GENNAIO 2003
UN NUOVO GIORNALE
per rilanciare la battaglia politico-culturale dei comunisti
Care/i compagne/i, il foglio che avete sotto gli occhi rappresenta il
"ponte" per una nuova serie del "Il Pianeta Futuro":
dal prossimo numero il giornale sarà più ricco, meno "pesante"
e strutturalmente aperto alla collaborazioni di compagni esterni alla Redazione.
Il nuovo "Pianeta" vuole essere lo strumento per approfondire
e rilanciare la battaglia politico-culturale dell'Associazione.
Crediamo che in questi anni di attività l'Associazione abbia dato
un grande contributo per mantenere aperto e approfondire il dibattito politico-teorico
sulle questioni generali dell'attuale fase del capitalismo, che viene sbrigativamente
definita come epoca della globalizzazione e dell'impero, e abbia consolidato
intorno a sé una significativa rete di compagni con cui ha condiviso
dibattito teorico e iniziative politiche.
Sul piano teorico, i compagni che hanno animato la discussione nell'Associazione
"Il Pianeta Futuro" hanno sempre ritenuto che, alla luce delle
analisi e delle dinamiche in atto, la fase capitalistica che stiamo attraversando
sia ancora una fase monopolistica che rimane caratterizzata dalla crisi
di sovrapproduzione di merci e capitali, nonché dal conflitto tra
monopoli e tra potenze imperialiste.
In tale scenario, gli Stati nazionali (o confederazioni sovranazionali,
comunque strutturate attraverso forme di organizzazione e riorganizzazione
classista degli interessi della borghesia imperialista) mantengono un ruolo
essenziale, che si proietta nello scontro economico, politico e militare,
a cominciare dalla classica funzione di controllo del conflitto sociale
e di repressione. Gli stessi organismi sovranazionali ("economici",
"tecnici", "politici") quali la Banca Mondiale, il FMI,
il WTO, la Commissione Trilaterale sono in ultima istanza espressione politica
degli Stati dominanti; non ha senso quindi parlare di indebolimento (o superamento)
dello Stato-nazione tout court. È invece necessario produrre un'analisi
adeguata dell'intreccio tra i diversi e confliggenti interessi economici
e le rispettive modalità di rappresentazione politica (modalità
e funzioni della classi politiche). Sostenere come oggi si fa da più
parti (anche in certa sinistra che si presume radicale) che la globalizzazione
implica un crescente potere dell'economia sulla politica rappresenta un
non sense dal punto di vista scientifico e una capitolazione rispetto alla
ideologia borghese: la politica e l'economia possono essere distinte sul
piano analitico, ma nella sostanza sono due sfere fortemente connesse e
e attraversate da profonde contraddizioni interne. Senza una riflessione
e un dibattito intorno al rapporto necessario tra dinamiche imperialiste
e analisi di classe saremo sempre costretti a subire le mistificazioni dell'ideologia
avversaria.
Non ci deve ingannare l'esistenza di un'unica superpotenza militare. Il
fatto che gli Stati Uniti posseggano un'incontestata supremazia della forza
non implica affatto né l'estinzione degli interessi imperialistici
contrapposti di aree macro regionali (europei, sino-indiani, nippo-asiatici),
né che al dominio militare corrisponda sempre e necessariamente un'assoluta
e complessiva egemonia su scala globale. Tanto meno significa che sia possibile
accreditare le favole negriano-disobbedienti di un "impero" tanto
impalpabile, virtuale, deterritorializzato, quanto coerente e inattaccabile:
in gioco c'è la ridefinizione degli assetti monopolistici su scala
planetaria.
La guerra la fa da padrona. Ed è la guerra contro Stati e popoli
per schiacciarne la resistenza alla penetrazione imperialistica, è
la guerra che prefigura lo scontro tra potenze imperialistiche su base planetaria,
con la proiezione militare statunitense e NATO verso l'Asia e contro la
potenza cinese in ascesa e contro gli interessi del "costruendo"
polo imperialistico europeo, incarnati oggi dalle posizioni di Francia e
Germania contrarie all'intervento in Iraq.
È la guerra che si configura anche come espressione della lotta di
classe in campo internazionale, per sottomettere i popoli allo sfruttamento
e spartirsi intere regioni per gli interessi contrastanti in gioco.
Non deve però prevalere la rassegnazione: dobbiamo sostenere e rafforzare
la mobilitazione contro l'intervento in Iraq e l'opposizione alla guerra
diffuso anche nelle fila di quel centrosinistra che fino a ieri appoggiava
gli "interventi umanitari" e una cui parte oggi, magari per opportunismo,
esprime il NO alla guerra. Occorre comunque costruire percorsi chiari affinché
il generico rifiuto pacifista della guerra divenga opposizione politica
a ogni guerra di aggressione imperialista, chiunque la promuova, ONU inclusa.
E i comunisti come si devono muovere? È ancora possibile pensare
e praticare un progetto di trasformazione ed emancipazione dell'umanità
che sia rivoluzionario e di massa? Oltre alla necessità di continuare,
aggiornare e approfondire l'analisi critica del modo sociale di produzione
capitalistico è più che mai necessario tornare a lavorare
sul progetto comunista, sulla transizione, sulla costruzione di nuovi rapporti
sociali tra le classi e tra gli individui, liberi da ogni presunta ortodossia;
occorre sostenere politicamente le forze laiche, democratiche e marxiste
nelle lotte di liberazione nazionale (emblematica quella del popolo palestinese
contro l'occupazione dei territori da parte dell'imperialismo sionista di
Israele, come quella dei kurdi contro l'oppressione del militarismo turco)
e i movimenti rivoluzionari (come quello colombiano in America Latina),
appoggiare le esperienze, pur contraddittorie, controverse o riformiste,
di governi popolari (del "bolivariano" Chavez in Venezuela, del
socialdemocratico popolare Lula in Brasile), difendere l'esperienza cubana
contro l'embargo pluridecennale USA; offrire e sviluppare un'alternativa
credibile per i popoli oppressi e per il proletariato, sempre più
fatalmente attratti dai fondamentalismi religiosi (fenomeno ipermoderno
di reazione alla penetrazione neocolonialista e neoimperialista) che spesso
restituiscono un malinteso collante sociale e politico laddove regna la
disperazione, ma possono creare le condizioni per la diffusione dell'intolleranza
religiosa e della discriminazione razziale.
Da comunisti crediamo che le vie dell'integralismo oscurantista (di qualunque
matrice religiosa o ideologica siano), come quelle del nazionalismo xenofobo
e razzista, siano risposte mistificatorie e plagianti per popoli ed individui
oppressi e disperati, che impediscono le prospettive di liberazione e di
emancipazione dallo sfruttamento e dalle forme di oppressione imperialistica
del capitale, ricacciandole nell'ombra dell'irrazionalismo reazionario.
In questo scenario drammatico, la nostra proposta è di mantenere
ed anzi rinvigorire la speranza e insieme la necessità di un orizzonte
diverso. Fare un giornale oggi non significa per noi costruire l'ennesima
rivista che propone verità ortodosse parziali e frammentarie, nel
pulviscolo delle riviste ancora in circolazione. Significa invece riattivare
la discussione e la ricerca sulle categorie di Marx, di Lenin, di Gramsci,
per rivitalizzare il marxismo ed il leninismo in una fase in cui si danno
per defunte, aprendoci ai contributi che i compagni vorranno offrire al
dibattito teorico e all'iniziativa politica. Un giornale di ricerca e di
discussione, dunque, per contribuire alla ricostruzione teorica e politica
del pensiero e della prassi dei comunisti nel conflitto e nelle lotte sociali.
Le linee che intendiamo sviluppare attraverso il progetto di nuovo giornale,
che mettiamo a disposizione per il più ampio confronto, sono le seguenti:
a) sviluppo della teoria e della prassi attraverso l'approfondimento ed
il riaggiornamento delle categorie del marxismo e del leninismo, non nella
chiave di una presunta ortodossia marx-leninista, ma in quella problematica
della ricerca e dell'iniziativa politica di massa;
b) confronto e impegno per sviluppare progetti di riaggregazione politica
e organizzativa dei comunisti sulla base di una chiara linea anticapitalista
ed antimperialista, e per contribuire alla definizione di un progetto di
trasformazione rivoluzionaria della società in senso comunista, fondato
sul radicamento di classe e non sull'avanguardismo ipersoggettivo avulso
dai movimenti dei lavoratori e di massa;
c) promozione di iniziativa e azione politica a carattere popolare per favorire
la ricomposizione di classe dei settori frammentati e polverizzati del proletariato.
La redazione del giornale sarà a cura dei compagni dell'Associazione,
ma intendiamo avvalerci anche di contributi esterni su specifiche questioni;
vorremmo inoltre aprire uno spazio per lettere, contributi e critiche che
invitiamo ad inviarci all'indirizzo e-mail:
L'impresa è ambiziosa: offrire un contributo per ricostruire una
teoria e una prassi unitarie dei comunisti.
Ci auguriamo che sia utile e, soprattutto, partecipata.
L'imperialismo non vive senza la guerra
Lo hanno scritto autorevoli giornali come Il Sole 24 Ore, il Financial
times e il Wahington Post: la cacciata di Saddam Hussein sarebbe
propizia per l'economia Usa e per la sopravvivenza dei suoi potentati economico
politici perché costruirebbero un'area geo-strategica unica dal Medio
Oriente all'Asia centrale e perché cadrebbero gli accordi petroliferi
appena conclusi da multinazionali spagnole, francesi, russe e italiane (con
il beneplacito dei loro governi) che assegnano un controllo nella estrazione,
raffinazione e trasporto di importanti quote di greggio. E' risaputo che
l'economia Usa ha subito un consistente calo borsistico (tra il 5 e il 10
per cento in meno) dopo l'accettazione da parte di Saddam degli ispettori
ONU: del resto proseguono incessantemente i preparativi bellici senza considerare
quelli che saranno gli esiti delle ispezioni.
Per capire il ricorso strutturale alla guerra, una guerra che costituisce
da oltre 12 anni il Nuovo Ordine Mondiale ma nello stesso tempo determina
la supremazia tecnologica, industriale statunitense, basta guardare alle
cifre, pubbliche, dell'economia USA. Esistono, dati ufficiali, 85 mila aziende
Usa con decine di milioni di addetti legate alla spesa militare, le prime
100 aziende Usa beneficiano di contratti militari per 82,5 mld di dollari,
metà dei quali vanno a meno di 10 società che nei loro consigli
di amministrazione annoverano i principali esponenti politici e governativi.
La stessa New economy dipende da colossi militari come la Boeing
e la Lockeed. (Quanto è vecchia la new economy sarebbe il
caso di dire con un po' di sarcasmo).
Il settore hi-tech necessita di investimenti militari, come del resto
gran parte dei settori produttivi. A capo dell'Afghanistan si trova un uomo
della Uniocal in affari da anni con il vicepresidente USA Cheney, i capi
di stato di molti paesi del vecchio terzo mondo sono regolarmente sul libro
paga delle principali multinazionali. Gli USA aumentano la spesa militare
di una cifra che supera tre volte l'intero budget italiano, Francia e Gran
Bretagna si preparano ad aumenti del 6% su base annua, ma rimane la contraddizione
di fondo tra una posizione europea autonoma anche sul piano produttivo (vedi
Airbus) e un'altra subalterna alle commesse Usa (Gran Bretagna e Italia).
In ogni caso il mercato unico europeo della difesa che sembrava possibile
pochi anni fa appare oggi lontano e nonostante un consolidamento generale
dell'industria europea, la crisi continentale del centrosinistra ha indebolito
la fazione favorevole ad un impegno diretto, alleato ma concorrenziale rispetto
agli USA (per questa ragione il consorzio Airbus è particolarmente
inviso sull'altra sponda dell'Atlantico).
Il tentativo iniziale della Germania e della Francia di non farsi trascinare
nella guerra contro l'Iraq è legato a queste ragioni imperialiste;
se la guerra del 1991 ha messo fuorigioco il Giappone ridisegnando assetti
geopolitci e vie di comunicazione, se la guerra nel Kosovo ha allontanato
un'Europa il cui Pil aveva quasi raggiunto gli USA, un nuovo intervento
militare contro l'Iraq assegnerebbe una supremazia ancora più forte
all'imperialismo Usa con la inevitabile frammentazione politica e produttiva
europea.
La mancanza di un'unità politica europea si unisce ai ritardi tecnologici
e militari con il rafforzamento dell'egemonia USA. Se guardiamo gli indici
della Borsa, le oscillazioni tendono decisamente al rialzo ogni volta che
gli USA mostrano i muscoli: così è stato per il Kosovo, così
per i bombardamenti nel Nord dell'Iraq, così all'indomani dell'11
settembre.
Disastri ambientali e
manipolazione delle notizie:
gli effetti collaterali della guerra
Una parte dei paesi europei guarda con sempre maggiore interesse ai
corridoi che attraversano i Balcani fino alle remote province dell'ex URSS,
nella speranza di guadagnare il controllo delle vie di comunicazione e del
petrolio-gasdotti (l'Italia tagliata fuori dalle rotte Balcaniche alla ricerca
di un nuovo protagonismo internazionale attraverso un'intesa con la Russia
o sotto la comoda forma della subalternità a Usa e GB).
La nuova guerra contro l'Iraq è legata al petrolio, al controllo
delle vie di comunicazione e delle aree strategiche: per giustificarla all'occhio
dell'opinione pubblica si manipolano le informazioni, negando anche l'evidenza
dei fatti e costruendo ad arte "inconfutabili Prove" a sostegno
della guerra.
Basta guardare i telegiornali per capire cosa significa manipolazione, non
una parola sui disastri ambientali (depenalizzati dal Ministro Castelli)
che si succedono sempre più frequentemente, non una parola sui criminali
embarghi che provocano la morte ogni anno di decine di migliaia di civili
irakeni e coreani, non una parola sulla crisi economica che invece di un
milione di posti di lavoro promesso da Berlusconi porta migliaia di licenziamenti,
di esuberi, di stipendi dimezzati, con il potere di acquisto dei salari
ridotto in un biennio del 10%
La stessa manipolazione per anni ha presentato la base militare di Camp
Darby come un'area tranquilla, gli amministratori locali di centrosinistra
hanno sempre rassicurato i cittadini sulla bontà della presenza militare
Usa. Ma nessuno ha mai fatto esami epidemiologiche (per esempio onde elettromagnetiche)
nell'area, nessuno ci aveva mai detto che la base custodisce il più
grande arsenale militare americano all'estero, una struttura nevralgica
di supporto alle truppe in Europa e in Medio Oriente proprio come avevano
affermato gli organizzatori della manifestazione contro Camp Darby nel Novembre
scorso. Né il Comune, né la Provincia hanno detto una parola
sull'ampliamento del canale dei Navicelli che collega al mare e al fiume
Arno la Darsena e la stessa Base Militare, ampliamento finalizzato a favorire
la circolazione di navi militari. Silenzio sul trasporto via terra, in piena
estate, di tonnellate di esplosivi: se il Corriere della sera non avesse
riportato le notizie diffuse da un sito Usa non avremmo l'ufficialità
di quello che abbiamo sempre saputo e denunciato con l'avversione della
sinistra moderata che nel 1999 appoggiò i bombardamenti contro l'Iraq.
Per queste ragioni la crescita di un forte movimento contro la guerra
può inserirsi tra le contraddizioni interimperialistiche smascherando
nello stesso tempo il ruolo di falsi pacifisti e di tanti
governanti che alle parole distensive (e ipocrite) mai fanno seguire fatti
concreti.
Per raggiungere questo scopo occorre illustrare le connessioni tra aspetti
internazionali e nazionali, una aggiornata lettura dell'imperialismo senza
la quale non saremo in grado di comprendere le reali dinamiche in gioco
e regaleremo la guida dei movimenti ad una conduzione opportunista e neo
moderata.
Per questi motivi il nostro NO ALLA GUERRA deve essere totale, senza
se e senza ma, unito alla mobilitazione contro la presenza di basi militari
USA e NATO nel nostro paese.
Per la costituzione di comitati unitari contro la guerra.
Per il rilancio dell'antimperialismo e della conflittualità di classe
in Europa.
No alla guerra imperialista
Via le basi militari USA/NATO dall'Italia
REGALI DI FINE ANNO ALLA
FIAT
DAL CONFLITTO SOCIALE ALLA LOTTA DI CLASSE
In pochi anni si sono persi migliaia di posti di lavoro sostituiti da
un numero esiguo di impieghi precari, flessibili, per lo più part-time.
Solo nel 1991 i metalmeccanici Fiat nell'area Torinese erano oltre 58.000,
nel 1997 erano già scesi a 31.646, oggi superano di poco 22.000 unità,
di cui 9.000 terziarizzati e suddivisi in altre società con contratti
sfavorevoli e minori diritti sindacali.
Il piano Fiat ridurrà a circa 17.000 unità la forza lavoro
dopo le 3.500 lettere di mobilità del Luglio scorso e gli altri 8.100
esuberi. La Fiat ha perso la scommessa degli anni ottanta, quella di esportare
nei continenti asiatico e Latino americano le proprie industrie, facendo
leva sul basso costo della manodopera e sull'assenza di tutele sindacali
e ambientali. La crisi economica del neoliberismo, il crollo finanziario
e la sovrapproduzione si sono unite ad un prodotto sempre meno competitivo
(come prezzo e qualità) tanto sui mercati europei quanto negli emergenti
(la debacle dello stabilimento argentino e di quello brasiliano sono eclatanti).
Il settore metalmeccanico e in particolar modo il comparto Fiat dimostra
il fallimento di una stagione sindacale, quella dell'unità di CGIL-CISL-UIL
disposte a ratificare accordi beffa e anticamera dei nuovi licenziamenti,
un aiuto insomma alle transazioni finanziarie e ai giochi borsistici (decisamente
al ribasso visto il crollo dei titoli Fiat e la rottura degli equilibri
tra gli interessi industriali e quelli finanziari interni alla Famiglia
Fiat). Ma la crisi Fiat investe lo stesso indotto, la crisi occupazionale
ha ripercussioni e cifre dieci volte superiori a quelle prima citate impoverendo
aree e distretti fino ad oggi altamente produttivi.La crisi del modello
Fiat è anche crisi del centrosinistra, DS in primis, che aveva caldeggiato
il Piano aziendale con esuberi e pensionamenti, un centrosinistra il cui
leader Romano Prodi cedette a costi irrisori L'Alfa Romeo dopo averla ristrutturata
e ammodernata con i soldi pubblici.
Crisi irreversibile del Nanismo aziendale italiano con esportazioni in
calo, aziende troppo piccole per investire su mercati competitivi come quelli
europei, pochi spiccioli destinati alla ricerca, all'aggiornamento delle
tecnologie. Ma un'altra verità si cela, quella di un'enorme area
deindustrializzata facile preda di speculatori immobiliari. Siamo parlando
dell'Alfa di Arese, un'area di 2 milioni e 200mila metri quadri di proprietà
del finanziere bresciano Gnutti, del parlamentare CDU Conti e di società
miste con molte azioni detenute da Unipol e Monte dei Paschi che sappiamo
essere gestiti da uomini vicini ai DS.
Se in Francia e Germania il capitalismo locale consentiva al Pubblico investimenti
azionari in società private (vedi la WV) o il possesso di pacchetti
di maggioranza (il caso Francese), il capitalismo straccione Made in
Italy con la scusa di liberalizzare il mercato ha regalato ai blocchi
capitalistici dominanti i settori produttivi più rilevanti con successivo
spezzettamento di fabbriche e siti, con il disimpegno nella ricerca e la
inevitabile fuga all'estero dei cervelli
La cultura post moderna dominante nel ceto politico e sindacale di sinistra
si è ben guardata dall'esaminare le conseguenze della cosiddetta
accumulazione flessibile.La flessibilità è divenuto l'imperativo
categorico degli anni novanta rendendo l'attività intellettuale e
lavorativa prona alle esigenze produttiva e di accumulazione, senza sicurezza
e per il lavoratore, con sempre minori garanzie sociali e uno sfruttamento
intensivo e qualitativo.
Il capitalismo italiano a sua volta è stato più incline al
saccheggio e all'assistenzialismo che all'investimento, espressione di una
deindustrializzazione che fa rima con la delocalizzazione dei rami produttivi.
Il centro sinistra e la CGIL sono state subalterne e complici di queste
strategie grazie alle quali hanno co-determinato nei governi nazionali e
ai tavoli della concertazione politiche folli e perdenti per i lavoratori
e le lavoratrici italiane, scelte sbagliate anche per la competitività
dell'azienda Italia.