[1] Per vedere posizioni diverse su questa dicotomia cfr. N. Bobbio, Destra e sinistra. Ragioni e significati di una distinzione politica, Donzelli, Roma 1994, nuova ed. 1995; M. Veneziani, Sinistra e destra. Risposta a Norberto Bobbio, Vallecchi, Firenze 1995; C. Preve, Destra e Sinistra. La natura inservibile di due categorie tradizionali, C. R. T., Pistoia 1998.

[2] Se volessimo ricorrere ad un'analogia storica il fenomeno si è già proposto in una fase diversa della storia nazionale e dello sviluppo capitalistico: i rappresentanti della destra e della sinistra storica postunitaria erano espressione della stessa classe dominante (2% della popolazione con diritto di voto censitario nel 1861 con la destra al potere, 7% nel 1882 con la sinistra al governo) e molti deputati votavano insieme agli avversari o confluivano nelle file del partito vincitore senza nessuna difficoltà ideologica o programmatica.

[3] Il merito di Nietzsche è di "formulare i problemi culturali, etici e spirituali dell'imperialismo in termini così generali da consentirgli di restare sempre, nonostante il vario mutare della situazione e della corrispondente tattica della borghesia reazionaria, il filosofo-guida di essa" (G. Lukács, La distruzione della ragione, II ed., Einaudi, Torino 1980, p. 314).

[4] Cfr. D. Losurdo, Nietzsche, il ribelle aristocratico. Biografia intellettuale e bilancio critico, Bollati Boringhieri, Torino 2002. Su questa lettura di Nietzsche si sono rovesciati gli anatemi soprattutto della stampa di sinistra, anche se vi è stata un'interessante convergenza fra la Repubblica, l'Unità ed il Secolo d'Italia. Il buffo è che sono proprio quelli che devono legittimarsi nei confronti del "pensiero unico" capitalistico (postfascisti e postcomunisti) che hanno assunto i toni più estremi dell'omologazione innocentista. Per il dibattito sviluppatosi sull'opera di Losurdo cfr. www.filosofia.it