ARCHIVIO
articolo della rivista numero 134
Un mare militarizzato
di Piero Maestri
Dagli anni Novanta Nato e Unione europea sviluppano strumenti e partenariati con l’obiettivo di consolidare la presenza e il controllo della regione mediterranea, per determinare le sue condizioni di “sviluppo”. Una relazione asimmetrica che i movimenti devono saper affrontare
Sino dalla fine della Seconda guerra mondiale il Mediterraneo ha rivestito un’importanza strategica dal punto di vista militare, dentro il quadro del confronto della “guerra fredda”. Con la fine di questa, la regione mediterranea non ha affatto perso tale importanza: al contrario, si sono intensificati gli sforzi e le strategie dei paesi dell’Unione europea - ma anche degli Stati uniti - per rafforzare la loro presenza e orientare in direzione dei loro interessi le relazioni tra le due sponde.
L’articolo di Bruno Amoroso delinea quali sono le attuali politiche dell’Unione europea verso i paesi della sponda sud, soprattutto sul piano politico ed economico. In questo quadro vanno collocate anche le politiche attinenti la sfera della cosiddetta “sicurezza”, cioè le alleanze e le partnership militari. È infatti dagli anni Novanta che si sono sviluppate nuove forme di partenariato, all’interno delle strategie della Nato e della Ue, producendo in alcuni casi strumenti operativi e comunque una rinnovata presenza militare delle alleanze occidentali nel Mediterraneo.
Per comprendere queste politiche dell’Unione europea e della Nato e gli obiettivi che si prefiggono è utile provare a ricostruirle attraverso la lettura dei documenti prodotti negli ultimi quindici anni e gettando uno sguardo alle principali operazioni condotte (vedi anche la scheda sulle missioni Pesd).
UNA STRATEGIA PER LA “SICUREZZA”
Già nel 1996 nel documento “Una politica estera comune dei 26 paesi della Ueo” venivano espressi due concetti chiave per una politica militare comune dei paesi europei: da una parte si affermava che “la sicurezza dell’Europa non si limita alla sicurezza in Europa”, dall’altra che “il rischio per la sicurezza proviene principalmente dalla minaccia dei movimenti estremisti, dall’asimmetria tra Europa e Nord Africa in termini economici e nella crescita della popolazione”.
Era evidente fin da quel momento che il Mediterraneo veniva considerato uno spazio di relazioni nel quale la presenza militare e l’affermazione del controllo - nella forma interventista e di presenza diretta ma anche in quella della costituzione di partenariati - erano fondamentali.
Già il Trattato di Maastricht prevedeva la costruzione di una politica estera e di “sicurezza” comuni, mentre il passo decisivo in tale direzione è stato preso nel Vertice del Consiglio europeo di Helsinki del dicembre 1999, con la decisione di costituire una “Forza europea di rapido intervento” costituita da 50-60.000 uomini, “lo sviluppo di più efficaci capacità militari e la costruzione di nuove strutture politiche e militari per questi scopi”. Secondo quanto riportava il documento finale “l’obiettivo dell’Unione è quello di avere una autonoma capacità di decisione e, dove la Nato nel suo insieme non è impegnata, di lanciare e condurre operazioni militari guidate dalla Ue in risposta a crisi internazionali...”.
L’Unione europea cerca successivamente di affinare queste strategie all’interno del processo che dovrà portare a un “trattato costituzionale” europeo, nel quale si collocano gli sforzi per elaborare una “politica estera e di difesa” comune.
Nel 2003 Javier Solana elabora quello che dovrà diventare il “concetto strategico” dell’Unione europea e sottolinea l’importanza di tale progetto dichiarando il 10 settembre a Bruxelles davanti alla riunione congiunta delle commissioni Difesa ed Esteri dei parlamenti nazionali che “dobbiamo assicurarci che il nostro progetto politico corrisponda al nuovo concetto strategico” con tre obiettivi specifici: “Primo, la creazione di una zona di sicurezza intorno all’Europa; secondo, stabilire un ordine internazionale più stabile ed equo, rafforzando il sistema delle Nazioni unite e del multilateralismo; terzo, disporre di mezzi per rispondere efficacemente alle minacce”.
LE MISSIONI DELL’UE
La bozza della Convenzione - ora congelata dopo le bocciature dei referendum olandese e francese - per quanto affidi genericamente alla politica di difesa comune l’obiettivo di “salvaguardare i valori, gli interessi fondamentali, la sicurezza, l’indipendenza e l’integrità dell’Unione”, è decisamente esplicita nell’elencare quali siano le “missioni” alle quali sarà chiamata una forza armata europea: “Le missioni … nelle quali l’Unione può ricorrere a mezzi civili e militari comprendono le azioni congiunte in materia di disarmo, le missioni umanitarie e di soccorso, le missioni di consulenza e assistenza in materia militare, le missioni di prevenzione dei conflitti e di mantenimento della pace e le missioni di unità di combattimento nella gestione delle crisi, ivi comprese le missioni tese al ristabilimento della pace e le missioni di stabilizzazione ai termini dei conflitti. Tutte queste missioni possono contribuire alla lotta contro il terrorismo, anche tramite il sostegno a stati terzi per combattere il terrorismo sul loro territorio”.
In questo modo vengono elencate tutte le possibili opzioni e giustificazioni delle operazioni militari che abbiamo conosciuto negli ultimi anni.
Inoltre è interessante notare come la “politica di sicurezza” sia intesa a trecentosessanta gradi: ancora Javier Solana, nel documento presentato al Consiglio europeo di Salonicco del 20 giugno 2003 scrive che “Il contributo a un miglior governo tramite programmi di assistenza, l’imposizione di condizioni e misure commerciali specifiche devono costituire un elemento importante della strategia di sicurezza dell’Unione europea”. L’obiettivo ancora una volta è quello di determinare le condizioni delle relazioni con i paesi terzi, costringerli in ogni modo ad accettare le regole imposte dai più forti.
LO SCENARIO FUTURO DELL’EUROPA
Mentre i paesi dell’Unione cercano di trovare una via d’uscita dall’impasse del processo “costituente”, non tralasciano di elaborare nuove strategie politico-militari.
L’ultima traduzione di queste strategie si legge nella relazione dell'Agenzia europea per la difesa (Eda) pubblicata il 3 ottobre scorso e intitolata “Long-term vision of European defence capabilities and needs'”, basata sulle analisi elaborate da funzionari e da esperti di governi, agenzie di difesa, accademie e industrie di tutta Europa (1). Una “vision” di quale sarà lo scenario dell’Europa e del mondo nel 2025, un mondo “presumibilmente differente, più interdipendente e anche più ineguale” nel quale “la globalizzazione produrrà vincitori e perdenti, sia tra paesi e regioni, sia all’interno delle diverse società (mentre la comunicazione universale renderà queste disparità ancora più appariscenti)”.
E questo quadro porta a una previsione di “tensioni dovute alle forti pressioni migratorie nelle regioni intorno all’Europa, nel momento in cui l’Europa stessa sta diventando sempre più dipendente dal resto del mondo, soprattutto per l’energia… per questo e altri motivi, gli interessi di sicurezza dell’Europa potranno essere direttamente o indirettamente messi a rischio da tensioni crescenti non solamente nelle aree più vicine ma anche da quelle più distanti”.
È evidente che il Mediterraneo rappresenta la regione principale alla quale si fa riferimento, in quanto rappresenta il punto di contatto con il continente africano e il Medio Oriente, aree dalle quali provengono la maggior parte dei migranti dai quali ci si vuole “difendere”.
INTERVENTI MULTINAZIONALI E COMPLESSIVI
Questa visione del futuro dell’Europa in relazione ai propri vicini richiede, secondo i nostri esperti e i vertici delle istituzioni politico-militari dell’Unione europea, un forte investimento, politico e finanziario, verso uno strumento militare europeo che metta in pratica la “Politica europea di sicurezza e difesa” (Pesd). Uno strumento per il quale “le tipiche operazioni Pesd di gestione delle crisi saranno expeditionary, multinazionali e multistrumentali”. Una politica che “utilizzerà sempre più un approccio complessivo combinando strumenti di potenza morbidi e pesanti, coordinando organizzazioni civili e militari, governative e non governative, per raggiungere collettivamente i necessari obiettivi politici”.
Questa idea di intervento multinazionale e complessivo sembra ricalcare quanto sta avvenendo in Libano con la forza Unifil, una missione militare che non ha attualmente una caratteristica evidente di combattimento. È però la stessa relazione citata, sottolineando che l’obiettivo delle “missioni Pesd” è quello della ricerca di stabilizzazione e controllo, a esplicitare il fatto che “gli interventi potrebbero non necessariamente comprendere combattimenti. La presenza di forze multinazionali sostenute da (e rappresentazione de) l’impegno collettivo dell’Unione, potrà meglio prevenire lo scoppio di ostilità. O potranno contribuire a stabilizzare un paese o una regione dopo un accordo politico… l’obiettivo non è la ‘vittoria’ come tradizionalmente intesa, ma la moderazione, l’equilibrio degli interessi e la pacifica risoluzione dei conflitti - in breve, la stabilità”.
Un passaggio reso quasi obbligatorio, nella logica europea, “da preoccupazioni crescenti rispetto alla legalità delle azioni militari, dato che la globalizzazione ha diffuso il concetto della legalità internazionale. Azioni militari non direttamente autorizzate dall’Onu potrebbero diventare sempre più controverse”, anche perché “l’attenzione ai danni collaterali sarà anche più acuta”.
Un linguaggio che denota il cinismo di chi si ostina a parlare di “danni collaterali” e che nella legalità internazionale vede solamente un freno e un limite amplificato da un’opinione pubblica distratta dall’“effetto Cnn” e troppo attenta alla condotta dei militari negli interventi in corso.
INTRECCI TRA EU E NATO
Questa attenzione rende necessaria una politica di coinvolgimento dei paesi del Mediterraneo all’interno di partenariati asimmetrici, sia sul piano economico e politico [vedi Amoroso], sia su quello militare. Una politica europea che si intreccia quindi in maniera complementare con quella della Nato, che nel 1994 lanciava il “Dialogo mediterraneo” rivolto a sette paesi dell’area, Algeria, Tunisia, Marocco, Mauritania, Giordania, Egitto e Israele: un forum di consultazione politica con risvolti di cooperazione militare diretta, che vedrà un’evoluzione nel 2004 con il lancio della “Iniziativa di Istanbul”, dopo che tre paesi del “Dialogo” - Egitto, Giordania e Marocco - avevano partecipato alle operazioni condotte dalla Nato in Bosnia (Ifor e Sfor) e in Kosovo (Kfor): un’esperienza che ha favorito l’accelerazione dell’iniziativa negli ultimi anni, a cominciare dal vertice Nato di Praga del 2002.
Ogni anno si sono svolte esercitazioni militari, come quella del giugno scorso in Sardegna chiamata “Spring Flag 2006”, definita nel sito Aeronautica.difesa.it “un ottimo banco di prova per gli assetti italiani e multinazionali dedicati alle componenti delle Nato Response Forces (Nrf)… comando e controllo delle operazioni aeree schierabile fuori area, anche in contesti multinazionali”. A questa esercitazione hanno preso parte anche F15 israeliani.
L’esercitazione avveniva pochi mesi dopo il “vertice informale” dei ministri della Difesa dell’Alleanza atlantica a Taormina, al quale partecipavano anche i paesi del “Dialogo mediterraneo”, descritto da Antonio Mazzeo su Terrelibere.org come possibile “punto di svolta nelle strategie politico-militari dell'Alleanza atlantica. Medio Oriente e Iran, migrazioni e “terrorismo” internazionale, ulteriore allargamento ai paesi filoccidentali della sponda sud del Mediterraneo, potenziamento dei dispositivi di pronto intervento in vista delle nuove guerre preventive, partnership con le forze armate nucleari russe, sono gli argomenti su cui si confronteranno i 26 ministri della difesa dei paesi membri della Nato…”. Analisi confermata nell’aprile successivo a Rabat nell’incontro del Consiglio atlantico, dove Algeria, Israele e Marocco chiedevano di partecipare all’operazione Nato “Active Endeavour” “per il contrasto al terrorismo nel bacino del Mediterraneo”.
LA “STABILIZZAZIONE” DEL MEDITERRANEO
La Forza navale permanente del Mediterraneo della Nato venne schierata nel Mediterraneo orientale già il 6 ottobre 2001, il giorno prima che iniziasse “Enduring Freedom”. Negli anni successivi questa operazione verrà chiamata “Active Endeavour”, con un mandato e una conseguente composizione della forza costantemente modificate.
Il controllo dell’operazione è affidato al quartier generale di Napoli, che comanda la Componente navale delle forze alleate (CC - MAR Napoli) anche attraverso il Centro interforze informazioni e analisi (Jiac), ancora in fase sperimentale. Il sostegno logistico dipende dalle infrastrutture degli alleati mediterranei, in particolare attraverso le basi di Souda in Grecia e Aksaz in Turchia e altri porti alleati nel bacino del Mediterraneo.
Il Mediterraneo risulta così costantemente pattugliato da fregate e corvette appositamente assegnate ad “Active Endeavour” dagli alleati su base volontaria.
Questa logica della presenza e della “stabilizzazione” del Mediterraneo è quindi intimamente legata a quella del controllo delle dinamiche politiche ed economiche dei paesi della sponda sud e del Medio Oriente.
Nato e Unione europea portano avanti questa politica di coinvolgimento dei paesi del Mediterraneo in alleanze variabili dominate dai paesi occidentali. Queste politiche non sono esenti da contraddizioni, soprattutto per gli interessi competitivi di Stati uniti e paesi europei, che hanno portato a formulare diverse proposte di aree di libero scambio e di relazione politico-economiche con i paesi del Nord Africa e del Medio Oriente. Contraddizioni che non frenano una sostanziale militarizzazione del Mediterraneo, alla quale anche il nostro paese partecipa, attraverso gli interventi in Medio Oriente, gli scambi militari e il commercio di armamenti, la riqualificazione delle infrastrutture militari sul territorio (con l’accento posto sugli insediamenti di Napoli e Taranto, mentre gli Stati uniti chiedono una maggiore presenza nell’aeroporto di Camp Ederle a Vicenza).
PER UN MEDITERRANEO DISARMATO
Così in questi ultimi anni si sono moltiplicate le “missioni” e gli interventi militari di “stabilizzazione”, e in alcuni di questi l’Unione europea ha un ruolo di primo piano e/o di comando, come in Libano.
Quali saranno i margini di autonomia di questo strumento militare europeo? Per il momento l’Unione europea interviene in quanto tale dove l’Alleanza atlantica non vuole o non può intervenire, nel quadro di una definizione comune degli obiettivi e di un accordo sull’utilizzo delle capacità militari. La costruzione delle molte forme di partnership da parte della Nato accentua il ruolo principale di questa come luogo comune delle politiche di difesa tra Europa e Stati uniti. Allo stesso tempo i paesi europei stanno portando avanti maggiori sforzi per dotarsi di comandi unificati e strutture operative comuni (come i Battlegroups e la Forza di rapido intervento) e di una base industriale-militare coordinata, all’interno dell’Agenzia europea per la difesa.
Le società civili dei paesi del Mediterraneo devono saper cogliere in queste relazioni politico-militari il segno di una maggiore dipendenza del Mediterraneo stesso dalle logiche del liberismo europeo, logiche pagate sia dalle popolazioni del Sud che del Nord, anche se in maniera differente.
Così come devono sviluppare la consapevolezza della necessità di opporsi a questi interventi, per il presente e perché ben rappresentano in quale direzione va la “politica di difesa comune”.
Consapevolezza anche della propria forza: sono infatti gli stessi esperti europei e i loro vertici a sottolineare il peso dell’opinione pubblica (occidentale!) nel condizionare le politiche di difesa e gli interventi militari. Peso che potrà anche aumentare se si sviluppa una maggiore capacità di iniziativa comune e di saldatura della rete mediterranea.
L’obiettivo di un “Mediterraneo disarmato” (la scheda che pubblichiamo dimostra quanto attualmente pesi invece la sua militarizzazione) deve essere al centro dell’iniziativa congiunta dei movimenti sociali dei paesi della regione, in particolare sottolineando come il sottrarre risorse al settore bellico possa dare impulso a un maggiore sviluppo sociale.
NOTA
(1) www.eda.europa.eu/ltv/061003%20%20EDA%20%20Long%20Term%20Vision%20 Report.pd