Documento


IL DEBITO USA
liquidazione fallimentare di un imperialismo

Michael Hodges

Se qualcuno consuma tutto quel che possiede
facendo debiti che ammontano a una somma uguale
al valore di quel che possiede, tutto il suo possesso
rappresenta per l'appunto solo la somma totale dei suoi debiti.

[Karl Marx, Il capitale]

 

La pagina di rete <http://www.dailyreckoning.com/> pubblica da Parigi osservazioni critiche di fatto (non importa con quale apparato teorico) sulla crisi dell'economia Usa. L'autore di questa nota cura periodicamente il Grandfather economic report - una serie di rapporti che mostrano un quadro allarmante della situazione Usa, soprattutto per la sua popolazione. Hodges è un fisico ex dirigente di industria che si preoccupa di tale situazione nella sua veste di "nonno". [*.*]

È chiaro che dal 1990 l'economia è stata trainata quasi interamente dalla più grande iniezione di indebitamento nella storia, che si è tradotta in una forte diminuzione del reddito nazionale per dollaro. Come chi entra nel tunnel della droga ha bisogno di dosi sempre crescenti per sopravvivere, gli Usa richiedono somme sempre crescenti di nuovo debito per compensare il reddito in diminuzione - anche nelle famiglie con due stipendi.
Con un indebitamento complessivo di 34 mmrd $ - ossia quasi 120 mila $ pro capite - gli Usa sono diventati una "pattumiera" come non mai. Il 61% (21 mmrd $) di questo debito è stato creato dopo il 1990, un periodo nel quale il debito ha "tirato" più dell'attività produttiva. Ma due domande si impongono: può il debito sostituire la produzione? Possono gli statunitensi prendere a prestito il loro benessere? La risposta è una sola: assolutamente no!!
Il rapporto ufficiale del governo indica il debito federale totale in 6,2 mmrd $ (22 mila $ a testa). Ma se si considera l'intero indebitamento Usa - che, oltre al debito federale ufficiale, comprende anche il debito degli enti locali per ulteriori 2 mmrd $ circa, e altri ben 26 mmrd per quello estero, delle famiglie, delle imprese e dei settori finanziari interni (incluso il debito federale verso i fondi di investimento), ma con l'esclusione delle forti somme relative alla sicurezza sociale, alle pensioni pubbliche e alla sanità - si arriva al ricordato importo complessivo che supera i 34 mmrd $. L'economia è adesso due o tre volte più dipendente dal debito di prima, con un'eccedenza debitoria di quasi 20 mmrd $ maggiore rispetto ai rapporti stabiliti negli anni precedenti.
Osservando per gli Usa la tendenza del debito complessivo rispetto a quella del pil, si vede come la prima cresca sempre più rapidamente della seconda. Nei vent'anni tra metà degli anni 1950 e 1970 il debito è cresciuto più o meno agli stessi ritmi del pil, nonostante l'indebitamento di bilancio per la seconda guerra mondiale e le guerre di Corea e Viet-nam. Viceversa, negli ultimi vent'anni la tendenza del debito è esplosa in continuazione, allontanandosi sempre più da quella del pil e raggiungendo l'ammontare totale indicato.

Ne risulta che attualmente il debito totale è otto volte superiore a quello del 1957, con quello pro capite che così eccede di 94 mila $ quello di allora (il tutto a prezzi costanti). Il debito totale supera il 400% del reddito nazionale, mentre nel 1957 stava sotto al 200%: perciò, come detto, l'eccedenza attuale si avvicina ai 20 mmrd $, dato che anziché superare l'ammontare indicato avrebbe dovuto attestarsi, ai precedenti tassi, sui 15 mmrd $. Negli anni 1990 è stato creato il 70% dell'attuale debito del settore finanziario interno ed è cresciuto tre volte e mezzo più rapidamente dell'economia; quello di imprese e famiglie è aumentato del 50%; nello stesso periodo il governo centrale ha trasferito 1,7 mmrd $ di eccedenze dei fondi di investimento a nuovi fondi non garantiti. Solo nell'ultimo anno il debito delle famiglie è paurosamente cresciuto quattro volte più velocemente dell'economia. Anche gli studenti devono imparare che cosa voglia dire indebitarsi fino al collo, se per raggiungere il diploma devono sfiorare i 20 mila $ di prestiti; anche il debito sulle carte di credito per gli studenti è quasi raddoppiato. Le università promuovono l'emissione di carte di credito, tramite partite di giro con agenzie.
Ecco perché l'economia Usa (come detto in apertura) è ormai trainata dal debito, che ha raggiunto almeno il 100% dei rapporti debitori precedenti. Con un simile debito si può dire che quote sempre crescenti degli Usa appartengono all'estro, circa "8 mmrd $ di attivi finanziari, comprendenti il 13% dei titoli e il 24% delle obbligazioni di imprese". Secondo il citato rapporto federale, all'estero va anche il 40% dei titoli del Tesoro e il 14% dell'ente statale per il debito (come il finanziamento su ipoteche), dal 5% del 1995. Il principale erogatore di finanziamenti su ipoteche (Fannie Mae) opera per circa un terzo sui mercati esteri. Inoltre, investitori esteri acquistano immobili e fabbriche (a es. la "californiana" Pimco, il maggiore fondo obbligazionario del mondo non è un'impresa Usa ma una divisione della tedesca Allianz).
Non si deve andar pazzi per gli investimenti esteri, ma se si consuma più di quanto si produca e se si risparmia solo prendendo a prestito, si cumulano debiti e disavanzi commerciali senza precedenti che si aggiungono alla spesa pubblica in eccesso. Mentre il debito Usa è impiegato all'interno, porzioni sempre più vaste di esso sono ora controllate da investitori esteri. Gli Usa, perciò, sono sempre meno indipendenti nel controllo della loro economia.

Nota aggiuntiva

James Turk [alert@goldmoney.com] mette sull'avviso circa la conversione all'euro da parte dell'Opec. La continua caduta del dollaro sposta l'attenzione sul petrolio, e sull'Opec in particolare se quella organizzazione richiedesse euro in pagamento, contro coloro che restano vincolati al dollaro. I dati di un rapporto del ministero del commercio Usa, incrociati con il corso dei cambi fornito dalla Fed, mostrano che negli ultimi tre anni, all'aumento della quotazione dell'euro sul dollaro, pari a un po' più del 26%, è corrisposto un aumento del prezzo in dollari del petrolio grezzo del 26%, mentre il prezzo in euro è rimasto sostanzialmente invariato.
Non può trattarsi di una mera coincidenza. Verosimilmente ciò può stare a significare che l'Opec, di fronte al collasso del dollaro, aumenta il prezzo del greggio in dollari per compensare le prospettate perdite, proteggendo il proprio potere d'acquisto. Ciò potrebbe voler dire che, implicitamente, gli esportatori di petrolio già si riferiscono all'euro come valuta di riferimento per il petrolio. Dai dati che indicano un aumento triennale del costo di importazione del greggio per 25 mrd, si deduce sia un incremento del disavanzo commerciale per gli importatori, ma sia la difesa del potere d'acquisto da parte degli esportatori attraverso l'aumento del prezzo di vendita. Tutto ciò rappresenta l'entrata del dollaro in un circolo vizioso che può farlo precipitare sempre più verso il basso. L'ultimo aumento annuo è di circa 70 mrd $ del disavanzo Usa.
Il 20% è dovuto alle importazioni di greggio, che supera il 26% se si includono anche i derivati del petrolio: esattamente quanto serve agli esportatori di petrolio per compensare la debolezza del dollaro. In questo senso, si può pensare che un dollaro debole possa andare a vantaggio del disavanzo commerciale Usa? Se così stessero le cose, evidentemente no. Il "mantra" - dice Turk - dei successivi ministri del Tesoro usamericani, a favore di un dollaro forte, mostrerebbe che gli esportatori di greggio non si curerebbero affatto della discesa della sua quotazione. Ma il greggio non rappresenta che una parte minore del crescente disavanzo Usa. Perciò la spirale discendente del dollaro non fa che ribadirne la crescente contraddizione.