LE PAROLE DIFFICILI
nella fase transnazionale del modo di produzione capitalistico
Francia 1789. Nei giorni convulsi che preparano l'esplosione della rivoluzione gli avvenimenti si succedono rapidamente. 5 maggio: convocazione degli Stati generali. 17 giugno: il Terzo stato si autoproclama Assemblea nazionale. 20 giugno: nella Sala della pallacorda i deputati giurano di non separarsi fino a quando non sarà proclamata la costituzione. 9 luglio: l'assemblea assume il nome di Assemblea nazionale costituente. Alla destra della presidenza siedono i rappresentanti dell'aristocrazia e dell'alto clero contrari ad ogni trasformazione; al centro i nobili e la borghesia liberale che propongono come modello la monarchia costituzionale inglese; alla sinistra, divisa fra una componente più moderata ed una più radicale, borghesi e piccolo-borghesi che teorizzano, nelle frange più estreme, il suffragio universale e soluzioni democratiche definitive. I termini "destra" e "sinistra" per indicare e caratterizzare schieramenti politici e collocazioni ideologiche nascono qui. Che senso e significato hanno ora questi due termini nel panorama politico italiano, ma il discorso è estendibile al di là delle nomenclature specifiche al gioco politico dei paesi capitalistici avanzati, nella fase transnazionale del modo di produzione capitalistico?
1. Due termini ambigui ed uno impronunciabile
Nel dibattito politico, e soprattutto nell'indagine storica, molto meglio
sarebbe utilizzare termini più chiari e determinati come liberalismo,
comunismo, fascismo, socialdemocrazia, ecc.; non che ovviamente all'interno
di ognuno di questi singoli movimenti non vi siano state diversità
di interpretazioni e posizioni politiche, ma almeno sono più specifici
di destra e sinistra. Al di là però della vaghezza
del termine e delle diverse interpretazioni, per citare Bobbio[1]
la sinistra sarebbe il partito dell'eguaglianza e la destra quello della
diseguaglianza, la vera questione nel dibattito politico e filosofico nella
fase contemporanea del capitalismo ci pare essere questa: che valore esplicativo
e, soprattutto, che valenza di classe (e quali di conseguenza i punti
di riferimento ideologici e culturali) hanno questi termini? Sono ancora
parole capaci di indicare contenuti diversi o si sono trasformate in una
sorta di maschere della commedia politica che, invece di mettere in scena
"Arlecchino servitore di due padroni", rappresenta un inedito
"Due Arlecchini servitori di un unico padrone"?
Utilizziamo pure la dicotomia destra-sinistra per il valore simbolico e
referenziale che riveste ancora a livello di senso comune e nel parlare
quotidiano, ma cerchiamo di vedere come destra e sinistra siano solo diverse
caratterizzazioni culturali della medesima oligarchia finanziaria capitalistica
transnazionale. Pensiamo alle due ali di uno stesso schieramento che condividono
uguali scelte strutturali di politica economica ed un'impostazione ideologica
comune, a parole, genericamente liberaldemocratica[2].
Questa perdita di differenza e di significati è la conseguenza di
una trasformazione ideologica adeguata alla fase di evoluzione del modo
di produzione capitalistico che si è ormai compiutamente mondializzato
e che non trova più una rappresentanza di classe contrapposta che
non sia marginale e quantomeno carente per quel che riguarda l'analisi scientifica.
Il problema è che qui manca la parola, mancano i termini e quando
ci sono vengono occultati. Se manca la parola per indicare una reale contrapposizione
vuol dire che manca la cosa, o che la cosa è poco importante o che,
soprattutto, è poco importante una reale distinzione? Gli etnolinguisti
hanno scoperto negli anni Quaranta che i lapponi hanno un numero incredibile
di termini per indicare la neve vista l'importanza e la molteplicità
di usi che essa ha in quella società noi, invece, abbiamo due parole
opposte per indicare la distinzione fra due cose molto simili. Quindi non
più comunismo, liberalismo, socialismo, ecc. che indicavano posizioni
diverse e antagonismi reali, ma ormai superati all'interno dell'unica dimensione
della realtà e del pensiero capitalistico mondializzato, bensì
destra e sinistra. Destra e sinistra rispetto a cosa? Rispetto
al posto che occupano al comune punto di riferimento ideologico e di classe:
il capitale transnazionale. Del resto, come bene avevano spiegato Marx ed
Engels, la lingua è sia prodotto sociale che, al contempo, condizione
per lo sviluppo della società stessa essendo connessa con l'attività
produttiva.
La lingua è la coscienza reale che nasce dal bisogno del contatto
con gli altri uomini, è la realtà immediata del pensiero.
D'altro canto L'ideologia tedesca mostra anche come col linguaggio
si formino i sistemi ideologici e come le idee dominanti siano in ogni epoca
quelle della classe dominante. Pensiamo al significato che assumono certi
termini come "valore" o "proprietà", frutto di
una storicamente determinata organizzazione della società, che vengono
utilizzati come fossero elementi naturali e sempiterni. L'uso di due parole
opposte per indicare qualcosa che invece è uguale è immagine
sia di un occultamento ideologico, la lingua serve così a formare
le coscienze e permette meglio il controllo delle classi dominate, ma anche
del fatto che non c'è la possibilità di cogliere una contrapposizione
di classe con termini più chiari perché la lotta stessa è
stata persa da uno dei contendenti e l'unica percezione possibile rimasta
di uno scontro, fittizio, è quella fra destra e sinistra. Un fenomeno
speculare avviene del resto quando si svuotano di significato anche i termini
più specifici trasformandoli in una parodia o in un insulto (tacciare
ad esempio di "comunismo" gli avversari elettorali), rafforzando
una differenza apparente e sottile con un termine che indica tutt'altro
e che viene così svuotato del suo vero significato.
Al di là dunque di politiche economiche che sono complementari, quando
non identiche, e che possono al limite distinguersi per il peso specifico
che possono avere ancora all'interno della fase transnazionale specifici
interessi di settori legati ad una frazione determinata del capitale nazionale
o ad un'altra, un altro elemento comune è dato dal rifiuto di utilizzare
una parola impronunciabile. Se "destra" e "sinistra"
si usano abbondantemente, soprattutto quando non spiegano nulla, vi è
un termine che è invece coerentemente bandito sia da destra che da
sinistra proprio perché spiegherebbe anche troppo: "imperialismo".
Parola che almeno dal 1902, quando il liberale inglese John A. Hobson ha
pubblicato il suo Imperialism, è strumento efficace per chiarire
le dinamiche e l'evoluzione del modo di produzione capitalistico.
Senza il concetto di imperialismo diventa difficile capire l'origine della
guerra e soprattutto non c'è bisogno di individuarne il fondamento
nel permanere della lotta fra capitali e dello scontro interimperialistico.
L'essenza del capitalismo è la lotta fra i "fratelli nemici",
fra i capitali, e questo rimane immutato nella fase nazionale, in quella
multinazionale ed in quella attuale del modo di produzione capitalistico.
Così come nel passaggio alla fase del capitalismo monopolistico finanziario
si è assistito ad una lotta per la ripartizione del mondo, il cui
culmine è stato rappresentato dal duplice scontro mondiale interimperialistico,
oggi, nel tentativo di superare la crisi ormai più che trentennale
e nel passaggio alla piena maturità del capitale transnazionale,
lo scontro si inasprisce.
Se eliminiamo la parola imperialismo, eliminiamo anche la fastidiosa parola
"guerra": al suo posto "missioni di pace" e "interventi
umanitari". Certo l'evoluzione della realtà porta a dei cambiamenti
anche nel relativo linguaggio che questa realtà deve spiegare od
occultare e finalmente la parola poco pronunciabile guerra, magari con l'aggettivo
"preventiva", tipo vaccinazione, o "giusta" e "legale"
inizia ad essere usata più o meno esplicitamente. Così se
a livello di dichiarazioni governative l'umanitarismo delle missioni di
pace volto a negare qualsiasi volontà di occupazione militare è
comune sia a destra che a sinistra, a livello di analisi politica, mentre
la sinistra preferisce rifugiarsi dietro termini più neutrali e benevoli,
la destra, almeno quella statunitense che fa capo al gruppo dei cosiddetti
neoconservatori, ha imparato a riproporre in modo forte le proprie posizioni.
Pensiamo al Project for a new american century [cfr. Cfr. la Contraddizione,
no.95, aprile 2003; per la versione originale completa, anche del piano
Wolfowitz, si veda il "tema" Strategia di difesa Usa,
in rete a www. contraddizione.it] dove si parla chiaramente di "pace
americana", "XXI secolo unipolare", di "ordine mondiale
che deve trovare sicuro fondamento in un'indiscussa superiorità militare",
o all'altrettanto interessante documento per la sicurezza strategica di
Bush jr. in cui il "peculiare internazionalismo americano" si
basa sulla necessità di "esportare con la forza democrazia e
libero mercato".
Impronunciabile rimane "imperialismo" perché se no di dovrebbe
svelare l'arcano del funzionamento e della natura del modo di produzione
capitalistico. Visti gli elementi comuni fra destra e sinistra e vista la
relativa maggior reticenza nel linguaggio di quest'ultima vediamo di analizzare
le caratteristiche e i punti di riferimento ideologici della sinistra italiana.
Per inciso crediamo che non sia nemmeno corretto usare il termine di socialdemocrazia
per indicare la sinistra perché i socialdemocratici, quelli storici,
con tutti i difetti e criminali errori a partire dalle alleanze con le borghesi
nazionali nello scontro interimperialistico, comunque fosse erano espressione
organizzativa della classe lavoratrice; ora invece siamo in presenza di
uno dei due rami di un monopartitismo competitivo/agonistico manifestazione
di un'unica oligarchia capitalistica.
2. L'ideologia della sinistra
Vorremmo qui prendere in considerazione solo alcuni dei pensatori di
riferimento della sinistra per cercare di meglio illustrare i contenuti
di questo lato dell'apparente dicotomia. Ci soffermeremo su due autori che
sembrano apparentemente avere poco a che spartire, ma che in realtà
convergono a costituire un punto di riferimento comune.
Gianni Vattimo ci dà la versione italiana, meglio nota come "pensiero
debole", di un fenomeno più ampio, comune cioè alla riflessione
filosofica nel mondo capitalistico nella fase attuale, chiamato "postmoderno".
Si tratterebbe dell'abbandono di un pensiero "forte", metafisico
- in cui fondanti sono i riferimenti alla verità, all'unità,
alla totalità, a concezioni globali basate su principi primi - per
approdare ad un pensiero che abbandoni queste categorie totalizzanti. Secondo
Vattimo il pensiero debole nasce dall'esperienza della "fine della
storia", dal superamento cioè della concezione moderna della
storia intesa come corso progressivo e unitario. L'uomo postmoderno impara
a vivere in un mondo di verità relative, di mezze verità ed
è anzi capace, a partire da questo assunto fondamentale, di sviluppare
un modello umano aperto al pluralismo ed alla tolleranza.
La negazione del carattere veritativo della filosofia ridotta a "interpretazione"
ed "opinione" va benissimo per il capitale. Se la filosofia non
recupera il suo valore di verità, e per farlo deve porsi in rapporto
con la storia stessa, finisce per essere indifferente di fronte all'imperialismo.
Ecco perché il pensiero postmoderno è una delle forme più
adeguate per la classe dominante: l'unica verità assoluta resta il
modo di produzione capitalistico al cui interno la competizione fra destra
e sinistra, in seguito alla caduta delle verità metafisiche, si svolge
nei modi civili del dialogo e della differenza all'interno di una realtà
pacificata. Inevitabilmente da eliminare allora una concezione dialettica
del divenire, fondata sul concetto di modo di produzione in cui la contraddizione
determinata dalla lotta fra le classi sia reale e non semplice proiezione
metafisica di un'epoca barbara. Espulsi dal dialogo tollerante, perché
si basano su categorie primitive di verità e totalità, i comunisti
e gli strumenti di analisi da loro usati come l'imperialismo. In questo
modo la storia viene messa alla porta, ma questo è proprio uno degli
elementi portanti dell'ideologia della sinistra che finisce per sposare
l'imperialismo. Sul piano della ricerca della verità, ormai ridotta
ad opinione, una disciplina "scientifica" come la storia, nell'universo
atemporale ed eterno del libero mercato, non ha più alcun senso e
meno che mai può averlo la concezione materialistica della storia
che di questa scientificità è stato il tentativo più
radicale.
Passiamo ad un autore i cui fondamenti sono invece costituiti da pensatori
e categorie del mondo moderno. Norberto Bobbio è il più importante
teorico della liberaldemocrazia in Italia e non è un caso che sia
uno dei punti di riferimento della sinistra: è infatti assolutamente
estraneo all'orizzonte teorico di questo pensatore il concetto di imperialismo.
Bobbio ha impostato il suo discorso sul concetto di democrazia come "applicazione
delle regole del gioco", ma il suo formalismo giuspositivistico, tenendo
sempre separata la dimensione della struttura economica da quella giuridico-politica,
non fa altro che trasformare le "regole", le "leggi"
nella legittimazione di ciò che costituisce l'essenza del sistema
sociale: i rapporti economici e sociali determinati dal capitale.
Inevitabile allora nel formalismo liberaldemocratico il rifiuto della categoria
"imperialismo", che richiederebbe l'analisi della totalità
costituita dal modo di produzione in cui non sono separabili le varie componenti,
in quanto i rapporti di forza, fra le classi come fra gli stati, vengono
trascesi nel mondo delle procedure formali. Bobbio è del resto coerentemente
giunto, alla fine della sua elaborazione concettuale, ad un'esplicita condanna
del comunismo ed alla condivisione dell'analisi sviluppata dagli autori
del Libro nero del comunismo, altrettanto coerentemente pubblicata
con pieno risalto dall'Unità il 3 aprile 1998: "No. non
c'è mai stato il comunismo giusto... Questo universalismo dispotico
appartiene alla natura stessa del comunismo storico", in quanto giusto
è ciò che è conforme a legge purché non sia
la legge che legittima la lotta di classe dei comunisti.
Vediamo così che due filosofie all'apparenza diverse convergono.
Non è un caso che Bobbio e Vattimo possano essere assimilati, per
usare un'analogia storica, alla sinistra dell'interventismo democratico
del primo conflitto mondiale interimperialistico. Sia l'uno che l'altro
si sono trovati rispettivamente schierati a favore della "guerra legittima"
(prima guerra del Golfo) e della "guerra umanitaria" (guerra alla
Jugoslavia). Il pensiero debole ed il formalismo giuspositivistico funzionano
allora bene come nobile facciata per gli apparati politici della sinistra
perché col rispetto delle regole del gioco e l'elogio della tolleranza
occultano la verità dell'imperialismo. Con questo non vogliamo ridurre
il panorama filosofico italiano, cui la sinistra fa riferimento, a Vattimo
e Bobbio, ma ci sembrano rivestire un valore esemplare per le conseguenze
implicite ed esplicite che hanno le loro interpretazioni filosofiche nei
confronti dell'imperialismo senza contare poi anche il ruolo politico ricoperto
dai due pensatori, l'uno senatore a vita e l'altro eurodeputato. Un filosofo
che invece non ha avuto alcuna remora a schierarsi apertamente con l'imperialismo
e a dire quello che pensava è Nietzsche. Ma vediamo che destino gli
è toccato in sorte sul piano politico.
3. Pensatori attuali e inattuali
Nietzsche definiva se stesso un pensatore "inattuale", ma egli
era attualissimo al punto di essere stato capace di dare una delle migliori
elaborazioni filosofiche al capitalismo imperialista, come aveva capito
bene Lukács[3]. Ancora più
attuale lo è ora visto che l'imperialismo, pur nella sua nuova fase
transnazionale, continua a rimanere l'orizzonte di riferimento entro cui
si muovono l'economia e la politica odierne. Nietzsche è però
diventato uno dei punti di riferimento della sinistra, con la conseguente
riduzione di Lukács ad una sorta di gangster filosofico stalinista
che ha falsificato il libertario Nietzsche trasformandolo in un nazista,
solo che in questo modo è stato costretto a subire una particolare
trasformazione.
Il Nietzsche di sinistra è un Nietzsche innocente ed edulcorato,
come ha mostrato Domenico Losurdo con un imponente lavoro che, sulla base
di un accurato metodo storico-filologico, ha riletto in chiave coerentemente
unitaria il pensiero del filosofo di Röcken dimostrando come gli elementi
politici presenti nel suo pensiero - caratterizzati dalla denuncia di un
bimillenario ciclo rivoluzionario, del quale si nega qualsiasi fondamento
oggettivo e soggettivo, che ha le sue origini nella tradizione ebraico-cristiana
e nella filosofia socratico-platonica e che ha sempre visto di fronte servi
e signori - non siano per nulla esterni ed occasionali rispetto alla riflessione
filosofica, estetica e morale, ma costituiscano la chiave di lettura atta
a cogliere l'unitarietà e la grandezza di questo pensatore[4].
Si rivaluta Nietzsche - cioè un pensatore coerente difensore ed espressione,
dal punto di vista di un radicalismo aristocratico, del periodo imperialistico
- perché con questo imperialismo la sinistra si intrattiene da tempo.
Però bisogna mantenere una veste di purezza ed allora non si rivaluta
Nietzsche per quello che è anche il suo pensiero politico, ma lo
si rende innocente come si rendono innocenti le bombe su Belgrado. La sinistra
così ben disposta verso le imprese imperialistiche, a meno che non
si trovi fuori dall'esecutivo, lo è esplicitamente solo fino a quando
queste si chiamano "missioni di pace". In realtà tutto
ciò ha una sua base teoretica fondata: se ogni verità, come
diceva Nietzsche, è interpretazione, una tale impostazione gnoseologica
si sposa bene con l'ideologia dominante nell'attuale fase di evoluzione
del modo di produzione capitalistico dove il principio di giustificazione
e riconoscimento consiste coerentemente nel ricorrere alla doxa,
all'opinione, alle regole con cui sul mercato si vende un prodotto (merce
o filosofia).
Il fatto che non vi sia un'oggettività nel delineare i valori non
elimina però per Nietzsche i valori stessi: è l'individuo
migliore che "pone il valore delle cose" e che al "valore"
non corrisponda alcuna realtà è solo un segno della forza
dell'impositore del valore, che afferma così la sua volontà
di potenza. È questa volontà la logica conclusione non accettata,
nelle sue estreme e coerenti conseguenze, dai sinistri sostenitori del pensiero
debole. Oggi i signori che stabiliscono i valori sono le oligarchie del
capitalismo transnazionale. Le contraddizioni, le lotte di classe, non esistono
più e la storia viene eliminata, favorendo così interpretazioni
destoricizzanti che rendono fruibile qualsiasi autore. Questa ermeneutica
dell'innocenza, che interpreta come metafore le affermazioni nietzscheane
più radicali, in Italia è egemone da almeno trent'anni grazie
all'interpretazione di Vattimo che trasforma il Superuomo in un Oltreuomo
capace di liberare l'individuo da illusioni metafisiche trascendenti (religione)
e immanenti (comunismo marxista), da strutture sociali che implichino la
divisione fra dominanti e dominati e la volontà di potenza viene
vista come esperienza artistica, lotta fra opposte volontà di potenza
come lotta di interpretazioni.
Addirittura la sinistra nostrana vede Nietzsche come il contestatore del
Potere e dell'Autorità. Il problema è che la contestazione
di Nietzsche del potere è la contestazione della Germania guglielmina
ormai irrimediabilmente compromessa col cristianesimo e col socialismo,
non è la contestazione di qualsiasi autorità. Anzi. L'unica
ribellione di Nietzsche è una ribellione aristocratica contro gli
assetti sociali in cui i servi iniziano ad avere troppi diritti e non certo
quella dei malriusciti la cui ribellione era dettata solo dall'invidia dei
falliti. Dunque un totale addomesticamento di Nietzsche, quando invece è
proprio nella radicalità demistificante che troviamo la sua grandezza
ed anche la sua eventuale utilità. Ma questa grandezza non può
essere còlta dalla sinistra, prima perché dell'imperialismo
è elemento adeguato, poi, perché il Nietzsche edulcorato,
che funziona bene per politici e intellettuali, è quello in cui tutto
è interpretazione e, a livello giornalistico, opinione. Si potrebbe
pensare al nietzscheanismo come la malattia infantile di post comunisti,
diessini, sinistri vari prima che giungano finalmente, in modo coerente
e conseguente, ai veri cantori del capitalismo. Certo il problema è
anche dato dal fatto che bisognerebbe prendersi la briga di leggere Nietzsche
e noi consigliamo appassionatamente la lettura di opere pubblicate dallo
stesso Nietzsche, tali quindi da non dare adito a dubbi sulle reali intenzioni
dell'autore, quali Al di là del bene e del male (1886), Genealogia
della morale (1887). Sono dei capolavori di una chiarezza ed utilità
illuminante per i temi che abbiamo trattato.
Se invece volessimo spostarci a destra, un altro pensatore che potrebbe
bene rispondere alle necessità di una parte della cultura borghese
nella fase del capitalismo transnazionale è Oswald Spengler che con
Il tramonto dell'Occidente (1918 e 1922) incarna bene l'atteggiamento
della borghesia nei momenti di crisi negando qualsiasi valore al concetto
di progresso storico con una concezione biologica della storia umana in
cui domina la necessità implacabile del destino. Forse più
adatto alla fase di crisi dell'ormai dimenticato Francis Fukuyama autore
di una riflessione, amata in quel momento di enfasi ed ottimismo seguito
al crollo dell'impero sovietico, in cui veniva sancita, nell'epoca della
"rivoluzione liberale mondiale", l'intrascendibilità dell'orizzonte
capitalistico capace di garantire all'essere umano il riconoscimento della
propria singolarità ed il soddisfacimento delle aspirazioni individuali
di ricchezza e potere. Il successo di Fukuyama fu frutto di un'effimera
passione, infatti il suo La fine della Storia e l'ultimo uomo del
1992, ma le cui premesse risalivano ad un articolo dell'89, non è
mai più stato ristampato. Queste sono le conseguenze sul piano ideologico
del prolungarsi della crisi. Era ormai insostenibile il cantore delle felici
sorti del capitalismo. Comunque, interpretato in un modo o nell'altro, il
tema della fine della storia, che va soprattutto inteso come impossibilità
di passare ad un differente modo di produzione, rimane costante, rendendo
al contempo intramontabile l'imperialismo.
4. La sinistra e il pensiero liberale
In realtà Nietzsche è il punto finale, coerentemente e
radicalmente portato alle sue estreme conseguenze, di una tradizione occidentale,
in cui i liberali hanno un ruolo rilevante, che, da un lato, propugna
la sacrosanta inviolabilità e individualità della libertà,
ma, dall'altro, la riserva a pochi ed anzi postula esplicitamente l'esclusione
di lavoratori e colonizzati. La grandezza, e l'utilità demistificatrice
di Nietzsche sta proprio nell'aver svelato l'ipocrisia di chi si lanciava
nell'imperialismo colonialista, e nelle sue pratiche schiavistiche ed etnocide,
nascondendosi dietro la bandiera del cammino della civiltà, dell'universalismo
umanitario e dell'abolizione della schiavitù. Esattamente come oggi
si esportano libertà e democrazia in Jugoslavia, Afghanistan, Iraq,
ecc.
È proprio il difensore esplicito di una concezione schiavistica che
denuncia l'ipocrisia dell'imperialismo, ma è proprio questo che non
va agli apologeti nostrani del modo di produzione capitalistico ed ai difensori
di quei presupposti liberali e umanistici che vengono in realtà meno
perché condizionati da rigide clausole di esclusione. Siamo quindi
di fronte con il pensiero liberale ad un falso universalismo. Da qui la
necessità di approdare, per i neofiti del pensiero liberale e dell'imperialismo
del capitale transnazionale, ad una visione edulcorata e innocentista di
Nietzsche, come innocenti sono Locke che ha sostenuto esplicitamente la
schiavitù, Mill che ha propugnato l'esportazione della civiltà
attraverso l'obbedienza assoluta dei soggiogati appartenenti alle "razze
minorenni", Tocqueville che ha criticato il gusto depravato per l'eguaglianza
che porta a degradare i forti e la folle pretesa di por rimedi al male ereditario
della povertà e del lavoro, per non parlare poi di chi verrà
dopo come Mises e Hayek o di Popper che ha riabilitato il colonialismo.
È inevitabile allora lo sdegno di fronte alle analisi di autori che
ancora cercano di sviluppare una puntuale e precisa opera di demistificazione
dell'imperialismo mostrandone tutti gli aspetti, anche quelli più
odiosi, che vengono fieramente sostenuti dai liberali e dai teorici più
coerenti del modo di produzione capitalistico. Questo Nietzsche, che conosce
e svela tutte le clausole di esclusione del pensiero e della società
occidentale, non può che essere rifiutato da una sinistra che ha
invece fatto propria la tradizione liberale, ma che non è ancora
sufficientemente coraggiosa per accettarla nella sua interezza.
5. Razzizzazione trasversale e orizzontale
Losurdo ha mostrato come in Nietzsche sia presente quella che si può
definire razzizzazione trasversale delle classi subalterne, quella cioè
che contrappone plebei e nobili, servi e padroni in modo trasversale alle
appartenenze nazionali o etniche e quindi in modo indipendente da queste.
La razzizzazione antisemita, nella sua contrapposizione tra ariani-tedeschi
ed ebrei, è invece orizzontale, ma questa per Nietzsche non fa altro
che incarnare, nel suo attacco alla finanza ebraica, il risentimento dei
falliti contro i benriusciti. È con la guerra totale e con l'imperialismo,
che - secondo Losurdo - richiedono una razzizzazione orizzontale per poter
gerarchizzare paesi ed etnie e mobilitare il popolo in armi, che la razzizzazione
trasversale perderebbe rilevanza. La parabola che porta al Terzo Reich segnerebbe
proprio il passaggio da un tipo di razzizzazione all'altro.
Siamo convinti che queste categorie, se poste in relazione con quell'altra
categoria fondamentale costituita dall'imperialismo, possano essere ritradotte
nella situazione odierna e possano trovare fertile applicazione nella spiegazione
di alcune caratteristiche degli attuali assetti del modo di produzione dominante.
Il razzismo trasversale è quello messo in atto dalla classe dei signori
del capitalismo finanziario transnazionale, assolutamente indifferenti al
colore della pelle dei servi ed alla loro collocazione nazionale. Esso trova
una sua piena realizzazione in questa oligarchia indifferente alle appartenenze
nazionali ed etniche, a meno che queste non diventino ostacolo alla circolazione
di capitali o non siano sfruttabili nelle guerre per interposta persona
combattute fra capitali concorrenti.
La razzizzazione trasversale, che pure riteniamo caratteristica presente
e determinante in tutta la storia dell'imperialismo, funziona in modo ancora
più completo oggi per la classe dominante, crediamo sia anzi l'ideologia
coerente di cui avrebbe bisogno questa classe adesso. Tutto ciò non
elimina comunque la razzizzazione orizzontale, pur rimanendo le due in un
rapporto di subordinazione dell'una rispetto all'altra. Si potrebbe definire
la razzizzazione trasversale "oggettiva" e quella orizzontale
"strumentale": che i servi siano bianchi, neri, gialli (anche
verdi se si potessero colonizzare i marziani) o appartengano alle nazioni
delle metropoli imperialistiche o dell'ultimo mondo è assolutamente
indifferente per i signori del capitale transnazionale.
La razzizzazione orizzontale funziona però ancora bene come "propaganda"
per la plebe delle metropoli imperialistiche: verso l'esterno per giustificare
le azioni colonialistiche contro gli "stati canaglia", che in
questo preciso momento hanno preso il posto che spettava ad ebrei e negri,
e verso l'interno con la razzizzazione dei lavoratori immigrati che serve
per spezzare qualsiasi elemento di coscienza internazionalistica fra i lavoratori
indigeni dei paesi imperialisti e quelli stranieri. In queste due situazioni
i riferimenti all'etnia e alla nazione sono ancora utili.
La razzizzazione trasversale non è solo ideologia adeguata al ceto
dei signori del capitale transnazionale, ma corrisponde anche ad una realtà
oggettiva, però non si può raccontare ai servi dei centri
imperialistici che la guerra si fa per uno scontro fra capitali e che i
servi negri (o qualsiasi altro carattere distintivo si voglia sottolineare,
sia esso religioso o nazionale) sono uguali a quelli del paese imperialista;
ecco allora che in questo caso si può ancora utilizzare la razzizzazione
orizzontale proficuamente ed ecco che ancora bisogna tornare ad indagare
il peso ed il valore delle parole e delle categorie prodotte dalla classe
dominante e destinate a diventare senso comune.