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articolo della rivista numero 135
Pratiche lgbtq
Il movimento per i diritti omo e transessuali in Italia nel 2005-2007 e la nascita di “Facciamo Breccia”
di M. Geremia, P. Pedote, N. Poidimani
È da poco apparsa, a cura di Paolo Pedote e Nicoletta Poidimani, la raccolta di saggi We Will Survive! (Mimesis Edizioni, Milano 2007, euro 16,00) che ripercorre la storia del movimento per i diritti di lesbiche, gay e trans iniziato in Italia oltre trent'anni fa e oggi più che mai attuale. Si tratta di un movimento che si è intrecciato, nel 2005, con la nascita di “Facciamo breccia” e con le prime mobilitazioni per la laicità dello stato.
Proprio questo intreccio è ricostruito nel saggio di Marco Geremia, Pratiche lgbtq: cortei, frocessioni, sfilate No Vat! che riportiamo premettendovi una riduzione della Premessa dei due curatori. Ringraziamo gli autori e l'editore per la gentile concessione.
Sono passati quasi quarant’anni dalla rivolta esplosa nella notte tra il 27 e il 28 giugno 1969 a New York quando trans, lesbiche e gay si ribellarono all’ennesima irruzione della polizia all’interno dello Stonewall Inn. Stonewall segna un punto di non ritorno: quella volta la polizia non ebbe la meglio e la rivolta proseguì nei giorni successivi, crescendo d’intensità e coinvolgendo altri settori di movimento.
Ogni anno nelle principali città di tutto il mondo quella rivolta viene ricordata da migliaia e migliaia di persone che manifestano per i diritti di lesbiche, gay e trans, accompagnate dalla celebre canzone di Gloria Gaynor I Will Survive. È la giornata dell’orgoglio - in inglese, Pride - e della visibilità che hanno preso il posto della vergogna e del nascondimento: ricordare Stonewall significa, innanzitutto, questo. Ma significa anche denunciare pubblicamente il permanere di una cultura omofobica e transfobica nei vari paesi.
In Italia, la data di nascita del movimento si fa risalire al 5 aprile 1972, quando un gruppo di militanti del FUORI! e di altri collettivi venuti dall’estero, irrompendo in un congresso di sessuologi a Sanremo, mise a nudo l’omofobia dei saperi dominanti e diede il via a un processo inarrestabile di visibilità militante anche nel paese del “Si fa ma non si dice”. Da quel momento molte cose sono cambiate anche in Italia: l’omosessualità da questione privata è diventata argomento di pubblico dibattito, di ricerca storica e di elaborazione politica, nonché uno strumento critico per analizzare le norme e le contraddizioni della società e ripensare la cittadinanza.
D’altra parte, però, alla crescente e orgogliosa visibilità che il movimento lgt - lesbico, gay e trans - ha acquisito in tre decenni si contrappongono sempre più ferocemente le istanze reazionarie che stigmatizzano e criminalizzano questo processo di liberazione.
A partire dal World Pride di Roma il Vaticano ha inasprito e rafforzato le proprie posizioni, tenendo in ostaggio quasi tutta la politica istituzionale italiana e producendo uno scontro ideologico pari, se non superiore, a quello che ci fu in occasione dei referendum sul divorzio (1974) e sull’interruzione volontaria di gravidanza (1981).
Ancora oggi, nel terzo millennio, dobbiamo confrontarci con questa ingerenza di sapore fortemente teocratico. Di nuovo le gerarchie ecclesiastiche, in nome del controllo sulla sessualità e sulla riproduzione, tornano ad agitare lo spettro di una “natura” mistificata e ideologizzata. (Paolo Pedote e Nicoletta Poidimani)
NASCE “FACCIAMO BRECCIA”
Nell’autunno 2005 in Italia si assisteva al calare inesorabile di una cappa retorica teo-oscurantista la cui essenza e radice era un “ordine morale” costruito sui quotidiani diktat pubblici di un Ratzinger appena divenuto papa, dell’influente cardinale capo [ora ex] della Cei Ruini e di un nutrito seguito di prefetti vaticani, ovvero sulla loro pedissequa traduzione in affondo politico da parte della destra più o meno istituzionale: Pera, Casini, Giovanardi, Buttiglione, Storace ecc. (per intendersi, i primi due presiedevano i rami del Parlamento).
Dando per scontata una revisione ideologica e familista della storia, della natura e di ogni espressione della società, si andava parlando della vita di donne, omosessuali, trans… in termini che volutamente negavano non solo una richiesta di diritti, ma la stessa affermazione dei soggetti, con categorie e termini degni degli anni Cinquanta. Il tutto nel silenzio pressoché totale di un centro-sinistra decisamente più interessato alla vicina campagna elettorale, quella che doveva “mandare a casa Berlusconi”, che al deterioramento del dibattito pubblico.
In quei giorni diverse realtà lesbiche, gay, trans andavano agitandosi: un fermento di cui erano protagoniste associazioni, collettivi e singole soggettività da tempo accomunate da un approccio dal basso alla pratica sul territorio, nonché da relazioni orizzontali “di movimento”. Ecco che l’accorato appello di un’attivista (Porpora), circolando in mailing list di vario genere (è il caso di dirlo) sollecitò in brevissimo tempo la nascita di uno spazio di mobilitazione “In difesa della laicità e in reazione ai revisionismi ideologici della natura, della storia e della società che occupano senza alcun contraddittorio gran parte dei giornali e delle televisioni”. Un movimento d’opinione che si diede il nome di “Facciamo Breccia” (www.facciamobreccia.org).
Si trattò di un’intuizione originale e tempestiva sostenuta da numerose componenti del movimento glbtq che ha anticipato, ispirato o determinato (e chi può dire in quale misura?) la riapertura degli spazi per un discorso sulla laicità e il fiorire di iniziative, cartelli associativi e finanche intese elettorali in tutto il paese.
“Facciamo Breccia” è stato sin dalla nascita un tentativo di confronto aperto a soggettività dalle esperienze politiche, culturali, di vita più varie. Se nei primi mesi della sua esistenza questo ha prodotto un’inedita vicinanza tra le componenti dell’ala movimentista, autonoma e libertaria, indubbiamente il portato politico di lesbiche, gay, trans ha giocato un peso preponderante nella ricerca di una sintesi propositiva, in termini di valori irrinunciabili (in quanto frutto delle lotte) ed eticamente fondativi per la definizione stessa della laicità: l’autodeterminazione dei soggetti, praticata consapevolmente e politicamente in ogni momento della vita.
Uno scambio che è risultato mutuo, tanto che un ventaglio di nuove, gioiose pratiche brecciarde hanno arricchito tutto il movimento glbtq conferendogli una visibilità seconda solo a quella dei cortei dei Pride e portandolo a formulare una risposta, articolata e molteplice, che ha scosso il piano bidimensionale con il quale i teocon nostrani intendevano ridurre all’invisibilità intere componenti della cittadinanza.
LA LOTTA CONTRO GLI ANTIABORTISTI
Con i presidi anti-antiabortisti “Leviamo don Benzi dal marciapiede ” a Bologna, le azioni di “Orgoglio laico” a Firenze, lo sbattezzo di massa in curia a Verona, la denuncia delle responsabilità dei portavoce cattolici nella lotta all’Hiv e le contestazioni (Fallaci, Poletto, Giovanardi, Casini…) organizzate in ogni dove… le attiviste e gli attivisti di “Facciamo Breccia” sono andati affrontando una molteplicità di aspetti della vita e della politica; un valore aggiunto che non è mancato (ottenendo forte riscontro e visibilità) già nelle due grandi manifestazioni del 2006: quella in difesa del diritto all’interruzione volontaria di gravidanza a Milano e il Torino Pride.
Merita osservare che, come nel caso delle azioni contro gli integralisti cattolici del Movimento per la vita dell’antiabortista don Benzi, le pratiche della Breccia hanno avuto una certa originalità, che testate nazionali (Tg5, Matrix, Tg3…) non hanno esitato a spettacolarizzare. Ma, soprattutto, una netta lungimiranza nel cogliere il versante insidioso lungo il quale le destre (e con esse le componenti più integraliste del mondo cattolico) intendevano attaccare il diritto all’aborto: non già in Parlamento (con la paventata abrogazione di una legge 194 già di per sé parecchio compromissoria) ma inficiando nel concreto la prestazione pubblica dei servizi, servendosi delle possibilità offerte dalla legge stessa (accesso di “volontari ” in consultori o peggio nei reparti, come previsto dai disegni di legge regionali di lì a poco presentati in Veneto e Lombardia) e ricorrendo a un presidio del territorio così capillare come solo a un’organizzazione ramificata e finanziata come la chiesa è possibile disporre. Un modo d’agire che nel corso degli anni ha già silenziosamente svuotato intere province della possibilità di praticare l’interruzione volontaria di gravidanza, al Sud come al Nord.
IL LEGAME CON I NO GLOBAL
A ben vedere con “Facciamo Breccia” sono andate raccogliendosi le energie propositive maturate da quella rete nata tra 2001 e 2002 durante la stagione dei movimenti contro la guerra e dei Forum sociali (il Forum GayLesbicoBisexTran Queer), da progettualità di movimento che ne sono nate, come Queerforpeace (che dal 2003 declina un contributo gay, lesbico e trans al percorso di liberazione del popolo palestinese), inoltre la visionaria radicalità di quanto dell’universo del queer sopravvissuto al postmoderno e non ultima la lucida critica dell’esperienza femminista e autonoma.
Ciò è avvenuto su un piano di analisi che alcune e alcuni hanno inizialmente vissuto come minimo comune multiplo di percorsi articolati e differenti, ma che alla prova dei fatti si è dimostrato essere non solo un utile guado nell’asfittico contesto politico del 2006 ma anche (e sempre più anche nelle settimane in cui si va preparando questo scritto) un piano prioritario di scontro politico a livello nazionale.
In questo contesto “Facciamo Breccia” ha dovuto intraprendere un grosso sforzo di autotutela per valorizzare e sostenere le maggiori iniziative che andava preparando, sfidando l’ostinato silenzio della stampa “progressista” e mai del tutto ottenendo continuità nel rapporto con i media di movimento. Tali iniziative, di respiro nazionale, sono state la manifestazione No Vat: Più autodeterminazione, meno Vaticano realizzata per la prima volta a Roma l’11 febbraio 2006, il corteo Orgoglioso antifascismo di Catania del 16 settembre e il cartello di Layca! durante i giorni del Decennale Cei a Verona nell’ottobre. Quando si dice prendere sul serio il risanamento delle ferrovie dello stato.
LA MOBILITAZIONE NO VAT!
No Vat, voluta a Roma nel giorno dell’anniversario dei Patti Lateranensi del 1929, è stata la grande manifestazione per la laicità e l’autodeterminazione su cui “Facciamo Breccia” si era impegnata sin dalle prime assemblee di Milano e Bologna. Un’iniziativa che già dal nome testimonia un’accresciuta capacità di lettura, intreccio e relazione degli attivisti e delle attiviste della Breccia, in settimane scandite dalle lotte territoriali in Val di Susa (No Tav) e nel contempo una scelta coraggiosa in un periodo di marcato frazionamento dei movimenti e ampiamente controcorrente rispetto alla concomitanza/“gemellaggio” di cortei e iniziative praticata dai più.
Centrale nella piattaforma rivendicatoria la pratica dell’autodeterminazione, della quale in particolare le soggettività eccentriche testimoniano l’importanza in quell’ambito strategico per la ri/produzione e la trasmissione delle dinamiche di potere che è la sessualità.
Lo slogan “Fuori i preti dalle mutande!” inizia così a farsi strada nel corteo, per finire nei mesi successivi trascritto decine di volte sui muri di Roma, con gran smacco dell’Udc Giovanardi e dei cortigiani del Porta a Porta televisivo.
Non secondaria è stata la denuncia, declinata in mille modi, del vuoto di laicità che colpisce la politica istituzionale, con tremende ricadute nel quotidiano, in termini di violenza e discriminazione: femminicidio, omofobia, transfobia, marginalizzazione.
Ma anche di come dietro all’inarrestabile presenzialismo neotemporalista vaticano si malcelino gli interessi neoliberisti delle forze politiche e sociali della reazione, da tempo impegnate ad attaccare i conseguimenti (culturali, normativi, sociali) di intere stagioni di lotta. “Facciamo Breccia” ha ribadito come le conquiste dei movimenti di liberazione siano valori irrinunciabili, elementi di un’etica partecipata perché prodotto non già di sacre scritture ma dei percorsi di trasformazione della società: dalla resistenza ai femminismi, dalle lotte dei lavoratori al Sessantotto dell’università.
Una sfida in un momento in cui un mix di dispositivi normativi e del discorso hanno svuotato il concetto di cittadinanza e detournato la solidarietà in esclusione, mentre già lontani sono i (diritti dei) lavoratori, la scuola e la sanità pubbliche.
È nella memoria di tutte e tutti ciò che è seguito a questa prima, convinta risposta di “Facciamo Breccia”.
Mesi di quotidiane, virulente esternazioni di Ratzinger e altre figure di spicco delle gerarchie vaticane, volte a stigmatizzare non solo le sessualità ma le stesse affettività lesbiche, gay e trans (forme “deboli”, “deviate”, “svilenti”, “minori”, “pericolose”… di amore) quando non a minarne la stessa esistenza.
SI SCATENA L'OMOFOBIA
Nel contempo, procedeva il rinsaldarsi del populismo leghista su una nuova (?) ragione di vita, la tutela delle radici culturali primigenie (longobarde o celtiche? macchè, cristiane, ma tutto vale per archiviare il deludente risultato ottenuto alla prova dell’amministrazione) e soprattutto la sortita allo scoperto di riorganizzate forze neofasciste, che anche nelle piazze della campagna elettorale hanno tradotto il revanchismo verbale dell’integralismo cristiano in campagne organizzate di odio e violenza contro lesbiche, gay, donne, trans.
Risultato: aggressioni (Mara, Luca ed Enzo a Bologna), stupri (Paola, a Torre del Lago proprio accanto a un noto locale gay) e omicidi (Renato Biagini a Roma, fuori da un centro sociale) fino all’attacco a un corteo di Pride (quello di Catania del 28 giugno 2006), episodio senza precedenti, bellamente compiuto nell’indifferenza generale della cosiddetta società democratica, con la sfacciata complicità della polizia.
DA CATANIA A VERONA
Ed ecco la Breccia correre a Catania per rimarcare un antifascismo che è gaio e degenere oltre che necessaria pratica di resistenza da parte di tutte e tutti coloro che sono attaccati nell’autodeterminarsi a livello di scelte di vita, sessualità e affettività. Un Orgoglioso antifascismo, appunto, come il nome del corteo.
La successiva tre giorni di iniziative Layca! Autodeterminazione, laicità, libertà di Verona è stata paradigmatica per due ordini di ragioni e ci permette di condurre a conclusione questa sintetica lettura di un fenomeno in divenire quale è stato ed è “Facciamo Breccia”.
Da un lato Layca! è stata la rappresentazione di una radicalità relativa, cioè gravemente accentuata dall’assenza di contraddittorio persino in occasione delle più smaccate autocelebrazioni delle forze della reazione, quali il Decennale della Conferenza episcopale dei vescovi italiani è stato.
Infatti, il gaio dissenso di Layca! ha spiccato, in una città di questuanti particolarmente timorati per interesse economico e politico, quando non per obbligo: solo ad esempio, gli impiegati comunali spinti dal sindaco a una comparsata sulla piazza (un po’ vuota) del defilé papalino o gli studenti di scuole pubbliche veronesi chiuse per “rispetto” (non si fa educazione se c’è religione?). Il tutto in un paese dove uno “Sta’ zitto” indirizzato a un arcivescovo è estremo di denuncia (vilipendio alla religione, imputato a Torino) o un “Ruini impiccione” scomoda polizia politica e celere (a Roma, durante No Vat 2006).
Ecco che la Frocessione di Verona (una gaia Via Frocis con stazioni di denuncia relative alla legge 40 sulla procreazione medicalmente assistita, alla retorica familista della politica, ai privilegi economici della chiesa ecc.) simbolica e irriverente in quanto “riparatoria” (come le processioni degli integralisti cattolici durante le manifestazioni gay dal 1995 in poi) è divenuta da performance quale era stata immaginata, un corteo. L’unica espressione critica mentre Ratzinger allo stadio pontificava, dinanzi a Prodi e Berlusconi, di “retta via” e “devianza” delle/degli omosessuali.
Similmente, con un semplice presidio dinanzi alla Fiera di Verona alcune attiviste e attivisti (in maggioranza lesbiche, gay, trans) hanno di fatto inaugurato il contrattacco a un’organizzazione abituata a decidere di cose terrene nel comfort dell’extraterritorialità. Ma non è forse con azioni di questo genere che altrove si è aperto il dibattito sulle politiche economiche neoliberiste, sul commercio globale, sui beni comuni, sulla cittadinanza ecc.?
In seconda battuta, ma inevitabilmente, è poi necessario leggere Layca! per aprire una riflessione su come al crescere delle iniziative No Vat si siano modificate le relazioni interne ed esterne a “Facciamo Breccia”, con particolare riferimento al movimento glbtq. Da un lato si è assistito a una maggiore circolazione di slogan e temi, specie nelle produzioni verbali, sul territorio, nonché all’avvicinamento di realtà organizzate lesbiche, separatiste e femministe.
DIVISIONI NEL MOVIMENTO
Dall’altro però “Facciamo Breccia” ha raccolto anche, a seconda dei casi, un graduale allontanamento, vistose prese di distanza, quando non vere e proprie sortite volte a discreditare l’intera mobilitazione, anzi un intero movimento.
Si va infatti dall’attenzione discontinua dei movimenti studenteschi, alla vicinanza vigile delle componenti atee e razionaliste sino alla separazione con la parte maggioritaria del movimento delle donne, apparentemente distratta dall’imporsi, anche nei canali maggioritari della comunicazione tra donne, dell’intesa Usciamo dal silenzio.
Ma è soprattutto il rapporto con il movimento gay (e l’irritazione di alcune delle sue maggiori organizzazioni, profondamente sfidate nella struttura identitaria e parasindacale) che ha dato le peggiori sorprese, tra le quali basterà citare la sortita di Arcigay Verona che improvvisamente, a mezzo stampa, non ha esitato ad accusare la sfilanda Frocessione di “non garantire le condizioni per uno svolgimento civile e democratico”. Una gaffe difficilmente accettabile in un periodo di spiccata criminalizzazione dei movimenti e quanto di più inappropriato per una Via Frocis ironica e festosa. Ma anche un precedente che permette di leggere l’esperienza No Vat di gay, lesbiche e trans come attinente all’agire quotidiano, su un’agenda legata al dibattito pubblico di un dato periodo, delle componenti più radicali del movimento glbtq, occasionalmente in attrito con altre componenti dell’associazionismo glbtq.
Un conflitto interno, quindi, destinato (vogliamo pensare con ottimismo) a un inevitabile superamento, anche perché la seconda volta di No Vat, il 10 febbraio 2007, è venuta a essere, per le migliaia di partecipanti da tutta Italia ma anche (finalmente) per tutta la stampa nazionale, un’efficace sintesi dell’opposizione che si manifesta nella società, su numerossimi fronti, al blocco della reazione teo-liberista.
Un’opposizione che ha trovato nelle parole dello slogan di apertura del corteo - No Vat: Autodeterminazione, laicità, antifascismo - la sua forza, la sua dignità, la sua urgenza.
(Marco Geremia)