Oggi, continua Virno, i confini tra questi tre ambiti non sono più tanto riconoscibili: come se l'azione politica
fosse quasi "svanita" e si fosse diluita tra gli altri due ambiti, oggi si possono riconoscere un "lavoro" che ha anche i
tratti dell'agire politico - ovvero, l'"irruzione", come dice Virno, nel "mondo delle apparenze" - e un "intelletto" che non
è più "spazio chiuso" ma è diventato esso stesso forza produttiva. L'intelletto, il lavoro e l'azione politica, in altre
parole, si mescolano e si confondono, in uno scenario - dominato dal modo di produzione capitalistico - dove
l'intelletto, inteso qui come general intellect (o "sapere sociale generale"), collabora con il lavoro, il quale a sua volta
ha preso i tratti ed il fare una volta propri dell'azione politica, a far funzionare, in maniera più o meno coattiva, il
sistema capitalistico. A sua volta, per converso, l'azione politica avrà i tratti, anzi, non sarà disgiunta dal lavoro, a cui
tende sempre più ad assimilarsi. Tutto dunque, in quest'ottica, sembra non servire ad altro che a mantenere e dar
sempre maggior statuto di "verità" ed autorità al dominio capitalistico, entro il quale e grazie al quale questa
"mescolanza" e "confusione" di ambiti è avvenuta. Ma, ponendo che queste considerazione siano giuste, sorge
comunque spontanea una domanda: non ci sono, allora, vie d'uscita? Il dominio del Capitale occupa ogni spazio del
possibile - addirittura determinando il possibile stesso - tanto da non permettere replica? C'è oggi, e dove, uno spazio
per l'azione politica intesa in altro modo da quello di cui parla Virno?
Ma andiamo per gradi: la "novità" della nostra epoca è, a quanto dice Virno, il general intellect, o meglio il
ruolo che esso viene oggi ad assumere. Per l'importanza che ha oggi l'economia - in senso lato e non - della vita
sociale, è dunque a partire dal general intellect stesso che bisogna cercare una via d'uscita a quella strana impasse che
Virno descrive. Il "lavoro intellettuale" acquista allora, nell'oggi, un aspetto centrale - sia perché lega le capacità
tecnico-scientifiche della collettività alla collettività stessa, sia perché è divenuto indispensabile alla gestione ed al
buon funzionamento della macchina capitalistica. Marx, dice Virno, sia nel cap.VI inedito del Capitale che nelle
Teorie sul plusvalore, distingue due specie di lavoro intellettuale: la produzione di merci "culturali" e l'esecuzione
virtuosistica. Quest'ultima, benché "lavoro salariato", è secondo Marx estremamente improduttiva per il Capitale. Ma,
secondo Virno, essa è la discriminante che ha da sempre caratterizzato l'azione rispetto al lavoro, tanto da fungere
anche da modello della prassi politica. Oggi, invece, il "virtuosismo" - leggi: general intellect contemporaneo -
avrebbe ben altra valenza: sarebbe l'architrave stessa sulla quale si regge il sistema capitalistico post-fordista, ovvero
quello della cooperazione sociale coatta e della qualità totale. Tutto, in altre parole, deve - entro questo scenario -
essere sottomesso alle esigenze del "lavoro", pena lo "smarrimento" dei singoli e del sistema stesso. "Cos'altro
significa, del resto, lo slogan capitalistico sulla 'qualità totale' se non la richiesta di mettere al lavoro tutto ciò che
tradizionalmente esula dal lavoro, e cioè l'abilità comunicativa e il gusto per l'Azione? E come si può inglobare nel
processo produttivo l'intera esperienza del singolo, se non obbligando quest'ultimo a una sequenza di variazioni sul
tema, performances, improvvisazioni?" (pp.12-13). Ma "tale sequenza, parodiando l'autorealizzazione, segna in realtà
l'acme dell'assoggettamento" (p.13). In altre parole, la realizzazione pratica di questa "capacità" dei singoli e collettiva,
lungi dal realizzare la liberazione dei singoli e della collettività stessa, ne rappresenta piuttosto il momento massimo
di alienazione. E allora? Secondo Virno, tuttavia, il general intellect utilizzato per e nella produzione post-fordista
non esaurisce le sue potenzialità: "Il general intellect è il fondamento di una cooperazione sociale più ampia di quella
specificamente lavorativa. Più ampia e, insieme, del tutto eterogenea. Mentre le connessioni del processo produttivo
si basano sulla divisione tecnica e gerarchica delle mansioni, l'agire di concerto imperniato sul general intellect
muove dalla comune partecipazione alla 'vita della mente', ossia alla preliminare condivisione di attitudini
comunicative e cognitive" (p.14). Ma questa "comunanza" nel general intellect non trova una voce, un proprio modo di
espressione, se non all'interno del lavoro dove viene forzata ed assoggettata.
Dando per buona l'analisi di Virno, o comunque dichiarandosi quantomeno d'accordo con le sue conclusioni
per cui oggi il lavoro come l'azione politica ed ogni altra cosa non hanno più molti margini di autonomia ma sono
"sussunti" all'interno dell'ordine capitalistico, negando così altre potenzialità che pure avrebbero, quali soluzioni si
possono trovare per rompere questa situazione di assoggettamento "totale"? Quali possibilità e spazi per riconquistare
delle libertà ci sono oggi? E, soprattutto,come si riconquistano certi spazi e certe libertà, se anche l'azione politica ha
sempre meno margini di movimento e rassomiglia sempre più al lavoro? Da dove bisogna partire, che strada bisogna
fare? Il primo suggerimento di Virno è il seguente: "La chiave di volta dell'agire politico (anzi, il passo che, solo, può
sottrarlo alla paralisi attuale) consiste nello sviluppare la pubblicità dell'Intelletto al di fuori del Lavoro, in
opposizione ad esso" (p.15). Questo perché, continua Virno, "la sovversione dei rapporti capitalistici di produzione
può manifestarsi, ormai, soltanto con l'istituzione di una sfera pubblica non statuale, di una comunità politica che abbia
a proprio cardine il general intellect" (p.15). Ma proprio qui, crediamo, arriva il punto più controverso, e forse più
affascinante, della riflessione virniana; punto che riteniamo abbia bisogno di esser chiarito ed interrogato proprio per
valorizzarne i possibili esiti o, quantomeno per cercare di capire di che cosa si stia discutendo.
Virno propone una soluzione politica, che riassume con la parola ESODO: "Chiamiamo Esodo la defezione di massa dallo Stato, l'alleanza tra general intellect e Azione politica, il transito verso la sfera pubblica dell'Intelletto" (p.15), Esodo che è anche "un modello di azione a tutto tondo, capace di misurarsi con le 'cose ultime' della politica moderna, insomma con i grandi temi articolati via via da Hobbes, Rousseau, Lenin, Schmitt" (p.15). Ma che cos'è questo "Esodo"? Che cosa si deve intendere con questa parola? L'Esodo, per Virno, è un tentativo di fondare qualcosa di alternativo allo Stato: una "Repubblica". L'Esodo pertanto si caratterizza come, per continuare ad usare il linguaggio virniano, una "sottrazione intraprendente" (o "congedo fondativo") favorita da un moto collettivo di "disobbedienza radicale" alle leggi dello Stato e del Capitale, moto che riesca a svincolare il general intellect dalla macchina capitalistica che ne definisce (coattivamente), impoverendolo, i limiti. Ma come si attua, nei fatti, questa disobbedienza? "Terreno di coltura della Disobbedienza sono i conflitti sociali che si manifestano non solo e non tanto come protesta, bensì soprattutto come defezione (per dirla con A.O.Hirschmann, non come voice, ma come exit)" (p.16). In altre parole, una fuga. Ma "nulla è meno passivo - continua Virno - di una fuga" (p.16). E qui ci fermiamo, perché crediamo occorra far subito delle considerazioni. Che cosa dobbiamo intendere qui per "fuga" o "esodo", o "defezione/exit", per "costruttiva" che sia? Se una fuga tout-court, anche ben concertata ed effettuata dalle migliori menti che contribuiscono ad elevare il tono del general intellect, ebbene, non ci sembra in tutta franchezza un grosso risultato politico. Se invece si intende una mera fuga dai meccanismi del Capitale, fuga che si dà di per sé come positiva, cioè capace di contrastare questi stessi meccanismi, anche in questo caso abbiamo forti perplessità e molti dubbi: non si rischia così, teorizzando la "fuga", di avallare una tendenza di fatto già operante (e favorita - se non costretta - dalle scelte e dalla politica del Capitale)? Una fuga, quale che sia, come può non essere essenzialmente passiva? Oppure, dando per così dire una chance al pensiero virniano, potremmo pensare ad una "fuga" che è anche "lotta" interna al potere (specie se, come dice Ewald, il potere è oggi senza un "di fuori"), ovvero "fuga" dalle leggi e dalle costrizioni del Capitale per l'imposizione di altre leggi e di altre "regole". In altre parole, "fuga" come "lotta", e solo così, crediamo, concetto veramente positivo, poiché può tra l'altro servire a sottolineare la necessità di praticare una forte estraneità (fuga, appunto) al verbo del Capitale, in favore di un proprio verbo, della rivendicazione dei propri spazi e della propria vita. Non vogliamo, tuttavia, far torto a Virno tacciandolo di "ingenuo" più di quello che non sia. La sua "fuga" ha già in parte queste caratteristiche. Ma crediamo anche che sia necessario, in tempi politicamente - e non solo - confusi e povero come questi, cercare di essere più chiari possibile, e lasciare quanto meno si riesca nel vago discorsi che possono avere, anche loro malgrado, notevoli influenze, sia positive che negative (si pensi, ad esempio, al "pensiero debole" degli anni '80, il quale, pur secondo noi interessante e capace di spunti positivi, ha - proprio per questa mancanza di chiarezza e di approfondimento - pesantemente agevolato la cultura capitalistica di questi anni: fine della storia, "debolezza" necessaria delle argomentazioni, lo status-quo come destino, ecc. ecc.). Virno continua poi enunciando una serie di "parole-chiave" a proposito di questa filosofia dell'Esodo, che non stiano a nostra volta ad elencare perché, di fatto, non articolando meglio questa proposta, non contribuiscono in ultima istanza a chiarire quell'interrogativo che emerge e che ci appare centrale nella trattazione. Vogliamo ribadire, invece, la necessità di esprimersi chiaramente, oggi, anche in termini di lotta (che non per forza devono essere in contrasto, se non in "antagonismo", con quelli come "fuga" o "esodo" usati da Virno). Detto questo, non togliamo niente alla "positività" della proposta virniana, ed anzi ne accogliamo volentieri gli spunti che ci offre, che sono poi, di fatto, anche molto vicini al nostro modo di concepire la politica. Diciamo allora che il nostro è, essenzialmente, un problema di "ordine del discorso" (e che Virno, vecchia pellaccia, non ce ne voglia: vorrà dire che presto lo inviteremo al "nuovo" Centro per una spaghettata fra amici). Bye. GODZILLA. (oplà)