ARCHIVIO
articolo della rivista numero 135
Italia terra di immigrazione
di Giuseppe Faso
Senza precedenti, come attestano anche i recenti rapporti Caritas e Ismu, è non solo la crescita numerica dei migranti ma la rapidità della loro stabilizzazione. Al che non corrisponde un impegno adeguato per l’accoglienza e la regolarizzazione
Il 26 ottobre, proprio mentre i giornali presentavano il XVI Dossier Caritas sull’immigrazione, sono intervenuto come relatore a un convegno in una città del centro Italia, di provata laicità e benemerita sul piano civile. L’assessore di turno, nel suo saluto di introduzione e di congedo (perché è andato via senza che si potesse informarlo della gaffe), avendo dato una scorsa frettolosa non so a quale quotidiano, sbalordiva il pubblico, in buona parte non sprovveduto, sostenendo che i numeri comunicati dalla Caritas ci dovrebbero avvisare che ci si sta avvicinando all’effetto soglia oltre il quale scatta inevitabilmente l’intolleranza da parte della popolazione autoctona.
A un pubblico stupefatto l’imperturbabile assessore “spiegava” che siamo ormai intorno al 5%, e al 7% scatta l’effetto soglia (una boiata senza nulla di scientifico, di cui i giornali avevano parlavano nei primi anni Novanta per poi abbandonarla, che è solo una spiegazione razzista del razzismo). Per cui ci si deve dare da fare: e qui le inevitabili banalità sui diritti e sui doveri, sui conflitti e le armonie, sulle culture e le religioni, i valori e le abitudini. Poi è fuggito, fra la costernazione di chi si chiedeva cosa scatterà, oltre il 7%, peggio di quanto stia già avvenendo: lo sterminio sistematico, con un governo di centro-sinistra, non di alcune decine, ma di migliaia di polacchi nel tavoliere foggiano? L’espulsione anche dei migranti regolarizzati o in via di regolarizzazione?
QUANTI SONO. IL PROBLEMA DELLE STIME
Conviene per ora - ma solo per ora - abbandonare i politici e amministratori “amici” (una parola che ogni giorno di più rischia di perdere ogni significato politico e di aver sapore di beffa o di mafia) per passare, con l’aiuto del Dossier 2006 e di analoghe pubblicazioni (prima di tutte l’XI rapporto Ismu , pubblicato da Angeli pochi mesi fa) a una riflessione sulle caratteristiche, la composizione, la distribuzione territoriale delle popolazioni migranti; per cogliere le trasformazioni in atto dei modelli migratori, e perciò delle interazioni tra chi migra e il locale mercato del lavoro, le istituzioni, le leggi e le capacità di governo.
Numeri e percentuali presenti nel Dossier Caritas sono forse più attendibili di quelli forniti anni fa (provenienti dal ministero degli Interni), ma si basano sempre più su stime consentite da un’esperienza ormai quasi ventennale e imposte dai ritardi sempre più gravi del ministero nel fornire dati certi. Diverse le rielaborazioni Ismu e i dati Istat, ma in questi casi i tempi tecnici sono più lunghi rispetto a quelli del Dossier . Accontentiamoci dunque delle stime, e salutiamo con grande rispetto il lavoro prezioso del team della Caritas.
QUASI TRE MILIONI SOLO DAI PAESI POVERI
Alla fine del 2005 soggiornavano regolarmente in Italia circa 2.750.000 persone provenienti dai paesi poveri del mondo (compresi i figli). La cifra si desume togliendo al numero di permessi di soggiorno registrati alla fine del 2004 quelli riguardanti chi proviene dai paesi ricchi, e aggiungendo una stima dei minori di 14 anni non conteggiati dal ministero perché registrati sul permesso dei genitori, una stima dei permessi a quella data in via di registrazione, il numero dei bambini nati nel 2005 da genitori stranieri (circa 52.000, secondo un’elaborazione Istat), infine i permessi per ricongiungimento familiare e per lavoro non stagionale concessi nel corso del 2005.
La cifra di 3.035.000, fornita dalla Caritas e rilanciata da giornalisti, politici, amministratori, include anche francesi, tedeschi, giapponesi etc., e corrisponde assai da vicino alla stima Ismu aggiornata a sei mesi prima su base Istat (poco più di 2.800.000). Un’altra cifra che si potrebbe ottenere per disaggregazione, quella degli “extracomunitari”, continuerebbe a comprendere statunitensi, svizzeri etc., e altererebbe la percezione del fenomeno che ci interessa comprendere. è da ricordare inoltre che dal primo maggio del 2004 alcune nazionalità dell’Est Europa non possono più essere definite “extracomunitarie”: il che solo in minima parte ha cambiato il linguaggio degradato dei politici e dei cronisti.
UNA CRESCITA E UN INSEDIAMENTO RECORD
Resta un fatto, al di là dei dettagli: negli ultimi tre anni la popolazione straniera proveniente dai paesi poveri è aumentata di almeno un milione di unità, e l’incremento medio annuo, che nel decennio 1991-2001 era stato del 17%, ora naviga intorno al 25%, effetto combinato della più grande delle sanatorie decretate in vent’anni (i 650.000 sanati dal governo di centro-destra nel 2002) e della ripresa massiccia dei ricongiungimenti familiari. Infatti, nonostante il notevole incremento di modelli migratori che solo raramente prevedono il ricongiungimento, come quelli dei cittadini provenienti da Ucraina, Polonia, Moldavia e (in misura minore) del Sudamerica, altri fattori - tra cui il più rapido passaggio, nei nuovi regolarizzati, dal progetto all’esecuzione del ricongiungimento - hanno contribuito a portare il ritmo dei nuovi ingressi per motivi familiare intorno alle 100.000 unità ogni anno (alla stima Caritas si aggiunga, aggiornata a sei mesi prima, quella Ismu su base Istat).
Più rapido dell’incremento numerico è però il processo di insediamento. Nel centro-nord, contando anche le presenze irregolari tre immigrati su quattro sono residenti, nel sud la proporzione scende a due su tre. Si tratta di dati impressionanti, se si tengono presenti le difficoltà di ingresso, regolarizzazione, accesso all’alloggio e a un lavoro sicuro riscontrabili in Italia.
Da anni indichiamo con insistenza, su questa rivista, la vitalità del fenomeno immigrazione, la sua capacità di supplire con reti di protezione alle incapacità amministrative e alle violazioni di diritti elementari, la tenacia con cui dal basso si costruiscono opportunità di vita e di lavoro e percorsi di stabilizzazione, scommesse sul proprio futuro familiare e sull’istruzione dei figli. Negli ultimi mesi però il protagonismo dei migranti, la loro capacità di costruzione del mercato del lavoro e di percorsi insediativi ha stupito anche gli osservatori più attenti e meno inclini alla chiacchiera che per anni, come una coltre, ha contributo a falsificare la percezione del fenomeno. Alcuni indici di insediamento, come il numero dei nati (in crescita di anno in anno) e dei matrimoni con almeno un coniuge straniero (passati in pochi anni dal 3 al 10% dei matrimoni celebrati), definiscono un quadro di decisa stabilizzazione sul territorio.
I SENZA DOCUMENTI
Quanto alle presenze irregolari, dopo la sanatoria del 2002 sono riprese, data la pessima politica sugli ingressi, soprattutto sul versante delle lavoratrici che svolgono attività di cura e assistenza domiciliare e dei lavoratori nel campo dell’edilizia, per la notoria tolleranza delle autorità nei confronti del lavoro nero, e l’accertata tendenza, dopo la regolarizzazione, a licenziare i regolari per attingere a un mercato di braccia meno costose e meno tutelate.
Le inchieste giornalistiche di quest’estate, che hanno gettato una luce assai inquietante sulla sorte di migliaia di migranti irregolari nelle campagne soprattutto pugliesi (fino alla morte violenta per mano dei caporali), potrebbero contribuire a riequilibrare la prospettiva con cui si guarda a tale fenomeno, finora distorto in funzione di allarme securitario, con responsabilità enormi di politici, non solo di destra. Si parla di riduzione in schiavitù (anche se forse un po’ impropriamente), umiliazioni di ogni sorta, omicidi: altro che malvagità da scafisti.
La Caritas ha dedicato sempre più energie allo valutazione dei flussi irregolari, e nel Dossier si insiste con grande chiarezza da una parte sull’esiguità proporzionale del fenomeno “sbarchi”, che invece viene quotidianamente sbattuto in faccia all’opinione pubblica, dall’altra sull’inefficacia di attività di contenimento costosissime e sulla necessità di politiche adeguate (e degne di questo nome) sugli ingressi.
Secondo la stima Ismu, gli irregolari erano circa 540.000 al 1° luglio 2005. La regolarizzazione in corso sulla base del decreto del marzo 2006, se permetterà a un terzo di loro il passaggio nella quota dei “regolari”, ha rivelato una presenza irregolare ancora più alta di quella stima - con una disponibilità all’assunzione da parte di datori di lavoro italiano che dovrebbe fare riflettere di più anche il nuovo governo. Si tratta, per usare le parole del demografo Gian Carlo Blangiardo nel volume dell’Ismu, di “una crescita senza precedenti”. Ed è preoccupante che chi (giornalisti, politici, perdigiorno da bar: tre categorie pericolosamente simili per molti aspetti in rapporto al discorso immigrazione) fino a pochi anni fa esagerava la portata delle “ondate” e delle “maree” degli arrivi, nuotando nell’allarme securitario, non contribuisca affatto - con poche eccezioni - alla riflessione su questa impennata, oggi che il riconoscimento della realtà strutturale dell’Italia come paese di immigrazione dovrebbe portare a una strategia politica articolata, di accoglienza, di offerta sul piano dell’alloggio e dei diritti, di comportamenti inclusivi nelle scuole e negli uffici.
TRANSNAZIONALI… E PRENDOLARI
Non vi è neppure totale coincidenza tra soggiorni ufficiali e presenze reali, grazie al fenomeno della transnazionalità, che per ora interessa soprattutto cittadini di origine cinese e senegalese: migranti da tempo stabilizzatisi in Italia, e a volte dotati di una carta di soggiorno - cioè del documento apparentemente indice del più alto livello di inserimento nel territorio italiano - che si dedicano ad attività, commerciali ma non soltanto, implicanti un minore radicamento territoriale, e l’alternanza tra periodi passati nel luogo di provenienza, altri periodi in Italia, e spostamenti nell’ambito degli stati europei, sia per attività lavorative di breve periodo, anche al nero, sia per seguire da vicino transazioni commerciali e approvvigionarsi di merci. Si tratta di minoranze significative, sintomo di quella elasticità e ampiezza di vedute che connota dal basso tanta parte delle migrazioni, e non trova riscontro nelle rigidità e miopie delle politiche nazionali e comunitarie.
Infine, è da tener presente un altro spicchio, non esiguo, di lavoratori immigrati (soprattutto donne che vengono dalla Polonia, lavoratori edili rumeni, raccoglitori polacchi) che soggiornano regolarmente in Italia, con visti turistici della validità di tre mesi, e lavorano al nero, tornando poi a casa, dove hanno altri lavori, pensioni, sovvenzioni per lavoratrici agricole etc., e lasciando (nel caso di donne dedite al lavoro di cura) qui il lavoro a una sorella, un’amica, una conoscente.
Ricongiungimenti familiari e presenze irregolari, come è notorio, sono più spiccati in presenza di un forte richiamo della forza lavoro migrante e di una chiusura delle frontiere e di un’insufficiente politica degli ingressi - come avviene in Italia. L’impennata degli ultimi anni è soprattutto il segno di una forte richiesta da parte del mercato del lavoro rivolto alla manodopera migrante. Si tratta perciò di comprendere i meccanismi di quest’ultimo, e la sua permeabilità o meno all’azione di regole fiscali, civili, di governo, che negli ultimi anni, e grazie all’imbarbarimento complessivo del sistema Italia, sembra aumentata.
I DIVERSI MODELLI MIGRATORI
A quest’analisi gioverà la considerazione degli spostamenti significativi nella composizione dei modelli migratori presenti sul territorio. è aumentata notevolmente la quota di migranti provenienti dall’Est Europa: i rumeni sono ormai più degli albanesi, ricompongono sempre più le loro famiglie, si avviano a un sostanziale equilibrio tra maschi e femmine, sono presenti in maniera massiccia nell’immigrazione irregolare. Gli ucraini, ancora molto sbilanciati sul piano del genere, sono al quarto posto per quanto riguarda il numero di presenze. A loro è dedicato un capitolo specifico del Dossier Caritas che utilizza studi recenti e fornisce informazioni preziose su un caso che agli occhi di osservatori anche attenti era esploso solo in prossimità della regolarizzazione del 2002. Si tratta di un’immigrazione quasi tutta posteriore al 1998, intensificatasi molto rapidamente per la fuga dallo sfacelo socioeconomico dello stato post sovietico e la contemporanea esplosione del mercato del lavoro di cura in Italia. Il progetto delle donne ucraine giunte in Italia non prevedeva se non raramente il ricongiungimento familiare: ma la sua rapida evoluzione, sia per la possibilità di regolarizzarsi nella società di arrivo, sia per le dinamiche familiari messe in moto in Ucraina, porta a modelli migratori più complessi e differenziati: c’è chi torna a casa, come progettava (pochissime), chi si regolarizza e temendo di perdere posizioni conquistate non enfatizza il significato dei diritti acquisiti, chi appena regolarizzata cerca un altro lavoro, anche per trovare casa e progettare il ricongiungimento (più spesso dei figli che del coniuge), chi si ritrova più precaria di prima perché si vede sostituita da nuovi arrivi, irregolari, preferiti da datori di lavoro che non temono il controllo statale sulla loro irregolarità fiscale. Solo così si capiscono le prime tracce dei comportamenti post sanatoria: i pochissimi arrivi regolari dall’Ucraina (come dalla Moldavia, molto simile per situazione iniziale e progetto migratorio), e un numero significativo di ricongiungimenti familiari, segno e preludio di un’evoluzione non del tutto prevista del modello migratorio ucraino.
PIU’ RIMESSE CHE “AIUTI ALLO SVILUPPO”…
Per concludere questi brevi cenni, forzatamente non esaustivi rispetto alla ricchezza dei due volumi citati (quasi 1.000 pagine in tutto), accenneremo soltanto al tema delle rimesse, grazie a cui, come risulta dai dati precisi ma sottostimati, ormai i migranti stabiliti in Italia contribuiscono allo sviluppo dei loro rispettivi paesi più degli “aiuti allo sviluppo”: dimostrando concretamente tutta l’ipocrisia degli slogans sugli “Aiutiamoli al loro paese”, partiti da sinistra, rimbalzati a destra e in più occasioni riciclate con un fariseismo aberrante…
NOTE
(1) Caritas, Immigrazione. Dossier statistico 2006, Idos, Roma 2006, pp.512, € 18. Lo si può richiedere a idos@dossieremigrazione.it
(2) Fondazione Ismu, XI rapporto sulle migrazioni 2005, Angeli , Milano 2006, pp. 432, € 27.