pianeta futuro
numero
1 - dicembre 2003

Le basi materiali del bipolarismo politico-istituzionale si innestano sul
presupposto ideologico secondo il quale l’unico orizzonte storico-sociale è
quello capitalistico, essendo altre vie ad altri sistemi economico-sociali
impraticabili se non al prezzo di un regresso e della perdita della libertà. Su
questo presupposto, che negli anni ‘90 è stato delineato come elemento
fondante del cosiddetto “pensiero unico”, si è aperta la fase
global-liberista del capitalismo.
Al riacutizzarsi delle crisi economiche dovute principalmente alla
sovrapproduzione che perdura da almeno un trentennio, i blocchi capitalistici e
le classi dominanti hanno risposto negli anni ‘80 con una ristrutturazione
caratterizzata da processi di delocalizzazione produttiva e concentrazione
finanziaria, di innovazione tecnologica ed informatica, di flessibilizzazione e
precarizzazione del rapporto di lavoro, intensificando gli attacchi diretti ai
salari, alle pensioni, ai diritti sociali, per trasformare il Welfare in Profit
State. Tuttavia, la restaurazione di rapporti di forza a tutto vantaggio della
borghesia, dei ceti dominanti e dei nuovi poteri economico-finanziari (che in
Italia, ad es., si sono manifestati nella crescita di una classe imprenditoriale
nata per gestire il processo di privatizzazione delle imprese e dei servizi
pubblici) non è bastata a riavviare una fase espansiva: da circa dieci anni si
è dunque andata acutizzando la crisi strutturale del sistema fino alla
recessione attuale, a cui le borghesie imperialistiche (statunitense in testa)
hanno risposto con la devastante soluzione della guerra preventiva e permanente
per rallentare il tracrollo economico, produttivo efinanziario, gestire la
conflittualità evitando, fino a quando possibile, uno scontro diretto tra i poli imperialistici, per indebolire la
conflittualità sociale all’interno degli stati nazionali.
La crisi degli Stati nazionali non è perciò altro che la necessaria
ridefinizione politico-istituzionale dello Stato per le borghesie: se nel XIX
secolo la retorica nazionalista fu la base per sviluppare l’espansione
coloniale delle vecchie potenze europee, e gli Stati nazionali incarnarono
l’entità politico-militare organica al processo storico della fase
imperialista dal secondo dopoguerra (dagli anni ‘50 del XX secolo) si è
altresì andata producendo, tra mille contraddizioni che in qualche modo
perdurano, una tendenza alla creazione di tre principali aree economiche
continentali (Nord America, Europa, Giappone). La costruzione della UE è
l’ultimo tassello di un processo di quella unificazione continentale, che da
una parte fu incoraggiata dagli USA in chiave antisovietica, ma dall’altra
osteggiata, soprattutto dopo l’89, dal punto di vista della sua evoluzione
economica, politica e militare.
Tuttavia, questi processi storici non sono esenti da contraddizioni: se le linee
di tendenza appaiono chiare, gli agenti e gli attori sociali e collettivi
mantengono – come spesso avviene — obiettivi, finalità, interessi
divergenti, che alla lunga possono essere ricomposti in una unità storica, ma
che nel farsi processuale sono caratterizzati da incoerenze e dissonanze. Così
è per gli interessi nazionali, che nella costruzionedel polo imperialistico
europeo permangono e sono spesso in contrasto; così è per gli interessi
particolari di settori di borghesia nazionale, che possono essere divergenti
dagli interessi di altre frazioni della borghesia. In Italia, come nel resto
delle nazioni europee, la borghesia non è omogenea, è anzi assai articolata e
divisa. Ciò che la unisce è la condivisione dell’orizzonte capitalistico da
preservare: la difesa della proprietà privata dei mezzi di produzione, del
profitto, delle rendite speculative e finanziarie, dello sfruttamento del
lavoro, del dominio di classe (cardine di un blocco sociale) sul proletariato e
sulle masse popolari, anche attraverso la condivisone ideologica, trasversale
agli schieramenti politici, di alcuni valori quali Patria — per giustificare
gli interventi militari all’estero (nella zona di Nassiriya ci sono pozzi
petroliferi ambiti dall’Eni e dall’Agip), Mercato (i governi di
centro(sinistra) hanno privatizzato più dei governi conservatori inglesi),
Ordine (la repressione dei movimenti e le brutali violenze a Napoli e a Genova;
le nuove politiche di tolleranza zero).
Ma questo blocco sociale determinatosi in Italia non è composto esclusivamente
da alleanze politiche, ma da un’ ideologia trasversale global-liberista comune
ad entrambe le coalizioni di (centro)destra e centro(sinistra). Il bipolarismo
ha imposto infatti la rottura tra rappresentanza politico-istituzionale e
settori sociali, nonché tra ideologia e organizzazioni politiche e sociali di
massa.
Entrambi gli schieramenti hanno dei perni sociali essenziali, che si compongono
nell’alleanza elettorale e politica. Per la Cdl la classe di riferimento è
sostanzialmente la media e piccola imprenditoria, il lavoro autonomo delle
“libere professioni”, le aziende del nord-est a carattere familiare; altro
riferimento è la classe media impiegatizia statale a cui vuole dare voce AN, ma
che si scontra con l’asse iperliberista di Lega e di FI.
L’Ulivo, a sua volta, continua ad avere come asse portante la grande borghesia
industriale (quella delle speculazioni finanziarie corresponsabile della crisi
produttiva), con una base sociale composta da larghi settori del ceto medio e
popolare, e da interessi rappresentati dalle politiche concertative del
sindacalismo confederale e dal variegato mondo del Terzo settore alimentato
dallo smantellamento del Welfare. Oltre all’azzeramento della conflittualità
operaia, alla deregolamentazione del mercato del lavoro, alla concertazione, il
centro(sinistra) offre anche garanzie giuridico-istituzionali e affidabilità
sul piano europeo ed internazionale.
La politica delle destre è filoamericana e opportunista in ambito europeo,
poiché gli interessi che rappresenta si riferiscono a settori della borghesia
nazionale che vogliono perseguire i propri interessi all’ombra
dell’imperialismo americano, mentre il centrosinistra è costituzionalmente
legato ai grandi potentati economico-finanziari e bancari, finalizzati a
costruire un autonomo imperialismo europeo. Massima espressione di questi
potentati è l’assepolitico franco-tedesco, le due potenze europee più
industrializzate e maggiormente esposte in questi ultimi mesi al braccio di
ferro con gli USA in sede di diplomazia internazionale.
In questo contesto, sinteticamente delineato, si colloca la “svolta” del
PRC: la costruzione di un accordo elettorale con l’Ulivo, senza le minime
garanzie per un reale spostamento a sinistra dell’asse politico italiano. Non
vi sono neppure timidi ripensamenti sull’esperienza dei governi del
centro(sinistra) (e strano parrebbe il contrario, visti gli stretti legami con
la borghesia imprenditoriale ed imperialistica del nostro paese), e tanto meno
si profila un programma di stampo anche tiepidamente socialdemocratico.
Riteniamo che nell’attuale situazione di estremo arretramento
dell’opposizione sociale e del movimento rivoluzionario internazionale, in cui
da una parte l’opposizione al sistema si manifesta in forme critiche verso il
liberismo, senza assumere né caratteri di classe né di trasformazione
anticapitalista (Movimento New Global), dall’altra l’antimperialismo - che
sta riconquistando spazio all’interno del Movimento stesso, ma anche nel
dibattito politico generale - viene stravolto da operazioni spregiudicate,
marginali ma pericolosissime, in cui si teorizzano alleanze spurie in funzione
antiamericana con individui e soggetti politici ipernazionalisti, provenienti
dalla destra estrema o addirittura neonazista, e perfino con le componenti del
fondamentalismo religioso (come nel caso dell’indizione della manifestazione
Iraq Libero del 13 dicembre), i comunisti debbano rilanciare un processo di
ricomposizione delle forze di classe anticapitaliste. Ciò che noi auspichiamo,
e intendiamo lavorare a questo progetto, è la costituzione di un polo di
classe, attraverso il coordinamento dei soggetti sociali, sindacali e politici
anticapitalisti.
L’attivazione di questo percorso rappresenterebbe la più chiara risposta alle
derive uliviste, che impediscono la riorganizzazione della lotta di classe in
Italia e in Europa, e insieme il lavoro preliminare che i comunisti debbono
avviare per rilanciare la prospettiva di una trasformazione rivoluzionaria
dell’esistente.
(novembre 2003)
Sommario NUMERO UNO
(Dicembre 2003)
seconda
pagina
Fine del lavoro e mistica
dell’immaterialità
(Intervista a Maria Turchetto)
I marxisti contro l’iperbole
“europeista”
di Salvatore d’Albergo
Federalismo bipartisan
di Angelo Ruggeri
quarta
pagina
Scenari sociali e lavorativi atipici
di
Federico Giusti
Basso Impero
di
Massimiliano Ciriaco
La lente della talpa
Interventi
e articoli sulle questioni cruciali del comunismo nel ‘900.
In
questo numero:
La Storia è
Ortodossa?
di Giovanni Bruno
Quale
socialismo?
di Pierluigi Nannetti
Rifondare è difficile
di Isabella Cecchi
Comitato
di Redazione:
Paolo
Barrucci
Giovanni Bruno
Isabella Cecchi
Massimiliano Ciriaco
Federico Giusti
Adriano Zaccagnini