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articolo della rivista numero 131
Una “nuova liberazione” di Baghdad
di Ornella Sangiovanni
La strategia Usa sembra adesso oscillare fra trattative con la resistenza e progetti di una “nuova liberazione” di Baghdad. Unico punto fermo è la ferrea tutela che gli occupanti seguitano a esercitare anche sul nuovo governo iracheno
L’insediamento del nuovo governo iracheno, guidato dal Primo Ministro Nuri al Maliki, ha mostrato ancora una volta, se ce ne fosse stato bisogno, quanto sia forte l’influenza Usa in Iraq.
Le forti pressioni esercitate (con successo) da Washington - attraverso il suo iperattivo ambasciatore a Baghdad, Zalmay Khalilzad, e le visite del Segretario di Stato Condoleeza Rice e di quello alla Difesa Donald Rumsfeld nella capitale irachena - per sostituire il candidato originario al posto di Primo Ministro, il premier uscente Ibrahim Ja’afari, sono continuate perché venisse assolutamente rispettata la scadenza del 22 maggio prevista dalla costituzione, anche a costo di nominare un governo incompleto.
UN GOVERNO VOLUTO DAGLI USA
E così è stato, perché le forze politiche irachene che partecipano al cosiddetto “governo di unità nazionale”, fortemente voluto dagli Usa come via per uscire dalla crisi in cui si trova il paese, non sono riuscite a trovare un accordo sugli incarichi di maggiore importanza nella situazione attuale dell’Iraq: quelli con competenze sulla sicurezza - interni, difesa, e sicurezza nazionale (quest’ultimo, un ministero senza portafoglio).
La scelta di Maliki è stata quindi quella di arrivare in Parlamento affidando questi incarichi a interim, tenendo per sé quello degli interni, e dando gli altri ai suoi due vice (rispettivamente un kurdo e un sunnita), promettendo di nominarne quanto prima i titolari.
La difficoltà nel riempire questi posti è il risultato di altre - pesanti - pressioni esercitate da Washington sulla formazione del nuovo esecutivo iracheno. Pressioni che ormai non sono più un mistero, e anzi vengono apertamente ammesse. Basta leggere la stampa Usa mainstream, a cominciare da una delle sue voci più autorevoli - il “New York Times”.
MALIKI, UN PREMIER SOTTO TUTELA
John Burns, responsabile dell’ufficio di Baghdad del quotidiano americano, e reporter notoriamente ben introdotto negli ambienti dell’ambasciata Usa, dove dispone di fonti “informate”, parla esplicitamente del ruolo energico giocato dai “funzionari americani” nell’esame delle candidature e nelle trattative per il nuovo esecutivo iracheno. Più avanti, in modo ancora più esplicito, descrive il ruolo giocato dall’ambasciatore Zalmay Khalilzad durante i negoziati per il governo come quello di una “instancabile levatrice”. Khalizad, scrive Burns, ha “lavorato a stretto contatto con Maliki, il nuovo Primo Ministro, nel riesaminare i candidati per i ministeri cruciali, facendo la navetta fra i leader dei partiti iracheni rivali nello sforzo di far loro accettare la visione americana di un governo di unità nazionale”. Ma poi osserva che quanto ci sia riuscito rimane in dubbio, dato che il mancato accordo fra i leader delle varie forze politiche su interni, difesa, e sicurezza nazionale è stato “un colpo imbarazzante”
Si direbbe dunque che Maliki sia un premier “sotto tutela”, almeno per quanto riguarda le intenzioni di Washington. Sempre secondo Burns, per settimane, prima dell’annuncio del nuovo esecutivo, “funzionari americani” avrebbero aiutato il Primo Ministro incaricato a scegliere lo staff per il suo ufficio - una informazione anticipata, a fine aprile, ancora dal “New York Times”, che scriveva che Condoleeza Rice aveva assegnato uno dei suoi principali collaboratori a lavorare con Maliki per mettere su il suo ufficio, oltre ad avere ordinato un rafforzamento della squadra politica dell’ambasciatore Khalilzad.
LA “MANO TESA” AI SUNNITI
E non basta. Fra le informazioni che ci fornisce Burns, c’è quella secondo cui “negli ultimi mesi, sono stati fatti nuovi sforzi per assegnare consiglieri Usa ai principali ministeri, e i comandanti statunitensi hanno esaminato con attenzione le loro fila in cerca di ufficiali con le competenze adeguate, distaccandoli nei ministeri”.
Per quanto riguarda i ministeri di interni, difesa, e sicurezza nazionale, le pressioni Usa - esercitate in prima persona, e con mano pesante, da Khalilzad - sono tese ad assicurare che questi incarichi vengano affidati a personalità “indipendenti”, che non appartengano ad alcun partito, ma soprattutto che non abbiano legami di nessun tipo con milizie armate - milizie delle quali gli Usa vorrebbero lo scioglimento.
Questa offensiva politico-diplomatica tardiva contro le milizie, un fenomeno per lungo tempo tollerato o comunque trascurato dagli Usa, è parte di un vero e proprio “programma di mano tesa ai sunniti”, come alcuni lo hanno definito. Una linea che Washington sta portando avanti ormai apertamente, ma il cui inizio risale al periodo successivo alle prime elezioni irachene del gennaio 2005, che hanno portato al potere le forze politiche sciite di orientamento religioso (alcune delle quali legate all’Iran), riunite nella Alleanza degli iracheni uniti, la coalizione formata sotto gli auspici del Grande Ayatollah Ali al Sistani, il più influente leader religioso sciita in Iraq.
In che cosa consiste? è presto detto. Convinti ormai che non esista una soluzione militare al conflitto in Iraq, di fronte a una resistenza, in gran parte a guida sunnita (anche se non solo), che non accenna a diminuire in intensità e in capacità di attacco, da un lato, e alla crescente influenza dell’Iran dall’altro, gli Usa hanno deciso di trattare con le forze politiche sunnite - una sorta di vera e propria pacificazione - ma anche con gruppi della resistenza armata, nella speranza di arrivare a un accordo.
I CONTATTI CON I GRUPPI ARMATI
I contatti con i gruppi armati, o almeno con una parte di essi, da tempo non sono più un mistero. Sono stati rivelati a più riprese, e ammessi pubblicamente dallo stesso ambasciatore Khalilzad, secondo il quale le trattative riguarderebbero tutti i gruppi che hanno a cuore il bene dell’Iraq, a eccezione dei “saddamisti” e del gruppo jihadista Al Qaeda in Mesopotamia, guidato da Abu Musab al Zarqawi.
Agli inizi di maggio, sul quotidiano panarabo pubblicato a Londra “Al Sharq al Awsat” è uscita una intervista con il leader di uno di questi gruppi, secondo il quale ci sarebbero stati sette incontri fra l’ambasciatore Khalilzad e i rappresentanti di 10 fazioni armate sul ritiro dall’Iraq, dal 16 gennaio all’aprile di quest’anno. Colloqui, precisa la fonte, che hanno avuto luogo durante un periodo di tregua dichiarata, ma che si sarebbero poi interrotti, dando luogo alla ripresa delle azioni militari, proprio a causa del disappunto sulla formazione del nuovo governo.
Quanto alla pacificazione nei confronti delle forze politiche sunnite, più o meno collegate ai gruppi della resistenza, esso si concretizza in primo luogo nel tentativo di epurare le forze di sicurezza irachene, e in particolare la polizia e i corpi speciali, abbondantemente infiltrati da milizie confessionali (in massima parte sciite) e accusati di gravi atrocità nei confronti della popolazione sunnita, spesso con la copertura del ministero degli interni, fino a poco tempo fa guidato dallo sciita Bayan Jabr, esponente di spicco del Consiglio supremo per la rivoluzione islamica in Iraq (Sciri). La sua rimozione dall’incarico è stata una delle priorità degli Usa – coronata, in questo caso, da successo. Jabr è rimasto nel nuovo governo Maliki, ma trasferito al ministero delle finanze.
Confrontati a una resistenza che non mostra segni di indebolirsi e a una crescente influenza (nonché azione destabilizzatrice) da parte dell’Iran, gli Usa sembrano decisi a forgiare nuove alleanze, dopo i risultati più che deludenti riportati nelle elezioni del 15 dicembre scorso dalla formazione politica su cui avevano puntato: la Lista nazionale irachena, coalizione di forze nazionaliste e non confessionali guidate dall’ex premier (ed ex agente della Cia) Iyad Allawi.
Quest’ultima, d’altra parte, è entrata con riluttanza nel nuovo governo, nel quale ha avuto cinque posti di ministro - una quota sproporzionata alla sua forza parlamentare, che è di soli 25 deputati. “Non è un governo di unità nazionale”, ha dichiarato il suo portavoce Izzat al Shabandar al quotidiano panarabo “Al Sharq al Awsat”, ma di sciiti, sunniti o kurdi.
CRESCE IL MALCONTENTO CONTRO GLI OCCUPANTI
Nel frattempo, in tutto l’Iraq cresce il malcontento della popolazione sciita nei confronti della presenza Usa - che un tempo era vista con tolleranza se non con favore. Malcontento che si è trasformato in aperta ostilità nei confronti dell’ambasciatore Khalilzad, accusato di essersi schierato dalla parte dei sunniti.
Dopo l’attentato del 22 febbraio scorso contro la moschea Askariya di Samarra, uno dei luoghi più sacri per l’Islam sciita, si sono moltiplicati gli inviti alle dimissioni di Khalilzad, quando non addirittura alla sua cacciata dall’Iraq, da parte dei leader sciiti, fra i quali Muqtada al Sadr, e il leader spirituale di al Fadhila (altro partito sciita di ispirazione “sadrista”), l’Ayatollah Muhammed Ya’kubi.
Al Fadhila, che fa parte della Alleanza degli iracheni uniti, si è ritirata dalle trattative per il governo (decidendo di non parteciparvi), proprio per protesta contro quelle che ha definito ingerenze eccessive da parte Usa.
E di recente inviti alle dimissioni di Khalilzad si sono sentiti in occasione di alcune manifestazioni nella città santa (sciita) di Karbala. Qui un reporter del “Los Angeles Times” - Borzou Daragahi - riferiva in un suo reportage degli inizi di maggio di aver visto uno striscione appeso alla recinzione che circonda i due mausolei degli imam Hussein e Abbas (fra i martiri più venerati dell’Islam sciita), con su scritto “L’ambasciatore americano è la porta attraverso la quale il terrorismo entra in Iraq”. Un altro, appeso a un edificio governativo, diceva che le mani di Khalilzad, e quelle dei suoi “vice” sunniti, erano sporche del sangue degli sciiti iracheni.
Questo mentre la situazione a Bassora si fa sempre più grave, e cresce di giorno in giorno il risentimento verso le truppe britanniche, che controllano la provincia, e di cui un tempo veniva lodato (sui media occidentali), l’approccio “diverso” rispetto a quelle Usa. Come hanno mostrato i recenti - gravi - tumulti, scoppiati in seguito all’abbattimento di un elicottero militare, poi caduto su un gruppo di edifici, nei quali sono rimasti uccisi cinque soldati britannici. è solo l’ultimo di una serie di episodi di ostilità che si susseguono dal settembre scorso, e ai quali da Londra si guarda con molta preoccupazione.
UNA “NUOVA LIBERAZIONE” DI BAGHDAD?
Una questione decisiva è tuttavia riprendere il controllo della capitale, Baghdad. A metà aprile un articolo pubblicato sul londinese “Sunday Times” parlava di un piano Usa per una “nuova liberazione” di Baghdad, da mettere in atto assieme all’esercito iracheno, una volta installato un nuovo governo.
Secondo il giornale britannico, piani strategici e tattici starebbero venendo approntati da parte dei comandanti Usa in Iraq e alla base dell’esercito Usa di Fort Leavenworth, in Kansas, sotto il Generale David Petraeus, che in precedenza aveva avuto la responsabilità di addestrare il nuovo esercito iracheno. Quest’ultimo, secondo fonti vicine al Pentagono, dovrebbe assumere la guida dell’operazione, appoggiato da aviazione, forze speciali, intelligence, ufficiali inseriti all’interno delle unità irachene, e truppe di appoggio statunitensi.
L’attacco di terra verrebbe probabilmente integrato da elicotteri adatti alla guerra urbana, come il versatile AH-6 Little Bird utilizzato dai marine e dalle forze speciali, e armato di lanciarazzi e mitragliatrici.
Secondo fonti della difesa, gli Usa potrebbero incrementare le loro forze con aerei AC-130 e F-16. Ma è molto più probabile, si legge nell’articolo, che il supporto aereo ravvicinato venga fornito da elicotteri Cobra e Little Bird per ridurre al minimo le vittime.
Per il periodo, si parla della fine dell’estate, in modo da dare al nuovo governo iracheno il tempo di insediarsi.
QUALE STRATEGIA USA?
Fra trattative con la resistenza, e “nuova liberazione” di Baghdad, quale strategia stanno realmente perseguendo gli Usa (ammesso e concesso che di strategia si tratti)?
Il generale Peter Chiarelli, numero due delle forze armate Usa in Iraq, che ha assunto il comando delle forze della coalizione in gennaio, ha messo di recente le mani avanti, dicendo di aspettarsi un forte aumento della violenza nei primi mesi dopo l’insediamento del nuovo governo.
“Niente di ciò [che facciamo] lo definirei peacekeeping”, ha detto in una intervista pubblicata dal “Los Angeles Times” il 30 aprile. “Siamo in una battaglia”.
Quanto al nuovo Primo Ministro, Nuri al Maliki, in attesa di trovare figure accettabili per i ministeri di interni, difesa, e sicurezza nazionale, ha promesso, nella prima conferenza stampa dopo il voto di fiducia al suo governo, i “massimi livelli di forza contro i terroristi e i killer”, e ha esposto piani per creare “una forza speciale di sicurezza” composta da soldati e ufficiali di polizia, per ripristinare l’ordine a Baghdad.
“Una promessa”, scrive il sempre ben informato John Burns sul “New York Times”, “che ha origine da un accordo nelle ultime settimane con i comandanti americani, che hanno fatto una priorità dello stroncare la violenza da parte dei ribelli e delle milizie confessionali nella capitale”.