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articolo della rivista numero 127

Oltre l’Iraq

di Piero Maestri

L’Unione farà “rientrare” i militari dall’Iraq, ma certamente il programma non rappresenta una discontinuità netta con quel “pensiero unico della difesa” che in quest’ultimo decennio ha prodotto politiche inaccettabili per il movimento pacifista. Ancora più preoccupante appare la lettura che deriva dalle proposte di Minniti

Le cronache dei giornali delle scorse settimane, così come l’attenzione delle forze politiche, si è concentrata soprattutto sulla presenza o meno nel programma di governo dell’Unione del ritiro dei soldati italiani dall’Iraq e su come fosse formulata questa scelta.

Evidentemente questo è un punto fondamentale del programma per le forze che hanno in questi anni espresso la loro contrarietà all’intervento in Iraq, anche se con modalità e una “convinzione” ben differenti tra loro. Ma sarebbe un errore fermarsi a quella parte del documento senza affrontare l’insieme delle proposte in materia di politiche della difesa.

 

VIA DALL’IRAQ?

Possiamo comunque partire dalla vicenda irachena, segnalando che effettivamente il programma prevede il “rientro dei nostri soldati” (non viene quindi usato il termine di “ritiro” che tanto infastidisce Fini e Martino) e la previsione di una presenza “diversa” nel quadro della “internazionalizzazione della gestione della crisi irachena … da realizzarsi con la presenza di un’autorità internazionale (Onu) che superi l’attuale presenza militare …”.

Senza voler troppo sottilizzare, ci sembra chiara la volontà del ritiro dei militari, ma si pensa già a una nuova presenza, anche militare, sotto l’ombrello dell’Onu, non chiarendo che questa non potrà mai avvenire senza il ritiro anche delle truppe statunitensi, in mancanza del quale si confermerebbe la situazione di occupazione militare.

Altrimenti si rischia di ripetere l’esperienza afgana, dove la missione Onu si affianca e coopera con quella Usa/Nato, magari con un migliore rapporto con la popolazione, ma conservando all’insieme dell’intervento la caratteristica di controllo di un vero e proprio “protettorato”.

 

LE ALTRE MISSIONI

Questa impressione viene confermata dal silenzio sulle altre missioni militari che vedono la partecipazione dei militari italiani, diverse tra loro ma quasi sempre conseguenza di interventi militari illegittimi: è il caso di quella in Afghanistan, appunto, ma anche delle varie presenze nei Balcani.

È evidente che l’assenza di ogni riferimento nel documento segnala le differenze tra le varie forze politiche, alcune delle quali da sempre votano a favore del rifinanziamento di queste missioni mentre altre le hanno avversate. Resta il fatto che non averle nemmeno nominate renderà complicato una qualsiasi “ridefinizione” delle stesse, per non parlare della possibilità di mettere termine a tali missioni.

Soprattutto perché il documento apre la porta alla possibilità di ulteriori impegni “fuori dai confini nazionali” delle forze armate italiane.

 

L’EUROPA ARMATA

È questo, a nostro avviso, il capitolo più complesso e negativo di questa parte del documento.

È vero - dobbiamo sottolinearlo - che la formulazione prevede un impegno fuori dai confini solo con “un mandato diretto e preciso delle Nazioni unite e dell'Unione europea, e quindi nel rispetto dell’articolo 11 della Costituzione”, ma è proprio questa citazione al ruolo dell’Ue a preoccupare, anche perché il documento fa propria esplicitamente la politica di difesa proposta dal “ministro degli Esteri” europeo Solana.

Una “Politica estera e di difesa comune” che rimane nel solco della logica dell’interventismo e della presenza militare europea come strumento della propria politica di tutela degli interessi (1).

Non è affatto scorretto sostenere che questa politica presuppone la costruzione graduale di un vero e proprio esercito europeo, a partire dalla nascita della “Forza di rapido intervento” della Ue, e che questa “Pesc” entra a pieno titolo nelle strutture e nelle politiche della Nato.

 

IL NOSTRO LEALE ALLEATO

D’altra parte, la conferma che le cose stanno in questo modo si può avere direttamente dalla lettura del documento, dove si sostiene la necessità di una “difesa europea autonoma, pur se sempre in rapporto con l’Alleanza atlantica, che sta profondamente cambiando” - non certo in meglio, vorremmo aggiungere noi.

Non siamo così velleitari da pensare che l’Unione avrebbe posto la questione dello scioglimento o dell’uscita dalla Nato - che rimane invece obiettivo politico indispensabile se davvero si vuole costruire un’alternativa alle politiche di guerra. Ma nemmeno possiamo accettare questa concezione così compatibile con l’esistente.

D’altra parte non potrebbe essere altrimenti, quando l’analisi complessiva delle ragioni della guerra evita accuratamente di affrontare le responsabilità delle scelte dei governi Usa.

 

PERCHÉ LA GUERRA

Il documento sembra aderire all’idea che le guerre di quest’ultimo decennio siano state una “risposta”, per quanto sbagliata, al terrorismo e che quest’ultimo, in qualche modo, le preceda. In questo modo si va oltre la tesi della “spirale guerra-terrorismo” e si tace sulle scelte strategiche dei governi Usa, che hanno guidato oltre quindici anni di interventi militari, embarghi, crimini di guerra e così via.

Anche in questo caso il silenzio non ci stupisce, ma ci deve spingere a un maggiore impegno di chiarimento e diffusione delle ragioni che stanno dietro alle guerre del XXI secolo e alla politica di “ricolonizzazione” del mondo che è in corso.

Non basta in questo senso l’impegno - comunque importante - a rapporti più equilibrati e cooperativi con i paesi del Mediterraneo, se non si affrontano le politiche nella stessa area del nostro “alleato”.

 

CONTINUITÀ NELLA POLITICA DELLA DIFESA

In questo modo si accetta un quadro europeo che non coincide con “l’altra Europa possibile” di cui discutono i movimenti europei, ma con quella del Trattato costituzionale, per fortuna rifiutato da diversi popoli del continente, che vedeva le politiche della sicurezza e la Nato trovare il loro posto “costituente”.

A questo proposito, non ci rende affatto tranquilli la definizione di un “carattere costituente” della prossima legislatura sui temi della sicurezza e della difesa.

Questa definizione ci spinge a un’operazione che potrebbe sembrare scorretta sul piano metodologico ma che ci sembra utile: leggere il programma dell’Unione anche sulla base della relazione di Marco Minniti “Per la pace sempre. Le nuove sfide della difesa italiana” (2) fatta al convegno dei Ds.

Infatti è in questa relazione che si parla del “carattere costituente”, ma allo stesso tempo Minniti chiarisce che questo è conseguente alle riforme già avviate nello scorso decennio, quello in cui, per esempio, “l’esercito professionale ha già dato buona prova di sé”.

Ci permettiamo la lettura comparata non perché i documenti coincidano, ma perché la relazione di quello che fu il sottosegretario alla Difesa nel governo della guerra in Jugoslavia ci fornisce alcune chiavi di lettura sui vuoti del programma dell’Unione e su come potrebbero essere riempiti.

 

I DS E LA DIFESA ITALIANA ED EUROPEA

Minniti è molto esplicito sulla necessità dello sviluppo militare, per l’Italia e per l’Europa, e prova a tracciare le condizioni politiche che permettano questo sviluppo.

Il punto di partenza, infatti, è la critica dei “tagli” che ha subito il bilancio della Difesa sotto il governo Berlusconi e definisce quale deve essere il quadro di un rilancio delle spese militari dentro il “credibile progetto di ‘difesa europea’”, quello stesso progetto che già è in corso, visto che si afferma con soddisfazione che “questa è già oggi l’Europa della Difesa. Un buon punto di partenza”.

È in questo quadro, già definito con la formazione dei “Gruppi da combattimento Eu” quali parti delle Forze di intervento rapido, con l’istituzione dell’Agenzia europea per la Difesa, con la nascita della Cellula civile-militare e con “una generale complementarietà tra Eu, Battlegroups e Forza di reazione Nato” (d’altra parte “il progetto di difesa europea e l’alleanza atlantica non possono essere pensate come separate né come separabili”) - e che si completerà con la “Forza europea di gendarmeria… che avrà status militare e sarà utilizzabile in scenari operativi di intervento rapido a maggior rischio al fine di garantire servizi di sicurezza e ordine pubblico” - che si può pensare allo sviluppo del sistema militare.

 

PARAMETRI EUROPEI

Minniti si spinge a individuare la necessità di formulare “parametri di convergenza tra gli Stati europei ai quali ancorare le politiche nazionali di bilancio e quelle industriali”: consapevole della difficoltà di aumentare in maniera netta le spese militari, ne propone una “razionalizzazione” a livello europeo, che permetta comunque all’industria bellica italiana (“unico settore ad alta tecnologia, potenzialmente competitivo”) di aumentare produzione e profitti e alle forze armate italiane di disporre di più soldi utilizzabili direttamente.

Senza forzature, è in questo quadro che si può allora leggere la frase del programma dell’Unione secondo cui essa “si impegna, nell’ambito della cooperazione europea, a sostenere una politica che consenta la riduzione delle spese per gli armamenti”.

Sembrerebbe un successo delle richieste pacifiste, ma ci permettiamo di diffidare: il nostro obiettivo non è solo ottenere la “riduzione della spesa” (che è in sé positivo, perché permette di liberare risorse per altri usi), ma la riduzione quantitativa e qualitativa degli armamenti, cioè politiche di disarmo.

E queste non trovano spazio reale nemmeno nel programma dell’Unione.

 

IL DISARMO POSSIBILE

A essere onesti, in diversi punti viene citato l’obiettivo del disarmo, ma mai come una scelta della quale l’Italia si può fare promotrice e avanguardia: si parla infatti di “richiedere la ripresa di atti concreti di disarmo da parte delle potenze nucleari”, ma più avanti non si va oltre un’ipotesi di “ridefinizione delle servitù militari che gravano sui nostri territori, con particolare riferimento alle basi nucleari”, mentre si dovrebbero con decisione rimuovere questi armamenti dal nostro territorio, come contributo effettivo a politiche di disarmo.

Anzi, questo impegno alla “ridefinizione” delle servitù militari, per quanto si accompagni alla proposta di una Conferenza nazionale che salvaguardi anche gli “interessi legittimi delle popolazioni locali” - aprendo in questo modo la possibilità che le mobilitazioni di territori come la Sardegna, la Puglia ecc. possano avere un ruolo non secondario - risulta profondamente limitato dal passaggio sulla “nuova rilevanza geo-strategica del sud del Mediterraneo e la necessità di una significativa ridislocazione di enti e reparti nel Meridione italiano, nelle regioni dove si registra la quasi totalità del reclutamento dei volontari”.

Una scelta in linea con le politiche di questi ultimi quindici anni.

Allo stesso modo si dice di “perseguire il disarmo e la denuclearizzazione” del bacino euro-mediterraneo, ma non si va oltre il richiamo allo “spirito originario della legge 185/90” per chiedere maggiori controlli europei nel commercio delle armi verso paesi che violano i diritti umani o che siano collocati in aree di conflitto, senza esplicitare una scelta di ripristino di tale “spirito originario”, che è stato sottratto alla legislazione italiana in questi anni.

 

PRINCIPI CONDIVISI, MA LE POLITICHE?

Finora ci siamo concentrati sulle parti per noi più indigeribili, ma se guardiamo all’insieme del documento va anche sottolineata la presenza di affermazioni assolutamente condivisibili che però non chiariscono in alcun modo in quali politiche si sostanzieranno.

Come esempio si può citare l’auspicio di un’iniziativa europea (con “rinnovato vigore”) per “la soluzione del conflitto israelo-palestinese sulla base del principio ‘due popoli-due stati’”, senza che venga detto quale possa essere tale iniziativa e se si basa sul riconoscimento delle risoluzioni dell’Onu sul ritiro israeliano da tutti i territori occupati nel 1967 e sulle pressioni per il rispetto del parere della Corte de L’Aia sul muro (per esempio si potrebbe cominciare dalla richiesta di accoglimento dei suggerimenti proposti dal documento Ue su Gerusalemme bloccato su pressione del ministro Fini).

Allo stesso modo si potrebbe parlare della proposta dell’istituzione dei “caschi bianchi” europei, che rischiano di funzionare come la classica foglia di fico dentro un generale progetto di riarmo e ruolo militare europeo.

 

CONTRADDIZIONI POSSIBILI

In un quadro generale che ci appare preoccupante, non mancano spunti interessanti e proposte che valutiamo positivamente, come il rilancio di politiche di cooperazione, in particolare con il Mediterraneo, che richiamano gli “Obiettivi del millennio” o il progressivo raggiungimento dello 0,7% del Pil in tali politiche, ribadendo però anche la necessità della “riduzione e/o cancellazione del debito estero dei paesi in via di sviluppo”.

Così come sono molte le affermazioni di principio condivisibili, e non sottovalutiamo l’importanza di una loro presenza, ma queste non riescono a cancellare le preoccupazioni espresse.

In ogni caso, la lettura del programma conferma l’impressione che non sarà quanto vi è scritto a determinare le scelte concrete, ma i rapporti di forza e la capacità dei movimenti sociali di mantenere un’autonoma capacità di iniziativa e di mobilitazione, per aprire le contraddizioni oggi rimosse e per rendere impossibili lo sviluppo di politiche inaccettabili.

NOTE

(1) Vedi P.Maestri, L’Europa liberista è l’Europa della guerra, “Erre”, n.5, ottobre/novembre 2003.
(2) Si può trovare su www.unimondo.oneworld.net

 

 


 

 

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