Da Materiali di discussione n.5 (Gennaio 1997)

POST-FORDISMO E DINTORNI: QUALI PROSPETTIVE PER UNA RIPRESA AUTONOMA DI CLASSE?

I temi proposti per il convegno (produzione, società, conflitto di classe: ipotesi e proposte) ci sembrano abbastanza complessivi da permettere lo sviluppo di un dibattito e di una auspicabile elaborazione che sfugga dalle strettoie della ricerca del "nuovo" a tutti i costi, ma anche abbastanza generali da correre il rischio di ribadire semplicemente la natura di dinamiche economico-politico-sociali già conosciute svalorizzando i problemi e le "sfide" che oggi si pongono. Tuttavia problemi metodologici, modelli d'analisi, valutazioni di merito e prospettive politiche si presentano spesso indissolubilmente e confusamente legati nel dibattito. Primo obbiettivo sarà dunque il tentativo di individuare alcuni grandi blocchi di questioni metodologiche, analitiche, teoriche e politiche il cui corretto inquadramento è assolutamente prioritario nei riguardi di ogni tentativo di ridar respiro ad una possibile iniziativa autonoma di classe.

ALCUNE QUESTIONI DI METODO

1. Dal punto di vista metodologico si potrebbe appunto partire dalla liceità delle interpretazioni e dalla pertinenza della categoria "post-fordismo" oggi tanto popolare e ritenuta largamente omnicomprensiva.

2. Chi ne teorizza, in qualche modo, l'esaustività assume due premesse più o meno sottintese: la prima che all'interno dello sviluppo capitalistico esistano fasi, separate da nette cesure, in sè consistenti e omogenee e, infine, chiaramente contrapposte. La seconda è, appunto, che oggi ci sia una transizione, se non addirittura che essa sia pressochÈ compiuta, da una fase ad un'altra. Dal "fordismo" al "post-fordismo".

3. La prima assunzione implica una larga sovrapposizione di fenomeni economico-politico e sociali che è tutta da verificare empiricamente. Così fordismo, taylorismo, keynesismo, compromesso socialdemocratico sarebbero stati tratti distintivi di un preciso periodo storico. Ma su questa, che appare quantomeno una semplificazione indebita, ritorneremo più oltre.

4. La seconda assunzione implica che in questi anni ci sia (ci sia stata), per effetto della crisi, una transizione complessiva verso un nuovo assetto su ciascuno di questi terreni. In effetti se si considerano i processi di ristrutturazione in atto - a tutti i livelli - ai quali la società del capitale sottopone se stessa, le parti sociali, economiche e politiche che la costituiscono, per riemergere dalla crisi, risaltano almeno due caratteri: la complessità dei processi stessi e la loro diffusione generalizzata.

5. Ma nessuno di questi due aspetti può stupire: tanto vasta è stata, ed è, la portata della crisi internazionale, tanto più generale la risposta, in termini di trasformazioni e di ristrutturazioni, che ad essa si tenta di dare; tanto più globalizzate l'economia e la politica, tanto più complessi i processi tesi a governarne il ripristino del loro "corretto" funzionamento. Nella storia della società capitalistica le risposte sono sempre state adeguate alle crisi o, quantomeno, a posteriori risulta che così sia stato.

6. Altri due fattori distintivi, di carattere temporale, che contraddistinguono il complesso delle trasformazioni in atto sono: il loro protrarsi nel tempo (il venire da lontano e l'andare altrettanto lontano) e l'intensificarsi dei loro ritmi. Neppure qui nulla di nuovo: i processi di riassetto e trasformazione che costituiscono l'essenza della ristrutturazione capitalistica affondano le loro radici nello status ante ovvero proprio nella fase d'espansione precedente. Tipico esempio è la "rivoluzione informatica" - sulla quale ritorneremo in seguito - la quale si afferma qualitativamente fin dai primi anni '60 e, quantitativamente, a metà degli stessi. Nemmeno l'intensificarsi dei ritmi delle trasformazioni puòcostituire di per sè un elemento nuovo: ben altre accelerazioni in trasformazioni decisamente più radicali si sono date storicamente nello sviluppo del capitalismo e delle sue società.

7. Se questi tratti distintivi non costituiscono, presi singolarmente, peculiarità della crisi attuale nei confronti di altre, bisognerebbe capire se la loro somma invece lo può essere. Probabilmente così non è perché, se anche qui la storia ci soccorre, altri cicli altrettanto generalizzati e convulsi di ristrutturazione dell'assetto globale capitalistico si sono già presentati.

8. La novità probabilmente sta nel fatto che l'integrazione sempre più spinta dell'economia nella società e la tendenza, ovvia, della prima a globalizzarsi determinano la portata delle ristrutturazioni come totalizzante e i loro effetti come parzialmente irreversibili. Dovremmo quindi poter essere in grado di cogliere - ammessa questa transizione tra due stadi di sviluppo capitalistico - caratteristiche omogenee nelle trasformazioni in atto che in qualche modo definiscano una fase.

9. Se ci manteniamo all'interno delle singole trasformazioni (che oggi ad esempio interessano il contesto italiano) nessuna di esse sembra poter aspirare alla dignità di peculiare fase. Non è così infatti per le ristrutturazioni dell'organizzazione tecnica del lavoro e della produzione che passano sotto il nome di "post-fordismo", né per quelle del mercato del lavoro (deregulation, precarizzazione), né per quelle che attengono alla funzione regolatrice dello Stato (Welfare State), né per il travaglio politico-istituzionale (prima/seconda Repubblica), né, infine, per ciò che concerne la frammentazione di classe e la crisi politica del proletariato.

10. Probabilmente è il loro presentarsi tutte insieme, sovrapposte e interagenti più che in passato (quindi determinando qualcosa di più di una somma dei loro specifici effetti), che ne determina possibili valenze strutturali e dunque alcune peculiarità di una fase specifica. La suggestione potrebbe essere quella di usare il paradigma della flessibilità per definire adeguatamente i processi in atto e le loro risultanze progressive: un'organizzazione della produzione e del lavoro, un assetto politico-istituzionale e sociale, una società flessibili sono quanto ci è dato di intuire in merito agli sviluppi recenti e prevedibili. In realtà la suggestione è bene che rimanga tale perché il dato saliente sembra invece essere proprio quello di sottomettere le flessibilità dichiarate al perpetuarsi delle rigidità del sistema.

11. Non è una conclusione banale o totalmente scontata in tempi di post-ismi, in quanto gli entusiasmi per il nuovo e le nostalgie per il passato sono largamente trasversali rispetto alle aree ed alle collocazioni politiche e si saldano in una particolare incomprensione della natura e della complessità dei processi di trasformazione in atto. Incomprensione che è tanto più pericolosa, quanto più pretende di distaccarsi dalla riflessione astratta per diventare critica e prassi progettuale dell'assetto capitalistico globale.

RICOSTRUIRE ALCUNI CAPISALDI D'ANALISI

12. Proprio quest'ultimo ordine di considerazioni ci impone quindi di affrontare un altro blocco di questioni che in qualche modo ristabilisca il corretto rapporto fra crisi capitalistica e peculiarità delle trasformazioni. Rimettendo in qualche modo sulle gambe la profonda dipendenza delle ristrutturazioni capitalistiche e dei loro effetti dalla materialità della crisi generale e dalle sue peculiarità.

13. Materialità della crisi del sistema di produzione capitalistico che consiste nella storica e crescente difficoltà d'accumulazione e di valorizzazione del capitale, nel declino del saggio di profitto a cui si somma la contrazione della massa dei profitti, nella riduzione progressiva del lavoro vivo, nella necessità parossistica di incrementi di produttività del lavoro. In una parola nel presentarsi "Il furto del tempo di lavoro altrui, sul quale si basa la ricchezza odierna... come una base miserabile in confronto a questa nuova base creata dalla grande industria stessa" (K.Marx, Grundrisse, [593]).

14. Peculiarità della crisi che consistono nell'essersi questa sviluppata in una fase di complessa socializzazione del processo produttivo. Nell'aver determinato un ulteriore sviluppo accelerato delle forze produttive sempre più subordinato alle esigenze del M.P.C. Nell'aver investito il complesso di un mercato mondiale sempre più interdipendente e integrato. Nell'aver interagito con la preponderanza acquisita dal sistema finanziario (sempre più concentrato) nel processo produttivo. Nell'aver segnato la fine dell'ordine internazionale, scaturito dalla seconda guerra mondiale, traducendosi in crisi politica all'interno di diverse metropoli capitalistiche.

15. Questi processi hanno così determinato una nuova gerarchia dei rapporti di classe, una diversa mediazione degli interessi delle varie classi sociali e l'infrangersi dell'illusione, per molti settori del proletariato, di aver così risolto il proprio problema di emancipazione storica. Ma anche su questo torneremo più innanzi.

16. Il rapporto consolidato tra crisi capitalistiche e la necessità di ulteriori e crescenti aumenti di produttività va ripristinato nei suoi termini corretti. Non è il rinnovamento dell'organizzazione tecnica del lavoro il motore delle crisi, ma essa, con tutto il suo carico innovativo, viene messa in opera quando se ne determinano le condizioni di profittabilità e di necessità dovute al procedere della crisi.

17. Anche all'interno di un'organizzazione del lavoro profondamente rinnovata gli incrementi di produttività sono spesso ottenuti con strumenti classici. Il prolungamento della giornata lavorativa e l'intensificazione dei ritmi di lavoro piuttosto che con la riduzione della quota di lavoro socialmente necessario. Plusvalore assoluto piuttosto che plusvalore relativo.

QUESTIONI DI MERITO

18. Il "post-fordismo" nel dibattito che si è sviluppato ha tutta la forza e l'impalpabilità di un luogo comune. Si impone facilmente ma mostra l'imponderatezza di tesi staccate dall'analisi della materialità delle condizioni della crisi e pure dalle conseguenze politiche che se ne traggono. In realtà, spesso soggiace all'enunciazione delle tesi "post-fordiste" un nucleo di analisi o, quantomeno, di riconoscimento di un contesto assai complesso che però viene taciuto.

19. La stessa categoria di "post-fordismo" inoltre si dilata dunque dalla sua originaria valenza tecnica per assumere le caratteristiche di una fase omnicomprensiva e di una sfida globale alle classi subalterne. Se di sfida globale si tratta - ma così è sempre stato nella società capitalistica - è dubbio che questa interpretazione estensiva chiarisca più di quanto non confonda il contesto generale.

20. Molte delle analisi "post-fordiste" sono afflitte da una sostanziale incertezza nella datazione del cosiddetto compromesso fordista e da una assimilazione indebita del fordismo con le politiche keynesiane: il taylorismo e le politiche di spesa pubblica keynesiane appartengono a contesti differenti, l'applicazione delle tecniche tayloriste è una costante nello sfruttamento estensivo ed intensivo della forza lavoro che prescinde dalla particolare attitudine dello Stato a permettere e stimolare i consumi.

21. Il cosiddetto compromesso fordista, o socialdemocratico, è poi la forma specifica nella quale in alcuni periodi e in alcune situazioni nazionali si è disciplinato l'accesso delle "parti sociali" alla cosa e alla spesa pubblica. Inoltre è fuorviante associare una presunta fase fordista-keynesiana ad un ciclo di sviluppo "tranquillo" del capitalismo. In ogni caso assetto ford-taylorista e politiche keynesiane rappresentano una gestione di momenti di crisi, di contrazione della produttività e dei consumi altrettanto quanto accade nel "post-fordismo".

22. Nel complesso viene spesso colta la rottura del compromesso socialdemocratico (con tutte le sue conseguenze di precarizzazione e di frammentazione di classe) ma se ne addebitano le cause a motivi totalmente endogeni e intrinsecamente "necessari" (progredire dell'automazione e dell'informatizzazione, saturazione delle tecniche produttive fordiste) senza connetterle nÈ alla crisi di accumulazione capitalistica ed alla necessaria ristrutturazione, nÈ ad una sconfitta politica del proletariato.

23. Vediamo alcuni problemi di merito nello specifico.
L'innovazione tecnologica (informatizzazione, automatizzazione). In primo luogo essa viene messa in opera quando si creano le condizioni che ne rendano conveniente l'utilizzo generalizzato e non per forza propria. In secondo luogo l'informatizzazione e l'automatizzazione hanno avuto il loro massimo sviluppo in funzione della catena fordista della quale esaltavano al massimo grado le capacità produttive. In terzo luogo esse non hanno prodotto cali occupazionali significativi fino a che non è subentrata la crisi.

24. La deindustrializzazione e la delocalizzazione produttiva. La deindustrializzazione è comunque relativa, ovvero ad ogni impianto chiuso nei paesi capitalistici avanzati ne corrisponde almeno uno aperto nelle aree di più o meno nuova industrializzazione. La delocalizzazione risponde allo stesso modo a convenienze di mercato e di mercato del lavoro e potrebbe essere reversibile qualora le condizioni mutassero.

25. La mondializzazione, o transnazionalizzazione, dell'economia. La nuova "qualità" della dimensione transnazionale dell'economia e della produzione sottende questioni non di poco conto sul rapporto tra questa e le economie nazionali, sulla crescente concentrazione finanziaria, sul rapporto tra aree di vecchia e nuova espansione capitalistica, sulle caratteristiche dell'organizzazione del lavoro in queste ultime e i mercati di consumo e di forza lavoro rispettivi.

26. Il rapporto produzione-mercato. Non è vero che l'assetto fordista potesse prescindere dal mercato imponendo i consumi. E' piuttosto vero che l'approccio "post-fordista" del go to market risponde ad un diverso livello di consumi (indotto dalla crisi), ad una maggior concorrenza e quindi ad un raffinamento delle vecchie tecniche di marketing. La produzione è sempre il fatto centrale dell'economia capitalistica e lo dimostra, oltre il senso comune, proprio il fatto che ci si dia tanta pena di salvaguardarne ed ottimizzarne l'efficienza. Oggi si aprono nuove contraddizioni, ma ciò non vuol dire che le "vecchie" siano risolte.

27. La frammentazione di classe. Dalla perdita relativa di centralità della classe operaia di fabbrica non è lecito concludere che essa è sparita a favore di una nuova figura di "operaio sociale" dai connotati incerti. Né che la frammentazione sia ricomponibile sul terreno di una nuova "comunità proletaria", dai connotati altrettanto incerti, che crescerebbe sul terreno dei contropoteri piuttosto che su quello della lotta.

28. La precarizzazione di massa. Troppo risalto ha avuto la cosiddetta disoccupazione di massa strutturale. Se è vero che l'espulsione massiccia di lavoratori dal posto di lavoro ha caratteristiche nuove rispetto alla classica formazione di un esercito industriale di riserva è altresì vero che non si tratta di un fenomeno irreversibile a fronte di una possibile ripresa produttiva. La strutturalità sembra essere piuttosto una caratteristica della precarizzazione e della deregolamentazione dei rapporti di lavoro.

29. La socializzazione del lavoro. Attribuire allo sviluppo delle forze produttive connesso alla riorganizzazione tecnica del processo di lavoro un'accentuazione radicale del suo carattere sociale è un mito tipicamente "post-fordista" che ne accomuna critici e apologeti (i sostenitori ad esempio della "democrazia informatica"). La socializzazione crescente del lavoro è un carattere contraddittorio che significa interdipendenza accresciuta fra i produttori e che si somma alla perdita del sapere produttivo e delle possibilità di controllo dei processi.

QUESTIONI POLITICHE

30. Scendendo nel merito delle prospettive politiche che in questa fase si manifesterebbero e a grandissime linee, c'è una vasta area a sinistra - tutt'altro che omogenea e che percorre e che viene da strade molto diverse - "nuovista" ad oltranza ed "apocalittica" che converge su alcuni capisaldi analitici precisi: la subordinazione della produzione al mercato, la deindustrializzazione come fatto strutturale e non reversibile, la progressiva sparizione (politica e fisica) della classe operaia, la progressiva dimensione esclusivamente sociale dei conflitti, la presenza di nicchie e di aree nella società capitalistica che possono essere liberate, ecc. ecc.

31. Questa area, appunto composita, va da settori dell'autonomia, ai centri sociali, a gruppi di intellettuali, a settori di Rifondazione Comunista, a una parte del movimento libertario per finire a settori non marginali del sindacalismo di base e dell'autorganizzazione. I suoi esiti politici sono debolissimi e fuorvianti. Si va infatti da un rinnovato cooperativismo e mutualismo, ad una esaltazione di una ipotetica e progressiva "società civile", all'autoproduzione e al no-profit come leve economico-politiche di svuotamento della società capitalistica dall'interno.

32. Nessuna critica specifica allo Stato in quanto in tutte queste ipotesi è, in definitiva, garante dell'agibilità dei progetti. Una sorta di riformismo radicale che nella migliore delle ipotesi si riduce a fiancheggiare Rifondazione Comunista. Una specie di pendant alle nostalgie welfaristiche di buona parte dell'opposizione sindacale e del sindacalismo di base.

33. La debolezza delle conclusioni politiche che, in termini progettuali, vengono espresse in calce alle analisi "post-fordiste" o comunque riferentesi alla fine della fase fordista, pagano un duplice pegno: il primo in termini di incongruenza rispetto alle premesse (perché in una fase come l'attuale - in cui è generalmente ammesso un rinnovato controllo sociale e politico a sostegno dell'assetto post-fordista - dovrebbero aprirsi nuovi spazi "liberabili" all'interno della società del capitale?).

34. Il secondo in termini di assoluta sottovalutazione della sfera della produzione in rapporto a quella del mercato e dunque della classe operaia a favore di un proletariato "globale" che - se non si soggiace al mito imprenditorial-capitalistico di un nuovo sapere e capacità di controllo diffuso - altro non è che la somma delle debolezze del vecchio proletariato "taylorista" e degli strati sociali subalterni contigui.

35. Un'altra ipotesi da non sottovalutare in merito a questa debolezza è che essa sia un prius rispetto alle nuove analisi. Ovvero spesso un tentativo di giustificare l'impotenza di un ceto politico - sopravvissuto alla sconfitta della classe operaia degli anni '80 - nell'oggettività dei fatti e nell'inevitabilità di certi percorsi. Ma allora, se possibile, la debolezza sarebbe ancora più grave.

ALCUNE IPOTESI

36. Le caratteristiche della crisi attuale si risolvono, dal punto di vista politico, nell'incrinatura della mediazione d'interessi e nella fine dei termini che hanno costituito la base del patto sociale di classe dal dopoguerra ad oggi. In questo senso va intesa la crisi di direzione politica da parte delle classi dominanti. In tale situazione va anche inquadrata la crisi del cosiddetto Stato Sociale, soprattutto per ciò che riguarda il crollo del sogno del principio piccolo-borghese riguardante la mediazione del conflitto fra capitale e lavoro salariato.

37. Le classi dominanti si stanno muovendo, nel tentativo di superare l'attuale fase di crisi del sistema capitalistico, tramite la riorganizzazione complessiva dei rapporti di produzione, a livello sociale, politico ed economico. Tuttavia per la salvezza del sistema si rende necessaria la ricomposizione di un nuovo blocco sociale, nuove formule di mediazione di interessi interclassisti alla luce dei rapporti di forza che scaturiscono dalla crisi stessa.

38. Un programma di fase, di difesa degli interessi immediati degli sfruttati, deve necessariamente investire il complesso sociale in cui si articolano le contraddizioni di classe, nonché i tentativi di ristrutturazione del capitale.

39. La strada per la costruzione di un movimento di resistenza contro l'attacco del capitale deve passare attraverso la lotta attiva contro le logiche "riformiste" delle organizzazioni tradizionali del proletariato, contro la ristrutturazione del potere politico e sociale delle classi dominanti. Tale lotta deve avere come primo obbiettivo il superamento delle divisioni interne degli sfruttati. Queste le battaglie fondamentali per la costruzione di un movimento autonomo del proletariato.

40. Alla riorganizzazione complessiva - economica, sociale e politica - una contrapposizione fondata semplicemente sul rivendicazionismo spontaneo sarebbe già perdente in partenza. Una teorizzazione politica che muovesse in questo senso andrebbe combattuta perché tesa ad organizzare settori di classe per una lotta già persa, perché opposta al possibile sviluppo di un movimento autonomo proletario.

41. Ad esempio il sindacalismo di base è nato come reazione a quella che è stata vista come degenerazione burocratica degli apparati confederali e alla loro crescente integrazione all'interno delle istituzioni statali. Tuttavia esso si pone spesso alla coda dei sindacati confederali e fonda il suo relativo successo su una accentuazione rivendicativa particolaristica con la mediazione di parole d'ordine di contenuto politico contro il governo.

42. La lotta economica contro il governo costituisce l'essenza della politica "tradeunionistica" e dare alla lotta economica un carattere politico significa ridurre la politica rivoluzionaria al livello di quella tradeunionistica, cioè nella politica borghese all'interno del movimento operaio.

43. Per lotta di difesa immediata, o di resistenza, all'attacco del capitale è da intendersi, in questa fase, un programma che tenda alla costruzione di un movimento autonomo di classe, che costituisca un punto di riferimento per tutti gli sfruttati.

44. Questo programma deve impedire l'utilizzazione del proletariato come massa di manovra (grazie alle organizzazioni di sinistra più o meno tradizionali) allo scopo di rifondare un nuovo sistema di potere da parte delle classi dominanti, stabilizzandolo con nuove forme istituzionali.

45. L'immenso sviluppo delle forze produttive del lavoro socializzato - promuovendo la tendenza al superamento storico della funzione del lavoro salariato, con la crisi (economica del sistema capitalistico, crisi di accumulazione e di valorizzazione del capitale) - si accompagna con una fase di crisi di direzione politica e di destabilizzazione a livello internazionale.

46. Tutto questo può indurre a pensare che le condizioni oggettive per il rivoluzionamento del sistema sociale vigente siano all'ordine del giorno, mentre quelle soggettive - di lotta e di coscienza proletarie - non siano ancora mature.

47. La condizione soggettiva per la rivoluzione sociale però non consiste in qualcosa di astratto, a sÈ stante, ma si trova inscritta - sebbene non meccanicamente - nelle condizioni materiali, oggettive della realtà concreta. Questa realtà di sviluppo specifico dei rapporti sociali di produzione determina in ultima analisi il grado della coscienza politica del proletariato e degli sfruttati in genere.

48. Una situazione rivoluzionaria si presenta soltanto quando sia le classi dominanti, sia gli sfruttati non possono più vivere come in passato. A dispetto del periodo di grave crisi le classi dominanti si trovano in una situazione avvantaggiata perché hanno maturato la coscienza della necessità di cambiamento per poter continuare a gestire il potere

49. Per questo riteniamo che le condizioni oggettive per il passaggio al comunismo non siano ancora date. La sostanza del lavoro politico oggi può consistere nel lottare per superare le divisioni interne agli sfruttari, contro la riorganizzazione del sistema del capitale. Questa lotta deve investire tutti i fronti e tutte le classi sociali nel tentativo di impedire la composizione delle contraddizioni che la crisi ha posto in risalto.

Circolo Culturale Ombre Rosse

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