IL PIANETA FUTURO - Associazione di politica e cultura comunista

ORGANIZZA IL DIBATTITO PUBBLICO:

 

Guerra e lotte sociali all’ombra dell’Ulivo:

I COMUNISTI E L’ACCORDO IMPOSSIBILE

 

GIOVEDI’ 26 FEBBRAIO ORE 21

SALA CONVEGNI – EX STAZIONE LEOPOLDA

Via Francesco da Buti (nei pressi di P.za Guerrazzi), Pisa

Interverranno:

Fulvio GRIMALDI (CPF Roma PRC - rivista L’Ernesto )

Bruno MANGANARO (AMR/Progetto Comunista - sinistra PRC)


SPETTRI SI AGGIRANO

PER L’EUROPA

 

morti viventi

 

“Penso che non solo Lenin, ma tutti i grandi leader del movimento operaio del ‘900, siano morti e non solo fisicamente”… “Vorrei vederlo in faccia uno che oggi dica: voglio fare un partito marxista o leninista e che voglia mettere questa definizione nel suo statuto”, (Bertinotti-pensiero nell’intervista a “il manifesto” del 21 Gennaio 2004).

 Il dibattito sulla stampa di queste settimane con cui si è arrivati a dichiarare morto ogni aspetto del comunismo del ‘900 rappresenta, al di là dell’operazione politica di legittimazione del PRC quale interlocutore del centrosinistra (ancora una volta guerrafondaio, con l’astensione sul rifinanziamento della spedizione imperialista in Iraq), una vera e propria rottura epistemologica con il marxismo scientifico, e con gli sviluppi di analisi e di prassi politica che le grandi figure del comunismo novecentesco hanno prodotto.

Errori, distorsioni, arretramenti, sconfitte e fallimenti non possiamo e non vogliamo negarli né rimuoverli, tuttavia il ‘900 nasce sotto la cifra della prima grande rivoluzione socialista, che ha segnato il secolo scorso e dato speranza a milioni e milioni di donne e uomini, a mille popoli oppressi dallo sfruttamento capitalista e dall’aggressione colonialista e imperialista.

La storia del comunismo nel ‘900 non è un cumulo di macerie: i protagonisti del comunismo novecentesco vivono nelle nostre lotte!

VIOLENZA, NONVIOLENZA, RIVOLUZIONE:

I COMUNISTI E IL POTERE

L’operazione politica che in questi mesi è maturata nel PRC non può lasciare indifferenti i comunisti, comunque siano collocati: alle questioni puramente politiche, infatti, che riguardano gli aderenti a quel partito che nel confronto interno (se gli sarà permesso) esprimeranno le proprie opinioni rispetto alla definizione di un’alleanza programmatica e organica con il centrosinistra, si è andata aggiungendo a colpi di articoli sulla stampa - coinvolgendo anche giornali (la Repubblica, Corriere della sera) che con il dibattito teorico dei comunisti nulla hanno a che vedere se non per denigrarlo e criminalizzarlo  - una discussione sui mezzi e i metodi con cui si devono condurre le lotte, che ha in realtà portato in breve a discutere in sostanza dei fini delle lotte stesse. Soprattutto, in discussione è la questione sostanziale per i comunisti, cioè la questione del potere nella prospettiva del fine principale, cioè la rivoluzione socialista per l’abbattimento del sistema capitalista e l’instaurazione della società senza classi né sfruttamento dell’uomo sull’uomo, cioè il comunismo.

La questione del potere è dirimente: nella società capitalistica, anche nella fase attuale di imperialismo globalizzato, le leve del potere economico, politico, culturale sono nelle mani della borghesia, di quella classe cioè che vive in funzione del profitto estorto al lavoro attraverso forme di sfruttamento del lavoro - del lavoro operaio in particolare, ma ormai anche sempre più intellettuale - in continua trasformazione.

Il rovesciamento della minoranza sfruttatrice da parte della maggioranza sfruttata è la rivoluzione: laddove il potere è nella mani della classe dei produttori, laddove il potere economico e politico si fonda sulla classe del lavoro e la contraddizione si rovescia, là si instaura il socialismo, prima tappa verso la società senza classi.

La violenza, oggi attribuita primariamente ai comunisti dai sedicenti epigoni del PRC, è immanente alla storia dell’umanità, non una malefica invenzione dei comunisti.

Abbracciare la nonviolenza per non legittimare azioni terroristiche, anziché rendere più chiare le posizioni dei comunisti, impedisce di definire proprio le differenze tra azioni di difesa e resistenza popolare controoccupazione e repressione militare, e la violenza del sistema capitalista e dell’aggressione imperialista e colonialista. Chi afferma che la guerra si fermerà con la nonviolenza, condanna il comunismo ad un approdo idealistico ed utopistico, mescolato ad inclinazioni mistiche, a cui, in odore di beatificazione (ministeriale), aspira Bertinotti. (febbraio 2004)

 

Non ti curar di loro ma guarda e passa...

Dalla critica del comunismo storico novecentesco

alla negazione del comunismo

Non siamo nostalgici stalinisti o icone farsesche di una idea e pratica comunista tanto retorica quanto inconcludente, perché incapace di trasformare la società: siamo comunisti che a partire dalla contraddizione capitale/lavoro conducono battaglie sul terreno politico, sindacale, economico-sociale e culturale (anche contro i trasformismi dei “sinistri” dirigenti politico-sindacali e l’opportunismo degli intellettuali al servizio dei governi di turno), comunisti che lottano contro la guerra e l’imperialismo nelle sue molteplici espressioni - economiche, politiche  e culturali - comunisti che ritengono improponibile una idea di trasformazione sociale all’interno del modo di produzione capitalistico e subalterna alla logica del profitto.

Da alcuni mesi si è scatenata una autentica bagarre dalle pagine di molte testate, da Liberazione a il manifesto fino alla rivista Alternative, che ha un obiettivo ben preciso: liquidare il comunismo novecentesco e con esso il leninismo, l’idea stessa della rivoluzione e di un cambiamento radicale del modo di produzione capitalistico. L’abiura comprende le stesse categorie interpretative della realtà, ossia il marxismo che per noi, ricordiamolo, non è un dogma né una fede, ma un metodo di analisi scientifica della realtà.

Una delle “idee” di fondo di questi sperimentatori-azzeccacarbugli è quella di una “Europa politica di non potenza”, descritta dal filosofo Balibar, da contrapporre al dominio “imperiale” (hanno abolito il riferimento all’imperialismo per poter contrapporre l’idea di una Europa dei buoni sentimenti da opporre all’Impero). Dietro questa idea c’è non solo la rinuncia ad una battaglia contro l’Europa del capitale e dei banchieri, ma una lunga sequela di voltafaccia: per tutti valga la promessa di un referendum in Italia contro l’adesione ai parametri di Maastricht, proposta avanzata dal segretario del PRC Bertinotti e lasciata cadere nel vuoto. Si ripropone così la dicotomia ottocentesca tra Europa dei popoli contro Europa delle nazioni, e si preconizza un diverso ordine sociale, nella compatibilità interna al sistema capitalistico, spacciando un’idea astratta e falsa di Europa (non a caso non si parla dell’intervento Europeo gestito dal centrosinistra in Kosovo e dal Nuovo statuto della Nato che assegna agli Usa e ai suoi alleati il ruolo di potenze autorizzate ad  intervenire ovunque siano messi a repentaglio interessi nevralgici).

Non una parola viene spesa per un bilancio critico delle lotte pacifiste di questi anni, per valorizzarne le enormi potenzialità, ma anche per individuarne i forti limiti; un caso per tutti, milioni di persone in piazza contro la guerra, silenzio assoluto sulla permanenza delle basi di morte Usa e Nato in territorio italiano ed europeo, silenzio, complice e imbarazzato, sul sostegno del centrosinistra europeo alle missioni in Afghanistan e Iraq.

Bertinotti, che da sindacalista ha firmato pessimi accordi e da politico sta traghettando il PRC nell’alleanza senza sbocchi (almeno per gli interessi che dice di rappresentare) con l’Ulivo, parla di  una forza europea che lotti per una alternativa di società. Belle parole alle quali seguono fatti diametralmente opposti, perché l’alleanza elettorale (dalla quale dipende la sopravvivenza di un ceto politico attraverso giunte, assessorati e nomine in parlamento) avviene con forze di centrosinistra che neppure lontanamente ricordano quella socialdemocrazia europea capace almeno di raggiungere conquiste importanti in campo sociale come il Welfare State (a cui D’Alema sostituirebbe con Prodi il Profit State), una alleanza che avverrà sulla pelle delle istanze sociali e sindacali espresse in questi mesi dai metalmeccanici, dagli autoferrotranvieri, dai tanti che scendono in piazza per respingere le contro-riforme Moratti dell’intero sistema formativo (dall’asilo all’Università).

È bene dunque che si sappia che la coalizione di centrosinistra non ha alcuna intenzione di eliminare la legge 30 e le norme che precarizzano il mercato del lavoro, né di cancellare interamente la legge Moratti, né tutte le norme che a partire dagli anni passati hanno stravolto la scuola pubblica a vantaggio di quella privata e confessionale.

Dulcis in fundo, la non violenza che Bertinotti  giudica capace di quella radicalità nei processi di trasformazione che un tempo si definiva comunismo. Non siamo apologeti della lotta violenta, tuttavia la storia insegna che da sempre, da quando esiste il mondo, i processi di trasformazione non avvengono in modo indolore e le classi sociali dominanti non cedono i loro privilegi se non costrette. La non violenza di cui gran parte di RC si fa paladina non ha alcuna base storica e politica: i rivoluzionari sono costretti all’uso della forza come ultimo mezzo (necessario) per resistere alla tirannia e alla violenza del Capitale.

I comunisti in Italia e in tutto il mondo hanno condotto le loro battaglie anche attraverso la partecipazione attiva  nel cosiddetto movimento no-global, denunciandone contemporaneamente limiti, ingenuità ed errori, sui quali però il movimento continua a non aprire una seria discussione. Limiti, ingenuità ed errori che spesso impongono alle forze rivoluzionarie di organizzarsi autonomamente, come è avvenuto in India con il Mumbay Resistence.

Diciamoci la verità e non raccontiamocidelle storie: per dirla alla Althusser, dietro alla svolta di Bertinotti e “compagni” non c’è una ricerca di alternativa, ma una omologazione al capitalismo e il baratto dell’idea di trasformazione socialista con una coesistenza pacifica e compatibile con il capitalismo e i blocchi economico-politici dell’imperialismo europeo.

 

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