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articolo della rivista numero 135
Nuova commissione d’inchiesta
di Gigi Malabarba *
La nuova commissione d’inchiesta istituita al Senato sui proiettili all’uranio dovrà sfidare i boicottaggi che hanno ostacolato la commissione precedente, cessando ogni subalternità verso il ministero della Difesa e attivando tutti i suoi poteri inquirenti
Della “Sindrome dei Balcani” - così definita sull’onda della più nota Sindrome del Golfo, che colpì migliaia di soldati statunitensi dopo la prima guerra in Iraq - si parla ormai apertamente da almeno sei anni, ma ancora nessuna verità ufficiale ha potuto essere scritta sulle vere cause che hanno prodotto con certezza le patologie tumorali che hanno coinvolto dai trecento ai cinquecento militari italiani in missione, causandone la morte col tempo di oltre il 10%.
UN’INCHIESTA SEMPRE BOICOTTATA
La tradizionale omertà delle gerarchie militari si è combinata con le reticenze e i veri e propri boicottaggi politici dei governi di centrosinistra, responsabili diretti dei bombardamenti sulla Jugoslavia e dell’invio delle truppe italiane nei Balcani, ma anche di centrodestra, proprio perché tra i più fedeli alleati degli Stati uniti e sostenitori del ruolo della Nato come nuova force de frappe a livello mondiale.
Solo nel 2005 ha potuto essere avviata, infatti, una Commissione parlamentare d’inchiesta monocamerale al Senato, dopo anni di rinvii e al prezzo di rinunciare esplicitamente ad aprire indagini sulle popolazioni civili.
In particolare l’allora ministro della Difesa, Antonio Martino, e il suo partito, Forza Italia, attivarono tutti gli strumenti per bloccare l’iniziativa parlamentare, con un ruolo decisivo del presidente del Senato, Marcello Pera, non a caso appartenente alla stessa formazione politica.
E pur tuttavia la scelta di percorrere anche in queste condizioni la strada istituzionale si è rivelata giusta: con il lavoro solo di alcuni mesi non si è potuto dimostrare il nesso causale tra i munizionamenti all’uranio impoverito e l’insorgere delle malattie, ma - grazie soprattutto a un lavoro scientifico di notevole livello prodotto da alcuni dei consulenti - si è riusciti a dimostrare che l’ingerimento o l’inalazione di nanoparticelle di metalli pesanti prodotte dalle esplosioni belliche provoca quegli effetti cancerogeni su quei militari, di età compresa prevalentemente tra i venti e i trenta-trentacinque anni, arrivati in Bosnia e in Kosovo dopo i bombardamenti.
Immaginiamoci quali possono essere gli effetti sulle popolazioni che lì ci vivevano e ci continuano a vivere. E soprattutto a morire!
PERCHé OCCULTARE LA VERITà?
Le ragioni dell’occultamento della verità sono numerose. Certo la non volontà di farsi carico del risarcimento dei militari colpiti e dei loro familiari. Ma soprattutto l’esigenza di voler continuare a utilizzare proiettili all’uranio impoverito in tutti i conflitti in corso, per i costi irrisori dovuti all’utilizzo degli scarti delle centrali nucleari (che peraltro non si sa come eliminare) e perché dotati di una particolare efficacia di penetrazione.
Comincia a delinearsi anche l’ipotesi che migliaia di giovani siano stati cinicamente mandati allo sbaraglio nei Balcani (e successivamente in Afghanistan e in Iraq), ossia senza protezioni e quindi a rischio di contaminazione, perché altrimenti si sarebbe dovuto riconoscere gli effetti devastanti dei bombardamenti ai danni di quelle popolazioni che la cosiddetta guerra umanitaria avrebbe dovuto aiutare…
L’URANIO IN LIBANO
La strada per la messa al bando della guerra come strumento per la risoluzione dei conflitti passa da un’articolazione di iniziative su diversi piani, di cui è possibile tracciare un filo comune.
Le conseguenze disastrose in termini di devastazione ambientale e di danni irreparabili alla salute delle persone per generazioni, com’è possibile dimostrare, possono portare alla messa al bando degli armamenti più micidiali, rendendo nel contempo insopportabile nella coscienza delle persone la stessa guerra. E che ci sia bisogno di un lavoro permanente e sistematico lo dimostra la recente scoperta in Libano persino di uranio arricchito nei crateri provocati dai 34 giorni di bombardamenti israeliani, come denunciato dall’omologo “Comitato di sorveglianza sugli effetti dell’uranio impoverito” del ministero della Difesa britannico.
Tel Aviv avrebbe infatti fatto uso, tra l’altro, di minibombe nucleari sperimentali o di ordigni similari, in cui non si attuerebbe la tradizionale reazione atomica, ma un processo termobarico basato sulle alte temperature di un’evaporazione rapida per ossidazione di uranio. Stiamo parlando di armi di distruzione di massa proibite dalla Convenzione di Ginevra, ma che ai suoi divieti sfuggono in quanto non ancora formalmente elencate nei registri ufficiali perché “sconosciute”.
Le particelle di ossido di uranio nell’atmosfera sono una minaccia gravissima per gli abitanti e si arriva a scoprirlo solo per il fatto che alcuni paesi hanno attivato strumenti di indagine sui rischi che possono correre i contingenti militari multinazionali della missione Unifil, italiani compresi.
INCHIESTA E MOBILITAZIONE
L’urgenza dell’istituzione della nuova Commissione d’inchiesta del Senato che, grazie alla serietà del lavoro sviluppato nella passata legislatura, ha ottenuto di poter indagare non solo sui militari colpiti ma anche sulle “popolazioni civili nei teatri di conflitto e nelle zone adiacenti le basi militari sul territorio nazionale” è motivata anche dalla controffensiva in corso da parte delle gerarchie militari e dall’ignavia finora dimostrata dal nuovo ministero della Difesa.
Da una parte, a fronte delle prime cause intentate dai militari colpiti che non hanno accettato il ricatto del silenzio in cambio di promesse di risarcimento, la Difesa ha contrattaccato con la spregiudicatezza volgare e intimidatoria di chi sa di parlare con coperture politiche di ogni colore, arrivando persino a mettere sul banco degli imputati chi ha denunciato le negligenze dei vertici dell’esercito italiano. Dall’altro lato, chi nella Sanità militare ha resistito al linciaggio personale, continuando a far funzionare laboratori come quello presso l’Ospedale militare di Padova, è stato brutalmente allontanato dal suo lavoro chissà perché proprio ora.
Il tenente colonnello Ezio Chinelli, già consulente della Commissione d’inchiesta, ha pagato la sua coerenza personale con il licenziamento, senza che nessuno abbia mosso un dito in sua difesa.
Bisogna che le associazioni presenti sul territorio, a partire da quelle che si mobilitano contro le basi militari in Sardegna e non solo, tornino a far sentire la propria voce proprio in rapporto alla ripresa dell’inchiesta, in quanto costituiscono nei fatti il possibile perno oggi di un ricostruendo movimento contro la guerra in Italia.
UN CONTRIBUTO DA TENER PRESENTE
Sarà particolarmente utile poi che la Commissione utilizzi un importante lavoro epidemiologico realizzato sui lavoratori della Zastava di Kragujevac in Bosnia, diretto prodotto della solidarietà operaia italiana nata durante la guerra alla Jugoslavia.
Fulvio Perini, uno storico sindacalista torinese esperto di malattie professionali e di lotte per la salute e la sicurezza dei lavoratori, è riuscito a impostare un metodo d’indagine denominato “Dama di coorte” per monitorare 1500 lavoratori di questa azienda collegata alla Fiat e bombardata durante la guerra, dove si sono realizzati importanti lavori di bonifica e dove i casi di tumore tra gli operai sono cresciuti in maniera esponenziale.
Perini ha potuto verificare che le colonne portanti dei capannoni in putrelle d’acciaio erano state abbattute dalle esplosioni e risultavano attraversate da schegge, che avevano fuso il metallo in frazioni infinitesimali di secondo. Sulla fabbrica erano, infatti, stati sparati dalla Nato missili da crociera, bombe che esplodevano in aria una volta perforato il tetto per poter devastare la fabbrica e bombe che penetravano nel suolo prima di esplodere. Il servizio medico della Zastava dispone di tutti i dati degli operai che hanno lavorato alla bonifica e che si sono ammalati, diversamente da altri settori di popolazione di cui è difficile ricostruire le condizioni di salute nel corso del tempo, anche a causa degli spostamenti dovuti alla guerra e delle distruzioni degli archivi ospedalieri.
In ogni caso, la Commissione d’inchiesta dovrà cessare ogni atteggiamento subalterno nei confronti del ministero della Difesa e attivare pienamente i suoi poteri inquirenti, pretendendo di avere a disposizione tutti i dati relativi ai militari e ai civili disponibili, e intervenire direttamente su settori di popolazione già individuabili in Italia e nelle zone di guerra.
*già segretario della prima Commissione d’inchiesta istituita nel 2005.