Globalizzazione e imperialismo
La presenza del G8 a Genova è diventata occasione per l'ennesima
manifestazione del movimento antiglobalizzazione, che si nutre di ogni vertice
internazionale per rendere spettacolare la protesta contro i potenti del
pianeta. Questa volta, al vertice del G8 si contrappone il Genoa Social
Forum, una manifestazione che vuole proporre la convergenza tra miriadi
di associazioni, gruppi, sindacati uniti nella opposizione al processo di
globalizzazione, contro l'impoverimento sempre più enorme delle popolazioni
del Sud del mondo.
Se il 20% della popolazione mondiale utilizza l'80% delle risorse (idriche,
agricole, industriali, materie prime), ciò significa che il cosiddetto
Nord del mondo possiede una ricchezza enorme rispetto al restante 80% della
popolazione mondiale, che è costretta a dividersi una fetta di ricchezza
minima, versando così in condizioni di miseria estrema.
Ma anche all'interno di quell'80% la situazione non è omogenea, così
come non lo è nei paesi ricchi, la cui grande ricchezza è
frutto di uno sfruttamento sempre più intenso per forme, qualità
e intensità. I lavoratori italiani ed europei sanno perfettamente
che negli ultimi venti anni si sono andati perdendo diritti, garanzie sociali,
sicurezza sui posti di lavoro, salario e potere d'acquisto, con la conseguenza
di una sempre maggiore precarizzazione, ottenuta attraverso flessibilità,
mobilità, lavoro in affitto, contratti di formazione e a termine.
Ciò che accade in Italia, in Europa, in America, in Asia o in Africa
è parte integrante dei processi della cosiddetta globalizzazione,
in cui si realizzano quelle politiche internazionali che attraverso gli
organismi politici ed economici mondiali (come la Banca Mondiale, il Fondo
Monetario Internazionale, l'Organizzazione Mondiale del Commercio - WTO)
impongono ai vari paesi vincoli di spesa pubblica e liberalizzazione per
le imprese allo scopo di rendere il terreno più vantaggioso per gli
investimenti esteri, mentre i lavoratori e le masse popolari vivono un impoverimento
repentino e verticale.
Ciò che viene definito globalizzazione sta producendo enormi
devastazioni ambientali, impoverimento dei popoli, diffusione di forme di
ipersfruttamento di manodopera sottopagata e priva di qualsiasi difesa sindacale,
fino agli estremi della schiavitù e dello sfruttamento intensivo
dei bambini. Anche per i lavoratori italiani, europei e dei paesi più
industrializzati la ricetta è quella imposta dagli organismi mondiali,
europei e padronali, e consiste nell'attacco ai salari, alle garanzie sindacali
e sociali dei lavoratori, ai diritti conquistati in decenni di lotte.
Fino ad oggi il movimento antiglobalizzazione si è caratterizzato
per la presenza di posizioni spesso contraddittorie che vedevano una convergenza
apparente tra gruppi "compatibili" e "incompatibili"
con il sistema capitalistico, uniti unicamente dalla denuncia dello sfruttamento
del Nord del mondo nei confronti del Sud. Senza dubitare delle differenze
macroscopiche di ricchezza che esistono, occorre però ribadire che
la globalizzazione non è solo un processo di sfruttamento dei paesi
più ricchi ed industrializzati nei confronti dei più poveri,
ma una vera e propria divisione imperialista del lavoro su scala internazionale,
che divide verticalmente i paesi ricchi e poveri, ma che attraversa
orizzontalmente anche quelli ricchi.
Non è più possibile pensare ad una semplice riforma del sistema
capitalistico o ad una redistribuzione della ricchezza: la spettacolarizzazione
del movimento produce elementi di analisi con fragili fondamenti teorici
e sbocchi politici scarsamente capaci di mettere in discussione il sistema
capitalista che produce questa globalizzazione.
Movimento sindacale, autorganizzazione e protagonismo dei lavoratori
Nelle ultime settimane si è però registrato un significativo
salto di qualità del movimento in termini di consapevolezza e radicamento
sociale, soprattutto grazie alla novità rappresentata dal protagonismo
di settori di lavoratori, di classe operaia, di disoccupati, di sindacalismo
e di autorganizzazione.
Già a Nizza erano presenti settori dell'autorganizzazione, mentre
a Napoli si sono visti in piazza disoccupati e pezzi di classe operaia assieme
alle associazioni e ai gruppi tradizionalmente promotori del movimento.
Per Genova si prevede una partecipazione ancora più significativa:
è prevista la presenza di molti sindacati europei e mondiali, dall'IG
Metal tedesca, ai sindacati della Daewoo, alla CUT brasiliana, nonché
una importante presenza nel corteo dei lavoratori della Danone: ciò
significa una più netta collocazione di classe del movimento nel
suo insieme.
La presenza di molte organizzazioni sindacali e dei lavoratori dell'industria
e di altri settori è un segnale assai importante: significa che nel
cosiddetto "popolo di Seattle" possono maturare posizioni in cui
emergono nuovamente le ragioni dei lavoratori e la centralità della
contraddizione capitale/lavoro.
A nostro giudizio questo significa la possibilità per il movimento
di poter uscire dalla trappola di una sterile spettacolarizzazione della
contestazione, con un salto di qualità del coinvolgimento dei lavoratori
nella lotta antiglobalizzazione e anticapitalistica. Ciò implica
la possibilità di una radicalizzazione dello scontro e perciò
è necessario mobilitare ogni risorsa per contrastare e opporsi agli
attacchi della borghesia su scala mondiale.
L'adesione dei lavoratori al movimento rappresenta l'opposizione concreta
e radicata socialmente alla globalizzazione. Anche l'adesione della FIOM
è un segnale importante, poiché significa un ampliamento del
movimento e apre contraddizioni nella maggioranza della CGIL, che ha cogestito
attraverso la concertazione le ristrutturazioni più feroci nel privato
e nei servizi pubblici.
In questo quadro i comunisti devono affermare una nuova solidarietà
internazionale tra i proletari del Nord e del Sud del mondo, questione fondamentale
da rilanciare in ogni luogo di lavoro.
I comunisti hanno dunque un compito importante in questa fase: rafforzare
politicamente quanto più possibile gli elementi di classe presenti
nel movimento e chiarificare il significato dei processi in atto come una
fase dello scontro interimperialistico.
La nostra battaglia politica ha l'obiettivo di trasformare il movimento antiglobalizzazione in movimento di lotta anticapitalista e antimperialista.
Contro tutti gli imperialismi
Ma come comunisti dobbiamo anche essere avvertiti rispetto alle eventuali
possibilità di strumentalizzazione. Non è infatti un caso
che si stia tentando di cooptare all'interno del vertice una delegazione
del movimento che porti le ragioni dei contestatori, così da "normalizzarle"
in un pacifico processo di dialettica politica interna al sistema. Questa
operazione va respinta, poiché ciò significherebbe essere
schiacciati nello scontro tra imperialismi, soprattutto tra USA e UE.
Infatti gli interessi in gioco sono di natura imperialista, vedono intrecciati
elementi di dominazione politico-militare, di sfruttamento economico-finanziario,
di egemonia culturale. L'Europa cerca una sua strada per costruire la propria
posizione imperialista, e lo fa utilizzando ogni strumento contro gli Stati
Uniti. Non è quindi da scartare anche una possibile utilizzazione
del movimento per far passare posizioni più favorevoli all'imperialismo
europeo in competizione con quello americano.
Il nostro compito di comunisti è quello di far emergere quante più
contraddizioni possibile nel cuore dell'imperialismo, ma occorre fare attenzione
a non farsi risucchiare in giochi estranei alla lotta anticapitalista e
antimperialista.
Luglio 2001
Le vicende degli ultimi anni nei Balcani ci inducono a ragionare
sul ruolo della Nato sullo scacchiere eurasiatico, dunque in una proiezione
su scala mondiale.
L'alleanza atlantica, tradizionale strumento di dominio americano, si è
trasformata in una vera e propria arma offensiva, utilizzata ai fini di
un'espansione e della conquista dei mercati dell'est europeo nella forma
di una neocolonizzazione occidentale, americana ed europea, dai tratti imperialistici.
Dunque, non attraverso il semplice controllo militare e politico, ma anche
la sottomissione economica e finanziaria dei paesi dell'Est europeo alle
multinazionali.
L'obiettivo della NATO in Jugoslavia non è infatti la semplice occupazione
o controllo dei Balcani, anche se in vista dell'agibilità territoriale
per i corridoi dell'energia; se questo aspetto risulta strategico per gli
USA in vista di un dominio sull'Europa che può essere ridimensionato
con l'UE, tuttavia non è sufficiente a comprendere la complessa partita
che si sta svolgendo sullo scacchiere euroasiatico.
Non è un caso che gli uomini di cui gli Stati Uniti si sono serviti
per controllare e penetrare in varie aree del mondo (vedi Slobodan Milosevic
come Saddam Hussein) sono poi quelli che vengono descritti come i peggiori
nemici, criminali paragonati ad Hitler: dal momento che non servono più,
essi debbono essere eliminati perché non sono organici ideologicamente
e politicamente agli interessi occidentali, e statunitensi in particolare,
dunque risultano pericolosi per la borghesia internazionale che vuole istaurare
il dominio assoluto a livello planetario.
Gli Stati Uniti, dopo essere riusciti a delegittimare l'ONU e averla ridotta
ad un ruolo marginale nella salvaguardia della pace, hanno potenziato l'alleanza
militare NATO mutandone natura e compiti, e soprattutto rendendola lo strumento
di penetrazione militare verso l'Est euroasiatico, come apripista dell'imperialismo
statunitense ed europeo.
L'Unione Europea, nonostante le contraddizioni, sfrutta questa situazione
per rafforzare le proprie posizioni, e subisce solo apparentemente la dipendenza
dalla NATO e dagli USA: in realtà si sta costruendo le condizioni
per attivare un'autonoma forza militare e per gestire indipendentemente
i propri interessi imperialistici.
Abbiamo assistito alla spartizione della Jugoslavia, in cui stati come Slovenia
e Croazia sono stati riconosciuti e benedetti per primi da Germania e Vaticano,
e introdotti nella Santa Comunità Cattolica dell'Euro/Marco; siamo
stati testimoni della esplosione etnica in Bosnia, in cui l'impegno statunitense
ha preparato una nuova presenza militare nell'area, fino all'aggressione
a Belgrado colpevole di non accettare le imposizioni statunitensi della
presenza di truppe NATO nel territorio della Repubblica Federale Jugoslava.
Ma la marcia di occupazione militare non si è conclusa: oggi sta
alla Macedonia essere scossa dalle rivendicazioni dell'UCK che a nome della
minoranza albanese sviluppa una pericolosa guerriglia con le armi fornite
dalla NATO stessa. Scopo della manovra, costringere la Macedonia ad una
maggiore presenza di truppe occidentali sul proprio territorio, in vista
di una ulteriore espansione verso la Bulgaria e poi, magari, verso Mosca.
Poiché l'obiettivo politico-militare è proprio quello, la
sottomissione di chiunque all'apparato ideologico ed economico occidentale.
La NATO è così lo strumento di penetrazione militare per creare
le condizioni favorevoli agli investimenti occidentali e al capitale finanziario
speculativo, saldati in un meccanismo di dominio neocoloniale, che Lenin
chiamava imperialismo.
La globalizzazione è dunque frutto di processi contraddittori che
si sommano o confliggono, non è quel processo lineare e mondiale
che andrebbe nell'unica direzione del progresso e dello sviluppo; le nuove
tecnologie e i nuovi soggetti statuali, internazionali, sociali rappresentano
gli attori di un conflitto che ha per sfondo un capitalismo aggressivo,
che cerca di uscire da una crisi profonda perdurante ormai da oltre trent'anni.
Il controllo dei corridoi energetici, la garanzia dell'ordine in aree tradizionalmente
instabili, l'imposizone ideologica della logica del profitto come unico
orizzonte di sviluppo possibile sono le armi per una battaglia più
ampia che si sta giocando sullo scacchiere della cosiddetta globalizzazione,
e cioè nell'ambito di uno scontro interimperialistico mondiale tra
Stati Uniti, Unione Europea, e i nuovi soggetti asiatici (Cina e India,
accanto al Giappone).
La posta in gioco è la leadership mondiale per il XXI secolo,
che potrebbe portare a nuovi conflitti armati su scala planetaria. La partita
è appena iniziata, e la Jugoslavia è stata solo il primo passo
della marcia verso est intrapresa da europei e statunitensi.
Globalizzazione è un termine con cui si indica il processo
di mondializzazione capitalistica nell'epoca della cosiddetta rivoluzione
informatica e che si è definitivamente affermato con la fine della
contrapposizione politica, socio-economica, ideologica e militare tra il
blocco occidentale e quello del socialismo reale (e non del comunismo, termine
che mai nessuno, neppure Stalin, ha mai utilizzato per definire le società
sovietiche a economia pianificata e a democrazia popolare).
La fine della contrapposizione tra potenze occidentali, USA in testa, e
URSS ha permesso l'affermarsi di una nuova ideologia del Mercato che è
stata chiamata "pensiero unico", termine che descrive appunto
l'apparato ideologico che sostiene la modernizzazione capitalistica.
La globalizzazione vuole descrivere il fenomeno della interdipendenza economica
e politica tra tutte le economie e gli Stati del mondo, che si afferma attraverso
i dettami dell'ideologia capitalistica nella fase dell'imperialismo maturo.
Al contrario di quanto affermano, in buonafede o in malafede, tutti coloro
che vedono nella globalizzazione un nuovo sistema in cui il capitalismo
arriverebbe a superare se stesso, e dunque basterebbero strumenti adeguati
ad eliminare le diseguaglianze per migliorare le condizioni dei popoli,
noi sosteniamo che la globalizzazione è una parola che nasconde e
sottende i processi e gli scontri imperialistici in una fase storica nuova,
i cui caratteri principali possono essere riassunti così:
a) il forte arretramento del proletariato, dei lavoratori, della classe operaia in campo internazionale, dal punto di vista della difesa dei diritti e degli interessi materiali, e perfino rispetto alla coscienza di appartenenza di classe;
b) la ridefinizione degli equilibri della borghesia in campo nazionale ed internazionale, con durissime lotte intestine per sopravvivere ai processi di concentrazione, centralizzazione e multinazionalizzazione in atto;
c) le innovazioni tecnologiche che determinano nuova organizzazione del lavoro, intensificazione dello sfruttamento, accentuazione della speculazione finanziaria;
d) la definizione di un Nuovo Ordine Mondiale che garantisca militarmente gli interessi delle multinazionali e principalmente di quelle statunitensi.
In questo quadro, lo sviluppo della globalizzazione e i risultati economico-sociali
attribuibili risultano marcatamente segnati dai meccanismi del sistema capitalistico
e precisamente imperialistico, confermati dai dati che si possono leggere
relativamente allo sviluppo economico degli ultimi anni su scala planetaria.
Nel Journal of Economic Perspectives della Economic American Association
di fine 2000 si afferma che sia nei paesi sviluppati sia nelle aree meno
sviluppate, dove vive l'80% della popolazione mondiale, il reddito pro capite
è cresciuto di circa tre volte tra il 1950 e il 1995. A dispetto
di Maurizio Sacconi, che riporta tali dati sul numero monografico di Limes
dedicato a "I popoli di Seattle" commentandoli in maniera positiva,
dobbiamo invece giudicarli in modo assolutamente negativo, poiché
testimoniano dell'enorme aumento della forbice della ricchezza. Infatti,
un miliardario che incrementa per tre la propria ricchezza non equivale
a chi incrementa il proprio reddito partendo da condizioni di miseria, ma
rende più acuta la diseguaglianza e l'impoverimento complessivo.
A confermare che la globalizzazione non è un processo che porta ricchezza
a tutti, ma rafforza chi già è ricco, ci sta un altro studio
che ci propone Sacconi, del Global Businnes Policy Council, in cui si dice
che in circa vent'anni (dal 1978 al 1997) i paesi che si sono maggiormente
globalizzati (Argentina, Cile, Cina, Ungheria e Filippine) hanno sì
registrato tassi di crescita del 7%, ma anche una distribuzione del reddito
peggiorata del 14,5%. Ciò significa che nei paesi in cui la globalizzazione
è maggiormente penetrata si può registrare una sensibile polarizzazione
del reddito, come a dire che vi è maggiore ricchezza distribuita
in maniera sempre più ineguale.
Infine, il World Employment Report 2001 indica che un terzo della
forza lavoro mondiale, circa tre miliardi di persone, sono disoccupati e
sottoccupati, mentre il 90% della popolazione mondiale in età di
lavoro non è coperta da assicurazioni pensionistiche. Non migliore
è la situazione della protezione sanitaria.
Se queste sono le cifre, la lettura che spesso si dà della globalizzazione
come di un sistema ancora imperfetto che deve crescere per dare risposte
ai bisogni risulta essere solo una mistificazione. La globalizzazione è
la modalità in cui l'imperialismo, nell'attuale fase storica, utilizza
ogni strumento economico-finanziario e politico-militare per penetrare in
mercati ancora non occupati, per integrare le economie di ogni paese del
globo nel sistema capitalistico mondiale, naturalmente con una precisa gerarchia
nella distribuzione dei benefici e dei costi.
Voler riformare la globalizzazione è, per quanto apparentemente nobile,
una missione impossibile senza la rottura del sistema che la genera, il
capitalismo.
La globalizzazione è un processo che può essere interrotto
e rovesciato solo attraverso un progetto politico alternativo e rivoluzionario,
in cui si torni a mettere in discussione i fondamenti del profitto e della
proprietà privata dei mezzi di produzione e si avvii un processo
di rivoluzionamento della società in senso socialista, come primo
momento dialettico e storico verso la costruzione del comunismo.
Nel lontano 1975 i sette paesi a capitalismo avanzato dominanti si
sono riuniti per la prima volta a Rambouillet per discutere delle strategie
economiche, all'indomani della crisi petrolifera e inflazionistica che determinava
la fine della convertibilità del dollaro. Da allora le strategie
del capitalismo mondiale (il G6 diventa G7 con l'ingresso del Canada, G8
con quello della Russia) si unificano e acquistano quel carattere transnazionale
funzionale al rafforzamento delle multinazionali e dell'economia capitalistica.
Il liberismo prende cosi' il sopravvento sulle altre teorie economiche,
riduce gli spazi di democrazia partecipativa con rafforzamenti degli esecutivi
e nello stesso tempo concentra capitali e strategie economiche nelle cittadelle
di comando del capitale internazionale. Ciò nonostante le strategie
globalizzatrici si scontrano sempre più con il monopolio militare
industriale e tecnologico degli Usa e la resistenza del polo Europeo che
cerca di ritagliarsi spazi di manovra con la nascita dell' EU e il trattato
di Maastricht.
Negli ultimi trenta anni per contrastare le decisioni della Banca Mondiale
sono nati movimenti e lotte sociali che criticano il modello di sviluppo
e ridimensionano la vecchia pretesa socialdemocratica di spostare i rapporti
di forza dalla sfera produttiva a quella distributiva. Da allora non solo
aumentano le aggressioni al salario con riduzione del potere di acquisto,
ma viene colpito il sistema pensionistico e i servizi subiscono ristrutturazioni
con segmenti privatizzati , l'ecosistema è messo a repentaglio da
lavorazioni pericolose, il neoliberismo economico colpisce i lavoratori
e affama il terzo mondo indebitando i paesi in via di sviluppo con prestiti
ad usura e il ricatto del possesso di brevetti, esternalizzando e delocalizzando
fabbriche, per ridurre nello stesso tempo il costo della forza lavoro e
per scaricare sui paesi poveri i maggiori impatti ambientali. Lo sfruttamento
neoliberista determina non solo un attacco generalizzato ai salari e alle
pensioni ma peggiora le condizioni di vita in gran parte del globo, aggredisce
l'ambiente con sostanze inquinanti, deforestalizzazioni, inquinamento. I
diritti civili diventano soprattutto diritti sociali e politici perchè
non possono essere racchiusi nella partecipazione elettorale o nel riconoscimento
formale delle minoranze (trasformate in lobby più o meno potenti),
il capitalismo ha gettato al macero la propria immagine rassicurante e veste
l'abito che le è più congeniale, ossia quello della sopraffazione
militare (crescita delle guerre), sociale ed economica. La variegata opposizione
al neoliberismo prende il nome di movimento antiglobalizzazione e vede protagonisti
non solo gli Indios delle Americhe ma gli operai coreani, i movimenti ecologisti
e femministi, globalizzazione significa ridurre al minimo i costi sociali
ed ambientali, accrescere la speculazione finanziaria, fare i conti con
la riduzione dei profitti e il sovraprodotto, con flessibilità salariale,
precariato, licenziamenti e deregulation contrattuale, internazionalizzazione
dei cicli produttivi attraverso filiere e sistemi a rete, infine riduzione
degli spazi di democrazia e di partecipazione collettiva (federalismo, rafforzamento
degli esecutivi, sistemi maggioritari). Elementi così disparati sono
collegati tra di loro e parti integranti di quel modello neoliberista che
ha operato negli ultimi trenta anni. Il movimento antiglobalizzazione è
quindi variegato e talvolta contraddittorio, non mancano incoerenze e tentativi
di conciliazione con il grande capitale internazionale, tuttavia le contraddizioni
economiche, sociali e politiche determinate dalla fase attuale del modo
di produzione capitalistico, attraverso l'internazionalizzazione delle forze
produttive lo strapotere delle multinazionali e il riposizionamento degli
stati nazionali al di fuori di ogni logica autonoma dalle strategie internazionali,
determinano situazioni di movimento dentro cui i comunisti debbono operare.
La contraddizione capitale lavoro rimane comunque centrale e determinante,
spetta a noi dimostrarlo se vogliamo aggiungere al movimento una ipotesi
anticapitalista di rovesciamento degli attuali rapporti di produzione.