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articolo della rivista numero 127
Migranti. Luci e ombre
di Moreno Biagioni e Giuseppe Faso
Inerzie e discontinuità nelle politiche sui migranti. Note sul programma dell’Unione per l’immigrazione
La prima impressione che si ha leggendo le schede programmatiche sull’immigrazione uscite dal tavolo specifico, in cui le varie componenti dell’alleanza nata per mettere fine all’opera atroce del governo Berlusconi si sono confrontate sul tema in oggetto, è che l’azione tenace del vasto e composito mondo impegnato sul terreno della tutela dei diritti, dell’accoglienza, dell’inclusione (dalle realtà autorganizzate dei migranti all’associazionismo al volontariato ai sindacati ai movimenti ai giuristi democratici a una parte consistente delle autonomie locali) non sia stata vana.
Convegni come quello svoltosi a ottobre a Perugia su iniziativa del Gruppo Abele e della Regione Umbria (“Strada facendo”) - con la partecipazione di oltre 2.000 persone - e assemblee come quella tenutasi a Bari a novembre, promossa dall’Associazione della rete del nuovo municipio e dalla Regione Puglia (“Solidarismo solidale: todo esto se puede”) - presenti alcune centinaia di persone, fra cui molti amministratori di comuni e province - hanno dato un chiaro segnale di come vi siano parecchi punti di fondo condivisi all’interno della società civile attiva e degli enti locali più sensibili, in contrapposizione a un sentire diffuso anche nell’ambito del centro sinistra tutto basato su timori e ossessioni securitarie. Nodo e simbolo di tali rivendicazioni, il no deciso ai Cpt, Centri di permanenza temporanea per immigrati irregolari, mostruosità sia dal punto di vista giuridico che da quello umano.
È MUTATA L’IMPOSTAZIONE
Innanzitutto, una prima notazione positiva: è cambiato il metodo. Si sono ascoltati, infatti, forse per la prima volta, a partire dall’incontro presso la Fabbrica di Prodi e successivamente durante i lavori del tavolo, coloro che avevano esperienze e competenze in materia. E l’uscita dal circolo vizioso dei sondaggi e delle costruzioni ideologiche basate sugli stereotipi, sugli allarmismi, sulla ricorsa del cosiddetto senso comune non si può certo considerare poca cosa.
È mutata così l’impostazione complessiva: le schede hanno, essenzialmente, come punti di riferimento parole d’ordine quali “governare, accogliere, sviluppare processi di convivenza” e passa, di conseguenza, in secondo piano l’attenzione agli aspetti della sicurezza e dell’ordine pubblico, prevalente anche nella fase in cui hanno governato Prodi e D’Alema. Si ricorderà che la Turco-Napolitano fu compilata proprio all’insegna del binomio sciagurato e ipocrita “rigore e solidarietà”, che i primi firmatari della legge in questione usarono, e usano ancora, con grande e compiaciuta prodigalità e di cui fu applicata subito la prima parte, quella del sedicente rigore di chi calpesta diritti elementari, vedi la pronta realizzazione dei Centri di permanenza temporanea, mentre si perse in gran parte nelle nebbie la seconda, quella della solidarietà, valore proclamato retoricamente, a sostituire anche discorsivamente un serio riconoscimento dei diritti di cittadinanza. Non è un caso che la seconda (e assai minore anche quantitavivamente) parte della legge del 1998, quella sui diritti, sia rimasta intoccata dagli interventi peggiorativi della Bossi-Fini, tanto era ed è palese la sua inefficacia, alla faccia della solidarietà.
CAMBIANO LE MODALITÀ D'INGRESSO
Nel merito dei vari capitoli che compongono l’elaborato finale dell’Unione si rilevano luci e ombre; tanto che si potrebbe ricorrere all’immagine, molto appropriata per l’insieme delle indicazioni politiche che emergono dal centro-sinistra, del “bicchiere in parte pieno e in parte vuoto” .
Fra le parti da considerare “buone” (la parte di bicchiere piena), viene riaffermata l’esigenza di una legge e di provvedimenti che garantiscano davvero protezione a chi motivatamente la richiede, nell’ottica indicata dall’articolo 11 della Costituzione italiana, ribaltando gli atteggiamenti attuali, che mirano a difendersi dai potenziali richiedenti asilo più che ad assicurare effettive possibilità di rifugio; ma anche mettendo in campo una volontà politica che latitò abbastanza durante la passata esperienza di governo del centro-sinistra: in cinque anni non si trovò il tempo di far approvare la legge sul diritto di asilo che le associazioni impegnate sul campo avevano proposto e che, purtroppo, l’Italia, unica in Europa, continua a non avere.
Inoltre, e forse è l’aspetto più importante e innovativo, cambiano profondamente le modalità d’ingresso dei migranti in questo paese, abolendo, ovviamente, il contratto di soggiorno e ampliando notevolmente le vie legali all’immigrazione:
- con l’istituzione del permesso annuale per ricerca di lavoro,
- con la reintroduzione della figura dello sponsor, privato, imprenditoriale o istituzionale (in grado di garantire per l’immigrato che entra in Italia),
- con l’avvio di un meccanismo di regolarizzazione permanente “ad personam” per lo straniero che dimostri di essere in possesso di determinati requisiti,
- con la possibilità di conversione dei permessi brevi (per studio, per visite ai familiari ecc.) in permessi di lavoro.
I DIRITTI RICONOSCIUTI
Sempre sulla stessa lunghezza d’onda, si prospetta anche l’attribuzione del diritto di voto (alle elezioni amministrative) allo straniero presente da un congruo - non si precisa, ed è un limite, a cosa corrisponda tale congruità - numero di anni in Italia (si tratta di una prima breccia da cui far passare poi i diritti politici nella loro integrità).
Significativo, in proposito, il fatto che i migranti abbiano avuto accesso, seppure con dei limiti, alle primarie; risulta perciò più difficile un disimpegno dell’Unione rispetto alla pronta approvazione della legge per il diritto di voto alle amministrative, un obiettivo da raggiungere, lo hanno detto in molti, nei primi fatidici 100 giorni di governo: ciò significa che occorre perseguirlo tramite legge ordinaria, come sostiene da tempo, fra gli altri, l’Associazione nazionale dei Comuni italiani.
Ancora nella parte relativa alle luci vanno citate:
- lo sganciamento della carta di soggiorno da requisiti di reddito e abitativi (anche se su questo aspetto vi sono serie minacce di ritorni all’indietro, nonostante l’ammissione di Livia Turco di ritenere ormai da superare le modalità stabilite dalla “sua” legge per il rilascio della carta),
- l’indicazione della cittadinanza di residenza, da portare avanti a livello europeo,
- il ripristino del fondo per le Politiche migratorie, azzerato dall’attuale gestione,
- il rilancio dell’attività della commissione per le Politiche d’integrazione.
LE OMBRE DEL PROGRAMMA
Soffermiamoci ora sulle ombre (sulla parte vuota del bicchiere).
Il trasferimento delle competenze in materia di soggiorno dalle questure agli enti locali viene prospettato solo per i rinnovi, e in un’ultima recente versione vi è l’aggiunta della formula “il più possibile” che rischia di rendere inefficace il punto nel suo insieme. Così, una vertenza iniziata dieci anni fa dalle centinaia di associazioni che dettero vita alla “Rete antirazzista”, stoppata autoritariamente da Napolitano & Co. in nome di una logica centralizzatrice e prefettizia, fa ancora fatica a trovare spazio, nonostante la rivendicazione di responsabilità da parte degli Enti Locali e le recenti prese di posizione autorevoli della Cgil.
Le quote d’ingresso, che molti di noi avrebbero voluto togliere, vengono mantenute, anche se si auspica in proposito una programmazione flessibile, su base triennale, integrabile annualmente.
Dei Centri di permanenza temporanea si prospetta il superamento e non la chiusura, come invece viene richiesto dalla quasi totalità delle realtà impegnate sui temi dell’immigrazione, nonché dalle associazioni dei migranti e da una parte consistente degli stessi amministratori locali (vedi le conclusioni, il 5 novembre scorso, della già citata Assemblea di Bari della Rete del nuovo municipio), con il riconoscimento, da un lato, che è l’insieme delle misure relative agli ingressi a costituire l’alternativa ai centri, ma con il corredo, dall’altro, di una frase piuttosto ambigua e “comunquista”(“occorrono comunque strumenti efficaci per assicurare il rimpatrio forzato degli immigrati legittimamente espulsi”).
“SUPERAMENTO DEI CPT”: CHE VORRÀ DIRE?
Che si parli di “superamento” può voler dire solo che si è raggiunta una formula di compromesso ipocrita, che permette già da subito sganciamenti e regressioni, soprattutto da parte di chi quei centri ha istituito (l’ex ministra e ricandidata Turco, il sempre incombente Napolitano e alcuni loro rincalzi di allora, da tempo in corsa per cariche ministeriali). “Superamento” non dice nulla sul fatto che i Cpt si svuotino o no, si chiudano o no, si riconoscano o no nella loro stortura giuridica e realtà infamante per chi li tollera: e apre porticine di sicurezza a chi vuol fare differenze sottili e spudorate tra i Cpt della Bossi-Fini e i propri. Più dignitosa, una scheda uscita dal tavolo giustizia promette di “eliminare ogni forma di limitazione della libertà in forza di mero provvedimento amministrativo” (ma anche su questa formulazione vi sono rischi di “revisionismo”, perciò occorre un’attenta vigilanza). Senza questa discriminante si scivolerà dall’efficacia dell’espulsione legittima all’efficienza dei lager e, vista la passata esperienza di governo, non è affatto detto che i “nuovi” governanti di centro-sinistra siano in grado di evitare morti e suicidi (come nel 1999 a Trapani e Roma), il cui ricordo non sembra turbare le loro contorsioni linguistiche.
TRA IL DIRE E IL FARE…
Naturalmente, è bene ribadirlo, si tratta di indicazioni programmatiche:
- che devono ancora superare alcuni vagli, prima di divenire parte organica del programma dell’Unione: e già durante la revisione critica degli esperti “prodiani” vi sono stati degli aggiustamenti peggiorativi, in relazione ai quali le componenti politiche più vicine ai movimenti e alle esperienze di base stanno cercando di recuperare;
- che devono poi diventare pratica effettiva di governo nel caso di vittoria del centro-sinistra alle prossime elezioni: e spesso “fra il dire e il fare c’è di mezzo il mare”, come dice il proverbio;
- che devono, nel contempo, entrare davvero nella cultura politica delle diverse forze da cui l’Unione è composta.
La strada è quindi ancora lunga e impervia, per quel che riguarda i migranti, ma anche a proposito dell’impegno per la pace e il disarmo (con il ritiro immediato delle truppe italiane dall’Iraq che diviene, nelle parole di Fassino e soci, un ritiro a cui i governanti di Baghdad devono dare l’imprimatur), dei beni comuni, delle grandi opere, della laicità dello stato, dei lavori precari e della direttiva Bolkestein.
Avrebbero potuto costituire tappe significative, verso un programma ampiamente condiviso anche dalle forze alternative, le assemblee regionali nelle quali il programma dell’Unione si sarebbe dovuto discutere coinvolgendo la composita realtà sociale e culturale che, assieme ai partiti, costituisce, o dovrebbe costituire, la base dell’alleanza, ma anche tali assemblee si sono perse, ed è un segnale indubitabilmente negativo, nelle nebbie delle trattative, fatte col bilancino, fra le dirigenze dei partiti.
SOSTENERE LA DISCONTINUITÀ CON IL PASSATO
È importante quindi attrezzarsi per sostenere, durante la fase elettorale ma, ancor più, dopo, con il nuovo, si spera, governo in carica, le parti buone delle schede programmatiche, sciogliere in positivo le ambiguità che ancora permangono, opporre buon senso e richiamo ai diritti elementari contro i tentativi di regressione già in atto. Possibilmente con una presenza attiva delle realtà autorganizzate dei migranti.
È necessario perciò vigilare , già da subito, sul pericolo delle rincorse elettorali volte a garantire ordine e sicurezza ai cittadini inseguendo la destra sul suo terreno (e segnali allarmanti in questo senso rispuntano con una certa frequenza, nella Bologna di Cofferati ma non solo) e sul ritorno alla logica nefasta, già sperimentata in passato al tempo di Prodi e di D’Alema, del “governo amico”, da sostenere in ogni caso. Se la posizione strategica di alcuni soggetti è notevolmente cambiata rispetto al 1996-’98 (si pensi anche solo all’Arci e al percorso di Tom Benettollo), preoccupa invece non poco l’atteggiamento irresponsabile di alcuni leader dell’Unione, Rutelli in testa, pervicaci nel rimproverare al governo di centro-destra non l’orrore dei Cpt e l’infamia dei contratti di soggiorno ma l’uscita dall’irregolarità di 650.000 immigrati. È nei confronti di tali e simili atteggiamenti che va ricercata una forte discontinuità rispetto alla precedente esperienza di governo del centro-sinistra, che, se non sarà, come purtroppo sembra probabile, garantita dalle scelte di ministri e sottosegretari, va da subito rivendicata da parte di chi in questi anni ha lavorato per la conoscenza del fenomeno e per un suo efficace governo.
Solo con la capacità delle realtà di movimento, delle diverse espressioni della società civile attiva, delle forme diffuse di partecipazione e di autogoverno di sviluppare confronti, vertenze e conflitti si potrà realizzare quel salto di qualità necessario per uscire dal baratro in cui siamo stati condotti dal berlusconismo, che ha rimesso insieme, nella compagine governativa, gli impulsi peggiori esistenti nel paese - neofascismo, razzismo, egoismi individuali e di classe, fondamentalismo clericale - nonché dagli indirizzi neoliberisti prevalenti a livello mondiale.