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articolo della rivista numero 131

Lobby scatenate. E il movimento?

Sarà che la plurale e risicata maggioranza del governo Prodi ha convinto i “poteri forti” di poter imporre facilmente le loro pretese. Sarà, come scrivono Sansonetti e Sentinelli (“Liberazione”, 21/22 giugno), che “il fattore R”, cioè la presenza dei comunisti nel governo, li innervosisce.

Quale che sia la ragione, preoccupante o consolante per noi, sta il fatto che a governo non ancora “iniziato”, i vari Pirani, Serra, Panebianco, Della Loggia, hanno scatenato dalle colonne del “Corriere” e di “Repubblica” un attacco furibondo contro la “sinistra radicale” per costringere Prodi ad accogliere senza batter ciglio i diktat dei “riformisti” dell'Unione e delle loro lobby (clericali, militari, confindustriali) di riferimento.

 

MONTEZEMOLO A BRUTTO MUSO

La prima a scendere in campo è stata la Confindustria, ossia la lobby più trasparente e legittima, essendo un'associazione che agisce apertamente a tutela dei propri privati interessi. Montezemolo ha chiesto al già abbastanza confindustriale Padoa-Schioppa “scelte coraggiose” (leggi: dirette a colpire gli interessi di molti per garantire gli utili e gli “investimentI” di pochi).

Così, anche se la partita al momento non può dirsi conclusa, il governo Prodi si è mostrato disposto a lasciare sul campo pezzi di programma, a mettere in parentesi l'equità per dare spazio al “rigore”, a praticare nei fatti la politica dei due tempi negata a parole, ad assicurare il taglio del cuneo fiscale per le imprese senza indicare quanto e se, come da programma, andrà ai lavoratori, ad abbandonare l'idea di “superare” la legge 30 che precarizza il lavoro. Per non dire delle pensioni…

 

DI PAOLA IN ARMI

Quasi nello stesso tempo le critiche alla parata militare del 2 giugno, e la preoccupante ostilità della sinistra pacifista verso una destra che gongola e si inorgoglisce per ogni bara di ritorno dall'Iraq o dall'Afghanistan, hanno spinto un oscuro parlamentare dipietrista, affamato di patria e di poltrone, ad accaparrarsi coi voti della destra la Presidenza della Commissione Difesa del Senato togliendola alla pacifista ed ex partigiana Lidia Menapace.

Né è stato difficile leggere sottotraccia, dietro questo colpo di mano, la mobilitazione della lobby militare, segnatamente del generale Di Paola, compagno di merende del neoministro della guerra Arturo Parisi. Inutile dire che la mobilitazione dei militari aveva anche altra funzione, oltre a quella di bloccare una presidenza sgradita, e cioè quella di creare un clima che rendesse più facile affrontare in ottica militare i problemi dell'Iraq e dell'Afghanistan, su cui torneremo.

 

RATZINGER ALLA NONA CROCIATA

Difendere la “vita” dell'embrione, impedire nei paesi cattolici del terzo mondo la diffusione dei preservativi, spingendo così milioni di persone a prendersi l'aids e a crepare, discriminare chi non è etero o, pur essendolo, non adotta la morale matrimoniale di santa madre chiesa: questa la crociata che Ratzinger e Ruini hanno rilanciato dopo le elezioni.

Questo attacco, come cercheremo di approfondire in un prossimo articolo, ha come posta in gioco la laicità dello stato; si inquadra cioè nel tentativo di restaurare in Italia una sorta di temporalismo papale, trasformando lo stato italiano in uno stato etico la cui vita pubblica sia regolata dalla morale cattolica e dove diventi reato quanto è peccato per il Vaticano.

Nonostante la sua gravità questo disegno ha trovato il sostegno di una lobby bipartisan cui il governo ha parzialmente resistito per quanto riguarda la ricerca sulle staminali, togliendo il veto dell'Italia in Europa e mantenendolo nel nostro paese, ma lasciando sul campo un altro pezzo di programma, quello relativo ai Pacs. La dichiarata intenzione della ministra Pollastrini di arrivare a una legge umana che regoli le coppie di fatto, etero o gay, è stata infatti stigmatizzata da Prodi come “opinione personale” estranea al programma dell'Unione.

Si tratta di una menzogna poiché il programma recita “L'Unione proporrà il riconoscimento giuridico di diritti, prerogative e facoltà alle persone che fanno parte delle unioni di fatto” senza riguardo al “genere dei conviventi né al loro orientamento sessuale” che è precisamente la legge “umana” proposta dalla Pollastrini ma oggi negata da Prodi per compiacere il Vaticano.

Per incidens vale la pena di rimarcare che anche in questa occasione cattolici progressisti come Ciotti, Zanotelli e Dall'Olio, che si sono mobilitati per sollecitare il ritiro dai teatri di guerra, sono stati singolarmente silenziosi nella difesa dei diritti umani offesi in Italia da Ratzniger e soci.

 

ANCHE SENZA LOBBY

Per far scricchiolare il programma dell'Unione in fatto di immigrazione, invece, non ha dovuto mobilitarsi nessuna lobby, come ben chiarisce l'articolo di Moreno Biagioni in questo stesso numero. Sono bastati i mugolii di Calderoli e Magdi Allan di fronte alle proposte sensate di regolarizzazione fatte dal ministro Ferrero, o all'idea “eversiva” di dare la cittadinanza ai figli di immigrati nati in Italia, per suscitare precisazioni e frenate, per assicurare un aggiramento indolore della Bossi-Fini, garantire l'affidamento al ministero dell'Interno del problema dell'immigrazione e salvaguardare i Cpt come strumento di “identificazione” (con tanti saluti alprogramma del’Unione che prevede “il superamento dei Centri di permanenza temporanea”).

 

RITIRO DALL'IRAQ E NODO AFGHANO

Dunque l'unico punto programmatico non deluso o eluso sembrerebbe il ritiro dall'Iraq, oggetto di forti mobilitazioni (e insostenibili perdite umane) che avevano finito per imporlo anche all'agenda del vecchio governo Berlusconi.

Ma anche tale ritiro è stato dichiarato solo dopo vari contorcimenti volti a mantenere in Iraq “mille militari” a protezione di una fumosa missione civile; è stato subordinato non solo al colloquio con il governo iracheno (previsto dal programma) ma anche a quello con gli alleati (Usa-GB) ed è stato rinviato a fine ottobre per Parisi o a fine autunno (21 dicembre?) per D'Alema, esponendo a ulteriori rischi lo stesso contingente italiano per “non irritare” gli Usa (e la lobby militare).

Ma, soprattutto, al ritiro dall'Iraq si è associata, fino ad assumere il sapore di uno “scambio”, la richiesta Nato (accolta da Parisi) di rafforzare il nostro contingente in Afghanistan.

Paradossalmente, pur non essendo il ritiro italiano dall'Afghanistan nel programma dell'Unione, diversamente dalla manovra economica o dalla legge 30, dai Pacs o dai Cpt, è proprio questo il tema che potrebbe provocare nell'immediato una crisi di governo non soltanto per l'urgenza di decidere entro giugno il rifinanziamento delle missioni, ma per il sempre più evidente e accelerato mutamento della missione afghana (a differenza, poniamo, di quella nel Kosovo), in vera e propria guerra (come ben chiarisce in questo stesso numero l'articolo di Piero Maestri), nel quadro di un restaurato multilateralismo Nato che oggi appare conveniente a Bush sia per far fronte alle difficoltà in Iraq e presso la sua opinione pubblica, sia per sfruttare le difficoltà di un'Ue paralizzata e sempre meno in grado di politiche autonome.

 

UN METODO IRRINUNCIABILE: IL CONFRONTO

Così, a poco più di un mese dall'insediamento, il governo Prodi si trova già a rischio di crisi per aver eluso pezzi del suo programma o non averne saputo aggiornare altri. E se farsi omologare soggiacendo al ricatto della crisi è un rischio reale per la sinistra radicale, anche dare per conclusa l'esperienza rovesciando il tavolo sarebbe un modo di confessare il proprio fallimento.

In questa situazione ci sembra di poter avanzare tre considerazioni. La prima riguarda il metodo del confronto all'interno dell'Unione.

è irresponsabile e suicida il tentativo di “tirare diritto” sul caso afghano facendo approvare in un unico pacchetto tutte le missioni, come intendono fare D'Alema e Parisi, complice Prodi, anziché affrontare “con votazione separata ogni singola missione”, come prevedeva il programma stesso dell'Unione proprio per poter valutare caso per caso quando e fino a quando una missione militare sia compatibile con una Costituzione che ripudia la guerra. Solo aprendo un confronto chiaro sulla missione afghana e su quel che sta diventando sarà possibile tentare di arrivare “a una soluzione condivisa” (Menapace), o “a una mediazione avanzata” (Russo Spena).

E tale criterio deve essere fatto valere tanto più per quei punti del programma che Amato o Padoa-Schioppa, Rutelli o Binetti, complici i media “riformisti”, cercano di cancellare. Continuare su questa strada, illudendosi di risarcire Rifondazione con la “terza carica dello stato”, porta diritto allo sfascio prima ancora che alla crisi di governo.

 

MOVIMENTO E ISTITUZIONI

Un'altra considerazione riguarda il rapporto, che sembra oggi confondersi, fra deputati pacifisti e movimento pacifista. Il programma dell'Unione non vincola il movimento. Il movimento non chiede solo il ritiro dall'iraq e dall'Afghanistan, ma anche il ritiro dal Kosovo, l'uscita dalla Nato o, in altri campi e in alcuni suoi settori, i matrimoni gay. Le rivendicazione dei movimenti vanno portate avanti in piena autonomia, pur dandosi priorità che derivano da una analisi politica, senza reverenziali rispetti per il manovratore.

Ma anche i deputati della sinistra sono autonomi dal programma del movimento, liberi di rifiutarlo o assumerne solo le parti che ritengono compatibili con il quadro politico in cui operano. Non ogni richiesta del movimento deve tradursi in voto di sfiducia contro il governo se non è accolta. Non esistono automatismi, ma valutazioni e scelte di cui ogni soggetto risponde.

 

IL MOVIMENTO CHE NON C'E'

Da ultimo, ma è la questione più importante, non si può illudersi, come sembra stia avvenendo, che d'ora in poi le istanze del movimento saranno rappresentate dai deputati di sinistra. Per quanto dialettico, il rapporto movimento-istituzioni ha un capo e una coda: sono la mobilitazione dal basso, le manifestazioni di piazza di cui oggi non c'è neppure l'ombra, che mettono in grado o costringono i deputati a “raccogliere” le indicazioni e a tradurle in soluzioni avanzate o in minacce credibili di “crisi”. Non viceversa.

Se il governo prima ancora di prendere l'abbrivio sta già andando a destra è anche perché allo scatenamento delle lobby reazionarie ha corrisposto finora un totale silenzio dei movimenti. Non sarebbe il caso di darci, per restare in tema, una mossa?

Walter Peruzzi

 


 

 

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