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articolo della rivista numero 127
Autonomia sindacale e governo
di Margherita Recaldini e Luigia Pasi*
Il programma dell'Unione “Per il bene dell’Italia” non può che suscitare una certa diffidenza in chi pensa che il “bene del paese” si definisce a partire da politiche economico-sociali alternative al liberismo e da una modalità “partecipativa” dei soggetti sociali a cui ci si rivolge e che dalla fine del “berlusconismo” dovrebbero trovare riscatto
Due questioni centrali andrebbero analizzate e tenute insieme per esprimere un giudizio che non si riduca alla semplice esegesi del testo: la collocazione sociale del nuovo governo e la modalità di costruzione del suo programma. Su entrambi i terreni il giudizio è assai critico: un programma costruito “in vitro” ha un limite in se stesso, a prescindere dalle migliori intenzioni. Quando poi le intenzioni che sono state “frullate” sono mosse da interessi contrapposti il rischio che l’azione di governo sia contraddittoria, usando un eufemismo, è una certezza. Ci limitiamo qui a una valutazione, per forza di cose schematica, di alcuni dei punti del programma più strettamente legati al mondo del lavoro.
DEMOCRAZIA SINDACALE
Sulla “rappresentatività, rappresentanza e democrazia sindacale”, che pure consideriamo fondamentali, ci limitiamo a segnalare che dopo ben 11 anni di vuoto legislativo, in un quadro di assenza totale di democrazia e libertà sindacali, neanche la semplice affermazione dell’obbligo di voto vincolante dei lavoratori sui contratti e sulle piattaforme rivendicative viene esplicitata e si propone di estendere la legge Bassanini al settore privato. Un passo avanti viene fatto per quanto riguarda l’abolizione nel settore privato della quota riservata a priori a Cgil,Cisl,Uil nelle elezioni delle sempre più “esautorate” Rsu, due indietro per quanto riguarda l’esercizio delle prerogative sindacali. Sul tema che va dal diritto di sciopero al diritto di assemblea si tratta, più che genericamente di “riprendere un confronto”, di avere il coraggio di legiferare rimettendo nelle mani dei lavoratori le decisioni che li riguardano.
SOLO AUSPICI
Prendiamo due vere e proprie “emergenze” e vediamo come vengono “risolte”: la questione salariale e quella occupazionale o, per meglio dire, della precarietà del lavoro.
A fronte di una perdita ormai più che decennale del potere d’acquisto delle retribuzioni le soluzioni proposte si limitano a ipotizzare un “contenimento” della dinamica che ha portato allo stato di cose presenti. Si parla di monitoraggio delle tariffe e di un generico superamento del “criterio dell’inflazione programmata nel rinnovo dei contratti”, di recupero del drenaggio fiscale senza ulteriori quantificazioni, di ridistribuzione dell’incremento di produttività (quella futura?) a favore delle retribuzioni da parte delle imprese, senza dire attraverso quali strumenti “certi” dovrebbe avvenire, a meno che non si pensi che lo facciano spontaneamente le imprese.
Insomma una serie di auspici di fronte a una emergenza che avvicina alla soglia di povertà fette sempre più consistenti di lavoratori stabili, per non parlare di quelli precari in continuo aumento.
PER MIGLIORARE LA CONDIZIONE ECONOMICA
Una risposta, per quanto ancora insufficiente, ci sarebbe ma non viene avanzata: quella di ripristinare un meccanismo di indicizzazione automatica di salari e pensioni all’inflazione reale, aggiornando i meccanismi di rilevazione di quest’ultima, per restituire ai contratti il loro ruolo “naturale”, cioè quello di migliorare la condizione economica e normativa dei lavoratori. Una proposta che sta nelle possibilità di un governo - più che auspicare che le imprese che hanno aumentato i loro profitti li ridistribuiscano “generosamente” - e con la quale il prossimo governo dovrà confrontarsi dal momento che proprio in questi giorni numerose forze sindacali, politiche e associative hanno deciso di raccogliere le firme necessarie per proporre una legge di iniziativa popolare che ripristini una “nuova scala mobile”.
Sui rendimenti pensionistici - altro tema scottante dopo il progressivo passaggio al sistema contributivo introdotto dalla Dini - la prima stesura del programma parlava addirittura di “estendere il calcolo contributivo a tutti i lavoratori in attività”, accelerando quindi gli effetti disastrosi che il calcolo dei rendimenti pensionistici sta già producendo.
Il problema, al di là del “recupero” operato in corsa, rimane.
PENSIONI E PREVIDENZA
È proprio la Dini il problema da affrontare e la soluzione non può certo essere l’introduzione della previdenza complementare e della “messa sul mercato” del Tfr. Servirebbe la certezza di una pensione che non si discosti in modo significativo dall’ultima retribuzione percepita o comunque da un minimo vitale (certo non quello delle attuali pensioni al minimo), ma il programma ribadisce la “necessità di attenersi alle linee fondamentali previste dalla riforma Dini” in nome di quella “sostenibilità finanziaria” che in modo “truffaldino” era stata a suo tempo invocata per far ingoiare “il rospo” e che a tutt’oggi non ha ragioni concrete proprio guardando ai bilanci dell’Inps. Semmai proprio la proposta del programma di riduzione del 5% del “cuneo fiscale” sul costo del lavoro (cioè riduzione di contributi) va a scapito del reddito reale complessivo dei lavoratori e porterebbe a picco l’Inps.
Altro che silenzio/assenso: la conseguenza di una simile misura è che i lavoratori saranno costretti a usare la previdenza integrativa! E, se sul fronte dell’accelerazione dell’innalzamento repentino dell’età pensionabile a partire dal 2008 contenuta nell’ultima riforma pensionistica targata Berlusconi si parla di “eliminazione”, in un altro punto si dice che “per compensare la tendenza la ribasso dei trattamenti pensionistici” occorre “approntare misure efficaci che accompagnino verso un graduale e volontario innalzamento dell’età media di pensionamento”! Lavorare ancora di più, quindi, per una pensione più povera di prima, questo il programma che dovrebbe far sognare il mondo del lavoro?
“UNA PIENA E BUONA OCCUPAZIONE”
Sul tema occupazionale, il titolo del capitolo che affronta la questione è all’apparenza rassicurante: “una piena e buona occupazione”. Meno convincente la lettura dei vari paragrafi, perché, se è vero che viene detto esplicitamente che “la forma normale di occupazione è il lavoro a tempo indeterminato”, più sfumati sono gli impegni a far sì che la precarietà esistente venga realmente “riassorbita”. In primo luogo perché le forme di lavoro flessibile oggi più diffuse (dal lavoro “somministrato”, meglio conosciuto con la vecchia denominazione di lavoro interinale, così come il lavoro a progetto “individualizzato” privo di tutele e garanzie retributive minime) restano in piedi, fatte salve alcune proposte assai vaghe di “contenimento” dell’utilizzo “improprio” delle stesse (e dove e chi definisce la distorsione o l’improprietà di tale utilizzo?).
Viene espressa una generica contrarietà alla legge 30 e ai decreti attuativi che moltiplicano le “tipologie precarizzanti” e si propone quindi di abolirne alcune (il job on call, lo staff leasing e il contratto di inserimento) ma non c’è un progetto chiaro di riavvio di assunzioni. Le centinaia di migliaia di precari che per esempio negli enti pubblici hanno gestito pezzi consistenti dei servizi ai cittadini non trovano certezze occupazionali in questo programma.
UN REALE CAMBIO DI MARCIA
Se poi si pensa al peggioramento della qualità dei servizi oltre che delle condizioni lavorative (occupazioni per niente “buone”) che privatizzazioni ed esternalizzazioni selvagge e appalti affidati senza regole e controlli hanno prodotto, se si calcolano i posti di lavoro stabili persi a causa del blocco del turn-over degli ultimi anni, se si guarda alla riduzione di servizi sociali fondamentali, della prevenzione e del disagio sociale o alla mercificazione degli stessi, quello che servirebbe è un piano massiccio di assunzioni stabili in tutta la pubblica amministrazione, per ricostruire uno stato sociale degno di questo nome e per “ripubblicizzare” ciò che è stato affidato al mercato e alle sue logiche nel campo dei cosiddetti “beni comuni” e non solo.
Ma per fare ciò bisognerebbe avere progetti e convinzioni diverse da quelle che proprio in questi giorni le forze maggioritarie dell’Unione - dai Ds alla Margherita - hanno dimostrato di perseguire su una questione strettamente connessa a quella appena descritta: la direttiva Bolkestein. Il voto appena espresso dal parlamento europeo non fa che confermare le nostre preoccupazioni: la filosofia di fondo, quella del liberismo, benché temperato, è elemento comune ai due schieramenti. Per questo pensiamo che se veramente Berlusconi verrà mandato a casa, come ovviamente auspichiamo, il mondo del lavoro non potrà illudersi di averne automaticamente dei grossi benefici se non diventando protagonista della scena politica e imponendo con le mobilitazioni e la partecipazione diffusa nei luoghi di lavoro un reale cambio di marcia: una politica economico-sociale alternativa.
* della segreteria nazionale Sin-cobas