ARCHIVIO
articolo della rivista numero 128
Pacifismo alla francese
di Chiara Carratù
In Costa d’Avorio non si stanno scontrando solo ivoriani divisi da interessi diversi, ma anche due potenze imperialiste, Francia e Usa, in conflitto per il controllo delle risorse economiche e strategiche
È dal 1999 che in Costa d’Avorio si sta combattendo una sanguinosa guerra fatta di golpe, stragi, ribellioni, repressioni, inutili tentativi di pace e migliaia di morti e sfollati. In occidente l’eco di questo sanguinoso conflitto giunge solo quando si verificano fatti clamorosi che possano coinvolgere cittadini europei lì residenti per diverse ragioni.
Attualmente la Costa D’Avorio è un paese diviso in due: la parte nord è in mano ai ribelli delle Forces Nouvelles che hanno la loro roccaforte nella città di Bouaké, mentre la parte sud, comprese le due capitali Yamoussoukro e Abidjan, è controllata dalle truppe ivoriane e dalle milizie ultranazionaliste Jeunes Patriotes vicine all’attuale presidente Laurent Gbagbo. Al centro, a mo’di cuscinetto tra i ribelli e i lealisti, si trova una forza di interposizione formata da circa seimila Caschi blu dell’Onu, quattromila soldati francesi facenti capo all’operazione Licorne e mille peacekeepers africani inviati (al maggio 2005) dall’Ecowas/Cedeao (Comunità economica degli stati dell’ovest) e la data a cui tutti guardano è il 30 ottobre 2005, giorno in cui si dovrebbero tenere le elezioni presidenziali.
Per comprendere perché si è arrivati a questo punto bisogna spingersi un po’ indietro nel tempo, analizzare il periodo post-indipendenza della Costa D’Avorio e conoscere i diversi attori che calcano la scena di questo teatro di guerra e gli interessi (non pochi) che li spingono a “recitare” quella parte.
DALL’INDIPENDENZA…
Questo paese africano, ex colonia francese con vista sul Golfo di Guinea, conquistò l’indipendenza il 7 agosto 1960 e il 27 novembre dello stesso anno venne eletto presidente Felix Houphouet-Boigny, ex sindacalista che nel dopoguerra aveva reclamato per gli ivoriani i medesimi diritti dei francesi, ma soprattutto ex ministro del governo francese che all’alba dell’indipendenza aveva deciso di allearsi con settori imprenditoriali francesi in vista dei sostanziosi finanziamenti promessi agli imprenditori agricoli, categoria della quale egli stesso faceva parte.
Boigny ha governato col pugno di ferro: la stampa era controllata ed esisteva un solo partito politico. Si è aperto al multipartitismo solo agli inizi degli anni Novanta, in seguito a imponenti manifestazioni scoppiate in risposta a una grave crisi nel settore del cacao. È stato al potere fino alla sua morte, avvenuta nel 1993, ottenendo ben sette mandati consecutivi. Durante quel periodo fu praticamente il “luogotenente” degli interessi francesi. L’invidiabile sviluppo economico ottenuto allora dallo stato ivoriano è stato frutto di una deforestazione sistematica, praticata per favorire il commercio del legname e la coltivazione del cacao, attività appannaggio dei francesi, ovviamente.
Boigny non aveva designato un successore e questo fece sì che alla sua morte si aprisse un’aspra lotta per il potere, fatta soprattutto di colpi di stato: nel 1999 il generale Guei si autoproclamò presidente a scapito di Bedié, salito al potere dopo la morte di Boigny, e, spinto da scioperi di massa e manifestazioni, fu persuaso a indire le elezioni che nell’ottobre del 2000 portarono al potere Gbagbo, con il 59,4% dei voti, secondo il sito della Cia.
… ALLA CRISI ATTUALE
Il 19 settembre 2002 segna l’inizio della crisi attuale: un gruppo di militari tenta un colpo di stato ai danni di Gbagbo, in visita ufficiale in Italia. Il golpe fallisce e il paese è diviso in due. L’intervento di una forza di interposizione francese (senza nessun avallo da parte dell’Onu), che impedisce il contatto tra ribelli ed esercito ivoriano, fa precipitare la situazione. Per tentare di superare la crisi, a seguito degli accordi di pace di Linas-Marcoussis del gennaio 2003, Gbagbo forma un governo di unità nazionale imponendo il cessate il fuoco, che ha retto fino al 6 novembre 2004 quando le truppe del Fanci (forze armate nazionali), conducendo un attacco ai ribelli, colpiscono alcune postazioni francesi, uccidendo 9 soldati. La risposta francese non si fa attendere e Chirac stesso ordina la distruzione dell’aviazione ivoriana.
Da questo momento la guerra cambia volto: non è più tra esercito e ribelli ma tra ivoriani e francesi. Il paese precipita nel caos, si diffonde la voce di una possibile destabilizzazione del governo da parte della Francia, migliaia di persone scendono in piazza per manifestare e difendere il presidente, ma i soldati francesi sparano sulla folla: ancora oggi non è stata fatta chiarezza su quanto realmente successe in quei giorni, incerto è anche il numero dei manifestanti caduti sotto i colpi francesi.
Gli ivoriani hanno accusato i francesi di essere stati complici di un furto di 120.000 dollari in una delle sedi della Bceao (Banca centrale degli stati dell’Africa dell’Ovest), di aver fornito armi ai ribelli e di aver tramato contro Gbagbo, colpevole di volere un cambiamento di rotta nella politica economica del paese. È a questo punto che si è bloccata ogni trattativa, compreso il tentativo di applicazione degli accordi di Linas-Marcoussis; a nulla, infatti, sono servite le risoluzioni dell’Onu, che impongono alle parti il disarmo e il rispetto degli accordi, e le mediazioni di Thabo Mbeki, presidente del Sudafrica e dell’Unione africana, e sono stati molti i momenti di tensione, tanto che le ultime dichiarazioni di Kofi Annan fanno presumere un rinvio della competizione elettorale del 30 ottobre, almeno fino a quando il paese non sarà stabilizzato.
ACCORDI DI LINAS-MARCOUSSIS E INTERESSI DELLA FRANCIA
Gli accordi di Linas-Marcoussis prevedono la costituzione di un governo di unità nazionale per superare la crisi, una suddivisione del potere con le forze ribelli, a cui dovrebbero andare i posti di ministro della Difesa e di ministro dell’Interno, e il superamento della questione di eleggibilità espressa nell’art.35 della costituzione ivoriana secondo il quale non può essere eletto presidente chi non sia nato da padre e madre ivoriana. Se questo articolo resta in vigore Ouattara, leader del partito d'opposizione Rdr (Riunione dei repubblicani) e pupillo dei francesi, non potrà prendere parte alla corsa elettorale programmata per il 30 ottobre. Intorno a questo articolo ruotano tutti gli interessi della Francia: un presidente “imposto” direttamente da Parigi non metterebbe in pericolo i numerosi interessi francesi nell’area, come farebbe, invece, Gbagbo che, reclamando per il suo paese più indipendenza dalla Francia, sarebbe ben disposto a dare agli Usa o anche alla Cina concessioni che fino ad ora sono state un’esclusiva francese. Emblematico è il caso del terzo ponte ad Abidjan che i francesi avrebbero costruito per 180 milioni di euro, mentre i cinesi per soli 60 milioni. Gli interessi della Francia spaziano dal commercio del cacao alla gestione del porto di Abidjan, dal monopolio delle telecomunicazioni al settore delle grandi opere, dalla distribuzione dell’energia elettrica (che frutta al governo francese 260 milioni di euro ogni anno) alla gestione del gas, di cui lo stato ivoriano si è scoperto ricco.
Se ora Ouattara si trova all’opposizione insieme l’ex presidente Bedié (leader del Partito democratico della Costa D’Avorio), che è colui che ha caldeggiato l’introduzione dell'art. 35, non è per simpatia ma per un mero calcolo politico: vincere al primo turno nel ballottaggio contro Gbagbo.
Gbagbo, dal canto suo, non è uno stinco di santo; gli è andata bene fino a quando il settore del cacao ha portato profitti, ma, alla prima crisi, ha dato una sterzata nazionalista e xenofoba al suo governo e, pur di mantenere salda la sua leadership, ha usato come capro espiatorio i numerosi emigrati che dai paesi confinanti giungono periodicamente in Costa d’Avorio in cerca di lavoro (il 30% della popolazione, soprattutto burkinabé, provenienti dal vicino Burkina Faso, presenti maggiormente nel nord del paese).
I PIANI USA
A contribuire all’aggravamento della crisi ci hanno pensato gli Usa, soprattutto attraverso piani di sviluppo come l’Agoa (African Growth and Opportunity Act), e la Banca mondiale, che attraverso La Banca per lo sviluppo e la ricostruzione (Ibrd) e l’Associazione internazionale per lo sviluppo (Ida) ha concesso notevoli prestiti alla Costa d’Avorio (80,9 milioni di dollari nel 2004 che dovevano essere restituiti a partire dal sesto mese pena il blocco degli altri finanziamenti). Attraverso l’Agoa, ad esempio, è stato concesso allo stato ivoriano il permesso di esportare proprie merci per un anno negli Usa senza visto doganale in cambio di azioni concrete al fine di migliorare il clima d’investimento, di continuare un trattamento equo e non discriminatorio per gli investimenti stranieri, rispettare l’inviolabilità dei contratti, regolamentare meglio le esportazioni nel settore del cacao e promuovere un dialogo tra governo e settore privato per contribuire allo sviluppo degli affari. Quando però la situazione politica e sociale è precipitata e gli accordi da parte della Costa d’Avorio non sono stati rispettati, gli Usa l’hanno depennata dalla lista dei trentasei paesi africani che nel 2005 avrebbero usufruito dei vantaggi dell’Agoa, preferendo il vicino Burkina Faso.
I debiti con la Bm e l’ingresso nella globalizzazione a tappe forzate sono solo l’ultima fase di un percorso che ha reso inevitabile la divisione del paese. Questa, infatti, è il frutto di una strategia imperialista ben precisa che ha trovato applicazione in molte altre colonie. La Francia, per prima, ha contribuito alla creazione di un sud ricco (dove erano legname e cacao da sfruttare) contrapposto a un nord povero e abbandonato a se stesso. Nel sud ivoriano sono state costruite infrastrutture ed è stata avviata quell’industrializzazione che ha creato così tanti posti di lavoro da attirare anche gente dai paesi confinanti. Il crollo del prezzo del cacao ha mostrato tutta la fragilità del tessuto sociale ivoriano: migliaia di immigrati, soprattutto burkinabè, sono stati espulsi dal mondo del lavoro e si sono rifugiati nel nord. Lì hanno trovato la solidarietà dei ribelli che hanno sempre dichiarato di combattere anche per migliorare le condizioni di vita di queste persone.
La scelta degli Usa, poi, di depennare la Costa d’Avorio dalla lista dell’Agoa a favore del vicino Burkina Faso non è casuale e assomiglia molto alla politica portata dalla Francia negli anni precedenti. Questa operazione si va ad inserire nelle frizioni che esistono tra i due stati e che sono dovute soprattutto alla questione dei burkinabè immigrati in Costa D’Avorio, vittime di politiche xenofobe. Le divisioni, etniche o religiose che siano, servono alle potenze imperialiste per meglio tutelare i propri interessi senza dover scendere in campo con i propri eserciti ma, semplicemente, finanziando e armando i gruppi creati ad hoc, influenzando così l’evoluzione storica di un paese al punto da creare al suo interno fratture e divisioni. Nel caso ivoriano, gli Usa riescono ad apparire agli occhi dei più come coloro che vogliono mettere pace tra fazioni che, apparentemente, non hanno alcun motivo per farsi la guerra, dove l'unica chiave di lettura per spiegare il conflitto appare quella delle rivalità etniche.
QUALE FUTURO PER LA COSTA D’AVORIO?
Una guerra come quella che si sta combattendo in Costa d’Avorio impone almeno due riflessioni, non facili da riassumere in un articolo, da schematizzare esclusivamente per comodità:
- l’attualità del conflitto interimperialista, ossia del conflitto tra potenze imperialiste per il controllo di risorse economiche o strategiche, combattuto senza armi o delegando l’uso di queste a gruppi locali. Oggi in Costa d’Avorio si scontrano non solo due potenze come la Francia e gli Stati uniti ma anche due metodologie di imperialismo: quello francese, violento e quasi di vecchio stampo coloniale che vuole imporre con la forza il controllo dell’economia, e quello statunitense più “soft”, che cerca di penetrare nell’economia soprattutto attraverso organismi internazionali e piani di sviluppo come l’Agoa, apparendo così più democratico e meno invasivo. Non è un caso infatti che parte dell’opinione pubblica ivoriana invochi un intervento più fermo degli Usa contro i soprusi francesi. Non bisogna dimenticare poi che esistono Stati africani che cercano di approfittare delle crisi del vicino per inserirsi a vario titolo nell’economia mondiale (si pensi al traffico d’armi).
- il fallimento dell’Onu: dopo i mandati in Ruanda e in Somalia, l’Onu mostra ancora una volta i suoi limiti. I Caschi blu francesi sono stati inseriti nella missione di pace benché l’esercito francese abbia occupato la Costa D’Avorio per cinque mesi (dai fatti del novembre 2002 agli accordi di Linas-Marcoussis) senza alcun mandato internazionale e le risoluzioni non hanno portato né al disarmo né alla creazione di condizioni adatte a tenere libere elezioni.
Guardando ai fatti, il primo passo verso la soluzione del conflitto è il ritiro delle truppe francesi che il popolo ivoriano sta chiedendo nelle piazze a prezzo della vita, ma questo da solo non basta. Il problema del paese del cacao ha una radice storica e politica lontana: non è semplice né mettere fine all’imperialismo né riparare ai danni (tra cui la guerra) che esso ha prodotto. Questo compito è in mano al popolo ivoriano. Da parte nostra, nonostante le difficoltà di comprendere quali forze si muovano e quali siano le caratteristiche dei movimenti che lì agiscono, potremmo evitare di lodare la Francia pacifista in Iraq (la cui unica differenza con gli Usa, in questo caso, è che delle sue nefandezze si parla ancora troppo poco) e dare voce a un popolo oppresso.
FONTI
www.allafrica.com e www.warnews.it; i documenti annuali pubblicati dall’Icg (International Crisis Group) e dall’Unhcr (Acnur, Alto commissariato Onu per i rifugiati); A.M. Gentili, Il leone e il cacciatore, La Nuova Italia Scientifica, 1995.