ARCHIVIO
articolo della rivista numero 134
Una partita impossibile
di Marco Rossi
Dopo cinque anni la guerra in Afghanistan appare come un’occupazione sempre più priva di sbocchi, mentre la produzione di oppio aumenta smisuratamente anche a beneficio dagli occupanti
Fuori, nell’immenso cortile attraversato da folate di polvere, giocano centinaia di bambini,
alcuni su giostre rudimentali, altri a pallone, ma non si riconoscono i confini del campo né le squadre,
come se si stessero svolgendo contemporaneamente tre o quattro partite sul medesimo terreno.
Gruppi di giocatori si scontrano in un turbine di polvere.
Dalle mischie schizzano fuori pallonate, vengo centrato un paio di volte.
Edoardo Albinati (1)
Sono passati esattamente cinque anni da quel 7 ottobre 2001 quando, con l’inizio dei bombardamenti statunitensi e britannici su Kabul, iniziava ad appena poche settimane dall’11 settembre la guerra contro l’Afghanistan, quella stessa guerra che oggi continua sotto la forma di occupazione militare, un’occupazione sempre più combattuta e senza sbocco.
SOTTO COMANDO NATO
Se ne stanno accorgendo i comandi Usa che, in percentuale, contano più caduti tra le truppe di Enduring Freedom che tra quelle impegnate in Iraq; ma se ne rendono conto anche i vertici della Nato, costretti a richiedere ogni giorno una trentina di missioni aeree di copertura per i reparti dell’Isaf (International Security Assistance Force), ora dislocati anche nelle tormentate province meridionali nel tentativo di contrastare quella che ormai è definita come insorgenza (2).
Lo scorso 28 settembre a Portorose, nella vicina Slovenia, i ministri della Difesa degli stati aderenti alla Nato hanno infatti concordato d’estendere la missione Isaf a tutto il territorio afghano, comprese le province meridionali, così che i circa 12.000 militari, per lo più statunitensi, operanti nel quadrante sud-est passeranno "entro alcune settimane" sotto diretto comando Nato.
In questo modo gli Stati uniti risultano la nazione con il più alto numero di soldati alla forza Nato in Afghanistan, mettendo a disposizione circa 14.000 militari su un totale di 32.000. Di conseguenza, Washington ha ottenuto il suo turno di comando anche delle forze Isaf-Nato, cosa questa che nella scorsa estate era stata osteggiata dagli alleati europei: dal febbraio 2007 il generale dell’Usarmy, Dan Mcneil subentrerà quindi al generale britannico David Richards (3).
Sino a oggi, infatti, erano le nazioni europee a comporre il grosso dell’Isaf, che vede impegnati circa 20.000 militari di 37 diverse nazioni (26 aderenti Nato e 11 non), e quindi il comando aveva visto avvicendarsi generali non-statunitensi.
Da parte sua la coalizione dell’operazione Enduring Freedom, a guida Usa, mantiene un numero analogo di truppe.
Una parte delle forze Usa, circa 10 mila unità, rimarranno comunque svincolate dal comando Nato, per occuparsi di missioni speciali antiterrorismo.
Inizialmente, tale cambio di comando era previsto verso la fine dell’anno; ma i funzionari dell’Alleanza atlantica hanno comunicato che la situazione militare -ormai critica nel sud - ha imposto la necessità di schierare quanto prima soldati inglesi, olandesi e canadesi sotto il comando Nato, assieme a forze separate Usa.
UNA GUERRA ITALIANA
Gli attacchi sempre più frequenti, con vittime, anche ai danni del contingente italiano s’inseriscono in tale contesto che vede le forze guerrigliere afghane, sbrigativamente omologate tutte come talebane, aumentare capacità offensiva ed estensione; anche se in un’intervista il generale Giuseppe Gay, vice comandante dell’Isaf, ha pateticamente sostenuto che “la vera guerra, quella per il controllo dell’Afghanistan, i terroristi, gli insurgents, come noi li chiamiamo, l’hanno persa” (4).
Tra l’altro, l’attentato del 27 settembre contro un convoglio italiano nei pressi di Shindand, a circa 90 chilometri a sud di Herat, sede del Regional Command West a guida italiana, ha evidenziato una volta di più l’ambiguità e l’avventurismo connesso alla commistione di realtà militari e civili, ong incluse, all’interno dei Prt (Provincial reconstruction team): infatti i tre alpini rimasti feriti erano a bordo di un mezzo della cooperazione italiana (5).
Appena il 7 settembre il capo delle operazioni della Nato, generale James Jones, ammetteva che l’Alleanza non aveva previsto l’estensione della violenza nel sud dell’Afghanistan, chiedendo ulteriori rinforzi ai 37 stati facenti parte della missione Isaf, sia in termini di truppe che di mezzi aerei.
Inoltre, il generale aveva sollecitato la rimozione dei limiti nelle regole d’ingaggio per il pieno utilizzo in modalità “combat” delle truppe Nato.
LA “DISCRETA” DISPONIBILITÀ ITALIANA
Per quanto riguarda il contingente italiano, con circa 2.000 militari, il ministro della Difesa Arturo Parisi ha da tempo assicurato la disponibilità italiana a intervenire “fuori area”, beninteso “solo per operazioni di emergenza come l’aiuto ad alleati in difficoltà”, anche nelle turbolente province meridionali, e ha notoriamente dato avvio, sin dalla fine di luglio, al dislocamento di un task group (composto da paracadutisti del 9° reggimento Col Moschin e da commandos della marina del Comsubin) di forze speciali italiane a Herat, sede operativa del Prt di competenza italiana, pronte a essere impiegate nelle quattro province occidentali dell’Afghanistan sotto comando italiano. Un dispiegamento questo avviato discretamente e in maniera scaglionata per non aumentare polemiche e problemi in seno alla maggioranza governativa, in quelle settimane impegnata nel voto parlamentare per il discusso rifinanziamento della missione in Afghanistan.
Tale rafforzamento, più qualitativo che numerico, delle forze italiane nel teatro afghano appare come il risultato, di compromesso, tra le richieste avanzate dai comandi Nato e la necessità di non aumentare in modo troppo vistoso il numero dei militari già impegnati nell’intervento italiano in terra afgana, così da tranquillizzare i malumori dei, peraltro pochi e presto rassegnati, parlamentari dissidenti nelle file della cosiddetta “sinistra pacifista”.
Infatti, chiunque ha qualche nozione di cose militari non ignora che alcune centinaia di soldati dei reparti speciali con specifico addestramento per operazioni non convenzionali e armamento antiguerriglia sul campo valgono quanto migliaia di unità appartenenti a reparti ordinari quali alpini o bersaglieri, più adatti a presidiare, difendere e pattugliare le aree di competenza piuttosto che a svolgere ruoli offensivi.
LA GUERRRA È GUERRA
Ma la realtà della guerra sta rapidamente mettendo a nudo le contraddizioni in seno al governo e i funambolismi della sinistra parlamentare: la guerra è guerra, con tutti i rischi connessi.
Infatti, l’attentato dell’8 settembre ha causato il ferimento proprio di quattro incursori del Comsubin, così da togliere ogni eventuale dubbio sul loro impiego che, a quel punto, veniva confermato anche dal ministro Parisi pronto a precisare come “le nostre truppe d’élite sono state inviate come supporto di qualità per gli obiettivi che ci siamo prefissi in sede Nato”.
Per la cronaca: i militari della missione Isaf-Nato morti in Afghanistan dall’inizio dell’intervento, nel gennaio del 2002, risultano, sempre secondo le informazioni di fonte militare, essere circa 150, tra i quali 9 italiani (5 caduti in azioni ostili e 4 in incidenti).
Soltanto nei primi nove mesi del 2006 le perdite ufficiali dell’Isaf-Nato (senza contare quelle Usa) assommano a circa cinquanta morti e a oltre cento feriti, soprattutto tra britannici e canadesi.
Nessun dato certo, invece, sulle perdite tra le forze di Enduring Freedom: secondo l’emittente satellitare al Jazeera, il bilancio complessivo per l’Afghanistan, alla fine di settembre, ammontava a 484 vittime (dei quali 339 statunitensi), 130 delle quali nel 2006.
IL FIORE DELLA GUERRA
La stampa italiana sta scoprendo, con i soliti toni proibizionisti, che anche sul mercato italiano delle droghe è comparso l’oppio, sostanza assai rara allo stato puro fino a poco tempo fa: circostanza questa certo non casuale, se si tiene conto dell’aumento smisurato della produzione in Afghanistan; ma su questa connessione la cosiddetta informazione preferisce non soffermarsi.
I dati ufficiali diffusi dall’Ufficio delle Nazioni unite contro la droga e il crimine riguardanti il 2006 sono inequivocabili: la produzione d’oppio registra un incremento record del 49% rispetto al 2005, mentre le coltivazioni a papavero sono aumentate del 59%. Sempre secondo l’Undcp, “il raccolto di quest’anno si aggirerà sulle 6.100 tonnellate d’oppio, circa il 92% dell’offerta mondiale. Eccede di un 30% il consumo globale” (6). Nel 2005 qualcuno aveva evidenziato, con grande enfasi propagandistica, una modesta riduzione delle aree coltivate a papavero (che peraltro non corrispondeva a una effettiva diminuzione della produzione oppiacea); ma adesso non ci sono più margini d’equivoco: dai 260.000 acri del 2005 siamo balzati agli attuali 400.000, nonostante la distruzione di circa 38.000 acri coltivati.
Da tempo ormai, l’Afghanistan è il principale produttore di oppio a livello mondiale ed è emblematico che ciò avvenga sotto l’occupazione militare statunitense e della Nato, dopo che tra i proclamati obiettivi della guerra preventiva vi era proprio la lotta al narco-stato afghano, anche se era stata proprio la Cia assieme ai fidi servizi segreti pakistani a far intensificare la produzione dell’oppio ai tempi della lotta armata contro l’occupazione sovietica negli anni Ottanta.
Con la produzione del 1994 (2.800 tonnellate) l’Afghanistan aveva surclassato la Birmania: oltre l’80% dell’eroina smerciata in Europa occidentale proveniva allora dalla Mezzaluna d’oro (Afghanistan e Pakistan). Fino al 1998, ossia sotto il governo Rabbani e poi sotto i talebani, la produzione si era mantenuta a quel livello, per poi raggiungere nel 1999 il record di 4.600 tonnellate.
Il regime talebano, da parte sua, si accontentava di imporre, come su ogni altra coltura, una tassa pari al 10%, ossia la zakat (decima musulmana) e con la guerra ha rinunciato anche a questa, per assicurarsi l’appoggio delle tribù che coltivano abitualmente il papavero; tanto più che la loro presenza è forte nelle province di Helmand e del Nangarhar, due importanti regioni di clan pashtun.
INTRECCI TRA NARCOTRAFFICO E OCCUPANTI
Evidentemente, aldilà della retorica proibizionista della War on drugs, pure gli occupanti si sono presto resi conto che oltre a costituire la principale risorsa economica del paese, con quasi tre milioni di afghani che vivono di essa, la produzione dell’oppio è fondamentale per mantenere alleanze con i poteri tribali, per controllare il territorio e per non far precipitare ulteriormente la situazione sociale stretta dalla miseria.
Eppure, di fronte a tale più che evidente realtà, l’Onu, la Nato e l’amministrazione statunitense continuano a utilizzare il problema del narcotraffico per legittimare, anche moralmente, l’occupazione militare e le operazioni di guerra.
In questi ultimi mesi si sono infatti sprecate le dichiarazioni in tal senso: da quelle del generale David Richards, comandante dell’Isaf-Nato, a quelle di Antonio Mario Costa, direttore esecutivo dell’Undcp, che anche di recente ha sollecitato la Nato a occuparsi della distruzione delle coltivazioni, invitando il governo afghano a riempire entro sei mesi le celle del nuovo carcere di massima sicurezza.
Ma l’equazione narcotraffico-guerriglia talebana appare del tutto discutibile, o altrettanto vera di quella narcotraffico-occupazione militare o di quella narcotraffico-governo islamico. Infatti se la produzione è cresciuta nelle “insorgenti” province meridionali, è altrettanto vero che è aumentata anche in aree relativamente pacificate e sotto controllo governativo, tanto è vero che solo 6 province su 34 ne risultano esenti. Inoltre, mentre nell’enclave pashtun e talebana di Kandahar la produzione è scesa dell’87%, il governo Karzai, a partire dal fratello del presidente, risulta coinvolto con svariati ministri e alti gradi nel narco-business (7).
Della serie: chi semina, raccoglie.
NOTE
(1) Edoardo Albinati, Il ritorno. Diario di una missione in Afghanistan, Mondadori, Milano 2002.
(2) Cfr. l’articolo di Ga.B., La riscossa talebana allarma Nato e intelligence, “L’Unità”, 9-10-2006.
(3) Si vedano gli articoli: A.C., Missione Isaf in tutto l’Afghanistan, “Il Sole-24 Ore”, 29-9-2006 e Gianandrea Galani, In Afghanistan la scommessa di una Nato “forte”, “Il Sole-24 Ore”, 5-10-2006.
(4) Intervista di Nese Marco, I Talebani? In realtà sono allo sbando e per questo uccidono, “Corriere della Sera”, 28-9-2006.
(5) Si veda l’articolo L’arruolamento delle Ong, sul settimanale anarchico, “Umanità Nova”, 8-10-2006.
(6) Dati pubblicati sul “New York Times” del 3-9-2006, ripresi anche nell’articolo di Alberto D’Argenzio, Truppe Nato contro l’oppio, su “Il Manifesto”, 13-9-2006.
(7) “I rappresentanti del governo sono coinvolti nel 70% del traffico di narcotici e all’incirca un quarto dei 249 parlamentari recentemente eletti sono legati al narcotraffico. Una stima in uno studio condotto per conto dell’Afghanistan Research and Evalutation Unit, un organismo indipendente, conclude che almeno 17 parlamentari neoeletti sono essi stessi dei narcotrafficanti, altri 24 sono legati a bande criminali, 40 sono comandanti di gruppi armati e 19 sono ritenuti responsabili di crimini di guerra e mancato rispetto dei diritti umani” (Walden Bello, Non sostenete un narcostato, “Il Manifesto”, 15-7-2006).