CONTRADDIZIONI E LOTTA DI CLASSE NEL CAPITALISMO DEL XXI SECOLO
Globalizzazione: superamento o riedizione dell'imperialismo?
Il presente dossier analizza la categoria leniniana classica di imperialismo,
sottoponendola alla verifica del confronto con l'attuale fase storica del
capitalismo. Abbiamo ritenuto essenziale affrontare tale tematica per aggredire
la questione inerente al concetto di globalizzazione, che definisce l'orizzonte
fenomenico del capitalismo su scala planetaria del XXI secolo, ma non ne
descrive i caratteri fondamentali dello sviluppo sistemico.
Ciò che si vuole suscitare col seguente contributo è la discussione
relativa all'attuale fase del capitalismo mondializzato, che viene definito
globale sulla base di un preteso superamento delle economie e degli Stati
nazionali a vantaggio delle "imprese transnazionali" e "deterritorializzate",
ossia di imprese "globali" non più condizionabili economicamente
e politicamente nelle loro strategie di localizzazione territoriale e sviluppo
e capaci di guidare da sole il processo di globalizzazione. A questa versione
che sottolinea il primato dell'economia (imprese globali) sulla politica
(anche quella degli Stati forti) è affiancabile una seconda interpretazione
della globalizzazione che legge, nel dopo 1991, lo sviluppo progressivo
di un Centro Imperiale, oggi rappresentabile nel dominio assoluto (politico,
militare ed economico) e incontrastato degli Stati Uniti sul resto del mondo,
con una conseguente e sostanziale sudditanza di ogni altra articolazione
del sistema globale stesso.
Con il precedente dossier (CAPITALISMO 2001) abbiamo tentato di individuare
sinteticamente i problemi aperti dalla fase attuale del capitalismo, fase
di sovrapproduzione che dura da circa trent'anni e che oggi presenta la
novità della fine del campo socialista come antagonista diretto politico-militare
oltre che economico-ideologico, pur permanendo la Cina come antagonista
politico-ideologico se non, al momento, economico.
Attraverso alcuni esempi limitati, ma che ci sembrano esplicativi, abbiamo
tentato di riproporre l'applicazione dell'analisi marxiana e leniniana ai
processi di concentrazione e finanziarizzazione che il capitalismo ha sviluppato
negli ultimi anni, allo scopo di misurare la categoria dell'imperialismo
con l'attualità del sistema e comprendere se tale definizione mantiene
validità nella descrizione dei fenomeni del capitalismo odierno o
se sia necessario rivisitarla, aggiornarla, revisionarla o addirittura abbandonarla,
come dichiarano i cantori dell'Impero (omologati o antagonisti che siano).
Uno sforzo teorico, ma con finalità pratiche e politiche, perché
si ridefiniscano gli obiettivi reali del movimento rivoluzionario con una
critica attiva alla prassi delle moltitudini disobbedienti, per tornare
al conflitto e all'antagonismo sociale come elemento costitutivo della lotta
di classe per il socialismo.
ANALISI DELLE CLASSI E DELL'IMPERIALISMO PER UNA PRASSI COMUNISTA NEL XXI SECOLO
Il sistema capitalistico si è trasformato nell'ultimo decennio
del XX secolo, soprattutto in seguito al crollo del sistema sovietico che
rappresentava un antagonista politico-militare e che si proponeva come sistema
socio-economico alternativo.
La crisi di sovrapproduzione di capitali e merci iniziata negli anni '60,
il salto di qualità dell'antagonismo di classe praticato dal movimento
operaio e la crisi di legittimazione del sistema provocata dal movimento
studentesco ha indotto il Capitale e i poteri politici ad esso connessi
a promuovere una strategia di risposta di ampio respiro che iniziata a metà
degli anni '70 ha cominciato a dare i suoi frutti con le ristrutturazioni
del processo produttivo e la ripresa del controllo sul lavoro dei primi
anni '80, con la ricostruzione di un ampio esercito di riserva (disoccupazione)
e con la diffusione di nuovi metodi di sfruttamento del lavoro vivo; contemporaneamente
sul piano politico veniva restaurato il potere di classe e una nuova edizione
dell'organizzazione oligarchica del potere come risposta alla domanda di
democrazia sostanziale che aveva caratterizzato i movimenti degli anni 60
e 70: l'istituzione della legge finanziaria (che condiziona i diritti a
precostituite compatibilità finanziarie), il susseguirsi delle controriforme
(definite "riforme istituzionali") della P.A., della forma dello
Stato, della legislazione economica e sociale e infine dello stralcio prima
sostanziale e poi anche formale della Costituzione Repubblicana hanno ormai
ridotto al minimo gli spazi di agibilità del conflitto di classe
nell'arena statale ed enormemente indebolito e frammentato la soggettività
antagonista. Contemporaneamente sul piano internazionale la cosiddetta finanziarizzazione
dell'economia è stata permessa e promossa dalle decisioni politiche
degli Stati dominanti di deregolamentare il mercato delle valute e dei titoli,
favorendo così il processo storico di mondializzazione del Capitale,
mentre il Lavoro e il movimento operaio mondiale appare sempre più
balcanizzato e disperso. In questo quadro negli anni '90 il potere capitalistico
ha potuto rafforzare la propria legittimazione attraverso una formidabile
campagna ideologico-culturale tesa ad affermare l'idea che viviamo nel migliore
dei mondi possibili e che solo l'impresa e il mercato possono garantire
la riproduzione del sistema sociale.
La "globalizzazione neoliberista", in cui la concorrenza su scala
planetaria si attua attraverso l'abbattimento di qualsiasi barriera si contrapponga
agli investimenti e allo sfruttamento dei mercati, con l'imposizione politica
e militare del modello economico-sociale vincente, quello Occidentale e
statunitense, è la rappresentazione della fase attuale che il capitalismo
esprime e occorre perciò definirla: per globalizzazione si intende
un sistema di sfruttamento sofisticato e integrato dal punto di vista tecnologico,
scientifico, economico e sociale su scala planetaria, che accentua la divisione
del lavoro e le diseguaglianze tra le classi a livello nazionale e internazionale
attraverso un tasso di concentrazione di capitale e un livello di centralizzazione
delle decisioni politico-economiche finora mai raggiunto.
Se l'essenza della globalizzazione può sintetizzarsi in questa definizione,
può cadere la contrapposizione con la nozione di imperialismo, poiché
il quadro di fondo e l'assetto sostanziale del capitalismo nell'attuale
fase mantiene le caratteristiche della fase monopolistica. La globalizzazione
rafforza nei paesi a capitalismo avanzato norme protezionistiche e contemporaneamente
impone ricette liberiste ai paesi del Sud del mondo e dell'Europa dell'Est
ricette che consentono alle multinazionali e ai paesi imperialisti ampi
margini di profitto, di sfruttamento intensivo della forza lavoro, speculazioni
finanziarie e monetarie.
Chiarire che il quadro di riferimento resta quello dell'imperialismo, di
cui la globalizzazione rappresenta l'epifenomeno contingente dell'attuale
fase - come il colonialismo ne era la rappresentazione ottocentesca e primonovecentesca
- significa ricollocare la battaglia antiglobalizzazione nell'ambito di
una battaglia anticapitalista e antimperialista, cioè ridefinire
l'opposizione sociale e culturale come conflitto antagonista tra le classi,
come lotta di classe.
La nostra battaglia teorica è dunque tesa alla confutazione dei teorici
della globalizzazione che ci presentano un mondo omologato in cui la contraddizione
tra ricchi e poveri sta all'interno di un sistema imperiale unipolare.
Riteniamo invece che un'analisi adeguata delle contraddizioni interimperialistiche
debba essere strettamente connessa all'analisi di classe su base nazionale
e internazionale, e alla centralità della contraddizione capitale/lavoro.
Ciò rappresenta in sintesi il nostro progetto di ricerca teorica
e il fondamento di una teoria della prassi adeguata alla fase.
Riteniamo infatti che le contraddizioni di classe siano più che mai
presenti e che per contrastare efficacemente la potenza distruttiva e omologante
del capitalismo occorra riattivare la coscienza di classe sia a livello
sindacale che politico, al fine di costruire conflitto sociale, antagonismo
politico e percorsi di rivoluzionamento del sistema vigente.
Le borghesie nazionali ed internazionali hanno da tempo ricomposto gli strumenti
economici, politici, istituzionali con cui stanno esercitando la lotta di
classe su scala mondiale, mentre il proletariato (composto da classe operaia,
lavoratori dipendenti ed "esternalizzati", precari, flessibili,
part-time, disoccupati, sottoccupati, immigrati) ha perso i propri
riferimenti politico-culturali e organizzativi.
Il nostro contributo vuole porre alcune questioni teorico-politiche fondamentali
per comprendere la fase attuale del capitalismo e tentare di intraprendere
un passo in avanti nella questione di come i comunisti si attrezzano, teoricamente,
politicamente ed organizzativamente, per ricostruire un progetto rivoluzionario
di rovesciamento del sistema capitalistico, che avvii la transizione al
socialismo, per la costruzione di una società comunista libera dall'oppressione
e dallo sfruttamento degli individui, delle classi e della natura.
L'esperienza dimostra che basta possedere anche una maggioranza relativa
delle azioni per dominare l'andamento degli affari di una società
per azioni, visto che una parte degli azionisti dispersi qua e là
non ha praticamente la possibilità di intervenire alle assemblee
generali. La distribuzione del possesso di azioni con cui i borghesi e gli
opportunisti socialdemocratici promettono la democratizzazione del capitale
e l'aumento d'importanza e di funzione della piccola produzione in realtà
costituisce un mezzo per accrescere la potenza dell'oligarchia finanziaria.
Il sistema della partecipazione non soltanto serve ad accrescere enormemente
la potenza dei monopolisti, ma permette anche di intervenire in ogni sorta
di loschi e luridi affari e di frodare il pubblico, visto che legalmente
non sono responsabili delle società figlie - considerate indipendenti
- per mezzo delle quali i grandi azionisti manipolano capitali agendo indisturbati.
Il mezzo più semplice per rendere impenetrabile un bilancio consiste
nello scindere un'azienda unitaria in più parti, sotto forma di costituzione
o aggregazione di società figlie. Sono così evidenti i vantaggi
offerti da tale sistema per i più svariati scopi legali e illegali
che oramai sono solo eccezioni le aziende che non lo applicano.
Molto spesso i bilanci delle società italiane, quotate in borsa,
si presentano con una doppia faccia: a leggere i comunicati sui dati contabili
del terzo trimestre dell'anno, si può avere l'impressione che le
difficoltà dei mercati finanziari abbiano soltanto sfiorato le grandi
imprese quotate in borsa. Ma se scorriamo le pagine delle relazioni trimestrali
integrali, difficilmente disponibili, emerge una realtà più
cruda: gli utili e le vendite scendono assieme agli indici di redditività.
Salgono invece debiti e disoccupazione, insomma è un momentaccio.
Peccato che non se ne abbia piena consapevolezza, perché gli articoli
economici dei giornali sono sempre scritti sulla base dei comunicati pubblicati
dalle aziende.
Giornalisti e analisti ne prendono visione soltanto dopo qualche giorno,
normalmente nei siti web delle società, ad articoli già pubblicati.
Molto spesso i comunicati delle società industriali non indicano
l'ammontare dei debiti, ma soltanto la cosiddetta posizione finanziaria
netta, in cui i prestiti contratti con le banche sono scontati dei crediti,
talvolta di dubbia esigibilità.
Nelle società finanziarie l'abbellimento dei conti avviene sul lato
attivo del bilancio messo a dura prova, quest'anno, dal calo delle entrate
per commissioni e dalle minusvalenze dei titoli in portafoglio.
Il comunicato della Banca di Roma sottolinea ad esempio il miglioramento
dell'utile netto nelle banche del gruppo.
Suggestivo è stato il criterio usato da Unocredito, che ha
scelto di esaltare in grassetto la crescita del 5,7% dell'utile medio dei
tre trimestri in rapporto al risultato dell'anno precedente, mentre se fosse
stato confrontato in funzione dei ultimi due anni l'utile netto sarebbe
apparso in diminuzione del 26,5% ....
Questo ci può permettere di affermare che nei periodi di prosperità
industriale i profitti del capitale finanziario aumentano, in quelli di
decadenza le imprese medio piccole e principalmente deboli sul mercato vanno
a picco; è allora che le grandi banche "partecipano" alla
compera a buon mercato di queste o al "risanamento" e alla riorganizzazione
delle imprese dissestate.
Possiamo fare un esempio che conferma il secondo punto della definizione
di imperialismo di Lenin, la "fusione del capitale bancario col capitale
industriale e il formarsi sulla base di questo di capitale finanziario e
di un'oligarchia finanziaria": nel 1989 il Crédit agricole
(gruppo mutualistico francese, pur mantenendo il monopolio del finanziamento
agricolo con l'80% del credito degli agricoltori Francesi, ha da tempo cessato
di essere la banca dell'agricoltura, per diventare una vera e propria banca
universale conquistando nuovi mercati presso le grandi imprese a livello
mondiale) fu chiamato in soccorso della direzione dell'Ambroveneto
per bloccare l'assalto di una cordata guidata da Mediobanca. Da allora
la banca francese ha seguito tutte le vicende dell'istituto italiano come
uno dei suoi grandi azionisti di riferimento, fino alla fusione di Banca
Intesa con la Banca Commerciale Italiana, e al conseguente accordo
coi vecchi nemici, Mediobanca e Generali.
L'attuale fase capitalistica si contraddistingue per le innovazioni tecnologiche
e informatiche, oltre che per la restaurazione di un dominio capitalistico
planetario e della fine della cosiddetta bipolarità.
Che la storia vada avanti è una banalità negata solo dagli
ideologi in malafede, ma che questo significhi la fine della fase imperialistica
è tutto da dimostrare. La nozione leniniana di imperialismo poneva
alcune condizioni specifiche: innanzitutto si contrapponeva alle concezioni
dell'imperialismo politico-militare, per cui solo in presenza di occupazione
di un territorio si potrebbe parlare di imperialismo; inoltre, criticava
e stigmatizzava l'idea di super-imperialismo di Kautsky, per cui il capitale
si andava ordinando in un unico monopolio mondiale, e le contraddizioni
strutturali si andavano ricomponendo, fino alla loro scomparsa, e alla vittoria
di un unico soggetto monopolistico.
Anche oggi i teorici della globalizzazione ci propongono una visione del
funzionamento del sistema capitalistico per cui, dopo la fine della contrapposizione
con l'URSS, esisterebbe un'unica potenza (super!), gli USA, che dominerebbe
definitivamente il pianeta, imponendo il proprio sistema economico-sociale
attraverso un dominio politico-militare incontrastato (e incontrastabile).
Quello che oggi si sta affermando nella coscienza dei popoli, attraverso
un'opera di propaganda ideologica, è che esiste un sistema talmente
pervasivo ed autoregolatore ormai in grado (a differenza di ciò che
accadeva nel secolo scorso) di risolvere le proprie crisi senza contrasti
e contraddizioni; inoltre, si va diffondendo l'idea che questo sistema (definito
imperiale) comporti il superamento degli Stati nazionali, e comunque l'erosione
della loro sovranità a discapito degli interessi delle "imprese
transnazionali"; infine, si sostiene che esista un'unica potenza militare
(e che gli USA attualmente detengano questo primato non ci sono dubbi) alla
cui volontà sarebbero costretti ad assoggettarsi tutti gli Stati
fino ad esserne plasmati nei tratti socio-economici.
Non c'è dubbio che i grandi organismi economici mondiali (FMI, BM,
OMC) siano fortemente influenzati dagli orientamenti statunitensi, ma rimuovere
le contraddizioni tra Stati che emergono sistematicamente all'interno di
tali organismi significa negare l'evidenza: si può arrivare a sostenere
che sia una fisiologica dialettica del sistema, ma non che siano inesistenti.
Ricordiamo solamente le vicende di Seattle, dove l'Europa soprattutto, strumentalizzando
le proteste scatenate dal movimento no global, bloccò alcune
imposizioni degli USA in materia di commercio, rivelando un netto contrasto
di interessi. Ricordiamo come Bush abbia deciso di rompere in materia ambientale,
non firmando il protocollo di Kyoto; ricordiamo i vari contrasti in merito
alla gestione delle azioni militari, che nascondono interessi contrapposti
tra le potenze; ricordiamo inoltre che l'alleanza contro il terrorismo che
Bush ha creato non rappresenta certo una pacificazione definitiva su scala
mondiale, magari con il dominio assoluto degli USA, ma un momento in cui
si vanno ridefinendo gli assetti strategico-militari in funzione del controllo
di importanti aree geostrategiche (Medioriente, Africa, Asia) per le materie
prime, le fonti energetiche, i nuovi mercati in espansione).
Quello che oggi appare un capolavoro diplomatico dell'Amministrazione Bush,
cioè l'appoggio di Russia e Cina alla campagna contro il terrorismo,
è solo un passaggio di fase e non una definitiva sottomissione russa
o cinese alla potenza statunitense; anche nel caso dell'Europa, e forse
ancor più significativamente, la subalternità politico-militare
subita per mezzo secolo dai Paesi europei (usciti vincitori o vinti nella
Seconda Guerra Mondiale) è in corso di superamento con la costituzione
del polo economico-politico-militare (in una parola: imperialistico!) dell'UE,
che già si prefigura come un gigante in grado di piegare e mettere
in ginocchio nel campo produttivo e commerciale gli USA e il Giappone, quest'ultimo
in una crisi strutturale profondissima. La scheda riportata a fianco evidenzia
i rapporti di forza economici, mentre i dati che riportiamo di seguito mostrano
la flessione della superpotenza statunitense dal punto di vista economico.
| IL PIL USA - Il Pil Usa è aumentato del 38% nel decennio 1950-60, del 45 % nel decennio glorioso della guerra nel Vietnam (60-70), mentre nei due decenni successivi l' aumento è stato rispettivamente del 32 e del 30%. Dal crepuscolo del conflitto nel sudest asiatico in poi, i tassi di crescita dell'economia americana sono in netta diminuzione sia in termini globali sia in termini pro capite. Alla fine degli anni '80 l'America possedeva solo il 22% del PIL globale. La perdita di velocità del sistema economico Usa è evidenziata dal fatto che dal decennio reaganiano c'è stato un periodo di massimo rilancio della spesa militare e del deficit pubblico. Negli ultimi anni gli USA sono tornati ad una quota intorno al 30% del PIL globale, soprattutto utilizzando il volano delle spese militari, passate negli ultimi due anni dal 36% al 40 % delle spese militari mondiali. |
Alla situazione geostrategica delineata occorre aggiungere un'analisi
dell'attuale fase capitalistica, per comprendere se la categoria di imperialismo
come fase monopolistica del capitalismo ha sempre validità o se vada
emendata, superata, abbandonata.
Per i sostenitori di una nuova fase del sistema, l'osservazione scientifica
della realtà si ferma alla superficie della manifestazione economica,
rappresentata dall'interdipendenza globale dell'economia. I teorici dela
globalizzazione (e del conseguente abbandono di una visione di classe delle
contraddizioni del sistema) sostengono in sostanza che la rivoluzione informatica
e la ristrutturazione neoliberista avrebbero costituito un nuovo modello
di produzione e sfruttamento fondato sull'abbattimento delle frontiere e
degli Stati nazionali, e sulla delocalizzazione territoriale delle imprese.
Lo sviluppo delle azienda in una virtuale articolazione transnazionale detterebbe
le proprie condizioni economico-finanziarie sulle scelte politiche dei Paesi
dominati e anche dei dominanti, i quali verrebbero sottoposti a vincoli
imposti dagli organismi sovranazionali come il FMI (Fondo Monetario Internazionale),
la BM (Banca Mondiale), la BCE (Banca Centrale Europea), l'OMC (Organizzazione
Mondiale Commercio). Va detto che tali vincoli in effetti esistono, ma sono
il tentativo estremo di governare processi di concorrenza spietata e totale,
per evitare che i contrasti di interesse sfocino nuovamente in un conflitto
militare aperto. Dunque, i vincoli ci sono e rappresentano effettive restrizioni
all'anarchico funzionamento del sistema, ma si presentano contraddittoriamente
come fattori necessari per contenere l'acuirsi delle contraddizioni più
laceranti, per il momento, mentre impongono ai popoli un'artificiale e autoritario
controllo sociale.
IMPERO O IMPERIALISMO?
Una distinzione teorica, una querelle tra intellettuali e nostalgici del comunismo storico novecentesco oppure questione dirimente legata alla interpretazione della realtà e ai processi di trasformazione?
Il massimo teorico dell'Impero è Tony Negri; in un libro pubblicato in lingua inglese con Michael Hardt, edito in lingua italiana con il titolo Impero, liquida la teoria leniniana dell'Imperialismo con alcune considerazioni che riportiamo sinteticamente.
Ha ragione Fukuyama, la storia è finita, la civiltà globalizzata
è insuperabile, un punto di non ritorno.
La fine degli Stati nazionali e dello Stato-nazione, il tramonto della politica:
<<oggi ci sono solo monarchia, aristocrazia che stanno scannandosi
tra loro intorno al nuovo equilibrio mondiale, a quel ventre molle dell'Impero
che è il Medio Oriente, al controllo del petrolio che è l'energia
per far funzionare il mondo>> (Negri, Dialogo su Impero e democrazia,
Micromega 5/2001).
L'incontrollabilità dei salari, dei commerci e delle produzioni di
armi in Usa con la fine di ogni funzione di controllo da parte dello stato
nazione abdicato al Dio mercato.
Irreversibilità della situazione internazionale dopo l'attacco alle
Torri Gemelle: <<l'11 Settembre ha di fatto posto fine al movimento
che stava nascendo, anche se non è detto che rinasca in altre forme>>
(op. cit.).
Tramonto dell'analisi di classe, sostituzione del proletariato con la moltitudine
elevata a nuova soggettività politica, a partire dalle soggettività
che la compongono.
Le tesi di Negri, che abbiamo sintetizzato in pochi punti per rendere comprensibile a tutti/e i termini dell'intera questione, rimuovono l'analisi delle classi e gli stessi processi di trasformazione economico-sociale, non analizzano il capitalismo storico novecentesco e sono al di fuori della tradizione rivoluzionaria del movimento operaio e della lotta di classe.
Nei Paesi del "socialismo reale" dominava una concezione del
capitalismo obsoleta, conservatrice e stagnazionista. In Italia, l'interpretazione
togliattiana e berlingueriana di Gramsci è andata decadendo in un
riformismo senza riforme, con la rinuncia ad ogni ipotesi rivoluzionaria
da parte del PCI, attestato nella difesa sempre più acritica delle
istituzioni e nella pacifica coesistenza sociale interclassista, che assieme
al sindacato della concertazione ha fornito rappresentazioni, assurde e
teatrali, di una conflittualità depotenziata da ogni elemento antagonista
e anticapitalista.
Il comunismo concepito come modello sociale pauperistico senza beni di consumo
di massa se non quelli strettamente necessari, con la produzione indirizzata
prevalentemente all'industria bellica, non ha retto il confronto con la
società dei consumi e la sua macchina del consenso; la società
dello spettacolo, come la definì Debord, ha saputo ingabbiare ed
occultare le contraddizioni tra le classi sociali, deviando l'attenzione
generale verso la tutela di interessi particolari, scissi peraltro dalla
condizioni materiali di vita. Il conflitto, specie nelle epoche di sviluppo,
viene progressivamente indirizzato e neutralizzato verso interessi non antagonisti
al modo di produzione capitalistico.
In Italia dalla seconda metà degli anni '70 è prevalsa nel
PCI e nella CGIL una strategia subalterna alle logiche del capitale, del
mercato e del profitto, che ha provocato la paralisi delle lotte sociali
e un arretramento rispetto alle più recenti conquiste del movimento
dei lavoratori. Ciò ha prodotto anche un grave depotenziamento dell'analisi
marxiana della società, eliminando dal corpo sociale le istanze radicali
più avanzate, e impedendo di cogliere i cambiamenti strutturali e
le ripercussioni sulla composizione sociale. La pesante eredità di
questa cultura politica ha impedito negli ultimi trenta anni di intraprendere
una battaglia per estendere i diritti sociali, sindacali e politici. Conseguentemente,
la rappresentanza politica neocentrista delle classi dominanti (centrosinistra/Ulivo)
ha mutuato l'impostazione razzista e xenofoba delle destre, che vedono l'immigrato
come mera forza-lavoro da sfruttare a basso costo, senza diritti né
garanzie, regalando ampi strati sociali di operai e piccola borghesia alla
propaganda-militanza xenofoba della destra e della Lega contro la quale,
almeno sul terreno politico, poco può fare il solidarismo del mondo
cattolico (con la cui parte reazionaria spesso, invece, si salda). In questi
anni non è stata tutelata gran parte della forza lavoro italiana,
quella impiegata nelle cooperative e nelle aziende con meno di 15 addetti,
oggi si utilizzano strumentalmente le manifestazioni dei metalmeccanici
per conservare lo strumento concertativo e piazzare burocrati sindacali
nei Consigli di Amministrazione dei Fondi Pensioni privati, che negli Usa
sono uno strumento di speculazione finanziaria nel Sud America e di ricatto
dei lavoratori.
La teoria leninista è ancora valida e attuale
La produzione e il capitale si sono concentrati enormemente nell'ultimo
secolo, il monopolio fa il bello e il cattivo tempo in ogni ramo produttivo.
Esistono organismi internazionali, come il Fondo monetario e la Banca Mondiale,
che determinano le scelte economiche dei paesi del terzo mondo legando le
loro sorti alla crescita dei profitti di multinazionali con sedi nei paesi
a capitalismo avanzato. Questo non vuol dire che gli Stati nazionali rinunciano
ad ogni loro funzione: si veda in tal senso gli interventi protezionisti
degli Usa e dell'Inghilterra, nonché gli interventi dei governi a
supporto delle strategie economiche e delle guerre imperialiste. In Italia
il Governo Berlusconi assicura sgravi fiscali e contributi alle imprese
ed una deregolamentazione dei rapporti di lavoro (libro Bianco e abrogazione
art. 18 Statuto dei Lavoratori) che rende precaria e ricattabile la forza
lavoro e accresce i profitti del capitale made in Italy.
La teoria dell'imperialismo consente di cogliere gli stretti legami esistenti
tra la sfera economica, sociale e militare riconducendo alle questioni strutturali
processi che vengono invece rinchiusi in ambiti ristretti e parziali. Occorre
invece legare le guerre imperialiste dell'ultimo decennio alle strategie
economiche e finanziarie, agli squilibri interni ai paesi capitalisti, per
non cadere in un generico pacifismo che non coglie le vere cause dei conflitti.
Per quanto riguarda la fusione del capitale finanziario e industriale, delle
Banche con le Industrie, è sufficiente leggere le pagine de "Il
Sole 24 ore" per cogliere i molteplici interessi che legano l'Alta
Finanza, le speculazioni in Borsa con il controllo e i processi di fusione
delle Banche, i pacchetti azionari delle quali sono detenuti da Holding
e società dove Fiat, Pirelli e gruppi industriali posseggono quote
significative per controllare i Consigli di Amministrazione. La medesima
tendenza si ritrova in tutti i paesi a capitalismo avanzato e l'oligarchia
finanziaria di cui parlava Lenin ha subito cambiamenti più di immagine
che di sostanza. Produzione e capitale vedono annualmente centinaia di fusioni
tra imprese nei comparti finanziario e produttivo con la distruzione di
migliaia di posti di lavoro full time sostituiti da precariato, interinale
e part-time (lo sfruttamento intensivo e qualitativo della forza
lavoro corrisponde alla crescita del plusvalore estorto). Il capitalista
non ha niente di parassitario nel senso aristocratico del termine, gioca
in borsa e specula, controlla le fabbriche e non stravolge gli equilibri
nazionali dei paesi cardini del nuovo ordine mondiale imperialista. Il capitalista
è dunque un soggetto sociale dinamico e in perpetua ricerca del modo
migliore per ottimizzare i suoi profitti, sia attraverso lo sfruttamento
diretto e selvaggio dei lavoratori, sia attraverso la speculazione finanziaria
che drena capitali e risorse per sostenerlo nella lotta all'ultimo sangue
con la concorrenza.
Il principale interrogativo che possiamo avanzare sulla teoria leninista
oggi è quello relativo alla concezione della fase imperialista come
stadio supremo del sistema capitalistico in rapida decomposizione. Se la
crisi mondiale del sistema, giunta ad uno stadio irreversibile all'inizio
del `900, ha scosso il secolo con due guerre mondiali, la contrapposizione
tra Occidente e Socialismo Sovietico, la crisi energetica e da sovrapproduzione
da almeno trent'anni, si è aperta oggi un'epoca di restaurazione
capitalistica, con il rilancio del sistema economico-produttivo di mercato
basato sulla proprietà privata dei mezzi di produzione attraverso
le politiche di neoliberismo. Le capacità di recupero del sistema
attualmente dominate è innegabile: negli ultimi venti anni le borghesie
nazionali ed internazionali hanno sviluppato la capacità di esprimere
lotta di classe e vincerla, con l'arretramento del movimento operaio e dei
lavoratori in generale. Dobbiamo riconoscere che lo sviluppo e i processi
interni al capitalismo, con il rafforzarsi dei monopoli e la "ripartizione
della terra tra le grandi potenze", prefigurano una fase più
lunga e complessa dell'età dell'imperialismo, in cui i caratteri
leniniani della definizione debbono essere ridefiniti. Se Lenin riteneva
che l'imperialismo fosse l'ultimo stadio del capitalismo, in cui l'accumulazione
delle contraddizioni e la costruzione dell'avanguardia cosciente del proletariato
(il Partito Comunista come soggetto politico della rivoluzione) costituissero
le condizioni oggettive e soggettive per la Rivoluzione proletaria, dobbiamo
oggi fare i conti con l'aggressività di un capitalismo feroce e spietato
all'attacco e l'insufficienza politica del movimento operaio, mentre la
prospettiva del rovesciamento rivoluzionario per la costruzione del socialismo
e la transizione alla società comunista non sembra essere all'orizzonte.
La lezione del `900, con tutta la complessità del secolo appena trascorso,
impone una rilettura non meccanicista del sistema capitalistico, né
del suo perpetuarsi, né del suo crollo, come non lo è stata
quella di Lenin, poiché l'avanzata del capitalismo e delle strategie
economico-militari imperialiste producono contraddizioni dalle quali non
scaturiscono automaticamente processi rivoluzionari. Piuttosto, possiamo
oggi rilevare conflittualità diffuse e nuove composizioni di classe
che possono far maturare, in prospettiva, le condizioni per la costruzione
di radicali soggetti, progetti e processi di cambiamento.
Se la teoria leniniana mantiene ancora la sua validità, altrettanto
non si può dire della visione meccanica dei processi economici e
sociali che appartiene semmai al dogmatismo ideologico e alla rassegnata
impotenza del riformismo e alle nuove manifestazioni che vedono nella "disobbedienza
sociale" una alternativa alla rottura rivoluzionaria e alla lotta di
classe.
POSTILLE SULL'IMPERIALISMO
L'imperialismo connette le politiche di aggressione militare con i processi
economici. Le guerre dell'ultimo decennio dimostrano la natura "imperiale"
degli Usa e della Nato in generale, ma non si possono negare la presenza
di ben definiti interessi economici dietro il conflitto, non solo per il
controllo dei corridoi, del petrolio, dei gas, ma per il monopolio dell'industria
militare e civile, della sperimentazione di tecniche industriali, per scongiurare
pericoli di sovrapproduzione, per sostenere i movimenti speculativi, l'esportazione
di ingenti capitali e la formazione-scomposizione di monopoli.
Il nuovo secolo si apre non con lo slogan meno stato e più mercato,
ma piuttosto più mercato e più stato, con rinnovate forme
di protezionismo e di intervento statale nelle potenze dominanti come USA
e GB. La finanziarizzazione dell'economia cresce ogni qual volta che
le imprese non trovano sbocchi produttivi ai capitali eccedenti fino a quando
non subentrano nuovi cicli produttivi, tecnici e forme organizzative rinnovate.
Le ondate innovative producono circolazione di capitale, processi di speculazione
e rinnovata aggressività da parte del padronato nella limitazione
dei diritti sociali e sindacali, nell'attacco alla forza lavoro che va ridotta
come numero e come forza antagonista, ridotta e precarizzata per renderla
più flessibile e prona alle necessità del mercato.
In questa fase la deregolamentazione esige l'intervento statale, questo
accade in Inghilterra con Blair e la deregulation imposta dal New Labour,
con Silvio Berlusconi attraverso le Leggi Delega e gli attacchi all'art.
18 dello Statuto dei Lavoratori, con la Spagna di Aznar e le sue ricette
neoliberiste, di stabilizzazione del precariato. In questa fase la conflittualità
tra gli imprenditori accresce le contese interimperialistiche e quelle intestine
ai singoli poli; ecco spiegate per esempio le liti attorno all'Airbus e
alle Fondazioni bancarie. In questa fase la circolazione e la disponibilità
di capitale contante e liquido non possono essere ostacolate con tassazioni
sul modello della Tobin Tax che non modificano né la struttura produttiva,
né quella distributiva; ipotesi del genere sono arretrate ancor più
delle ricette socialdemocratiche, che almeno ponevano l'obiettivo di interventi
di tipo keynesiano.
Se l'attuale fase della competizione tra Stati non si tramuta in guerre
(per esempio tra Cina e un paese satellite degli USA o gli USA stessi),
crescono però le aree di instabilità e di guerra su scala
regionale, dove i ruoli dei paesi a capitalismo avanzato e soprattutto degli
USA rimangono determinanti, come nel caso del sostegno di Bush alle stragi
israeliane in Medio Oriente.
Le contraddizioni e lo scontro tra imperialismi concorrenti è quindi
presente e si manifesta nelle aree nevralgiche del globo per il mantenimento
della supremazia militare, industriale e tecnica.
22 Marzo - ore 21.30
DAL GOLFO ALL'AFGHANISTAN, PASSANDO PER I BALCANI: LA SFIDA IMPERIALISTICA
TRA USA E UE
Interverranno:
Carla Filosa (rivista "La contraddizione")
Andrea Martocchia (Coordinamento Nazionale per la Yugoslavia)
Giorgio Lindi (rivista "L'Ernesto Toscano")
28 Marzo - ore 21.30
IMPERIALISMO, LOTTA DI CLASSE E RILANCIO DI UN PROGETTO COMUNISTA
Interverranno: Salvatore D'Albergo (associazione "Il Lavoratore")
Andrea Catone (rivista "L'Ernesto")
Aprile (data da definire)
ANALISI DELLE CLASSI NELL'EPOCA DELLA "GLOBALIZZAZIONE" IMPERIALISTA
Interverranno: Maria Turchetto (rivista telematica "INTERMARX")
Sergio Cararo (Forum dei Comunisti)
GLI INCONTRI AVVERRANNO NEL SALONCINO DEL CIRCOLO UTOPIA, via San Lorenzo 38 - PISA