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articolo della rivista numero 133

A chi voleva parlare Ratzinger

 

Il 10 settembre scorso, due giorni prima della lezione universitaria di Ratisbona che ha provocato le proteste del mondo islamico costringendo il Vaticano a un'affannosa serie di rettifiche, Benedetto XVI aveva pronunciato a Monaco un'omelia meno clamorosa ma non meno significativa.

E conviene leggere a confronto i due discorsi per meglio capire l'unico disegno restauratore che Ratzinger persegue in tutte le occasioni e anche in queste due circostanze.

 

Nell'omelia di Monaco il papa ha posto l'accento sul fatto che l'attuale scontro di civiltà avrebbe la sua origine ultima non già nell'aggressività dell'islam, come sostengono i teocon statunitensi o europei, ma in un "illuminismo" occidentale, "drastico e dissacrante", che "esclude totalmente Dio dalla visione dell’uomo" e, in tal modo, "spaventa" l'islam e le popolazioni afroasiatiche.

A Ratisbona invece, rifugiandosi dietro la citazione di un imperatore bizantino, Ratzinger ha polemizzato con l'integralismo islamico, giudicando aberrante l'invito di Maometto a "diffondere la fede per mezzo della spada" e opponendogli l'idea, condivisa anche dal "primo" Maometto, secondo cui la fede deve essere diffusa "senza costrizione". Tale idea "ragionevole", ha aggiunto Ratzinger, è propria del cristianesimo perché nel cristianesimo c'è armonia fra ragione e fede, e Dio agisce in conformità con la ragione naturale, mentre per l'islam "Dio è assolutamente trascendente e la sua volontà non è legata a nessuna delle nostre categorie, fosse anche quella della ragionevolezza". Egli può quindi giustificare anche una cosa irragionevole come la guerra santa e l'imposizione della fede con la violenza.

Qualcuno, mettendo insieme i due discorsi, ha concluso che Benedetto XVI aveva come obiettivo il dialogo con l'islam moderato, in nome della fede nell'unico Dio ragionevole e pacifico, contro gli integralisti islamici, cultori della guerra santa.

 

Senza escludere che in via secondaria Ratzinger  potesse avere anche questo obiettivo, come mostra  il tentativo di ricucire in questa chiave i rapporti con l'islam moderato dopo le proteste seguite alla lezione di Ratisbona, non mi pare che questo fosse l'obiettivo principale dei discorsi sopra citati e che Benedetto XIV considerasse in quelle occasioni l'islam come l'interlocutore privilegiato.

Se così fosse risulterebbe davvero inspiegabile che Ratzinger si sia servito di argomenti - come la "superiore" ragionevolezza del cristianesimo o i "cattivi" insegnamenti di Maometto - destinati non a dividere i musulmani moderati dagli altri, ma a ricompattarli tutti in difesa della loro religione. Né si capisce perché, volendo condannare il legame fra fede e violenza, il papa sia andato a scovare una citazione poco nota contro Maometto quando poteva pescare fra le innumerevoli esortazioni bibliche a sterminare gli idolatri fatte da Dio in persona; o citare (e condannare…) la teoria di san Bernardo, secondo cui uccidere gli infedeli non è omicidio ma "malicidio", gli appelli alla crociata lanciati da molti suoi predecessori al grido "Dio lo vuole!" o le condanne, reiterate dai papi fino al Vaticano II, contro il "delirio, che si debba ammettere e garantire a ciascuno la libertà di coscienza" (Gregorio XVI, 1832) o contro la libertà religiosa in base a cui "la religione cristiana fu eguagliata con altre religioni false e indecorosamente abbassata al livello di queste" (Pio XI, 1925).

Ratzinger ha dovuto/voluto citare invece Maometto, poco curandosi delle suscettibilità islamiche e molto badando a oscurare con notevole faccia tosta secoli di guerra santa e di repressione attuata dai cristiani, perché il suo interlocutore principale e privilegiato era l'Occidente. Al quale non voleva certo ricordare "di che lagrime grondi e di che sangue" la religione cattolica quanto accreditarla contro ogni fondatezza storica come religione "superiore" a quella islamica, "nonviolenta" e "pacifica" e, soprattutto, presentarla all'Occidente come religione "ragionevole", cioè consonante con la ragione occidentale.

 

Naturalmente, come aveva già chiarito Benedetto XVI all'assemblea dei vescovi italiani nell'estate scorsa, si tratta di una ragione che la religione (e quindi la Chiesa) deve "purificare… mediante la proposta della propria dottrina sociale, argomentata a partire da ciò che è conforme alla natura di ogni essere umano" (e che deve quindi essere imposta a tutti sia quando ordina il matrimonio indissolubile sia quando vieta i pacs, l'aborto, l'uso del preservativo o l'eutanasia). Si tratta della ragione che creò la filosofia greca e fu poi armonizzata e subordinata nel Medioevo alla fede (come ribadiva Benedetto XVI a Ratisbona); non della ragione illuminista, che si è emancipata dalla fede diventando protervamente laica e causa di conflitto con l'islam, come ha spiegato a Monaco.

In conclusione i discorsi tedeschi di Ratzinger volevano proporre o riproporre all'Occidente una ricetta  che il papa ha suggerito in varie altre occasioni anche se mai, forse, con questa decisione: per continuare ad assolvere alla sua funzione civilizzatrice (come ebbe a definire altra volta quella dell'Italia) e per poter dialogare con l'islam da posizioni di forza in nome del comune unico Dio, la ragione occidentale deve accettare di essere "purificata" e guidata dalla fede specie per quanto riguarda la dottrina morale e sociale poiché essendo questa (parola di papa) conforme alla ragione e alla natura, vale per tutti gli uomini, anche non credenti.

E' quanto Benedetto XVI aveva già ricordato all'episcopato italiano in occasione dell'assemblea della Cei del maggio scorso: "una sana laicità dello Stato comporta senza dubbio che le realtà temporali si reggano secondo norme loro proprie, alle quali appartengono però anche quelle istanze etiche che trovano il loro fondamento nell'essenza stessa dell'uomo e pertanto rinviano in ultima analisi al Creatore” (e quindi a chi ne fa le veci…).

 

Ratzinger mira per questa via a restaurare in Italia (e se fosse possibile in Europa) se non un nuovo temporalismo papale in senso stretto quanto meno uno stato tendenzialmente teocratico, simile a quelli confessionali europei dell'età moderna o agli odierni stati islamici retti dalla legge coranica: stati in cui vige l'equazione fra peccato e reato tipica del Medioevo, dove cioè una religione e una Chiesa (in quanto sua legittima interprete) fissano per legge le norme di comportamento cui sono tenuti tutti i cittadini anche non credenti.

Questa aspirazione antidemocratica era già emersa del resto nel curioso modo con cui Ratzinger aveva rivendicato nel dicembre scorso la libertà religiosa, affermando che era subdolamente "ostacolata" dall'agnosticismo e dal relativismo. Dal che deriverebbe, ribatté puntualmente il filosofo Emanuele Severino, "che per garantire la libertà religiosa… si dovrebbe bandire dallo Stato ogni forma di pensiero che si ponga in contrasto con il cristianesimo o con la religione in generale….Un discorso simile auspica - oggettivamente, si badi - uno Stato teocratico o assolutista che bandisce la libertà di pensiero"  ("Corriere della sera", 5 dicembre 2005).

Da un certo punto di vista Ratzinger non fa che continuare in questo modo la politica di Giovanni Paolo II, di cui fu a lungo braccio destro. Occor però dire che il papa polacco, dopo aver lavorato d'intesa con Reagan, in funzione antisovietica, aveva riacquistato con la caduta del muro una certa autonomia e aveva cercato di rilanciare la Chiesa come guida universale emancipata dall'Occidente aprendosi a un dialogo di respiro ecumenico con le altre religioni e con i popoli extraeuropei (benché sempre con intenti "evangelizzatori" e in un'ottica restauratrice). Ratzinger invece pare interessato soprattutto, o prima, a ristabilire un rapporto molto stretto con l'Occidente, a farne propria la razionalità e la "civiltà" (in rifiuto anche dei filoni mistici del cristianesimo o di quelli anticolonialisti) purché purificata e coronata dalla fede.

 

E' questa dunque, anche quando si parla di pacs, di diritti civili o di questioni eticamente sensibili, la vera posta in gioco: la conservazione di uno stato laico o il regresso verso forme di teocrazia.E' quindi grave e allarmante la complicità attiva o il silenzio altrettanto complice di troppi cattolici "progressisti" o "democratici" di fronte a questo disegno e agli appelli contro i pacs o contro l'eutanasia che ne conseguono.

Su tali basi, se cioè a guidarlo saranno una ragione subordinata alla fede e i ministri di quest'ultima, appare inquietante anche il dialogo con il mondo islamico, per i rischi che si trasformi nella ricerca di una intesa fra due teocrazie liete di varare leggi che calpestino in modo per così dire bipartisan i diritti civili.

Walter Peruzzi

 


 

 

Copyright 1993/2003 Guerre&Pace
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Autorizz. Trib. Milano n. 55 del 13/2/1993. Dir. resp. Walter Peruzzi