::: SEZIONI :::

HOME PAGE

SOMMARIO

ARCHIVIO

INDICI

LINKS

CHI SIAMO
------------------------------


 
ARCHIVIO
articolo della rivista numero 142

Soldi (e armi) per la pace

di Piero Maestri

Un ennesimo “piano di pace” per permettere a Israele di rendere permanente l’occupazione e l’annessione dei territori palestinesi. Un piano che non dispiace alla “comunità internazionale”

Finalmente anche l’attuale primo ministro israeliano, Ehud Olmert, ha annunciato il suo piano “di pace”, la solita “generosa offerta” che i palestinesi non possono rifiutare.
Si potrebbe liquidare questa proposta con poche parole, perché si tratta della consueta ipotesi israeliana mirante all’annessione della maggiore estensione possibile di territorio palestinese, inaccettabile sia sulla base del diritto internazionale che della reale possibilità di una pace giusta e quindi accettabile per i palestinesi. Ma questi progetti, anche se non produrranno necessariamente i risultati che annunciano, mentre rivelano le intenzioni del governo israeliano, creano spesso quei “fatti compiuti” poi ratificati o comunque accettati dalla cosiddetta “comunità internazionale” rappresentando un punto di non ritorno, anche perché i governi dei paesi occidentali pensano in questo modo di salvaguardare meglio i loro interessi strategici ed economici, tutelati principalmente dal loro alleato israeliano, dimenticando ovviamente i diritti dei palestinesi.

UNA SOLUZIONE AL 90%?

Secondo quanto riportato da diversi quotidiani israeliani, il “piano Olmert” consisterebbe nella proposta ai palestinesi di firmare un “accordo di principio” (che richiama la “Dichiarazione sui principi” con cui è stato dato avvio al processo di Oslo) basato su questi punti:
- la creazione di uno stato palestinese sul “90% di Cisgiordania e Gaza”. Cosa significhino e come vengano calcolate queste percentuali lo aveva già chiarito Jeff Halper commentando le “generose offerte” di Barak a Camp David nel 2000 (v. La soluzione al 94%, “G&P”, n.74). Mustafa Barghouti lo fa oggi, spiegando che si tratta in realtà del “90% del 50% della Cisgiordania rimasta dopo la costruzione del muro, con l’annessione dei maggiori insediamenti illegali ed escludendo anche Gerusalemme e la valle del Giordano”.
- la creazione di un tunnel per collegare la Striscia di Gaza alla Cisgiordania (e dato che quel tunnel correrà sotto il territorio israeliano, Olmert chiede uno “scambio territoriale”).
- i palestinesi potranno dichiarare “Gerusalemme” loro capitale: in realtà potranno chiamare “Gerusalemme” alcuni quartieri e villaggi palestinesi come Abu Dis e dintorni, mentre la città vecchia, il Monte degli Olivi e i dintorni rimarranno territorio israeliano. Anche in questo caso è il Muro a tracciare i confini.
Secondo Olmert grazie a questo “accordo di principio” verrebbe stabilita la nascita di uno stato palestinese “provvisorio” all’interno della linea del Muro in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza, mentre le questioni fondamentali - quella dei profughi in primo luogo - verrebbero affrontate in un secondo tempo. Inutile ricordare che a quel punto non ci sarebbe più nulla da discutere, perché il provvisorio sarebbe diventato l’ennesimo “fatto compiuto” irreversibile.
Malgrado questo c’è chi, come la ministra Tzipi Livni, pensa sia necessario - e possibile - un accordo complessivo che affronti da subito tutte le questioni. È invece opinione comune quanto dichiarato dallo stesso Olmert che “il sostegno palestinese contribuirà al sostegno politico e dell’opinione pubblica israeliana all’accordo stesso”. Insomma, i palestinesi devono collaborare a far accettare il piano all’opinione pubblica israeliana!

SOLDI IN CAMBIO DI PACE

Ma perché i palestinesi dovrebbero accettare questa soluzione, che seppellirebbe definitivamente la possibilità del ritiro israeliano dai territori occupati e consegnerebbe nelle mani di Israele le chiavi del funzionamento del loro stato?
Il presidente palestinese Abu Mazen e il primo ministro Salam Fayyad sono convinti che l’adesione possa venire grazie a una ripresa dello sviluppo economico, cioè provando a distribuire meglio le risorse ai palestinesi costretti alla fame dall’occupazione israeliana e dalle pessime performance dell’Autorità nazionale, idea sostenuta con forza anche dalla cosiddetta “comunità internazionale”, che si accinge a versare nuovamente finanziamenti all’Anp, dopo l’embargo dichiarato in seguito alla vittoria elettorale di Hamas nel gennaio 2006. Concetto espresso dal primo ministro palestinese nel discorso di insediamento dell’esecutivo da lui presieduto, quando, dopo aver riaffermato i principi e gli obiettivi fondamentali della lotta palestinese (cancellando però dal programma il “diritto alla resistenza” anche armata), afferma che “per raggiungere questi obiettivi il governo porterà avanti un Piano urgente di rinnovamento economico per i prossimi sei mesi, delineando una visione a lungo termine per la costruzione di uno stato indipendente e preparando un piano a medio termine per il 2008/2010… A medio termine il governo porterà avanti un programma nazionale per ricostruire l’economia e le istituzioni dello stato palestinese indipendente a partire da una concezione dello sviluppo realistica e sana che delinei l’identità e la qualità della futura economia palestinese e specifichi il suo ruolo regionale e internazionale… Questo sarà reso possibile attraverso la piena partecipazione delle agenzie governative e dei ministeri insieme al settore privato e alle organizzazioni della società civile per conquistare il consenso e l’impegno a rispondere agli interessi dei partner nel processo di sviluppo” (1) .

ISOLARE HAMAS PER SCONFIGGERLA

Questa concezione potrà quindi avere il pieno sostegno della “comunità internazionale e dello stesso governo israeliano, particolarmente interessato a contribuire alla crescita di una controparte palestinese adatta ai suoi scopi.
Sono a proposito estremamente chiare le parole di Ephraim Sneh (già vice ministro della Difesa) pubblicate su “Ha’aretz” (citato da Ali Abunimah, su “il manifesto” del 27-7-2007): “La missione più importante e urgente a questo punto è impedire che Hamas prenda il controllo della Cisgiordania. È possibile ottenere ciò indebolendo Hamas attraverso visibili progressi diplomatici, aiutando l’efficace funzionamento del governo del primo ministro palestinese Salam Fayyad e la  creazione di condizioni per il totale fallimento di Hamas nella Striscia di Gaza”. E per fare questo arriva a riproporre l’assunzione a basso costo di lavoratori palestinesi nell’economia israeliana. Per questo motivo il governo israeliano ha già cominciato a restituire all’Anp parte delle tasse illegalmente e illegittimamente trattenute in questi anni.
Una scelta condivisa dai governi occidentali, anch’essi pronti a riconoscere al governo di Fayyad quanto hanno negato al governo Haniyie democraticamente eletto. Non si tratta solamente della riapertura di linee di credito e di finanziamento, ma della ricerca di nuove possibilità di presenza economica che non passi in alcun modo attraverso Hamas.
Interessante in proposito la vicenda raccontata da Michele Giorgio su “il manifesto” del 31 luglio scorso e che riguarda lo sfruttamento di gas naturale dei giacimenti nel mare di Gaza. Questo sfruttamento è controllato dalla British gas (Bg), che ora ha accettato di esportare in Israele 1,6 milioni di metri cubi di gas all’anno per 15 anni, garantendo così a Tel Aviv il 10% del suo fabbisogno a metà prezzo rispetto a quanto pagherebbe sul mercato internazionale (magari acquistando dall’Egitto). I palestinesi vedranno solamente le briciole per le royalties che verranno pagate all’Anp (versandole su un conto bancario internazionale, ancora una volta evitando le istituzioni presenti a Gaza), ma, e soprattutto, il gas verrà indirizzato direttamente verso la cittadina israeliana di Ashdod attraverso un condotto marino, evitando in questo modo Gaza e fornendo ancora una volta a Israele la possibilità di bloccare i trasferimenti finanziari (e controllare sempre più l’economia palestinese).
Interessante notare che questo accordo si è svolto sotto l’auspicio del neo nominato “inviato di pace” Tony Blair, estremamente sensibile agli interessi della Bg e del governo israeliano.

COOPERAZIONE ITALIANA E ARMI

Anche l’Italia riapre il suo portafoglio e, malgrado le “coraggiose” dichiarazioni di D’Alema sulla necessità di non isolare Hamas, lo fa sostenendo il governo Fayyad e la sua volontà di tenere sotto pressione la stessa Hamas.
In un comunicato del 2 agosto, dopo un incontro del console italiano a Gerusalemme con Fayyad, si legge che l’Italia lancia tre nuovi progetti di cooperazione con il governo palestinese: un credito di 25 milioni di euro per il sostegno a piccole e medie imprese (oltre a 1,1 milioni direttamente a imprese private); 2,6 milioni di euro per la cooperazione rivolti soprattutto alla “popolazione più deprivata in Cisgiordania e Gerusalemme est, in particolare quella colpita dal Muro”; 1,125 milioni di dollari per la “promozione del buon governo delle istituzioni palestinesi”.
Se è un bene che l’Italia contribuisca al benessere dei palestinesi, va sottolineato che questi “aiuti” sono un contributo di fatto alle politiche di occupazione israeliane. Infatti invece di costringere Israele a demolire il Muro, come chiede la Corte internazionale de L’Aia, si contribuisce a renderlo meno pesante per i palestinesi, mantenendolo però con tutto il suo peso politico e sul conflitto.
E quel che non si può fare con gli aiuti economici si cercherà di farlo con quelli militari: nella scheda si possono vedere i piani statunitensi per rifornire di armi i paesi alleati nella regione. Questo riguarderà anche i palestinesi, naturalmente solo le forze di scurezza legate a Fatah e Abu Mazen: gli Stati uniti hanno infatti annunciato una garanzia per 80 milioni di dollari per il funzionamento di queste forze, che lavoreranno sotto il controllo del generale Usa Keith Dayton.
Anche Israele sostiene questa soluzione, come dimostra la notizia pubblicata su “Ha’aretz” del 26 giugno secondo la quale il governo israeliano avrebbe autorizzato il passaggio di 1000 fucili M-16 dalla Giordania alle forze palestinesi (altre fonti parlano di 3000, in ogni caso uno dei più grandi trasferimenti di armi degli ultimi anni).

DEBOLEZZA DI ABU MAZEN

Perché Olmert presenta proprio in questo periodo il suo piano? Le ragioni sono legate sia alla situazione dell’Anp che a valutazioni più complessive. Ma non è questa la sede per approfondire le vicende che hanno portato alla divisione tra Gaza e Cisgiordania, dopo alcuni giorni di pesanti combattimenti interpalestinesi la cui responsabilità è in primo luogo delle forze fedeli a Dahlan, ma per i quali anche Hamas porta pesanti colpe; così come la situazione attuale dei palestinesi è anche il frutto dell’incapacità dei dirigenti palestinesi di entrambi i partiti, per quanto visto in questi ultimi anni.
Resta comunque evidente che in questo momento Abu Mazen è completamente legato alle scelte israeliane e statunitensi. Come scrive Michel Warschawski. “il fallimento di Dahlan ha obbligato Washington a premere ancor più su Abu Mazen, che ora si è prestato a collaborare nella rappresaglia contro la popolazione di Gaza e nella repressione contro gli attivisti e le istituzioni di Hamas in Cisgiordania. Mahmoud Abbas sta perdendo il ricordo di ogni legittimità abbia posseduto, accettando di costituire un governo di emergenza contro il governo di unità nazionale, democraticamente eletto dal parlamento palestinese, accettando armi e denaro da Washington per combattere il più grande movimento politico sia a Gaza che in Cisgiordania, giocando il gioco di Israele del rilascio selettivo dei prigionieri politici, ma soprattutto collaborando con il piano di separazione tra un ‘Hamastan’ a Gaza e un presunto ‘Fatahstan’ in Cisgiordania… la popolazione palestinese ha un forte sentimento patriottico e in definitiva non ama i collaborazionisti. Abu Mazen ora è percepito come tale da molti” (2).
La divisione tra Gaza e Cisgiordania in questo momento gioca a favore di Olmert, decisamente.

DIPLOMAZIA INTERNAZIONALE

In secondo luogo l’iniziativa di Olmert cerca di rispondere al piano saudita (e della Lega araba) mettendolo alle corde e sollevando una cortina di fumo, come la proposta del presidente Bush per una “conferenza internazionale” in autunno, che sarebbe presieduta dal segretario di stato Codoleeza Rice, con la partecipazione di Israele, palestinesi e paesi vicini (quelli che riconoscono il “diritto all’esistenza” dello stato di Israele). Naturalmente, tra i palestinesi, porte aperte solamente all’Anp di Fatah.
Per questo Olmert dichiara esplicitamente che “se altri stati, come Arabia saudita ed Emirati arabi, vorranno aiutarci saranno i benvenuti, ma non aspetteremo loro sedendoci inattivamente invece di iniziare il processo. Saremo noi a iniziare e noi a guidare il processo, perché pensiamo che i progressi del processo di pace servano agli interessi di Israele”.
Olmert sa bene che il fattore tempo è importante - anche per evitare che il crollo dell’Anp renda nuovamente attuale la proposta di superamento dei “due stati”, verso un’idea di stato democratico in Palestina/Israele - e questo è un momento particolarmente favorevole a Israele, che si trova di fronte un movimento palestinese mai così diviso, paesi arabi stretti tra la necessità di fare qualche passo avanti e una guerra nella regione che rende loro necessario mantenere ottime relazione con gli Usa, un’amministrazione statunitense intenzionata a trovare una strada per la definitiva subordinazione dei palestinesi e la solita politica europea di accomodamento.
E se i rischi di un’estensione della guerra non mancano, Israele utilizza questo momento per aumentare comunque la sua capacità militare.

 

NOTE

(1) Platform of the 13th Government, www.jmcc.org.
(2) The Abbas /Fayad Palestinian Authority: a coup d’etat for the neoconservative strategy?, www.alternativenews.org.

 


 

 

Copyright 1993/2003 Guerre&Pace
. Mensile di informazione internazionale alternativa
Ed. e propr. Associazione G&P. Stampa La grafica Nuova, v. Somalia 8, Torino.
Autorizz. Trib. Milano n. 55 del 13/2/1993. Dir. resp. Walter Peruzzi