campo fatta da “due sinistre”, moderata e radicale) entrambe volte a competere tra loro su un terreno che vede strumentalizzare gli stessi “movimenti”, la cui ispirazione appare peraltro tuttora priva non solo di una coscienza di classe e di una concezione del mondo.

La denuncia della sconfitta del referendum – che non si può sminuire almeno in quanto ha portato al voto favorevole undici milioni di cittadini o democratici disposti ALLA LOTTA PUR SENZA GUIDA - rivela il prevalere di una politica del “giorno per giorno”. Rivela un tatticismo esasperato e personalistico volto a cercare “conferme” elettorali o referendarie di scelte compiute tutte sulla pelle della società e soprattutto dei lavoratori, contrapponendo le conclamate esigenze di “unità politica” intorno a “capicorrente” litigiosi solo per smania di protagonismo e di potere di governo, alle esigenze più essenziali di “unità sociale”. Una unità sociale sulla base di un progetto di organizzazione della società e delle istituzioni che non dipenda dall’alto dei vertici sempre più stratificati in una “cupola” sovranazionale, in seno alla quale destra e sinistra politica sempre più omologhe si contendono le “stanze dei bottoni” dei centri di potere del governo della moneta e del governo delle innumerevoli burocrazie radicatesi incontrollabilmente a livello “sovranazionale”, dopo che si è deprecato il burocratismo dello stato-nazione in nome della “privatizzazione”. Una privatizzazione che è servita a smantellare le pre-condizioni dello stato sociale, per spostare ad un livello superiore allo stato-nazione le forme di un nuovo tipo di potere statuale “allargato” (appunto federalisticamente) forme del tutto disincagliate da principi di controllo sociale e politico che, dopo tanti decenni di lotte, si era riusciti a introdurre particolarmente negli anni 65-70, per effetto della Costituzione italiana del 1948.

Ci si è così ridotti a scoprire (a tentoni e sotto il premere di una quotidiana contesa limitata con Berlusconi) che la Costituzione è un valore non già perché se ne devono rilanciare i principi di democrazia sociale, ma solo per una rincorsa divenuta spasmodica a battere Berlusconi con atti simbolici, eclatanti e draconiani, con sentenze della magistratura ordinaria per reati commessi a “titolo personale” tramite i processi in corso, o con sentenze della magistratura ordinaria per i reati eventualmente commessi nell’esercizio delle funzioni di presidente del consiglio.

Una volta abbandonata a se stessa la Prima Parte della Costituzione, che la destra già con Miglio negli anni ‘80 voleva sostituire in nome del primato del “mercato” anziché del “ lavoro”) ci troviamo in una situazione nella quale forze dell’alta borghesia e del ceto medio (allineate ideologicamente a Berlusconi nella politica di classe a favore del sistema delle imprese, come attestato proprio dalla convergenza di Polo e Ulivo contro l’art.18) che come i “giorotondini” e simili esprimono il loro patriottismo costituzionalistico solo per colpire “personalmente” il politico che, demagogicamente, ha sfruttato il “maggioritario” consegnatogli dal centrosinistra per insediarsi a capo dell’esecutivo, sostenuto ora passo passo dal Presidente Ciampi, che risulta essere il vero dominus  (come confermano anche le rivelazioni del suo ruolo decisivo nella sostituzione persino di un direttore di giornale, come il Corsera), che non a caso è stato eletto per la convergenza di Polo e Ulivo e che si rivela insensibile al “grido di dolore” delle “piccolo borghesi” gentildonne dei “girotondi”, e di quanti su tale scia contribuiscono giorno per giorno a erigere un varco sempre più largo tra il popolo democratico e le funzioni che, nei "palazzi” nazionali e sovranazionali, si contendono il primato nella gestione del potere.

  Centro di Iniziativa Politica e culturale “Il Lavoratore”

Indirizzo WEB: http://utenti.tripod.it/illavoratore/

E- mail: Spartaco@ticino.com; oppure: angeloruggeri@libero.it

 

La lente della talpa

  approfondimenti per il comunismo

  Quale Comunismo?

Una riflessione sul rapporto tra democrazia formale e democrazia socialista.

 

         Incontro tra la Redazione e Salvatore D’Albergo

  Questo inserto è uno strumento di approfondimento monografico su alcune questioni determinanti della teoria marxista, nonché della prassi e dell’esperienza dei comunisti nel Novecento.
Nel numero che presentiamo intendiamo avviare una riflessione ed un dialogo sulla questione: Quale Comunismo?
Ci auguriamo con questa nostra iniziativa di aprire un dibattito tra i comunisti che ancora si pongono il problema di ricostruire un progetto rivoluzionario di massa, fondato sull’analisi scientifica della realtà e sulla individuazione delle forze sociali che a questa trasformazione oggettivamente hanno interesse.
Iniziamo proponendo il resoconto di una discussione collettiva tra la Redazione e il compagno Salvatore d’Albergo, studioso marxista del diritto, sul rilancio di un “Progetto Comunista”.

  Quella che segue è una intervista collettiva della redazione de Il Pianeta Futuro al compagno Salvatore d’Albergo intorno alla necessità, e insieme alle pre-condizioni, di un rilancio del dibattito sul socialismo. Si è preferito mantenere la “forma” dell’intervista, perché più “fresca” e immediata, anche a costo di una qualche perdita in termini di precisione nel “controllo concettuale”.
È nostra intenzione aprire in questo modo un dibattito a più voci sulla attualità di un progetto socialista e conseguentemente dedicheremoalcune pagine dei prossimi numeri della rivista a questa confronto, chiedendo contributi ad altri compagni impegnati su questo fronte. Contemporaneamente auspichiamo che i lettori siano stimolati ad intervenire attraverso articoli, lettere o e-mail, così da rendere ancora più ricco e plurale il dibattito.

Paolo: Negli ultimi mesi come redazione di Pianeta Futuro abbiamo sviluppato una discussione interna sulla fase e sul riorientamento degli obiettivi e degli strumenti del nostro gruppo. In questo quadro abbiamo deciso di mantenere il foglio, che ormai pubblichiamo con una certa regolarità sin dal Luglio 2000, come strumento di controinformazione, capace di seguire con flessibilità le questioni più importanti nella loro dinamicità. Contemporaneamente vogliamo affiancare questo foglio con un nuovo giornale-rivista, finalizzato esclusivamente all’approfondimento teorico, per dare un contributo al rilancio di una vera teoria della prassi dei comunisti. Una questione centrale sulla quale vorremmo lavorare è la ripresa di un dibattito sulla necessità di un progetto “socialista” e sulla“transizione”, il che dovrà necessariamente comportare anche una riflessione sui concetti stessi di questo dibattito: “transizione”, “socialismo”, “comunismo” ecc. Ad esempio, alcuni dei compagni impegnati da tempo su questo fronte, Costanzo Preve tra gli altri, parlano esplicitamente di “comunismo novecentesco”, mentre noi preferiamo discutere in termini di esperienze di transizione bloccate o fallite.

Altri assi lungo i quali vorremmo rifertilizzare la discussione sono: la questione del lavoro; l’analisi dell’imperialismo connessa all’analisi delle classi (nesso essenziale se non si vuole cadere nelle confuse nebbie dell’Impero di Negri & co.); il problema della transizione come ricostruzione di un blocco storico e sviluppo di una soggettività rivoluzionaria (il rapporto tra classe in sé e classe per sé, tra struttura di classe e coscienza di classe, ecc.); la lettura critica delle esperienze storiche e attuali dei Paesi e dei partiti e movimenti politici che si sono rappresentati come antagonisti al modo sociale di produzione capitalistico.

Tutto ciò nella consapevolezza che sia ormai necessario un salto di qualità della teoria della prassi: molto si è fatto in termini di critica del capitalismo, di critica dell’economia politica (anche se su alcune questioni, come quella della relazione tra capitale finanziario e capitale “produttivo”, non ci sembra siano presenti interpretazioni adeguate alla fase), mentre poco si è costruito (ovviamente anche a causa di difficoltà oggettive) in termini di progetto di società altra, di nuovo modo sociale di produzione, di nuovi rapporti sociali tra le persone.

Ecco, questo percorso vorremmo iniziarlo con te, con questa specie di intervista collettiva, e continuarlo con te e altri interlocutori, stimolando interventi e riflessioni di compagni esterni alla redazione.

Il primo passaggio di questo percorso pensiamo debba essere proprio l’individuazione delle questioni centrali che devono essere messe in agenda per un rilancio del dibattito sul progetto socialista, pur senza la pretesa di essere immediatamente esaustivi e sistematici.

Forse un primo punto da toccare potrebbe essere, se sei d’accordo, quello di “rifare i conti” con le esperienze che si sono richiamate al socialismo evitando un duplice errore: quello della rimozione pregiudiziale e acritica, quello della tentazione nostalgica spesso innescata dal timore dell’assenza di riferimenti o ancoraggi ad “esperienze statuali” del passato e del presente. Atteggiamenti speculari e purtroppo assai diffusi anche nella “sinistra (più o meno) antagonista”. Analizzando in connessione la dialettica interna ed esterna dei “partiti e dei movimenti” e degli “stati” che si sono proclamati “socialisti” (o “comunisti”), sia sul piano delle esperienze storiche terminate (i “paesi dell’est”, la Cina maoista, i movimenti marxisti latinoamericani, ecc.), sia su quello della contemporaneità: partiti e stati che in qualche misura continuano a richiamarsi al socialismo.

 

Salvatore: Sono assolutamente d’accordo sul rilancio del dibattito per un progetto socialista, senza di che non sarebbe possibile mettere in crisi il centro-sinistra e l’Ulivo che sono alle origini dell’attualedegenerazione teorico-politica del passaggio alla cosiddetta II Repubblica.

Vorrei innanzitutto collegare gli elementi richiamati senza scinderli per focalizzare su un punto: come progettare essendo usciti da una crisi storica, come concepire il marxismo. Perché l’insoddisfazione acuta che io provo è quella di continuare a fare i marxisti come metodo, non essendo più sicuramente marxisti come protagonisti. Non a caso tra i marxisti esiste un dibattito diffuso su cosa è il marxismo, mentre tra i non-marxisti prevale l’interesse a considerarlo un metodo. Quindi dobbiamo distinguere da subito il marxismo dell’accademia dell’accademia e quello dei gruppi dirigenti di partito, da una parte, Marx, Engels, Lenin e Gramsci, dall’altra. In questo quadro è decisiva la periodizzazione: prima del 1945 e dopo il 1945, questo perché il problema decisivo riguarda l’analisi marxista del cosiddetto “socialismo reale”, termine peraltro coniato dall’avversario di classe. Quindi vanno criticati gli accademici con i vizi dell’accademia, ma va rimossa anche la teoria di partito sul marxismo che soffre dei vizi dell’egemonismo para-accademico come forma di autoritarismo, sì che allora il problema è vedere a partire da questi quattro pensatori – ho saltato Stalin, invece va messo per poi criticarlo – come mai non si vuole essere marxisti se non nella critica del capitalismo, che ormai sanno fare anche i capitalisti, sicché ormai tale limitata critica marxista non produce niente. Certo questo tipo di marxismo fa salva una capacità di analisi, forgia anche nuovi critici che si fanno trascinare su questo terreno, ma non a caso secondo me c’è un ritardo nella formazione della coscienza di classe, che è pregiudiziale a tutto questo, che non richiede necessariamente di appartenere materialisticamente alla classe per essere portatori della coscienza di classe. Altrimenti cadremmo nell’alibi dell’abbandono del marxismo della cosiddetta sinistra di oggi, secondo il quale la classe bisognosa non è più la maggioranza e quindi...Allora io sono stato un “cretino” a diventar comunista che non facevo parte dei più bisognosi?

Allora il problema diventa questo: siccome nel processo storico sono avvenuti quei mutamenti sociali che hanno dato l’alibi per trasformarsi in riformisti, noi dobbiamo invece trovare gli elementi per riaccreditare il marxismo che non è vero che è obsoleto, perché trova nella trasformazione della struttura reale dei rapporti sociali le ragioni per fondare la critica su una capacità di proposta. Quindi è giusto parlare di “Progetto Socialista”.

 

Paolo: Scusa Salvatore, potresti chiarirci meglio il doppio limite del marxismo accademico e del marxismo di partito?

 

Salvatore: Si, preciso meglio: nell’accademia, perché ciascuno è marxista nel campo che insegna, secondo la specializzazione, e il campo più carente è quello giuridico, per tradizione, mentre abbiamo una superfetazione nel campo economico, con il rischio di avere sempre uno iato incolmabile con l’aspetto politico, per cui finisce che il giuridico non trova una giusta collocazione, in quanto deformazione dell’uso del politico. Così un problema giuridico rimane fuori dall’analisi reale, bisogna invece reintegrarlo nell’analisi reale. Abbiamo una proliferazione delle specializzazioni e delle scomposizioni disciplinari nella filosofia, nella storia, nelle scienze, ecc., quindi senza paura di cadere nell’organicismo dobbiamo vedere il marxismo organicamente, o nonè più marxismo. Ecco che allora Marx, Engels, Lenin e Gramsci, sottolineando molto Gramsci perché è l’unico che ha visto e analizzato il fascismo dal di dentro, dal carcere. È importante perché in questa fase di “reazione” (che incombe con la linea di Bush) dobbiamo saper leggere la differenza tra democrazia autoritaria, fascismo, reazione, sapendo che la storia non si ripete mai in modo uguale, ma conoscendo cosa c’è stato prima.

La tendenza a riconoscere che sono “diminuiti i bisognosi”, salvo poi scoprire che il 2% del mondo sta bene e il 98% no, sottovaluta che essere comunisti significa connettere nell’analisi del lavoro lo sfruttamento e l’alienazione, anche se diminuisce lo sfruttamento aumenta l’alienazione: Si dice che il lavoro diventa “tutto intellettuale” e allora cosa dobbiamo fare? diventare tutti fascisti? Sostenere che se ormai il proletario consuma e risparmia e si sviluppa il lavoro autonomo (magari in parte più asservito di quello dipendente) non c’è più sfruttamento non ha senso. Lo stesso movimento del ’68 denuncia la dipendenza che non ha solo il carattere dello sfruttamento più brutale, ma comporta alienazione.

 

Federico: Secondo te è giusto ritenere che forse anche per colpa dell’operaismo vi è stata una specie di idolatria dell’operaio-massa, sacrificando l’analisi di una serie di figure intermedie, che ritroviamo oggi nelle teorie post-operaiste...

 

Salvatore: Si, però io stavo facendo riferimento al carattere qualificante del movimento del ’68 che è stato la critica dell’autoritarismo, e che ha visto l’unificazione di uomini di cultura, di scienza, e i tecnici che hanno denunciato la dipendenza, una dipendenza non tanto gerarchico-formale, ma entro un quadro complessivo di potere, in cui rivendicare autonomia. Ora questo dobbiamo svilupparlo se vogliamo che l’acculturarsi sia un fatto di massa. D’altra parte abbiamo vissuto un passaggio di acculturazione di massa in un’epoca dove esisteva un analfabetismo organico, e in grandi parti del mondo l’analfabetismo continua ad essere assai diffuso, quindi senza cadere in un’analisi eurocentrica non possiamo però non partire da qui, dove dobbiamo vedere nel processo storico come si è sviluppata l’industria contro l’agricoltura, come il capitale finanziario è diventato egemone sul capitale industriale, fenomeni che negli anni ’30 hanno avuto la loro massima esplosione (ecco perché sottolineo l’importanza di una periodizzazione imperniata sul ’45 quando questi fenomeni diventano dominanti).

Si deve quindi capire che nell’analisi del blocco storico dobbiamo tener conto degli aspetti economici evitando l’economicismo, ma anche degli aspetti etico-politici, e capire perché certe analisi sfuggono anche a certi marxisti: se sono accademici a causa delle partizioni del sapere, se sono dirigenti di partito, salvo alcuni elementi geniali, tra i quali finalmente si deve riconoscere che c’è anche Togliatti (spero che tutti quelli che hanno criticato la Costituzione ora la finiranno sapendo che addirittura qualcuno, che sarà barbaro, la chiama “sovietica”) e il suo contributo alla definizione della Carta Costituzionale, basti pensare all’art.41, un Togliatti che va riscoperto specialmente ora di fronte alle cadute liberistiche e al disgusto per i giuristi di sinistra che stanno lavorando alla Carta Costituzionale europea, tipo Bronzini, che è più arretrata di quella di Weimar...

Dobbiamo quindi mettere a fuoco un punto: nello sviluppo storico la società presenterà sempre più elementi della cosiddetta “automizzazione” dalle forme precedenti dello sfruttamento, ma sempre nell’ambito del dominio e delle forme con cui oggi si presenta, che sono sempre più quelle del capitale finanziario. La questione del capitale finanziario è però relegata all’interno di uno specialismo così chiuso che neppure tutti gli economisti ne parlano. E i dirigenti di partito meno che mai, in quanto troppo presi dal problema del contingente (il volantino del giorno dopo, la preparazione della riunione di Direzione, ecc.). Ma se fare teoria significa fare teoria della prassi dobbiamo tornare a rileggere Gramsci e Togliatti, non a caso morto Togliatti il PCI è entrato in crisi (“Critica Marxista” è una rivista fatta da persone che senza Togliatti non avrebbero saputo scrivere), un pallido leninismo è rimasto in Berlinguer, e non a caso esplose subito dopo la morte di Togliatti il contrasto tra Amendola e Ingrao. Scomparso un intellettuale-dirigente della potenza di Togliatti, si forma un gruppo dogmatico che fa dogmatismo sull’immediato e lo camuffa come marxismo reinterpretato con l’autoritarismo del dirigente di partito. Quindi dobbiamo riprendere il marxismo come marxologia, connettendo gli elementi nuovi con il contributo essenziale dei “fondatori”, e alla loro visione organica. Quando questa organicità si è persa sono nati l’ambientalismo, il femminismo, il sessismo, la scissione del tema della guerra dal resto... Pensate che nel campo degli studi giuridici uno studioso bravissimo è Allegretti, se vede il tema della guerra, ma al resto dà minore rilievo, anche se la guerra stessa ha incidenza su elementi strutturali, sul ruolo del Fondo Monetario Internazionale, ecc., ma questo diventa un problema di economia e quindi viene scisso, come specialistico. Invece il dirigente di partito ha unaltro vizio: fare l’analisi della realtà sulla base di ciò che deve proporre il giorno dopo ad una riunione di segreteria...

Giovanni: Rispetto a questa questione del Partito: in questi mesi è in atto un dibattito nell’area a sinistra di Rifondazione sulla questione dell’organizzazione: Partito, Confederazione… dibattito che ha visto divisioni e ha ostacolato ulteriormente il progetto di un’organizzazione comunista a sinistra di Rifondazione. Ad esempio alcuni compagni del Movimento per la Confederazione dei comunisti autorganizzati sostengono che il‘900 è superato dal punto di vista dell’organizzazione dei comunisti in partito, perché i partiti comunisti (che non si sono fatti stato) del ‘900 hanno avuto tutti una parabola di carattere riformista. Altri,dogmaticamente e meccanicisticamente, si richiamano alla necessità di ricostruire subito il partito comunista senza però fare un’analisi dello strumento, sostenendo che alcuni partiti comunisti del ‘900 hanno promosso il processo rivoluzionario e mantenuto le caratteristiche rivoluzionarie. Come vedi questa alternativa tra degenerazione riformista e mantenimento del carattere rivoluzionario, anche rispetto al ruolo dei gruppi dirigenti...

 

Salvatore: Innanzitutto non condivido l’idea che questi siano diventati riformisti per una diversa concezione del partito: più stalinisti di Fassino e D’Alema non se ne possono trovare, la cosa grave adesso dei DS e della CGIL e che vivono stalinisticamente allo stesso modo. L’altro giorno i DS si sono riuniti ed è bastato che Fassino dicesse che era contro l’autonomia organizzata e si sono abbracciati tutti, e che il documento della segreteria è stato approvato all’unanimità senza discussione, nonostante il conclamato e anticipato ruolo programmatico di Cofferati. Allora dobbiamo andare alla radice del problema del partito anche a proposito di Cuba: non ho gradito non tanto che ci si sia lamentati per quello che è successo recentemente a Cuba, ma del tipo di argomentazione. La cosa grave a Cuba come in Cina è comeè concepito il Partito: il problema non è che applicano la pena di morte, ma che i comunisti non sono in grado di fare un dibattito per abolire la pena di morte. Quindi quello che manca è la democrazia socialista. Bisogna andare alle radici del marxismo sul punto più dolente che non a caso ha dato possibilità a Bobbio di tirar fuori un argomento per lui decisivo (di fronte ad un PCI ormai prono) sulla cosiddetta inesistenza delle teoria del diritto e dello stato nel marxismo. Il problema del partito è allora questo: il Partito è una specie di Stato?È stato troppo facile farlo diventare stato-partito e partito-stato. La differenza su questo piano tra fascismo e comunismo c’è ma è sottilissima: in termini definitori, quello sovietico è partito-stato e quello fascista è stato-partito. ma è un bisticcio troppo elementare. Ecco dove lo stalinismo ci pesa. Se noi fondiamo un partito solo sulle elezioni, il fascista ha la faccia tosta, ma è più netto, di dire non si elegge niente, si nomina dall’alto. Come l’assolutismo precedente allo Stato moderno. E invece lo stalinismo cosa ha fatto: delle elezioni rispetto alle quali la proposta spetta unicamente al gruppo dirigente. E io l’ho vissuta come esperienza personale nella Federazione del PCI di Pisa: se tu fai una proposta sei un nemico, salvo che sei nella Segreteria. Riccardo Di Donato un giorno si è alzato per fare una proposta, ma ha specificato: “non lo faccio come d’Albergo (che propone all’assemblea, ndr), lo propongo a voi qui (del gruppo dirigente, ndr)”. La democrazia socialista non poteva non avviarsi, di fronte all’analfabetismo di massa dell’800, con un gruppo di intellettuali che i borghesi perciò definiscono traditori della borghesia.

 

Federico: Secondo te queste dinamiche che erano presenti nel PCI sono presenti anche in Rifondazione?

 

Salvatore: Si, ovunque. Prima citavate la Confederazione dei comunisti, sono andato ad un loro dibattito a Pistoia e dopo il mio intervento ho chiesto a Mazzei cosa ne pensasse e lui si è rifiutato di intervenire. Ma allora sono tutti uguali i dirigenti di partito, non si possono abbassare a discutere...I comunisti possono essere 10 oppure 2 milioni, ma il gruppo dirigente comanda ugualmente! C’è uno che comanda, si dà per scontato che comanda e c’è il rito informale che comanda stando seduto lì, alla “presidenza” (non è un caso che mi dà fastidio la cattedra quando faccio la lezione). Così succede che quando il gruppo dirigente rischia di non avere la maggioranza si scioglie l’assemblea, non si vota! Quando io sono entrato nel PCI, c’era un dirigente della destra del partito, di destra, e alla prima riunione avendo provocato cinque votazioni di seguito, mi ha detto: “d’Albergo, se tu credi di sfasciare questo Partito...”, e questo perché nelle cinque votazioni si votò con maggioranze diversamente composte. La cosa più grave però è questa: che il Partito nato come movimento rivoluzionario, con dei dirigenti che dovevano saper interpretare la classe, ha poi trovato riflesso del suo autoritarismo in militanti che sono passivi al comando delle Segreterie!...

 

Giovanni: E perché avviene questo secondo te?

 

Salvatore: La risposta ha a che fare con l’antropologia: la formazione dell’uomo nuovo! I rivoluzionari devono promuovere un uomo nuovo, ci vuole la rivoluzione permanente...Il Partito ha cominciato a sfasciarsi quando si è cominciato ad anteporre i piccoli impegni personali (la partita, non il sabato, alle 19.30 dobbiamo chiudere, ecc.) quando si doveva decidere il giorno della successiva riunione:è un processo cominciato nel 1976... Dunque il problema è questo: i comunisti hanno nell’anima che ognuno è potenzialmente in grado di promuovere un gruppo dirigente e il settarismo è il settarismo di chi dice: “che linea porti”? Sono più estremisti dei fascisti. La borghesia fa n+1, i comunisti fanno n-1 che cancella tutti gli altri, ognuno vuole prevalere sull’altro. Ognuno vuole comandare sull’altro, non si affronta il problema se è giusto comandare, chi deve comandare. Come si fa a chiamare un organo del partito organo “superiore”?: i fascisti usavano questo linguaggio, perché facevano le nomine dall’alto. Così come a Frattocchie mi dicevano: “guarda d’Albergo che questo è un corso di base”, per dire che andava fatto terra-terra. Ma allora i compagni son “cretini”? La democrazia formale nel partito è ipocrisia. Non è un caso che Marx ha lavorato sulla Comune, non c’è un luogo dove si discuta l’esperienza della Comune.

 

Giovanni: Quando interviene questa degenerazione secondo te nei partiti comunisti: è il partito leninista? è il partito stalinista?

 

Salvatore: È avvenuto nel passaggio da Lenin a Stalin, facilitato dal consolidamento del modello di Stato Sovietico. Allora se non abbiamo una concezione di autonomia dello Stato ecco che va da sé che il partito diventa uguale allo stato, perché ha le stesse strutture: il cittadino è l’iscritto, il collettivo è la sezione, il parlamento è il comitato centrale...E quelli che non hanno mai creduto al Parlamento sono gli stessi che non credono nel ruolo dell’assemblea degli iscritti, nel loro ruolo di dirigenti. E poi c’è l’alibi dell’avversario. Guardate che io leggo ogni giorno i quotidiani di destra e scopro che alcune cose le dice solo Il Giornale ma non vengono mai scritte su Liberazione, ma perché? Quindi l’avversario afferma cose giuste e le usa contro di noi e noi non possiamo leggere o scrivere le stesse cose ad esempio su Il Manifesto. Con l’aggravante che i comunisti sono bravissimi nella critica dello stato borghese, persino i cossuttiani!!! Ma non sono capaci di portare la critica nelle loro strutture. Come si spiega allora che vincono sempre i gruppi dirigenti, non hanno mica il “mitra”, gli basta il potere esclusivo di proposta!

Manca una critica conseguente del sistema chiamato di “democrazia classica”, lo vogliamo dire o no che la democrazia del sistema anglo-americano non è democrazia! Come si spiega il caso di dirigenti comunisti entusiasti dai viaggi in America?...

Si discute se il fascismo sia stato autoritario o totalitario. Questo dibattito è stato innescato per nascondere che i sistemi cosiddetti democratici sono in realtà autoritari. Il sistema britannico e americano sono due forme equivalenti di autoritarismo, il fatto che gli inglesi quando è spuntato prima Mussolini e poi Craxi hanno detto: “Finalmente in Italia si vede qualcosa di nuovo...” è legato al fatto che il primato del governo per loro è istituzionalizzato, per cui comanda solo il governo, l’unica differenza è che loro non hanno legittimato il sistema a partito unico, ma vantano il governoa partito unico! Gli studiosi della materia definiscono i sistemi anglo-americani come “società omogenee”, mentre la società italiana e in genere quelle continentali sono definite “eterogenee”.

La lotta di classe non c’è in Inghilterra e in America, come si vede dai bellissimi film di Ken Loach che manca il partito, la lotta sindacale non può essere sola, da cui poi il problema del rapporto tra partito e sindacato...

 

Giovanni: Se questa critica della democrazia borghese è la traduzione della critica della democrazia formale e dunque alla dittatura di classe che Marx poneva come analisi, allora l’alternativa della democrazia sostanziale socialista, della dittatura del proletariato...

 

Salvatore: Ecco, a questo punto l’abilità dello stalinismo sta nell’ideache avendo il marxismo fondamento di una visione del mondo diversa per togliere la soggezione ai diseredati e farli essere reali anche loro, la chiamano “democrazia sostanziale”, ma non può essere senza regole di una democrazia coerente...altrimenti un qualsiasi leader maximo una mattina si può svegliare e decidere di mettere i ticket in sanità e ciò deve essere considerato giusto perché l’ha deciso lui! E non a caso alle critiche su quel che succede a Cuba si risponde: “però c’è la migliore sanità del mondo”...

 

Giovanni: Stiamo toccando un nodo importante, centrale anche nell’esperienza sovietica in particolare: il famoso problema della rivoluzione interrotta, bloccata, burocratizzata...un processo che sarebbe stato bloccato dall’aggressione esterna. Questa impossibilità che abbiamo visto nella storia di un passaggio alla democrazia sostanziale avviene prevalentemente per ragioni esterne (l’aggressione esterna) o secondo te ci sono anche cause interne...

 

Salvatore: Ambedue, interne ed esterne, ma il problema è che gli elementi esterni diventano un alib