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articolo della rivista numero 127

Più Europa

di Salvatore Cannavò

Il programma dell'Unione sul tema europeo è tutto inserito nella riaffermazione della tradizione europeista e del liberismo temperato

L’integrazione europea costituisce una pietra angolare del programma dell’Unione. In linea con le idee e la storia di Prodi, il capitolo sull’Europa apre la seconda parte del documento, quella politica - la prima è quella istituzionale che tratta la Costituzione e la giustizia - e in qualche modo la informa tutta. Si tratta di una rivendicazione piena delle linee guida che hanno caratterizzato il processo di unificazione europea fin dal suo inizio, con la valorizzazione del Patto di stabilità, della strategia di Lisbona, del “progetto di difesa europea” ovvero l’integrazione degli eserciti. Nessuna critica alla camicia di forza rappresentata dalla Ue nei confronti delle politiche nazionali: anzi, il documento propone la realizzazione di un Documento di programmazione finanziaria europea a cui informare i bilanci nazionali. Nessuna critica, ovviamente, nemmeno al processo di unificazione monetaria, alla creazione dell’euro e al suo impatto sui redditi da lavoro dipendente.

 

SI RIAFFERMA LA TRADIZIONE EUROPEISTA

In questo senso si assiste a una dichiarazione programmatica che poggia sulla “ripresa del processo di riforma istituzionale, allo scopo di far avanzare il Progetto europeo”; segue poi l’impegno per “l’allargamento”; “la creazione di nuovi strumenti politici e istituzionali, per fare della Ue un effettivo centro propulsore dell’innovazione, della crescita economica e della coesione economica e sociale”; “la maggiore integrazione, coerenza e incisività nell’azione di politica estera e più efficaci mezzi di  intervento nella sicurezza internazionale, mediante lo sviluppo della Politica estera e di sicurezza comune e della Politica comune di difesa”. Come si vede, un linguaggio prodiano che punta a “riaffermare con forza la tradizione europeista dell’Italia, che è stata invece disattesa dal governo di centro-destra”.

Un punto che colpisce è che, una volta preso atto che “la crisi europea è molto seria”, non vi è alcun riferimento ai movimenti e alle dinamiche sociali che hanno messo il dito sulla piaga del processo costituzionale, bocciando, come in Francia e Olanda, la Costituzione europea sulla base di una posizione di “sinistra”, o per lo meno sociale. Il testo sostiene che “occorre promuovere una nuova consapevolezza dell’assoluta necessità di più Europa per rispondere a tutte quelle domande e quelle paure che sono diffuse e che sono all’origine della crisi attuale, e su questa base rilanciare il processo europeo”. Ma il punto da cui partire non sono le critiche, sacrosante, quanto “i successi dell’Europa: mercato unico, euro e allargamento”.

Il rilancio del processo costituente europeo contempla una maggiore democraticità, con la proposta di un referendum popolare sulla Costituzione da svolgersi nel 2009 in contemporanea con le elezioni europee, e questo è un passaggio positivo. Però non si contempla una democraticità nella formulazione di questa Costituzione; non c’è insomma una visione sociale e democratica che possa incidere realmente sul percorso modificandolo in presa diretta. I movimenti semplicemente non vengono citati e i forum sociali europei sono oggetti immaginari.

 

PER L' ALLARGAMENTO

Per quanto riguarda la politica economica, l’asse è quello di ridare efficacia all’Europa anche con “il lancio di cooperazioni rafforzate “aperte” attorno alla zona euro nel settore economico, sociale e fiscale, per dare una più forte dimensione politica all’Europa dell’euro”. Si tratta di una velocizzazione che, ove fosse accettata da un numero congruo di paesi, riproporrebbe l’ipotesi di un plotone di comando che guida il processo di integrazione. Questo metodo viene contemplato per la politica economica, per quella infrastrutturale, per l’energia. Quanto all’allargamento, il documento è estremamente favorevole, salvaguardando i meccanismi di funzionamento delle istituzioni comuni. Favorevole anche ai negoziati di adesione della Turchia, specificando che questo “processo dovrà portare alla soluzione di tutti i problemi aperti e al perseguimento delle necessarie riforme, in particolare in campo politico, istituzionale e dei diritti umani e delle minoranze”. Riferimento, sembra, alla questione kurda che però non viene nominata. Il documento è poi nettamente favorevole all’adesione dei paesi balcanici a cominciare dalla Croazia.

 

POLITICA ESTERA EUROPEA

Come si vede si tratta di una visione fortemente europeista, nel senso di un rafforzamento politico, economico e, come vedremo, militare di questo soggetto che lo metta in condizione di agire autorevolmente sul piano internazionale anche in relazione allo strapotere Usa. Il concetto è praticamente esplicitato quando si parla della “politica estera europea”. “La politica estera e di sicurezza comune”, si scrive, “e la politica di vicinato, che l’Unione sostiene con convinzione, sono strumenti indispensabili perché da area regionale l’Europa diventi attore che svolge un ruolo globale”.

In questo senso si ripropone “con forza l’immediata istituzione della figura del ministro degli Esteri europeo e l’abolizione del diritto di veto nazionale nelle procedure decisionali di politica estera in seno al Consiglio europeo e, ove ciò non fosse, nell’ambito di una cooperazione  rafforzata”.

Anche nelle istituzioni internazionali l’Europa dovrebbe parlare con una voce sola. “In questa ottica si persegue l’obiettivo, pur sottolineando la necessità di riformare e democratizzare queste istituzioni, di unificare le quote dei paesi membri nel Fondo monetario internazionale (Fmi) e nella Banca mondiale, almeno per quel che riguarda i paesi dell’euro”. Si propone quindi il “seggio comune europeo nel Consiglio di sicurezza”. Ma quello che colpisce è che il punto di partenza di questa politica è rappresentato dalla “strategia europea in materia di sicurezza” contenuta nel documento Solana presentato nel 2003 al Consiglio europeo (Un’Europa sicura in un mondo migliore) considerato “una base importante da cui partire”. Solana, quindi, ex segretario generale della Nato e punta di lancia di una visione militaresca del processo di unificazione! Di positivo c’è invece l’impegno ad “assumere con rinnovato vigore l’iniziativa per la soluzione del conflitto israelo-palestinese sulla base del principio “due popoli, due Stati”, anche se non si va oltre queste due righe.

 

LA DIFESA EUROPEA

Ma questa strategia ha come collante quello che nel documento è specificato un po’ avanti, quando si parla di politica estera, e cioè “il progetto di difesa europea”. Si tratta di un progetto “essenziale per un’efficace politica di sicurezza nazionale e un affidabile disegno internazionale”. Per affrontare i problemi che derivano da un ordine unipolare l’obiettivo strategico è quindi “una difesa europea autonoma, pur se sempre in rapporto con l’Alleanza atlantica”. Nessuna ridiscussione di quest’ultima, neppure una sua riformulazione, ma ristabilimento della politica dei due pilastri: la difesa europea e la Nato. Il progetto di difesa europea avviene per integrazione strutturale delle risorse nazionali, sia umane che tecniche, e l’ispirazione è quella di uno “strumento flessibile”, agendo su “qualità, quantità e capacità”. E siccome è chiara la “rilevanza geostrategica del sud del Mediterraneo”, tale esercito dovrà ridislocarsi “nel Meridione italiano, nelle regioni dove si registra la quasi totalità del reclutamento dei volontari”. È in questo quadro che si colloca il tema delle “servitù militari”: “Quando saremo al governo”, spiega il testo, “daremo impulso alla seconda Conferenza nazionale sulle servitù militari, coinvolgendo l’amministrazione centrale della Difesa, le Forze armate, le Regioni e gli Enti locali, al fine di arrivare a una soluzione condivisa che salvaguardi al contempo gli interessi della difesa nazionale e quelli altrettanto legittimi delle popolazioni locali”.

 

LA POLITICA ECONOMICA

Come si diceva sopra, la politica economica si basa sul Patto di stabilità e sulla Strategia di Lisbona. Quest’ultima “rimane la strategia di crescita principale dell’Europa”, sorvolando sul fatto che si basa su un sapiente mix di flessibilità e di liberalizzazioni (da lì, in fondo proviene la direttiva Bolkestein, ormai approvata dal Parlamento europeo, sia pure in versione soft) insieme a un controllo rigoroso delle politiche di bilancio. Anzi, a dispetto della stagnazione prodotta dall’adeguamento forzato ai vincoli europei delle politiche di bilancio, l’Unione propone “un vero e proprio documento di programmazione economico-finanziaria (Dpef) europeo”.

Del resto, se si ritiene che “il Patto di stabilità e di crescita cui è legata la nostra partecipazione alla moneta unica ci ha aiutati in questi anni ad arginare una maggioranza che in assenza di vincoli esterni avrebbe prodotto guasti ancor peggiori”, è logico attendersi il rilancio di quel Patto come “leva per orientare le politiche nazionali”, ma anche quelle locali visto che nella politica interna si fa menzione di un “patto di stabilità interno” cioè lo strumento con il quale, in questi anni, sono stati tagliati, in nome dell’Europa, anche i servizi pubblici locali.

Il programma dell’Unione, vale la pena sottolinearlo, non è tutto da buttare: propone alcune importanti “riduzioni del danno” frutto del lavoro della sinistra antiliberista - non solo il Prc ma anche Verdi e Pdci - e modifica l’impianto berlusconiano, basato sullo strapotere della libera impresa. Ma dove mantiene inalterato il suo profilo di liberismo temperato è proprio sul tema europeo. Che, da diverso tempo a questa parte, è ormai il tema dirimente.

 


 

 

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