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articolo della rivista numero 133
Missione in Medio Oriente
di Piero Maestri
La spedizione militare in Libano rappresenta oggi il principale strumento
della politica italiana verso il Medio Oriente. Il dibattito sull’invio dei militari
non può prescindere da un ragionamento sulle ragioni politiche, economiche
e militari delle scelte del governo Prodi
Il ministro degli Esteri Massimo D’Alema può sicuramente rivendicare un grande successo per la sua azione diplomatica degli ultimi mesi: l’Italia è ricomparsa sulla scena internazionale con un ruolo differente da quello scelto da Silvio Berlusconi, che ne aveva fatto un semplice esecutore delle direttive statunitensi.
Probabilmente questo risultato era l’obiettivo principale dell’azione di D’Alema e del governo Prodi, interessato a una forma di “discontinuità” rispetto al governo di centrodestra, riaffermando le scelte fondamentali dell’alleanza occidentale, dall’Afghanistan al Medio Oriente.
Il dibattito sulla scelta di inviare i militari in Libano è ancora molto forte anche nel movimento contro la guerra.
Se pochi si schierano con decisione per un ritiro delle truppe dal Libano, molti invece sottolineano i limiti e le ambiguità di quella missione - in particolare per il disequilibrio a favore di Israele (che tra l’altro continua a violare la risoluzione con azioni dentro il territorio libanese, senza alcuna protesta né tantomeno intervento delle forze Unifil).
Questo dibattito non può prescindere dal tentativo di capire meglio quali siano le ragioni di questo attivismo politico italiano in Medio Oriente diretto all’affermazione di una presenza politica, economica e militare in quell’area. Una presenza che chiede “stabilizzazione” e per questo un raffreddamento dei conflitti. Il cessate il fuoco è certamente stato una benedizione per la popolazione libanese; a questo punto potrebbe esserlo anche per la politica di penetrazione italiana ed europea nell’area.
In qualche modo è un “ritorno” alla politica degli anni Novanta, all’idea sostenuta dai Ds anche nella loro timida fase pacifista che solo una grande area commerciale di libero scambio avrebbe sostenuto la democrazia, la pace e le rivendicazioni di palestinesi e israeliani in Medio Oriente. Solo che il “ritorno” per cui sono stati scomodati, per D’Alema, paragoni con Andreotti e Craxi, si porta dietro il segno di questi anni, quello del conflitto e della sua militarizzazione e il mito della globalizzazione liberatrice dei popoli oppressi che ha animato tanto Prodi e i Ds, quanto Blair e i democratici Usa negli anni Novanta e che oggi ritorna.
LA PRESENZA ITALIANA
L’Italia ha una forte presenza e notevoli interessi in gioco nell’area mediorientale, dal punto di vista politico, economico e militare e la missione in Libano assume un carattere importante per l’affermazione di questi interessi e per delineare il ruolo italiano nelle politiche globali, definendone allo stesso tempo gli strumenti politici e militari.
In primo luogo dobbiamo sottolineare l’importante presenza economica italiana in Libano e Israele.
Per quanto riguarda il Libano, l’Italia risulta essere il primo paese esportatore e, come riporta il “Rapporto paese” del secondo semestre 2005 dell’Istituto nazionale per il commercio estero (Ice), “Malgrado le sue ridotte dimensioni, il Libano assorbe circa l’11% delle totali esportazioni italiane verso i 12 paesi arabi del Medio Oriente e si piazza al 3° posto nella graduatoria dei principali acquirenti di prodotti italiani preceduto da Emirati arabi (31,3%) e Arabia saudita (21,6%)”.
Gli investimenti italiani in Libano non sono invece significativi, per il momento, anche perché quel paese è considerato al massimo livello di rischio, il livello 7, secondo la scala dell’Ice. L’esposizione della Sace (Società italiana di assicurazione dei crediti all'esportazione) risulta essere di circa 35 milioni di euro.
IL PARTNER ISRAELE
In Israele va già meglio per le imprese italiane. L’Italia nel suo complesso risulta il 4° paese esportatore verso Israele e l’8° importatore e la Sace ha un’esposizione di circa 91 milioni di euro.
Israele viene considerato un partner economico importante, a livello medio di rischio per gli investimenti (livello 3) e con una struttura economica pienamente inserita nell’economia occidentale (soprattutto europea) e in piena espansione: il Prodotto interno lordo israeliano è aumentato nel 2005 del 5,2 %. Secondo il Rapporto Ice per Israele questo risultato è dovuto “a diversi fattori tra i quali: il rilancio dell’economia globale, il miglioramento delle performance dell’economia israeliana, una situazione geopolitica relativamente calma” - il che, tra l’altro, la dice lunga su quale sia il giudizio della comunità degli affari nei confronti della guerra di Israele contro i palestinesi: le centinaia o migliaia di morti palestinesi ogni anno, la quasi completa chiusura dei territori palestinesi occupati ecc. sono considerati una “situazione relativamente calma”, cioè non sono di intralcio ai buoni affari con Israele.
In Italia si stanno moltiplicando gli accordi commerciali, scientifici e tecnologici con Israele (tra gli ultimi possiamo ricordare l’Accordo bilaterale di cooperazione industriale e scientifica firmato dalla regione Lazio e quello sul “Biotech” della Provincia di Milano) e diverse sono le imprese italiane impegnate in Israele, così come società israeliane si affacciano sempre più sul mercato italiano (interessante il caso della Telit Communications Spa che nel suo Consiglio di amministrazione vede la presenza anche dell’ex ministro Maurizio Gasparri).
A questo va aggiunto che Israele ha firmato da tempo un accordo di libero scambio con l’Unione europea e che i paesi europei risultano ormai al primo posto sia delle importazioni che delle esportazioni israeliane.
AFFARI CON L’IRAN
Ma la presenza economica italiana nell’area mediorientale e del Golfo Persico va oltre: la Sace ha impegni verso l’Iran per 4,8 miliardi di euro e, come scrive “Finanza e Mercati” del 1-9-2006, “l’Eni è l’unica compagnia petrolifera oltre a TotalFina ad avere accesso a nuove concessioni nel regime degli ayatollah. E società come Snamprogetti e Saipem realizzano raffinerie, oleodotti, metanodotti e petrolchimici in una quindicina di siti”.
Questa forte relazione economica non può essere considerata secondaria quando pensiamo alla diplomazia di Prodi e D’Alema di queste settimane: da una parte la presenza in Libano e dall’altra una politica meno aggressiva verso l’Iran e la richiesta di entrare a far parte nel gruppo di paesi che sta trattando con lo stesso Iran sulla questione nucleare. Una richiesta che si spiega con le parole di Sandro Gozi, parlamentare della Margherita e precedentemente funzionario della Commissione europea con Prodi e poi con Barroso, riportate da “L’Espresso”: “Se siamo seduti al tavolo possiamo difendere con maggiore efficacia gli interessi delle aziende italiane. Le sanzioni non sono mai generalizzate, si decide in quali settori applicarle e se a quel tavolo sono sedute Francia e Germania, secondo e terzo partner commerciale europeo dopo l’Italia, cercheranno di agevolare le loro aziende”.
GLI INTERESSI NAZIONALI
Naturalmente sarebbe un errore ridurre la scelta politica a semplice difesa degli interessi economici, ma questi non sono evidentemente secondari.
È però una concezione più ampia della “difesa degli interessi nazionali” (ricordate il Nuovo modello di difesa?) quella che guida le scelte politiche del governo.
La guerra israeliana contro il Libano, le sue difficoltà e la risoluzione 1701 dell’Onu hanno ridato spazio a una presenza europea in Medio Oriente non semplicemente subalterna alle decisioni dell’amministrazione Bush.
Con la missione in Libano l’Unione europea può sperimentare un suo ruolo di “stabilizzazione” attraverso una presenza politica e militare. Una presenza che rimane nel solco dell’imposizione di “protettorati” e di dinamiche politiche scelte in Occidente ma affidate in minor misura alla semplice forza militare, come hanno invece voluto unilateralmente gli Stati uniti in Iraq e Afghanistan, salvo poi dover passare la patata bollente alla Nato in quest’ultimo caso.
Questa volontà di decidere in Occidente quale debba essere la direzione in cui devono avviarsi i paesi mediorientali, è evidente nelle parole e nello spirito della risoluzione 1701 (che cerca di imporre dinamiche precise alla politica libanese, con gravi rischi rispetto a un equilibrio difficile - anche se non democratico, vista l’esclusione dal parlamento dei partiti non religiosi, come il Pc libanese, e dei palestinesi dalla vita civile e politica) e della politica nei confronti dell’Autorità nazionale palestinese. Significative al proposito le parole di D’Alema di fronte alle Commissioni Esteri e Difesa della camera, quando sottolinea la necessità della “nascita di un governo (palestinese) sulla base di un accordo internazionale”.
Meno diplomatica Olga Mattera, esperta del CeMiSS, che parla di “grossi sforzi (falliti) dell’Ue e degli Stati uniti sulla costruzione di una leadership palestinese, compiuti negli ultimi venti anni”.
CONCETTO STRATEGICO
In tutto questo lo strumento della presenza e dell’interventismo militare a tutto campo continuano a mantenere un ruolo privilegiato di penetrazione e presenza dei paesi europei, così come la guerra globale permanente è lo strumento privilegiato degli Stati uniti.
L’Italia ha scelto da tempo questa strada e i documenti strategici delle forze armate ribadiscono il concetto di aree di “interesse nazionale”, cioè, come si legge nel “Concetto strategico del capo di stato maggiore della Difesa” dell’aprile 2005, “quelle zone geografiche nelle quali e verso le quali è possibile che l’autorità politica decida di intraprendere iniziative, anche di carattere militare, al fine di salvaguardare gli interessi del paese, eventualmente anche nell’ambito delle organizzazioni internazionali di cui fa parte”. in particolare si sottolineano le “aree di ‘interesse strategico’ che, al momento, comprendono il territorio nazionale e le aree contigue, l’area del Trattato atlantico, l’area dell’Unione europea, i Balcani, l’Europa orientale, l’area caucasica, l’Africa settentrionale e il Corno d’Africa, il Vicino e Medio Oriente e il Golfo Persico. Si tratta di aree nelle quali è più probabile che si possa sviluppare un'azione dell’autorità politica mirata a salvaguardare gli interessi vitali e/o strategici del paese”.
INTERVENTISMO E PRESENZA MILITARE
Per fare questo nel corso degli ultimi quindici anni le forze armate hanno subito una trasformazione radicale, sia in direzione professionale e volontaria, sia assumendo una caratteristica offensiva e interventista.
In questa direzione vanno ancora la previsione della costituzione di una “Forza nazionale di proiezione dal mare”, che verrà potenziata con la costruzione della seconda portaerei Cavour e con caccia e fregate che potranno operare attacchi “in profondità di obiettivi terrestri”.
E se le finanze dello stato non permettono di aumentare le spese militari come si vorrebbe, il sottosegretario Forcieri indica quale dovrà essere la strada da percorrere. In un’intervista pubblicata da “L’Espresso” del 28-9-06 il sottosegretario diessino, da sempre molto attento alle esigenze delle forze armate, si dice pronto a “creare uno strumento militare che a regime, entro la fine della legislatura, sia più piccolo e con costi minori. A patto che ci siano garantiti fin dall’inizio i fondi necessari per la realizzazione di questo progetto”. E da dove comincia questo progetto? In particolare dai “programmi internazionali strategici come, per esempio, il caccia Efa (Eurofighter), le fregate Fremm, il nuovo aereo da combattimento Jsf (Joint Strike Fighter)”.
Ricordiamo solamente che per quest’ultimo “programma” (statunitense) l’Italia prevede l’acquisto di un centinaio di velivoli per un costo complessivo di oltre 9,5 miliardi di dollari .
Questo ruolo interventista delle forze armate non significa necessariamente che ovunque e sempre ci saranno interventi militari con funzione di combattimento. Sappiamo da tempo che dietro all’insistenza sul “peacekeeping” si nasconde questo ruolo interventista. Un ruolo che si afferma anche attraverso gli accordi militari e militar-commerciali.
RIAMMODERNARE L’ESERCITO LIBANESE
Se nel caso del “Memorandum d’intesa in materia militare” tra Italia e Israele, approvato dal parlamento italiano nella primavera del 2005, si tratta di un partenariato tra due paesi sullo stesso piano - e i progetti per l’ingresso di Israele nella Nato vanno in questa stessa direzione - l’accordo con il Libano mira a portare definitivamente questo paese nell’orbita occidentale, favorendo la sua acquisizione di materiale bellico italiano ed europeo. È infatti evidente che quando nell’accordo si parla di favorire “l’interscambio dei materiali d’armamento”, questo “interscambio” procederà in direzione univoca, con il Libano nella parte dell’acquirente.
Una partita, quella dell’ammodernamento delle forze armate libanesi, che comincia subito e che entra a pieno titolo nelle previsione della risoluzione 1701. Infatti, come riporta il “Sole 24ore" del 6-9-06, “il ministro della Difesa Elias Murr ha mandato agli ambasciatori dei paesi europei più importanti una lista di armi ed equipaggiamenti necessari per rinnovare le forze armate… i libanesi vogliono comprare 20 elicotteri, un migliaio di mezzi da trasporto, 300 visori notturni, decine di blindati, equipaggiamento per le telecomunicazioni, armi leggere e munizioni… il Libano non ha questo denaro ma sauditi, kuwaitiani e Qatar sono disposti ad accollarsi l’onere finanziario. Il Qatar, tra l’atro, è l’unico paese arabo che contribuirà con 300 soldati alla forza internazionale Unifil”.
Tutto questo, come riporta sempre il “Sole24 ore” del 13-9, “per un totale di circa mezzo miliardo di dollari garantiti dai paesi del Golfo”. Ma soprattutto “il Libano intende comprare da noi la parte più importante di questo arsenale perché l’Italia è la più coinvolta tra gli europei e gli Usa sono impopolari. ‘Ci auguriamo che l’Italia sia alla testa del gruppo di paesi che rinnoveranno l’esercito libanese', conferma Elias Murr. Il ministro Parisi ha garantito che saranno fatti tutti gli sforzi possibili” (garanzie taciute alle Commissioni Esteri e Difesa della Camera).