LE PAROLE DIFFICILI
nella fase transnazionale del modo di produzione capitalistico


Maurizio Brignoli

 

Francia 1789. Nei giorni convulsi che preparano l'esplosione della rivoluzione gli avvenimenti si succedono rapidamente. 5 maggio: convocazione degli Stati generali. 17 giugno: il Terzo stato si autoproclama Assemblea nazionale. 20 giugno: nella Sala della pallacorda i deputati giurano di non separarsi fino a quando non sarà proclamata la costituzione. 9 luglio: l'assemblea assume il nome di Assemblea nazionale costituente. Alla destra della presidenza siedono i rappresentanti dell'aristocrazia e dell'alto clero contrari ad ogni trasformazione; al centro i nobili e la borghesia liberale che propongono come modello la monarchia costituzionale inglese; alla sinistra, divisa fra una componente più moderata ed una più radicale, borghesi e piccolo-borghesi che teorizzano, nelle frange più estreme, il suffragio universale e soluzioni democratiche definitive. I termini "destra" e "sinistra" per indicare e caratterizzare schieramenti politici e collocazioni ideologiche nascono qui. Che senso e significato hanno ora questi due termini nel panorama politico italiano, ma il discorso è estendibile al di là delle nomenclature specifiche al gioco politico dei paesi capitalistici avanzati, nella fase transnazionale del modo di produzione capitalistico?

1. Due termini ambigui ed uno impronunciabile

Nel dibattito politico, e soprattutto nell'indagine storica, molto meglio sarebbe utilizzare termini più chiari e determinati come liberalismo, comunismo, fascismo, socialdemocrazia, ecc.; non che ovviamente all'interno di ognuno di questi singoli movimenti non vi siano state diversità di interpretazioni e posizioni politiche, ma almeno sono più specifici di destra e sinistra. Al di là però della vaghezza del termine e delle diverse interpretazioni, per citare Bobbio[1] la sinistra sarebbe il partito dell'eguaglianza e la destra quello della diseguaglianza, la vera questione nel dibattito politico e filosofico nella fase contemporanea del capitalismo ci pare essere questa: che valore esplicativo e, soprattutto, che valenza di classe (e quali di conseguenza i punti di riferimento ideologici e culturali) hanno questi termini? Sono ancora parole capaci di indicare contenuti diversi o si sono trasformate in una sorta di maschere della commedia politica che, invece di mettere in scena "Arlecchino servitore di due padroni", rappresenta un inedito "Due Arlecchini servitori di un unico padrone"?
Utilizziamo pure la dicotomia destra-sinistra per il valore simbolico e referenziale che riveste ancora a livello di senso comune e nel parlare quotidiano, ma cerchiamo di vedere come destra e sinistra siano solo diverse caratterizzazioni culturali della medesima oligarchia finanziaria capitalistica transnazionale. Pensiamo alle due ali di uno stesso schieramento che condividono uguali scelte strutturali di politica economica ed un'impostazione ideologica comune, a parole, genericamente liberaldemocratica[2]. Questa perdita di differenza e di significati è la conseguenza di una trasformazione ideologica adeguata alla fase di evoluzione del modo di produzione capitalistico che si è ormai compiutamente mondializzato e che non trova più una rappresentanza di classe contrapposta che non sia marginale e quantomeno carente per quel che riguarda l'analisi scientifica.
Il problema è che qui manca la parola, mancano i termini e quando ci sono vengono occultati. Se manca la parola per indicare una reale contrapposizione vuol dire che manca la cosa, o che la cosa è poco importante o che, soprattutto, è poco importante una reale distinzione? Gli etnolinguisti hanno scoperto negli anni Quaranta che i lapponi hanno un numero incredibile di termini per indicare la neve vista l'importanza e la molteplicità di usi che essa ha in quella società noi, invece, abbiamo due parole opposte per indicare la distinzione fra due cose molto simili. Quindi non più comunismo, liberalismo, socialismo, ecc. che indicavano posizioni diverse e antagonismi reali, ma ormai superati all'interno dell'unica dimensione della realtà e del pensiero capitalistico mondializzato, bensì destra e sinistra. Destra e sinistra rispetto a cosa? Rispetto al posto che occupano al comune punto di riferimento ideologico e di classe: il capitale transnazionale. Del resto, come bene avevano spiegato Marx ed Engels, la lingua è sia prodotto sociale che, al contempo, condizione per lo sviluppo della società stessa essendo connessa con l'attività produttiva.
La lingua è la coscienza reale che nasce dal bisogno del contatto con gli altri uomini, è la realtà immediata del pensiero. D'altro canto L'ideologia tedesca mostra anche come col linguaggio si formino i sistemi ideologici e come le idee dominanti siano in ogni epoca quelle della classe dominante. Pensiamo al significato che assumono certi termini come "valore" o "proprietà", frutto di una storicamente determinata organizzazione della società, che vengono utilizzati come fossero elementi naturali e sempiterni. L'uso di due parole opposte per indicare qualcosa che invece è uguale è immagine sia di un occultamento ideologico, la lingua serve così a formare le coscienze e permette meglio il controllo delle classi dominate, ma anche del fatto che non c'è la possibilità di cogliere una contrapposizione di classe con termini più chiari perché la lotta stessa è stata persa da uno dei contendenti e l'unica percezione possibile rimasta di uno scontro, fittizio, è quella fra destra e sinistra. Un fenomeno speculare avviene del resto quando si svuotano di significato anche i termini più specifici trasformandoli in una parodia o in un insulto (tacciare ad esempio di "comunismo" gli avversari elettorali), rafforzando una differenza apparente e sottile con un termine che indica tutt'altro e che viene così svuotato del suo vero significato.
Al di là dunque di politiche economiche che sono complementari, quando non identiche, e che possono al limite distinguersi per il peso specifico che possono avere ancora all'interno della fase transnazionale specifici interessi di settori legati ad una frazione determinata del capitale nazionale o ad un'altra, un altro elemento comune è dato dal rifiuto di utilizzare una parola impronunciabile. Se "destra" e "sinistra" si usano abbondantemente, soprattutto quando non spiegano nulla, vi è un termine che è invece coerentemente bandito sia da destra che da sinistra proprio perché spiegherebbe anche troppo: "imperialismo". Parola che almeno dal 1902, quando il liberale inglese John A. Hobson ha pubblicato il suo Imperialism, è strumento efficace per chiarire le dinamiche e l'evoluzione del modo di produzione capitalistico.
Senza il concetto di imperialismo diventa difficile capire l'origine della guerra e soprattutto non c'è bisogno di individuarne il fondamento nel permanere della lotta fra capitali e dello scontro interimperialistico. L'essenza del capitalismo è la lotta fra i "fratelli nemici", fra i capitali, e questo rimane immutato nella fase nazionale, in quella multinazionale ed in quella attuale del modo di produzione capitalistico. Così come nel passaggio alla fase del capitalismo monopolistico finanziario si è assistito ad una lotta per la ripartizione del mondo, il cui culmine è stato rappresentato dal duplice scontro mondiale interimperialistico, oggi, nel tentativo di superare la crisi ormai più che trentennale e nel passaggio alla piena maturità del capitale transnazionale, lo scontro si inasprisce.
Se eliminiamo la parola imperialismo, eliminiamo anche la fastidiosa parola "guerra": al suo posto "missioni di pace" e "interventi umanitari". Certo l'evoluzione della realtà porta a dei cambiamenti anche nel relativo linguaggio che questa realtà deve spiegare od occultare e finalmente la parola poco pronunciabile guerra, magari con l'aggettivo "preventiva", tipo vaccinazione, o "giusta" e "legale" inizia ad essere usata più o meno esplicitamente. Così se a livello di dichiarazioni governative l'umanitarismo delle missioni di pace volto a negare qualsiasi volontà di occupazione militare è comune sia a destra che a sinistra, a livello di analisi politica, mentre la sinistra preferisce rifugiarsi dietro termini più neutrali e benevoli, la destra, almeno quella statunitense che fa capo al gruppo dei cosiddetti neoconservatori, ha imparato a riproporre in modo forte le proprie posizioni. Pensiamo al Project for a new american century [cfr. Cfr. la Contraddizione, no.95, aprile 2003; per la versione originale completa, anche del piano Wolfowitz, si veda il "tema" Strategia di difesa Usa, in rete a www. contraddizione.it] dove si parla chiaramente di "pace americana", "XXI secolo unipolare", di "ordine mondiale che deve trovare sicuro fondamento in un'indiscussa superiorità militare", o all'altrettanto interessante documento per la sicurezza strategica di Bush jr. in cui il "peculiare internazionalismo americano" si basa sulla necessità di "esportare con la forza democrazia e libero mercato".
Impronunciabile rimane "imperialismo" perché se no di dovrebbe svelare l'arcano del funzionamento e della natura del modo di produzione capitalistico. Visti gli elementi comuni fra destra e sinistra e vista la relativa maggior reticenza nel linguaggio di quest'ultima vediamo di analizzare le caratteristiche e i punti di riferimento ideologici della sinistra italiana. Per inciso crediamo che non sia nemmeno corretto usare il termine di socialdemocrazia per indicare la sinistra perché i socialdemocratici, quelli storici, con tutti i difetti e criminali errori a partire dalle alleanze con le borghesi nazionali nello scontro interimperialistico, comunque fosse erano espressione organizzativa della classe lavoratrice; ora invece siamo in presenza di uno dei due rami di un monopartitismo competitivo/agonistico manifestazione di un'unica oligarchia capitalistica.

2. L'ideologia della sinistra

Vorremmo qui prendere in considerazione solo alcuni dei pensatori di riferimento della sinistra per cercare di meglio illustrare i contenuti di questo lato dell'apparente dicotomia. Ci soffermeremo su due autori che sembrano apparentemente avere poco a che spartire, ma che in realtà convergono a costituire un punto di riferimento comune.
Gianni Vattimo ci dà la versione italiana, meglio nota come "pensiero debole", di un fenomeno più ampio, comune cioè alla riflessione filosofica nel mondo capitalistico nella fase attuale, chiamato "postmoderno". Si tratterebbe dell'abbandono di un pensiero "forte", metafisico - in cui fondanti sono i riferimenti alla verità, all'unità, alla totalità, a concezioni globali basate su principi primi - per approdare ad un pensiero che abbandoni queste categorie totalizzanti. Secondo Vattimo il pensiero debole nasce dall'esperienza della "fine della storia", dal superamento cioè della concezione moderna della storia intesa come corso progressivo e unitario. L'uomo postmoderno impara a vivere in un mondo di verità relative, di mezze verità ed è anzi capace, a partire da questo assunto fondamentale, di sviluppare un modello umano aperto al pluralismo ed alla tolleranza.
La negazione del carattere veritativo della filosofia ridotta a "interpretazione" ed "opinione" va benissimo per il capitale. Se la filosofia non recupera il suo valore di verità, e per farlo deve porsi in rapporto con la storia stessa, finisce per essere indifferente di fronte all'imperialismo. Ecco perché il pensiero postmoderno è una delle forme più adeguate per la classe dominante: l'unica verità assoluta resta il modo di produzione capitalistico al cui interno la competizione fra destra e sinistra, in seguito alla caduta delle verità metafisiche, si svolge nei modi civili del dialogo e della differenza all'interno di una realtà pacificata. Inevitabilmente da eliminare allora una concezione dialettica del divenire, fondata sul concetto di modo di produzione in cui la contraddizione determinata dalla lotta fra le classi sia reale e non semplice proiezione metafisica di un'epoca barbara. Espulsi dal dialogo tollerante, perché si basano su categorie primitive di verità e totalità, i comunisti e gli strumenti di analisi da loro usati come l'imperialismo. In questo modo la storia viene messa alla porta, ma questo è proprio uno degli elementi portanti dell'ideologia della sinistra che finisce per sposare l'imperialismo. Sul piano della ricerca della verità, ormai ridotta ad opinione, una disciplina "scientifica" come la storia, nell'universo atemporale ed eterno del libero mercato, non ha più alcun senso e meno che mai può averlo la concezione materialistica della storia che di questa scientificità è stato il tentativo più radicale.
Passiamo ad un autore i cui fondamenti sono invece costituiti da pensatori e categorie del mondo moderno. Norberto Bobbio è il più importante teorico della liberaldemocrazia in Italia e non è un caso che sia uno dei punti di riferimento della sinistra: è infatti assolutamente estraneo all'orizzonte teorico di questo pensatore il concetto di imperialismo. Bobbio ha impostato il suo discorso sul concetto di democrazia come "applicazione delle regole del gioco", ma il suo formalismo giuspositivistico, tenendo sempre separata la dimensione della struttura economica da quella giuridico-politica, non fa altro che trasformare le "regole", le "leggi" nella legittimazione di ciò che costituisce l'essenza del sistema sociale: i rapporti economici e sociali determinati dal capitale.
Inevitabile allora nel formalismo liberaldemocratico il rifiuto della categoria "imperialismo", che richiederebbe l'analisi della totalità costituita dal modo di produzione in cui non sono separabili le varie componenti, in quanto i rapporti di forza, fra le classi come fra gli stati, vengono trascesi nel mondo delle procedure formali. Bobbio è del resto coerentemente giunto, alla fine della sua elaborazione concettuale, ad un'esplicita condanna del comunismo ed alla condivisione dell'analisi sviluppata dagli autori del Libro nero del comunismo, altrettanto coerentemente pubblicata con pieno risalto dall'Unità il 3 aprile 1998: "No. non c'è mai stato il comunismo giusto... Questo universalismo dispotico appartiene alla natura stessa del comunismo storico", in quanto giusto è ciò che è conforme a legge purché non sia la legge che legittima la lotta di classe dei comunisti.
Vediamo così che due filosofie all'apparenza diverse convergono. Non è un caso che Bobbio e Vattimo possano essere assimilati, per usare un'analogia storica, alla sinistra dell'interventismo democratico del primo conflitto mondiale interimperialistico. Sia l'uno che l'altro si sono trovati rispettivamente schierati a favore della "guerra legittima" (prima guerra del Golfo) e della "guerra umanitaria" (guerra alla Jugoslavia). Il pensiero debole ed il formalismo giuspositivistico funzionano allora bene come nobile facciata per gli apparati politici della sinistra perché col rispetto delle regole del gioco e l'elogio della tolleranza occultano la verità dell'imperialismo. Con questo non vogliamo ridurre il panorama filosofico italiano, cui la sinistra fa riferimento, a Vattimo e Bobbio, ma ci sembrano rivestire un valore esemplare per le conseguenze implicite ed esplicite che hanno le loro interpretazioni filosofiche nei confronti dell'imperialismo senza contare poi anche il ruolo politico ricoperto dai due pensatori, l'uno senatore a vita e l'altro eurodeputato. Un filosofo che invece non ha avuto alcuna remora a schierarsi apertamente con l'imperialismo e a dire quello che pensava è Nietzsche. Ma vediamo che destino gli è toccato in sorte sul piano politico.

3. Pensatori attuali e inattuali

Nietzsche definiva se stesso un pensatore "inattuale", ma egli era attualissimo al punto di essere stato capace di dare una delle migliori elaborazioni filosofiche al capitalismo imperialista, come aveva capito bene Lukács[3]. Ancora più attuale lo è ora visto che l'imperialismo, pur nella sua nuova fase transnazionale, continua a rimanere l'orizzonte di riferimento entro cui si muovono l'economia e la politica odierne. Nietzsche è però diventato uno dei punti di riferimento della sinistra, con la conseguente riduzione di Lukács ad una sorta di gangster filosofico stalinista che ha falsificato il libertario Nietzsche trasformandolo in un nazista, solo che in questo modo è stato costretto a subire una particolare trasformazione.
Il Nietzsche di sinistra è un Nietzsche innocente ed edulcorato, come ha mostrato Domenico Losurdo con un imponente lavoro che, sulla base di un accurato metodo storico-filologico, ha riletto in chiave coerentemente unitaria il pensiero del filosofo di Röcken dimostrando come gli elementi politici presenti nel suo pensiero - caratterizzati dalla denuncia di un bimillenario ciclo rivoluzionario, del quale si nega qualsiasi fondamento oggettivo e soggettivo, che ha le sue origini nella tradizione ebraico-cristiana e nella filosofia socratico-platonica e che ha sempre visto di fronte servi e signori - non siano per nulla esterni ed occasionali rispetto alla riflessione filosofica, estetica e morale, ma costituiscano la chiave di lettura atta a cogliere l'unitarietà e la grandezza di questo pensatore[4].
Si rivaluta Nietzsche - cioè un pensatore coerente difensore ed espressione, dal punto di vista di un radicalismo aristocratico, del periodo imperialistico - perché con questo imperialismo la sinistra si intrattiene da tempo. Però bisogna mantenere una veste di purezza ed allora non si rivaluta Nietzsche per quello che è anche il suo pensiero politico, ma lo si rende innocente come si rendono innocenti le bombe su Belgrado. La sinistra così ben disposta verso le imprese imperialistiche, a meno che non si trovi fuori dall'esecutivo, lo è esplicitamente solo fino a quando queste si chiamano "missioni di pace". In realtà tutto ciò ha una sua base teoretica fondata: se ogni verità, come diceva Nietzsche, è interpretazione, una tale impostazione gnoseologica si sposa bene con l'ideologia dominante nell'attuale fase di evoluzione del modo di produzione capitalistico dove il principio di giustificazione e riconoscimento consiste coerentemente nel ricorrere alla doxa, all'opinione, alle regole con cui sul mercato si vende un prodotto (merce o filosofia).
Il fatto che non vi sia un'oggettività nel delineare i valori non elimina però per Nietzsche i valori stessi: è l'individuo migliore che "pone il valore delle cose" e che al "valore" non corrisponda alcuna realtà è solo un segno della forza dell'impositore del valore, che afferma così la sua volontà di potenza. È questa volontà la logica conclusione non accettata, nelle sue estreme e coerenti conseguenze, dai sinistri sostenitori del pensiero debole. Oggi i signori che stabiliscono i valori sono le oligarchie del capitalismo transnazionale. Le contraddizioni, le lotte di classe, non esistono più e la storia viene eliminata, favorendo così interpretazioni destoricizzanti che rendono fruibile qualsiasi autore. Questa ermeneutica dell'innocenza, che interpreta come metafore le affermazioni nietzscheane più radicali, in Italia è egemone da almeno trent'anni grazie all'interpretazione di Vattimo che trasforma il Superuomo in un Oltreuomo capace di liberare l'individuo da illusioni metafisiche trascendenti (religione) e immanenti (comunismo marxista), da strutture sociali che implichino la divisione fra dominanti e dominati e la volontà di potenza viene vista come esperienza artistica, lotta fra opposte volontà di potenza come lotta di interpretazioni.
Addirittura la sinistra nostrana vede Nietzsche come il contestatore del Potere e dell'Autorità. Il problema è che la contestazione di Nietzsche del potere è la contestazione della Germania guglielmina ormai irrimediabilmente compromessa col cristianesimo e col socialismo, non è la contestazione di qualsiasi autorità. Anzi. L'unica ribellione di Nietzsche è una ribellione aristocratica contro gli assetti sociali in cui i servi iniziano ad avere troppi diritti e non certo quella dei malriusciti la cui ribellione era dettata solo dall'invidia dei falliti. Dunque un totale addomesticamento di Nietzsche, quando invece è proprio nella radicalità demistificante che troviamo la sua grandezza ed anche la sua eventuale utilità. Ma questa grandezza non può essere còlta dalla sinistra, prima perché dell'imperialismo è elemento adeguato, poi, perché il Nietzsche edulcorato, che funziona bene per politici e intellettuali, è quello in cui tutto è interpretazione e, a livello giornalistico, opinione. Si potrebbe pensare al nietzscheanismo come la malattia infantile di post comunisti, diessini, sinistri vari prima che giungano finalmente, in modo coerente e conseguente, ai veri cantori del capitalismo. Certo il problema è anche dato dal fatto che bisognerebbe prendersi la briga di leggere Nietzsche e noi consigliamo appassionatamente la lettura di opere pubblicate dallo stesso Nietzsche, tali quindi da non dare adito a dubbi sulle reali intenzioni dell'autore, quali Al di là del bene e del male (1886), Genealogia della morale (1887). Sono dei capolavori di una chiarezza ed utilità illuminante per i temi che abbiamo trattato.
Se invece volessimo spostarci a destra, un altro pensatore che potrebbe bene rispondere alle necessità di una parte della cultura borghese nella fase del capitalismo transnazionale è Oswald Spengler che con Il tramonto dell'Occidente (1918 e 1922) incarna bene l'atteggiamento della borghesia nei momenti di crisi negando qualsiasi valore al concetto di progresso storico con una concezione biologica della storia umana in cui domina la necessità implacabile del destino. Forse più adatto alla fase di crisi dell'ormai dimenticato Francis Fukuyama autore di una riflessione, amata in quel momento di enfasi ed ottimismo seguito al crollo dell'impero sovietico, in cui veniva sancita, nell'epoca della "rivoluzione liberale mondiale", l'intrascendibilità dell'orizzonte capitalistico capace di garantire all'essere umano il riconoscimento della propria singolarità ed il soddisfacimento delle aspirazioni individuali di ricchezza e potere. Il successo di Fukuyama fu frutto di un'effimera passione, infatti il suo La fine della Storia e l'ultimo uomo del 1992, ma le cui premesse risalivano ad un articolo dell'89, non è mai più stato ristampato. Queste sono le conseguenze sul piano ideologico del prolungarsi della crisi. Era ormai insostenibile il cantore delle felici sorti del capitalismo. Comunque, interpretato in un modo o nell'altro, il tema della fine della storia, che va soprattutto inteso come impossibilità di passare ad un differente modo di produzione, rimane costante, rendendo al contempo intramontabile l'imperialismo.

4. La sinistra e il pensiero liberale

In realtà Nietzsche è il punto finale, coerentemente e radicalmente portato alle sue estreme conseguenze, di una tradizione occidentale, in cui i liberali hanno un ruolo rilevante, che, da un lato, propugna la sacrosanta inviolabilità e individualità della libertà, ma, dall'altro, la riserva a pochi ed anzi postula esplicitamente l'esclusione di lavoratori e colonizzati. La grandezza, e l'utilità demistificatrice di Nietzsche sta proprio nell'aver svelato l'ipocrisia di chi si lanciava nell'imperialismo colonialista, e nelle sue pratiche schiavistiche ed etnocide, nascondendosi dietro la bandiera del cammino della civiltà, dell'universalismo umanitario e dell'abolizione della schiavitù. Esattamente come oggi si esportano libertà e democrazia in Jugoslavia, Afghanistan, Iraq, ecc.
È proprio il difensore esplicito di una concezione schiavistica che denuncia l'ipocrisia dell'imperialismo, ma è proprio questo che non va agli apologeti nostrani del modo di produzione capitalistico ed ai difensori di quei presupposti liberali e umanistici che vengono in realtà meno perché condizionati da rigide clausole di esclusione. Siamo quindi di fronte con il pensiero liberale ad un falso universalismo. Da qui la necessità di approdare, per i neofiti del pensiero liberale e dell'imperialismo del capitale transnazionale, ad una visione edulcorata e innocentista di Nietzsche, come innocenti sono Locke che ha sostenuto esplicitamente la schiavitù, Mill che ha propugnato l'esportazione della civiltà attraverso l'obbedienza assoluta dei soggiogati appartenenti alle "razze minorenni", Tocqueville che ha criticato il gusto depravato per l'eguaglianza che porta a degradare i forti e la folle pretesa di por rimedi al male ereditario della povertà e del lavoro, per non parlare poi di chi verrà dopo come Mises e Hayek o di Popper che ha riabilitato il colonialismo.
È inevitabile allora lo sdegno di fronte alle analisi di autori che ancora cercano di sviluppare una puntuale e precisa opera di demistificazione dell'imperialismo mostrandone tutti gli aspetti, anche quelli più odiosi, che vengono fieramente sostenuti dai liberali e dai teorici più coerenti del modo di produzione capitalistico. Questo Nietzsche, che conosce e svela tutte le clausole di esclusione del pensiero e della società occidentale, non può che essere rifiutato da una sinistra che ha invece fatto propria la tradizione liberale, ma che non è ancora sufficientemente coraggiosa per accettarla nella sua interezza.

5. Razzizzazione trasversale e orizzontale

Losurdo ha mostrato come in Nietzsche sia presente quella che si può definire razzizzazione trasversale delle classi subalterne, quella cioè che contrappone plebei e nobili, servi e padroni in modo trasversale alle appartenenze nazionali o etniche e quindi in modo indipendente da queste. La razzizzazione antisemita, nella sua contrapposizione tra ariani-tedeschi ed ebrei, è invece orizzontale, ma questa per Nietzsche non fa altro che incarnare, nel suo attacco alla finanza ebraica, il risentimento dei falliti contro i benriusciti. È con la guerra totale e con l'imperialismo, che - secondo Losurdo - richiedono una razzizzazione orizzontale per poter gerarchizzare paesi ed etnie e mobilitare il popolo in armi, che la razzizzazione trasversale perderebbe rilevanza. La parabola che porta al Terzo Reich segnerebbe proprio il passaggio da un tipo di razzizzazione all'altro.
Siamo convinti che queste categorie, se poste in relazione con quell'altra categoria fondamentale costituita dall'imperialismo, possano essere ritradotte nella situazione odierna e possano trovare fertile applicazione nella spiegazione di alcune caratteristiche degli attuali assetti del modo di produzione dominante. Il razzismo trasversale è quello messo in atto dalla classe dei signori del capitalismo finanziario transnazionale, assolutamente indifferenti al colore della pelle dei servi ed alla loro collocazione nazionale. Esso trova una sua piena realizzazione in questa oligarchia indifferente alle appartenenze nazionali ed etniche, a meno che queste non diventino ostacolo alla circolazione di capitali o non siano sfruttabili nelle guerre per interposta persona combattute fra capitali concorrenti.
La razzizzazione trasversale, che pure riteniamo caratteristica presente e determinante in tutta la storia dell'imperialismo, funziona in modo ancora più completo oggi per la classe dominante, crediamo sia anzi l'ideologia coerente di cui avrebbe bisogno questa classe adesso. Tutto ciò non elimina comunque la razzizzazione orizzontale, pur rimanendo le due in un rapporto di subordinazione dell'una rispetto all'altra. Si potrebbe definire la razzizzazione trasversale "oggettiva" e quella orizzontale "strumentale": che i servi siano bianchi, neri, gialli (anche verdi se si potessero colonizzare i marziani) o appartengano alle nazioni delle metropoli imperialistiche o dell'ultimo mondo è assolutamente indifferente per i signori del capitale transnazionale.
La razzizzazione orizzontale funziona però ancora bene come "propaganda" per la plebe delle metropoli imperialistiche: verso l'esterno per giustificare le azioni colonialistiche contro gli "stati canaglia", che in questo preciso momento hanno preso il posto che spettava ad ebrei e negri, e verso l'interno con la razzizzazione dei lavoratori immigrati che serve per spezzare qualsiasi elemento di coscienza internazionalistica fra i lavoratori indigeni dei paesi imperialisti e quelli stranieri. In queste due situazioni i riferimenti all'etnia e alla nazione sono ancora utili.
La razzizzazione trasversale non è solo ideologia adeguata al ceto dei signori del capitale transnazionale, ma corrisponde anche ad una realtà oggettiva, però non si può raccontare ai servi dei centri imperialistici che la guerra si fa per uno scontro fra capitali e che i servi negri (o qualsiasi altro carattere distintivo si voglia sottolineare, sia esso religioso o nazionale) sono uguali a quelli del paese imperialista; ecco allora che in questo caso si può ancora utilizzare la razzizzazione orizzontale proficuamente ed ecco che ancora bisogna tornare ad indagare il peso ed il valore delle parole e delle categorie prodotte dalla classe dominante e destinate a diventare senso comune.