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articolo della rivista numero 132
Missione in Medio Oriente
Si sono completate in questi giorni le operazioni di invio delle truppe italiane in Libano, per partecipare alla missione militare decisa con la Risoluzione 1701 del Consiglio di sicurezza dell’Onu, i cui meriti e i cui, evidenti, limiti e ambiguità sono chiariti in questo numero dall'articolo di Gilbert Achcar.
Sugli aspetti positivi di questa risoluzione - evidentemente a partire da un cessate il fuoco che permette alla popolazione libanese di non subire più i massicci bombardamenti israeliani e può ridare spazio al confronto politico - insiste anche Rossana Rossanda su “il manifesto” del 30 agosto, rilevando che “l’intervento europeo e dell’Onu, per quanto timido e tardivo, riapre i giochi”. Indubbiamente aver “costretto” Israele e gli Stati uniti a prendere atto dell’impossibilità di conseguire i loro obiettivi attraverso una semplice riproposizione della “guerra permanente”, senza tener conto delle scelte degli alleati, rappresenta una novità che non può essere sottovalutata.
In questo senso appaiono semplicistiche le analisi di chi sostiene che la risoluzione e la missione militare siano inevitabilmente il mezzo attraverso il quale l’Onu e la Ue faranno “il gioco sporco per Israele”, in questo modo chiedendo che il movimento contro la guerra si mobiliti contro questa operazione “imperialistica”.
Allo stesso tempo non condividiamo la scelta di chi ripropone un ruolo “di governo” del movimento, chiedendo di mobilitarsi con la parola d'ordine "Forza Onu" a sostegno della missione militare - magari da “accompagnare” con una presenza civile.
Pensiamo che nostro compito, e del movimento contro la guerra, sia quello di rilevare gli elementi critici e le ragioni di fondo dell’invio dei militari italiani in Libano, provando in questo modo a mettere in campo un’iniziativa che possa davvero sostenere una pace giusta in Medio Oriente.
Ci sembra al proposito particolarmente interessante l’articolo di Daniel Amit su “il manifesto” del 2 settembre, che mette in guardia il pacifismo italiano da un sostegno acritico della missione, insistendo sull’ambiguità del ruolo dell’Onu: “il ruolo concepito dalla massima autorità dell’Onu non è ristabilire un ordine internazionale decente… sembra più logico attribuire all’Onu e al suo segretario generale il ruolo di ‘interprete’ per coloro che sono militarmente più forti”.
Il rischio più grande di questa missione sembra proprio questo: non parte in alcun modo dall’affermazione della necessità di applicare finalmente il diritto internazionale e le risoluzioni dell’Onu in quell’area, richiamando in particolare Israele al rispetto delle norme internazionali.
Il sottosegretario Intini ha parlato di una funzione di “stabilizzazione” della missione militare: ma “stabilizzare” può semplicemente voler dire prendere atto della situazione esistente e difenderla così com’è, e in questo caso vorrebbe dire permettere al governo israeliano di continuare la sua politica di consolidamento dell’occupazione dei territori palestinesi e di rifiuto di un vero “processo di pace” per il Medio Oriente.
Non crediamo sia possibile affrontare la necessità di una “stabilizzazione” dell’area senza affermare con decisione la necessità della nascita dello stato palestinese in Cisgiordania, Gaza e Gerusalemme est.
Ci preoccupa anche il ruolo che l’Europa e l’Italia vogliono riaffermare con questa missione. Se da una parte è positivo che gli Stati uniti e Israele debbano fare un passo indietro e accettare una presenza più “equilibrata”, dall’altro questa operazione a guida europea rilancia con forza l’idea che l’Unione europea debba rappresentare un soggetto forte dal punto di vista politico - e che questo si ottenga in primo luogo attraverso la sua forza militare. Vedere l’eccessivo e probabilmente inutile dispiegamento di navi, portaerei e armi per questa “missione di pace” non ci fa dormire sonni tranquilli, perché rappresenta l’affermazione dell’idea che solo un’Europa armata possa essere la direzione verso la quale far marciare il processo di unificazione europea. Ricordandoci anche che questo non rappresenta in alcun modo un’alternativa alla Nato, ma un suo completamento.
Il movimento contro la guerra deve allora provare ad affermare una sua proposta: che metta al centro il disarmo (a partire dalla cancellazione dell’accordo militare tra Italia e Israele e da un’iniziativa perché il Medio Oriente sia davvero libero dal nucleare) e l’affermazione del diritto internazionale - quindi chiedendo che l’Italia e l’Europa riconoscano la sentenza della Corte dell’Aia contro il Muro dell’apartheid e riprendano le relazioni con le autorità palestinesi, per arrivare davvero alla nascita di uno stato palestinese indipendente.
E intanto il movimento continui a praticare il suo impegno di relazione politica e sociale con le organizzazioni palestinesi, libanesi e israeliane contro l’occupazione - perché è attraverso queste che afferma il suo ruolo globale.
Piero Maestri