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articolo della rivista numero 135

Ci sarà il cambiamento?

di Anna Camposampiero

Ortega, che dopo molto anni è tornato a vincere le elezioni, sarà in grado di rispondere alle esigenze di chi lo ha votato nella speranza di uscire dalla situazione di estrema povertà in cui lo ha stretto il sistema neoliberista degli ultimi sedici anni?

 

Il 5 novembre in Nicaragua si è votato per presidente e vicepresidente, deputati dipartimentali, deputati nazionali, Parlacen (parlamento centroamericano). Sono state le elezioni più osservate del Centroamerica, un trionfo di organizzazioni internazionali (Oea, l’Organizzazione degli stati americani, Fondazione Carter) e nazionali (Cnu, di circa un migliaio di universitari, Etica y Trasparencia) e osservatori internazionali invitati.

 

Una procedura senza brogli

Una procedura di voto che difficilmente si prestava a brogli o frodi. Oltre alla giunta di seggio (presidente, primo membro e secondo membro) erano presenti sempre i “fiscales ” (i rappresentati di partito) preposti al controllo del regolare svolgimento delle procedure. Ogni scheda doveva essere firmata da presidente e primo membro e veniva abbinata a un codice di sicurezza di sei cifre inventato al momento dell’apertura. I fiscales - di diversi partiti, sempre presenti quelli del Fsln, Plc e Alc - in piedi alle spalle della giunta controllavano ogni passaggio: dalla firma alla consegna delle schede, al controllo sulle liste elettorali, all’inchiostro indelebile sul pollice della mano destra. Alla chiusura del seggio le schede, dopo essere state contate, venivano aperte e mostrate fronte e retro a tutti i fiscales e osservatori presenti, per verificare firme, codice di sicurezza e voto espresso. Uno spoglio lunghissimo, lento e preciso. Le “Juntas electorales de voto” impugnate sono state pochissime, così come i voti nulli.

L’affluenza è stata tra il 75 e l’80%, la più alta della regione, più alta di quella delle recenti elezioni Usa. Ci sono state code lunghissime fuori dai seggi, non solo nella capitale Managua ma anche in zone rurali, come i piccoli comuni di Santa Teresa, o Jnotepe, Granada, Masaya.

Perché la gente si è recata in massa alle urne?

Perché voleva un cambiamento: sedici anni di politiche neoliberiste hanno distrutto il paese e accentuato la ricchezza di pochi e l’estrema povertà della maggior parte della popolazione.

 

Qualche cifra per capire

Il paese oggi ha un ritmo di crescita di circa il 3,3% annuo. Occorrerebbe almeno il 7% per poter ridurre gli indici di povertà. Su una popolazione totale di circa 5.600.000 persone più di 4.200.000 vivono in condizioni di povertà (reddito giornaliero inferiore ai due dollari) e di questi circa 2.100.000 in condizioni di povertà assoluta (meno di un dollaro al giorno). L’indice di povertà è cresciuto notevolmente tra il 1993 e il 2001.

L’investimento dello stato nella salute è passato dai 35 dollari all’anno a persona del 1989 ai 16 del 2005, con il risultato che solo il 40% della popolazione ha accesso ai medicinali di base. 

Il tasso di mortalità infantile è elevato, elevatissimo il tasso di mortalità maternale (di cui il 30% sotto i diciannove anni, soprattutto nelle zone rurali, in condizioni di estrema povertà e con un basso livello di istruzione); a partire dal 1987 si riscontra la presenza crescente dell’Hiv, di malaria, dengue e tubercolosi.

Il sistema scolastico è un disastro: più del 76% delle scuole pubbliche non ha i requisiti elementari per funzionare, i salari degli insegnati sono bassissimi, più del 35% della popolazione adulta è analfabeta (di cui il 50% donne).

E poi, ancora, denutrizione (il 30% dei bambini sotto i cinque anni è denutrito), carenza cronica di infrastrutture, insufficienti o di bassa qualità (le ferrovie sono state eliminate dal governo Chamorro per ridurre la spesa pubblica, tutto il trasporto avviene su strada, con tempi lunghissimi, a danno dell’economia), carenza di acqua potabile e di energia elettrica. 

In conclusione, a partire dal 1990 si è accentuata l’urbanizzazione (la popolazione urbana rappresenta circa il 57% della popolazione totale) senza che vi sia corrisposta una crescita dei settori economici dell’industria, del commercio e dei servizi in grado di assorbire manodopera (dati Cepal, Comisión Económica para America Latina).

 

LE PROMESSE DI ORTEGA

Proprio su questi punti la campagna del Frente sandinista di liberazione nazionale (Fsnl) è stata propositiva e ricca di promesse: combattere la povertà, creare posti di lavoro, ricreare un sistema sanitario e scolastico. Il tutto con uno stato fortemente indebitato e vincolato dagli accordi di libero commercio. E il Frente ha vinto. Daniel Ortega Saavedra è il nuovo presidente del Nicaragua.

Sarà Ortega che potrà rispondere alle richieste del popolo nicaraguense? È una domanda a cui oggi è difficile rispondere con certezza. Quanto spazio di movimento avrà il nuovo presidente, con le pressioni del Fondo monetario internazionale e l’occhio vigile degli Usa, il Cafta (verso l’applicazione del quale, va detto, i 38 deputati del Frente in carica sotto il governo precedente, quello di Bolaños, hanno votato contro) che minaccia i campesinos e i piccoli-medi produttori… e le accuse di corruzione, il vecchio “pacto” fatto con Alemàn?

Ci sono molti interrogativi. Oggi il Frente non ha una maggioranza schiacciante in parlamento. I due partiti di destra uniti hanno la maggioranza. Occorrono quindi alleanze. Un nuovo “pacto” con il manico del coltello dalla parte opposta?

 

Ma come è riuscito a vincere Daniel Ortega Saavedra?

Tra i meriti c’è quello di aver fatto con il Fsln una campagna elettorale casa per casa, con l’impegno di molti attivisti, contando sul sostegno mai perso del 30% della base. Inoltre ha avuto molta attenzione per i giovani; ha cercato di presentarsi con un’immagine diversa (si è parlato poco di quelle che si suppone essere le sue radici: Sandino e Fonseca) usando il fucsia acceso e relegando gli storici colori rosso e nero in un riquadro piccolo, anche se la base sfilava sempre con le bandiere storiche; un’ottima (forse troppo costosa) campagna elettorale, con spot, comunicati radio, affissioni, volantini, materiale elettorale ovunque - a dire il vero di tutte le parti in gioco -  e quando non c’erano affissioni o bandiere c’erano pietre dipinte nei posti più impensati.

 

ALLEANZE E CONTROPARTITE

Le alleanze stipulate, se da un lato hanno suscitato, soprattutto all’estero, perplessità e in alcuni casi forti reazioni e forti critiche, politicamente hanno premiato e lo slogan della campagna ne riassumeva lo spirito: “Unida, Nicaragua triunfa”.

Ma quali saranno le contropartite da dare?

La Chiesa, nella persona del Cardenal Obando, ha chiesto il “compenso” ben prima dei risultati elettorali: la riforma del codice penale, votata una settimana prima delle elezioni e passata anche grazie ai voti del Frente, ha sancito la penalizzazione dell’aborto terapeutico con condanne fino a dieci anni, un passo indietro enorme per i diritti delle donne. Ma le proteste sono state molto più forti all’estero che in patria. Per quanto enorme sia il potere della Chiesa (nella cattedrale della conservatrice Granada si poteva leggere un documento affisso da monsignor Florencio Oliera Ochoa che elencava i “peccati elettorali”), maggiore effetto ha avuto, anche tra i militanti e i simpatizzanti del partito critici nei confronti di questa scelta, il desiderio di cambiamento e il voler credere che Daniel possa operarlo.

L’alleanza con una parte dell’oligarchia liberale del paese è stata sancita fin dall’inizio candidando alla vicepresidenza Jaime Morales Carazo, banchiere e rappresentante di spicco della proprietà privata, ex ministro del presidente Alemàn ed ex portavoce della Contra. Secondo Samuel Santos, segretario del Fsln e responsabile delle relazioni con l’estero, non è stato un compromesso eccessivo, il popolo ha capito. In ogni caso Carazo ha presenziato accanto a Ortega solo nell’ultima settimana di campagna elettorale…

 

PARTITI SPACCATI

La vera spiegazione della vittoria di Daniel si trova nella spaccatura della destra. Facendo un breve pregresso, ai tempi della presidenza di Alemàn ha origine quello che viene definito “el pacto”, con il quale il Plc (Partito liberal costituzionalista) e il Fsnl si sono “spartiti” il potere, dividendosi gli spazi istituzionali, Cse (Consejo Supremo Electoral) compreso. Non a caso le giunte elettorali avevano sempre un equilibrio così ripartito: se il presidente era del Frente il primo membro era del Plc e viceversa. E la legge elettorale attuale impone che le schede debbano essere firmate da ambedue per essere valide.

Da queste accuse di spartizione del potere il Frente si è sempre difeso dicendo che gli incarichi politici erano divisi in proporzione al peso elettorale: avendo il Frente ottenuto più del 40% dei voti era logico che gli corrispondessero altrettanti incarichi. Ciononostante il patto ha generato spaccature sia a destra che a sinistra. Con la fuoriuscita dal Plc di Montealegre - candidato alla presidenza sostenuto dagli Stati uniti - si è creata l’Anl (Alleanza nazionale liberale); dal Frente i fuoriusciti hanno dato vita al Mrs (Movimento di rinascita del sandinismo). Mentre il Mrs ha ottenuto in queste elezioni solo un 7,25% (purtroppo, perché un maggior numero di deputati poteva essere voce critica di maggior rilievo in parlamento), l’Anl con il 30,94% è oggi il secondo partito dopo il Frente (38,59%), seguito dal Plc (22,93%). Questo significa che, come si sapeva, il Frente ha vinto anche perché la destra non era unita, mentre in caso di ballottaggio Ortega non avrebbe mai vinto. Ma questo significa anche che Anl e Plc uniti superano il 50% in parlamento - resta da sperare che gli attacchi e le accuse sentiti in campagna elettorale li mantengano divisi anche di fronte al nuovo governo.

 

L’ingerenza Usa

La campagna elettorale è stata durissima nei toni, ricca di accuse senza mezzi termini.

Visto che lo spettro del ritorno della guerra non era sufficiente di fronte alla campagna di riconciliazione nazionale del Frente, Montealegre ha fatto circolare la voce (sostenuto in questo anche dagli Stati uniti) che in caso di vittoria Ortega avrebbe bloccato le rimesse, quando più di un milione di nicaraguensi vive all’estero (in Costa Rica, Usa, El Salvador, Guatemala ecc.) e le rimesse degli emigrati sono un pilastro dell’economia del paese, tanto da rappresentare la quinta parte del Pil, e almeno venti famiglie su cento dipendono da queste per sopravvivere (dati Cepal - Comisión Económica para America Latina).

Anche l’ingerenza statunitense è stata notevole. Sostanzialmente gli Stati uniti hanno usato tutti i mezzi possibili, salvo la minaccia di intervento militare, per cercare di evitare che Ortega potesse vincere. Notevole la pubblicazione, il 30 ottobre, di un annuncio a pagamento da parte dell’Anl su “El nuevo diario” che riportava una lettera, su carta intestata e con firma autografa, del governatore della Florida Jeb Bush (oggi ex governatore) che mentre dichiarava “mi considero un amico del popolo nicaraguense e rispetto il suo diritto a eleggere i propri governanti e il proprio destino” ricordava che la Florida e il Nicaragua sono amici e che in Florida ci sono centomila nicaraguensi scappati durante “il sanguinoso decennio di governo dei sandinisti” per sfuggire al “totalitarismo” e per avere migliori opportunità economiche. E continuava: “Il 5 novembre il popolo nicaraguense deve prendere una grande decisione: scegliere tra un passato tragico e una strada nuova verso il futuro” - sarà un caso se Montealegre ha usato quelle stesse parole nei suoi comunicati radio? Concludeva rivolgendosi ai nicaraguensi che vivono in Florida perché chiedessero ai propri amici e familiari rimasti in patria di votare per un futuro migliore (sic!). L’ultimo tentativo nel giorno delle elezioni, quando ormai era chiaro che la vittoria del Fsln era a portata di mano: la delegazione inviata dal presidente Bush emetteva un comunicato nel quale si affermava l’esistenza di gravi irregolarità e sollevava il dubbio sulla legittimità delle elezioni.

Ma alle 6 del mattino del 6 novembre l’associazione nazionale “Etica y Trasparencia”, presente in massa nei seggi, ha dichiarato valido il processo elettorale, seguita dalla Oea e dalla delegazione dell’Unione europea. Elezioni valide, gli Stati uniti si mordono le mani. Dopo la “storica” Cuba, il Venezuela di Chavez, la Bolivia di Morales, un altro tassello che sfugge loro di mano.

 

Una cresciuta partecipazione

Va detto che il paese non è rimasto fermo in attesa di queste elezioni. I 153 comuni del paese - di cui 87 ad amministrazione sandinista, 56 del Plc e i rimanenti 5 in mano a formazioni minori - hanno aderito tutti ad Amunic, Associazione delle municipalità del Nicaragua, nata su iniziativa dei comuni stessi.

Già da questi dati si poteva intuire la crescita politica del Frente: le municipalità a gestione sandinista sono passate da 43 nel 1996 a 87 con le amministrative del 2004. La tappa importante è stata, nel 2000, la separazione delle amministrative dalle politiche, evitando il voto “a cascata”, così oggi l’elezione del sindaco è slegata dalle elezioni politiche.

Il nuovo decentramento sta dimostrando che le municipalità sono in grado di realizzare progetti, valorizzando la partecipazione attraverso l’elezione di comitati di sviluppo dei cittadini. Interessante l’accordo firmato a Caracas con la Pdvsa (Petròleos de Venezuela S.A.) per creare l’impresa mista Albanic (Alba Petròleos de Nicaragua), attraverso la quale i comuni ottengono combustibile a prezzi preferenziali.

Il governo Bolaños non aveva dato nessun appoggio alla crescita del progetto Amunic, anzi aveva proposto il congelamento dei fondi al 6% e un aumento di competenze a carico dei comuni, con un conseguente aumento dei costi da loro sostenuti.

Daniel ha voluto il potere a tutti i costi, resta ora da vedere cosa vuole farne. Non sarà un lavoro facile dare priorità alle domande sociali accontentando gli alleati. Così come dovrà barcamenarsi tra il Cafta, il trattato di libero commercio a cui il paese ha aderito sotto il governo Bolaños, e l’Alba, l’Alternativa bolivariana per le Americhe, per la quale Ortega ha manifestato interesse. Non ci vorrà molto per capire che intenzioni ha il nuovo governo.

Nicaragua, ¡que le vaya bien!


 

 

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