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articolo della rivista numero 128
Congedo a metà dal berlusconismo
Berlusconi e i suoi, un po' come gli sciocchi di cui parla Mao, hanno sollevato una pietra per lasciarsela cadere sui piedi, ossia sono rimasti presi alla fine nelle due tagliole - la legge-truffa e il voto degli italiani all'estero - che avevano accuratamente predisposto contro i loro rivali.
La vittoria sia pur risicata dell'Unione dovrebbe bastare a stoppare l'ipotesi da incubo di un nuovo governo Berlusconi ma non basta certo a far sparire dalla scena politica questo personaggio e ad archiviare definitivamente il berlusconismo, con tutti i miasmi e i pericoli di regressione politica che esso comporta. Era d'altra parte ingenuo illudersi di guarire in modo rapido e “normale” da un'infezione entrata ormai nel sangue degli italiani.
Un sintomo di quanto tale infezione sia diffusa è in primo luogo l'enorme quantità di consensi raccolti da Berlusconi dopo cinque anni di governo a dir poco disastroso, ma anche la congerie di assurdità e di volgarità cui hanno potuto abbandonarsi in campagna elettorale, senza suscitare imbarazzo e sdegno, non solo i soliti Calderoli e Borghezio ma i Casini, i Giovanardi e Berlusconi in primis, ora condannando la "pretesa" di equiparare il figlio dell'operaio a quello del professionista, ora celebrando la convenienza bottegaia come unica ragione legittima del voto, ora lisciando il pelo agli istinti animali e ai gretti interessi del ceto medio più reazionario, ora definendo omicidio e nazismo l'eutanasia proprio mentre sdoganavano i nazisti veri (“a differenza di solo venti anni fa”, ha rilevato Rossanda sul “manifesto” dell'11 aprile 2006, "su cento italiani che incontri per strada, in autobus e in treno, quarantotto votano una destra illimitata che non si dà confini neanche nei confronti del fascismo" come "non accade in nessun paese europeo").
Non era credibile che di tali veleni, introiettati per dodici anni senza che neppure a sinistra si riuscisse a produrre robusti anticorpi, fosse possibile liberarsi in un tranquillo week end elettorale. Così la fine del berlusconismo si è consumata solo a metà, mentre grazie all'esiguità numerica della vittoria di Prodi e alle molte debolezze politiche della sua compagine, Berlusconi-Zelig può ancora cercare di rilanciare se stesso trasmutandosi volta a volta nel fine orditore di una grande coalizione "per il bene del paese" o nella figura a lui più congeniale del Caimano, che inquina con calcolate menzogne su pretesi brogli la vita democratica. Progetti concorrenti entrambi al Grande Centro, fra moderati delle due sponde, Cavaliere escluso, cui lavorano Follini e (sottotraccia) Mastella (per non dire di Rutelli).
Il rischio fin troppo evidente è che una coalizione composita e in cui alcune componenti hanno già posizioni ambigue sui grandi temi della precarietà, della pace, dei CPT, della laicità e dei PACS, si lasci ridurre all'impotenza dalle torbide minaccie della destra, diventando ostaggio delle forze clericali, moderate, confindustriali interne-esterne all'Unione e di chi vorrebbe tornare a duettare con Berlusconi come ai tempi della bicamerale. In questo caso, indipendentemente dalla forma che prendesse nell'immediato o nel breve volger di mesi il governo (un gracile governo unionista che disattende gli impegni o, magari poco dopo, un grande centro o una grossa coalizione che programmaticamente li accantona) si entrerebbe in una stagione vischiosa di immiserimento economico, d'imputridimento sociale, di aggravamento della precarietà per i giovani, di vanificazione delle politiche di accoglienza e asilo per gli immigrati, di adesione alle vecchie politiche guerrafondaie e clericofamigliari: una via d'uscita in realtà solo apparente dal berlusconismo, al cui termine ci attenderebbe un voto che rimette in sella il Caimano, alla guida di un paese sempre più allo sbando, sempre più infetto.
Evitarlo è possibile solo a patto che il centro-sinistra, come scrive anche Polo sul "manifesto" del 12 aprile, segni una discontinuità forte rispetto al vecchio regime berlusconiano operando "uno scarto" rispetto alle sue politiche. L'unica possibilità, pur difficile, che una stagione diversa si apra, e che il congedo dal berlusconismo diventi definitivo, è che si torni alla politica soprattutto da parte di quella sinistra radicale (rafforzata dalle elezioni) e di quei movimenti cui tocca raddoppiare l'iniziativa per costringere da subito il governo Prodi a rispettare gli impegni più qualificanti in tema di lavoro, di pace (compreso l'immediato ritiro dall'Iraq), di immigrazione, di laicità, di legalità, senza lasciare spazio a "larghe intese", sordidi tentativi di deligittimazione o pavide ritirate.
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