IL BORGHESE PICCOLO PICCOLO
considerazioni sulla crisi italiana
Vladimiro Giacché
1. Una crisi nella crisi
Che l'economia italiana versi in un grave stato di crisi, ormai, non
è più un mistero per nessuno, neppure per i telegiornali di
regime. Le dimensioni di questa crisi, però, stentano ad essere percepite
nella loro realtà e gravità. E lo stesso può dirsi
per i motivi di fondo di essa.
Si è detto che stiamo vivendo, dal primo trimestre del 2001 ad oggi,
"la più lunga fase di ristagno in mezzo secolo" (lo ha
detto il vice direttore generale di Banca d'Italia, Pierluigi Ciocca). Giusto.
Ma la crisi è cominciata prima: e precisamente da quando - nel 1998
- gli effetti dell'ultima svalutazione competitiva, quella del 1995, hanno
cominciato ad affievolirsi. Questo è il significato delle cifre riportate
nella relazione letta dal governatore della Banca d'Italia il 31 maggio
2003: "in cinque anni, tra il 1997 e il 2002, la produzione industriale
ha segnato in Italia un aumento del 3%. In Francia l'incremento è
stato intorno all'11, in Germania del 12; nell'area dell'euro, escludendo
l'Italia, si situa al 14% ... La quota delle esportazioni italiane nel mercato
mondiale era progressivamente salita, tra gli anni cinquanta e gli anni
ottanta, dal 2 al 4,5% ... Dalla metà degli anni novanta è
iniziato un declino della competitività che ha riportato la partecipazione
italiana agli scambi mondiali al livello raggiunto alla metà degli
anni sessanta. A prezzi costanti, la quota di mercato è diminuita
dal 4,5% nel 1995 al 3,6 nel 2002. La perdita è diffusa in tutti
i mercati." Come ormai sappiamo, il 2003 è andato ancora peggio;
quanto al 2004, si è aperto con un crollo del 14,7% delle esportazioni
al di fuori dell'Unione europea, ed un saldo complessivo della bilancia
commerciale italiana negativo per 1,9 mrd di euro. Insomma: un disastro.
Ovviamente, sarebbe sbagliato considerare la crisi italiana al di fuori
del quadro di una crisi di accumulazione del capitale di portata mondiale,
che è di lunga durata ma che sembra essersi decisamente approfondita
negli ultimi anni. In questa crisi si inserisce la progressiva erosione
- in tutti i paesi capitalistici avanzati - del salario diretto (tramite
la precarizzazione dei rapporti di lavoro), di quello indiretto (tramite
lo smantellamento dello "stato sociale" ) e di quello differito
(per mezzo dell'attacco alle pensioni). Ed è in fondo l'aggravarsi
di questa crisi a generare anche i conflitti bellici, che non a caso hanno
conosciuto una vera e propria escalation nell'ultimo decennio.
Ciò detto, una cosa è indubbia: se la crisi è mondiale,
il caso italiano è di particolare gravità. Siamo al declino
di un modello di specializzazione e di un modello dimensionale, che qualcuno
aveva interpretato addirittura come un modello vincente di capitalismo:
il "piccolo è bello", cantato per decenni dagli aedi della
"terza Italia" e del "capitalismo molecolare", mostra
drammaticamente i suoi limiti; quanto alle "grandi famiglie" del
capitalismo italiano, salvo pochissime eccezioni sono letteralmente in fuga
dai settori produttivi più avanzati. Tutto questo può spingere
l'Italia inesorabilmente ai margini dell'economia europea, relegandola a
un ruolo periferico nella divisione internazionale del lavoro.
Nella gravità della crisi attuale va riconosciuto il fallimento
della borghesia italiana, la sua incapacità di essere classe
dirigente. Bisogna però intendersi sul significato di "classe
dirigente", per evitare di cadere in posizioni moralistiche ed astratte.
Nell'attuale fase storica, la borghesia dei paesi "capitalisticamente
avanzati" (una volta si sarebbe detto "imperialistici"...)
ha un solo modo per essere classe dirigente: quello di svolgere diligentemente
il proprio compito di "funzionario del capitale", di strumento
dell'accumulazione del capitale; in questo senso - e solo in questo - la
borghesia può oggi essere "classe dirigente". Su questo
- e non su sciocchezze alla moda quali i presunti "fini sociali"
dell'impresa, la "voglia di etica", e via mistificando - va misurato
il successo o il fallimento del singolo proprietario dei mezzi di produzione
e più in generale della borghesia come classe. Infatti, come osservava
già molti anni fa Guido Rossi [Riforma dell'impresa o riforma
dello Stato? (1976), in Trasparenze e vergogna. Le società
e la borsa, Il Saggiatore, Milano 1982], "l'impresa capitalistica
non può sopportare, per la sua stessa natura, una destinazione a
"fini sociali". L'impresa capitalistica ha solo in se stessa e
nel proprio sviluppo il suo scopo mediato e finale".
Il capitalista ha insomma un solo dovere: quello di essere un buon "funzionario
del capitale". Certo, è un dovere che - ove correttamente adempiuto
- produce conseguenze paradossali. Una su tutte: quanto più il capitalista
svolge con efficacia il proprio compito di "funzionario del capitale",
tanto più vede trasformarsi il proprio ruolo in quanto tale. Quanto
più si procede sulla strada della concentrazione e centralizzazione
dei capitali, tanto più perde di importanza la figura classica del
"proprietario" (dell'"imprenditore") come perno dell'organizzazione
della produzione. Si tratta di un fenomeno che Marx vide con chiarezza trattando
della società per azioni e ponendone in rilievo il duplice carattere
progressivo: da un lato, come leggiamo nel Capitale, la società
per azioni trasforma "i proprietari di capitale in puri e semplici
proprietari, puri e semplici capitalisti monetari", e quindi radicalizza
la tendenza di fondo del modo di produzione capitalistico, operando la completa
separazione del lavoro dalla proprietà dei mezzi di produzione; dall'altro
nella società per azioni il capitale "acquista direttamente
la forma di capitale sociale (capitale di individui direttamente associati)
contrapposto al capitale privato": in tal senso "le imprese azionarie
capitalistiche sono da considerarsi... come forme di passaggio dal modo
di produzione capitalistico a quello associato" [C,III.27; cfr.
Quiproquo].
La tendenza intuita da Marx si è poi effettivamente prodotta. In
particolare, il primo dei due aspetti richiamati si è delineato con
chiarezza negli Stati Uniti sin dai primi decenni del novecento, tant'è
che a esso è dedicato il famoso Società per azioni e proprietà
privata (1932) di Berle e Means, la cui tesi fondamentale riguarda
la separazione tra "proprietà" e "controllo"
dell'impresa: la prima assegnata ai (molti) azionisti delle imprese, il
secondo attribuito ai manager. Successivamente - soprattutto dopo
la seconda guerra mondiale - la tendenza alla separazione tra proprietà
e controllo dell'impresa ha riguardato (con varianti non decisive) pressoché
tutti i paesi capitalistici maggiormente sviluppati. In Italia, invece,
le cose sono andate un po' diversamente. Ed è qui che cominciano
i problemi.
2. Un capitalismo "familiare"
La particolarità della situazione italiana è chiaramente
rappresentata dal fatto che il capitalismo italiano viene tuttora definito
in primo luogo come un capitalismo familiare. E a buon diritto, se
si pensa che il carattere familiare del capitalismo italiano non rappresenta
soltanto una caratteristica predominante delle imprese italiane,
ma si è addirittura rafforzato negli ultimi anni: basti pensare
che nel 2000 la percentuale di persone fisiche residenti che detenevano
la proprietà o il controllo diretto dell'impresa era giunta all'89,9%
del totale [cfr. Indagine sulle imprese manifatturiere. Ottavo rapporto
sull'industria italiana e la politica industriale, Capitalia, Roma,
dicembre 2002].
In molti studi sull'economia italiana il carattere "familiare"
del capitalismo nostrano è considerato alla stregua di un "carattere
nazionale" degli italiani (come il gesticolare mentre si parla, arrivare
in ritardo agli appuntamenti e simili). Non è così: si tratta
invece di una sopravvivenza storica, che ha pesanti conseguenze sul piano
dell'accumulazione del capitale e rappresenta un freno importante allo sviluppo
economico. Per capirlo è sufficiente esaminare da vicino alcune conseguenze
del "capitalismo familiare" nella conduzione delle imprese.
Il carattere familiare della proprietà fa sì che i dirigenti
d'impresa non soltanto non godano di sufficiente autonomia operativa rispetto
alla proprietà stessa, ma spesso addirittura coincidano con
il proprietario e con i suoi parenti e discendenti. Il fatto che parenti
e discendenti del proprietario-fondatore dell'impresa vengano prescelti
per svolgere un ruolo manageriale unicamente a motivo della loro consanguineità
con il proprietario stesso, rappresenta una modalità di selezione
del management aziendale tanto anacronistica (potremmo definirla
"feudale-dinastica") quanto inefficiente: quando le cose vanno
bene, il governo dell'impresa sarà affidato a persone (casualmente)
capaci, che però daranno sempre la priorità al mantenimento
del controllo familiare dell'impresa rispetto allo sviluppo dell'impresa
stessa; se le cose vanno male, si avranno dei manager assolutamente
inadeguati a governare un'entità complessa qual è oggi l'impresa.
Non per caso, in alcune grandi società - vedi la Fiat - la successione
per via "dinastica" è saltata in presenza di manifesta
inadeguatezza a gestire l'azienda da parte degli eredi. In generale, però,
la coincidenza dei ruoli tra manager e proprietario si verifica anche
in società di grandi dimensioni, e non soltanto nelle piccole imprese.
I casi in cui le cose vanno diversamente sono eccezioni e non la regola:
tant'è vero che il settimanale Il Mondo ha dedicato addirittura
la copertina del numero del 7.5.2004 ad una di queste eccezioni, domandandosi
se il fatto che a comandare sia un manager esterno alla famiglia
proprietaria possa diventare (!) un modello per le imprese familiari ...
Sta di fatto che in genere le famiglie proprietarie si guardano bene dal
compiere questo passo. E ciò comporta tra l'altro tensioni ricorrenti
all'interno della società, che in genere esplodono in occasione dell'avvicendamento
tra le diverse generazioni di proprietari: tra l'altro, la base familiare-dinastica
col passare delle generazioni si amplia talora a dismisura (i membri della
famiglia Agnelli, ad esempio, oggi sono 120), creando inevitabilmente problemi
di ingovernabilità dell'impresa, soprattutto quando si sia alle prese
con scelte difficili (ad es. aumenti di capitale). Per tacere, poi, delle
vere e proprie saghe alla Dinasty che investono periodicamente società
e gruppi anche di grande dimensione (si pensi soltanto alle vicende dei
Ferruzzi e dei Falck).
Non meno importanti sono le conseguenze del controllo familiare delle imprese
dal punto di vista finanziario. Esse sono di due ordini: in primo luogo,
la permeabilità - per così dire - tra il patrimonio dell'impresa
e quello della famiglia proprietaria. Il pensiero corre subito a Tanzi e
ai suoi cari. Ma non deve fermarsi lì: infatti si tratta di un fenomeno
assai diffuso, tra società di ogni dimensione. È insomma frequente
che i profitti realizzati dalle società finiscano per intero nelle
tasche degli imprenditori e delle loro famiglie. Come ha rilevato Marcello
De Cecco, "mediante lo svuotamento sistematico dei bilanci, gli imprenditori
italiani sono riusciti a costituirsi fortune familiari che, sommate tra
loro, raggiungono dimensioni totali veramente ragguardevoli". Si producono
così cospicui patrimoni personali e familiari a fronte di una scarsa
patrimonializzazione delle imprese.
Purtroppo, però, per consentire ad un'impresa di stare sul mercato,
non soltanto occorrerebbe che i profitti che realizza fossero reinvestiti
(e non distratti), ma occorrerebbero capitali ancora superiori a quelli
così disponibili. Infatti, come ricordava Marx, "con lo sviluppo
del modo di produzione capitalistico, cresce il volume minimo del capitale
individuale, necessario per far lavorare un'azienda nelle sue condizioni
normali", ossia "aumenta il volume minimo di capitale che è
necessario al capitalista individuale per la messa in opera produttiva del
lavoro" [C,III.15]. O, per rifarsi ad un recente testo già
citato su queste pagine: l'"aumento delle economie di scala e l'incremento
delle dimensioni minime di investimento... richiedono di norma risorse
finanziarie eccedenti quelle aziendalmente disponibili per la crescita,
e il mercato internazionale dei capitali è pronto a fornirle purché
si sia in grado di dimostrare che dalla crescita ... deriveranno guadagni
adeguati al capitale investito. In tal modo il mercato internazionale dei
capitali diviene il vero giudice del merito e della fattibilità delle
strategie e dei progetti di impresa. Per l'Europa continentale ciò
significa sottrarre il giudizio sulla condotta delle imprese ai gruppi
di controllo che l'avevano tradizionalmente esercitato in modo esclusivo"
[G.M. Gros-Pietro, E. Reviglio, A. Torrisi, Assetti proprietari e mercati
finanziari europei, Il Mulino, Bologna 2001, p. 347 (corsivi miei)].
Insomma: al processo di concentrazione e centralizzazione dei capitali non
è possibile sottrarsi - se non al prezzo di sopravvivere in nicchie
limitate; o in una relazione di indipendenza formale, ma di dipendenza
sostanziale dal grande capitale, come avviene ad es. nel rapporto
di subfornitura. L'alternativa tra apertura del capitale a terzi
e crescita patrimoniale da un lato, e controllo familiare
e stentata sopravvivenza dell'impresa dall'altro, rappresenta un'alternativa
secca, che nel lungo periodo non ammette scappatoie o "terze
vie". Bene, una parte non piccola degli sforzi compiuti in questi ultimi
decenni dalla borghesia italiana è consistita per l'appunto nella
ricerca di questa "terza via": ossia dei trucchi attraverso
cui far fronte all'esigenza ineludibile di reperire i capitali necessari
per l'impresa senza però pregiudicare il controllo di questa da parte
della famiglia proprietaria.
3. Un capitalismo blindato
Bisogna onestamente riconoscere che, nell'escogitare metodi per mantenere
blindato il controllo delle società con la minima spesa, il
genio italico si è espresso al suo meglio. Per quanto riguarda
le società più grandi, quotate in borsa, gli strumenti per
mantenere nelle mani della famiglia proprietaria il controllo delle società
sono stati essenzialmente quattro.
Il primo, e più noto, è stato quello delle "piramidi
societarie" o "scatole cinesi". Si tratta di un
artificio (legale, ed anzi per molti anni agevolato fiscalmente) che consente
agli azionisti più importanti di una determinata società di
controllare un quota del capitale assai maggiore di quella effettivamente
detenuta: esso permette quindi che si abbia la concentrazione del controllo
senza che ci sia la concentrazione della proprietà. Ma
come funzionano in concreto le "scatole cinesi"? Praticamente
abbiamo a che fare con una catena di società, che può
essere anche molto lunga. Il primo anello della catena è una società
in accomandita per azioni. Si tratta di una società non quotata,
e quindi non contendibile, che ha la maggioranza di una seconda società,
che ha la maggioranza di una terza società, ecc, ecc. Con questo
sistema gli Agnelli hanno il controllo della Fiat, Marco Tronchetti Provera
quello di Pirelli e di Telecom, e così via. Il tutto, con un risparmio
considerevole rispetto all'acquisizione diretta di queste società:
"la famiglia Agnelli governa su un impero che vale cento rischiando
di tasca propria, in proporzione, non più di dodici", mentre
"Tronchetti regna su Telecom con solo lo 0,54% del capitale" [vedi,
rispettivamente, M. Mucchetti, Licenziare i padroni?, Feltrinelli,
Milano 2003, ed il quotidiano finanziario MF, 17.7.2003.]. L'uso
del meccanismo delle "scatole cinesi" accomuna praticamente tutte
le dinastie imprenditoriali italiane che controllano società quotate
in borsa. In concreto, in questo modo sono controllati 130 mrd Ä, ossia
il 30% del valore totale della Borsa italiana. Col crescere dei capitali
necessari per fare andare avanti l'impresa, è sufficiente allungare
la catena di controllo per evitare la diluizione della propria quota e la
perdita del controllo azionario della società. E in effetti nel corso
dei decenni le piramidi societarie sono divenute sempre più lunghe:
in concreto, nella Fiat si è passati, dal 1947 al 1993, da 6 a 10
livelli di controllo; nella Pirelli "soltanto" da 5 a 8 [dati
citati in F. Barca (cur.), Storia del capitalismo italiano dal dopoguerra
a oggi, Donzelli, Roma 1997]. Catene societarie così lunghe,
e società-madri non quotate, sono una (non invidiata) peculiarità
del sistema di controllo societario del nostro paese. Ma non la sola.
Un secondo strumento, che ha conosciuto un grande successo soprattutto negli
anni ottanta, è stato quello delle "azioni di risparmio".
Queste azioni, prive di diritto di voto in assemblea e quindi ininfluenti
sul governo dell'imprese, sono state collocate in massa presso i risparmiatori.
Ci furono anni in cui quasi tutte le più grandi società quotate
avevano le loro brave azioni di risparmio: nel 1991 c'erano addirittura
74 titoli di risparmio sui 256 quotati, per un valore prossimo al 10% della
capitalizzazione della Borsa di Milano. Anche in questo modo si reperiscono
capitali senza che il controllo della società possa minimamente essere
messo in discussione dai nuovi soci. In cambio (ed è questo il motivo
per cui questa tipologia di azioni ha in parte perso di importanza) il dividendo
azionario riconosciuto ai titolari di queste azioni è più
elevato di quello che spetta ai detentori di azioni ordinarie.
Un terzo modo per blindare il controllo societario è stato per decenni
quello delle partecipazioni incrociate tra le diverse grandi famiglie
proprietarie delle principali società quotate: dando vita di fatto
ad un vero e proprio megacartello che ingessava gli assetti proprietari
- ma al tempo stesso anche la libertà di movimento delle singole
società. Si trattava di un equilibrio sempre instabile, e sempre
bisognoso di essere puntellato dall'esterno. Ed è precisamente questo
il ruolo giocato da Mediobanca dall'epoca della sua fondazione (nel
1946) sino alla prima metà degli anni novanta. Mediobanca, una società
finanziaria a capitale in gran parte pubblico (i suoi principali azionisti
erano sino a pochi anni fa le tre "banche di interesse nazionale"
di proprietà dello stato, ossia Credito italiano, Banca commerciale
e Banco di Roma), è stata di fatto la regista ed attrice delle partecipazioni
incrociate tra i diversi gruppi industriali (la cosiddetta "galassia
del nord"), ed ha giocato inoltre un ruolo di primo piano nel salvare,
di volta in volta, gli anelli del sistema che si trovavano in difficoltà:
ad es., ha più volte organizzato il salvataggio della Fiat, mantenendo
sempre ben ferma come priorità la stabilità (cioè l'ingessamento)
degli assetti di controllo.
Questo per quanto riguarda le grandi imprese. Per quanto riguarda le piccole
e medie, si è direttamente rifiutato di fare ricorso alla Borsa,
evitando accuratamente la quotazione e preferendo affidarsi al tradizionale
credito bancario (e, più di recente, alle obbligazioni vendute ai
risparmiatori).
4. Un capitalismo senza capitali
Ovviamente, quanto sopra aveva e ha un prezzo: e precisamente quello
di fare del capitalismo italiano un capitalismo senza capitali.
Questo è vero innanzitutto per le piccole e medie imprese.
Uno studioso (per altri versi benevolo nei loro confronti) lo ha constatato
con queste parole: "uno degli aspetti più critici del sistema
delle pmi italiane" è rappresentato dal fatto che esse,
"essendo in larga maggioranza ad azionariato famigliare, ormai presentano
un livello inadeguato di capitalizzazione" [M. Fortis, Il made in
Italy, Il Mulino, Bologna 1998]. I capitali propri, in altri termini,
sono insufficienti. Ma, al fine di mantenere il controllo di queste imprese,
per le esigenze di finanziamento degli investimenti i nanocapitalisti italici
hanno sempre preferito ricorrere alle banche piuttosto che al mercato dei
capitali. Quindi: forte indebitamento bancario, soprattutto a breve termine.
Quindi, impossibilità di compiere quel salto dimensionale che sarebbe
essenziale per la sopravvivenza di lungo termine delle imprese. Si potrebbe
obiettare che molte piccole e medie imprese italiane sono comunque riuscite
a campare, e anche piuttosto bene, per decenni. Questo però è
dovuto ad un insieme di fattori, chiaramente individuabili, che per molti
anni hanno consentito alle imprese italiane di vendere le loro merci a prezzi
relativamente convenienti pur in assenza delle economie di scala presenti
altrove. Vediamoli:
I salari bassi in confronto alle imprese concorrenti di altri paesi
industrialmente avanzati. Non stiamo parlando di eventi lontani nel tempo:
come ha rilevato Ciocca, negli anni novanta "la dinamica delle retribuzioni
in termini reali si è attenuata anche rispetto a quella della produttività".
Il primo fattore competitivo delle imprese italiane è stato quindi
rappresentato dalla compressione dei salari. E questa leva è stata
azionata sino in fondo: al punto che le buste paga non appaiono ulteriormente
comprimibili. Ma c'è un problema ancora più serio: l'utilizzo
preminente della leva del costo della forza-lavoro come fattore di competitività
ha rappresentato un disincentivo all'innovazione di processo (risospingendo
indietro la frontiera dei profitti, dal plusvalore relativo al plusvalore
assoluto);[1] esso ha spinto ad una competizione
basata esclusivamente sul prezzo dei prodotti e non sulla loro qualità
(in termini di contenuto tecnologico, innovazione, ecc.). Cosicché
le piccole e medie imprese italiane hanno finito, naturalmente, per competere
con imprese dei paesi cosiddetti emergenti, le quali comunque si giovano
di un costo della forza-lavoro molto inferiore a quello italiano e quindi
non possono essere battute su questo terreno.
Le svalutazioni competitive. Per decenni la competitività
delle imprese italiane è stata "dopata" per mezzo di svalutazioni
competitive della lira (le quali, giova ricordarlo, rappresentano una delle
più classiche forme di politica di classe e socializzazione delle
perdite, oltreché di ingiusto privilegio attribuito ai debitori nei
confronti dei creditori). Per avere un'idea delle dimensioni di questo "doping"
basterà ricordare che "tra il 1971 e il 1993 la diminuzione
del tasso di cambio nominale, nei confronti delle principali monete, è
stata prossima al 70%" [Considerazioni finali del governatore
della Banca d'Italia, maggio 2003]. Piccolo problema: con l'euro questa
storia è finita - anche se la svalutazione iniziale dell'euro nei
confronti del dollaro (durata sino all'inizio del 2002) può aver
dato ai nostri poco lungimiranti imprenditori l'illusione che le cose non
fossero granché cambiate. Non aver capito che questo nuovo vincolo
costringeva a cambiare gioco costituisce uno dei più gravi errori
strategici compiuti dalla borghesia italiana.
Un'evasione fiscale spropositata. Che l'evasione fiscale e contributiva
(grazie all'evasione in senso stretto ed al lavoro nero) abbia costituito
nel corso degli anni uno dei maggiori vantaggi competitivi per le piccole
e medie imprese italiote non è un mistero per nessuno. Del resto,
persino Antonio Fazio, che difficilmente potrebbe essere etichettato come
un acceso giacobino, ha potuto parlare di "abnorme estensione del lavoro
irregolare" [Considerazioni finali, cit.]. Ed è il meno
che si possa dire, in presenza di dati come questi: una media italiana di
lavoro irregolare pari al 14,5% delle unità lavorative totali
nel 2000, che diventa il 22% nel Mezzogiorno (con punte del 29, 25 e 24%
in Calabria, Campania e Sicilia) ma che anche nella regione più "virtuosa"
(il Piemonte) è comunque superiore al 10%; il che, tradotto in cifre
assolute, fa oltre 3 milioni e mezzo di lavoratori al nero secondo le elaborazioni
condotte dalla Banca d'Italia su dati Istat [ma la percentuale sul totale
potrebbe sfiorare addirittura la metà del totale, e le cifre assolute
arrivare a più di 11 milioni di lavoratori in nero; in tal caso l'economia
sommersa (che sfugge del tutto al fisco) varrebbe non meno di 317 mrd euro
(il 27% dell'intero pil!); vedi Relazione sul 2002, cit.,; S. Tamburello,
Economia sommersa a quota 317 miliardi nel 2003, in Corriere della
Sera, 25.8. 2003]. Alla luce di questi dati, davvero non sorprende che
l'Agenzia delle entrate stimi l'ammontare totale dell'evasione fiscale annua
come superiore a 200 mrd euro.
Il problema per quest'ultimo "fattore competitivo" è ovviamente
la sua insostenibilità per il tanto decantato "sistema paese":
questo enorme gettito mancato si traduce inevitabilmente in servizi pubblici
inefficienti, inadeguata spesa per l'istruzione (siamo al 4,9% del pil,
contro una media Ocse del 5,9%), un bassissimo tasso di laureati (pari a
un terzo rispetto a molti paesi europei ed al Giappone, e a poco meno di
un quarto rispetto agli Usa), carenze infrastrutturali croniche - fenomeni,
tutti, deprecati in primo luogo dalle imprese stesse ...
I fattori ora ricordati non vengono meno per quanto riguarda le grandi
imprese. Ce lo ricordano, nell'ordine, la sacrosanta lotta dei lavoratori
di Melfi di queste ultime settimane, i viaggi che in altri tempi i vertici
Fiat facevano alla Banca d'Italia per ottenere la svalutazione della lira,
e le irregolarità riscontrate nel corso dei controlli fiscali effettuati
presso le grandi imprese (98% di imprese con irregolarità: sono dati
della Corte dei Conti relativi al 2002). La differenza consiste semmai nel
fatto che le imprese più grandi hanno comunque fatto ricorso al mercato
dei capitali: in qualche caso lo hanno fatto falsificando i bilanci (vedi
Parmalat), nella stragrande maggioranza dei casi senza tutelare adeguatamente
gli azionisti di minoranza. E varrà la pena di notare che la recente
"riforma" del diritto societario ha indebolito ulteriormente le
già scarse tutele per essi [cfr. G. Visentini, Principi della
società per azioni: la recente riforma, in Quaderni Nextam
Partners, Milano 2003]; non solo: non appena si è inserito qualche
timido segnale in controtendenza nel disegno di legge sulla "tutela
del risparmio" attualmente in discussione al parlamento, sùbito
c'è stata una levata di scudi di Confindustria contro gli "eccessivi"
poteri che verrebbero così dati agli azionisti di minoranza [il
Sole 24 ore del 27 aprile 2004 ha titolato: "Troppe tutele e
poteri alle minoranze"!].
Ora, è francamente difficile anche solo ipotizzare che le società
italiane quotate possano divenire prede della prepotenza degli azionisti
di minoranza - se con questo termine intendiamo i titolari di piccoli pacchetti
di quote della società. Mentre lo sono senz'altro, e da molti anni,
in un altro senso: perché - soprattutto grazie alle piramidi societarie
viste sopra - l'azionista che di fatto controlla la società non
è proprietario della stessa, se non limitatamente ad una percentuale
talvolta anche molto esigua delle sue azioni. Volendo buttarla sul ridere,
si potrebbe dire che precisamente questa è la versione italiana della
distinzione anglosassone tra proprietà e controllo dell'impresa:
da noi, chi controlla la società non ha la proprietà
se non di poche sue quote. L'ex presidente della Consob, Spaventa, due anni
fa ha detto esattamente la stessa cosa, ancorché in termini garbatamente
eufemistici: "l'esercizio del controllo con un impegno più modesto
[sic] nella proprietà viene sovente ottenuto ricorrendo a
lunghe e complicate strutture piramidali" [Incontro annuale con
il mercato finanziario, 8.4.2002].
Nel nostro basso mondo, però, tutto ha un prezzo. E il prezzo che
è stato pagato per la struttura di governo opaca delle società
quotate italiane, tutta finalizzata al controllo con pochi mezzi ed alla
non contendibilità di questo controllo, è consistito nell'avere
società strutturalmente sottocapitalizzate, rispetto alle
quali anche i grandi investitori istituzionali esteri sono estremamente
diffidenti. Col che si spiegano le dimensioni modeste del mercato azionario
italiano. Nonché gli attuali intenti di mettere le mani sul risparmio
pensionistico (o per meglio dire sul salario differito) al fine di rimpolpare
un po' il mercato di Borsa.
5. Conclusioni
Se quanto sopra è vero, si può affermare che i capitalisti
italiani hanno in ultima analisi rappresentato un elemento di freno alla
riproduzione allargata del capitale. Preferendo la certezza del controllo
(con pochi mezzi) alla dotazione di una base finanziaria adeguata alla società,
il capitalista italico ha infatti condannato la sua impresa al nanismo,
e comunque ad una dimensione (innanzitutto finanziaria) inadeguata a reggere
la concorrenza internazionale. A ben vedere, da questo stesso peccato originario
discendono altri aspetti critici del capitalismo italiano contemporaneo,
quali l'ossessione dei bassi salari come variabile fondamentale (se non
esclusiva) per la redditività, l'assenza di adeguati investimenti
in ricerca e sviluppo tecnologico, il suo carattere predatorio e la sua
spiccata predilezione per la rendita.
Tutto questo, però, non porta lontano: e infatti le "grandi
famiglie" dei capitalisti italiani - salvo pochissime eccezioni - hanno
perso la lotta contro i loro "fratelli nemici" (d'Oltralpe o d'Oltreoceano)
nei settori produttivi di punta. Le privatizzazioni degli anni novanta hanno
offerto loro una comoda via di fuga, e loro l'hanno còlta al volo:
asserragliandosi nella ridotta rappresentata dai servizi pubblici privatizzati
(ma non liberalizzati). Cosicché oggi abbiamo un "capitalismo
delle bollette", con monopoli privati che si sono sostituiti a quelli
pubblici.
I "piccoli", dal canto loro, per molti anni sono riusciti a sopravvivere
grazie ai bassi salari, alle svalutazioni competitive e ad un'evasione fiscale
abnorme. E sono anche riusciti ad ingannare molti studiosi: che hanno addirittura
creduto di avere trovato l'unica eccezione alla necessità delle economie
di scala e della concentrazione e centralizzazione dei capitali. È
pur vero che si trattava di osservatori piuttosto distratti: i quali, ad
esempio, sembravano non accorgersi, non soltanto delle basi precarie e miserabili
del successo del "capitalismo molecolare", ma neppure dei rapporti
di subfornitura che avvincevano in un legame strettissimo le piccole imprese
alle grandi.
Oggi quelle basi miserabili sono evidenziate dal loro stesso venir meno,
a cominciare dalle svalutazioni competitive. Ed il rapporto di subfornitura
assurge a caratteristica del sistema economico italiano nel suo complesso.
In effetti, se prendiamo i dati della già citata indagine sulle imprese
manifatturiere, scopriamo che: le imprese che lavorano su commessa sono
il 68,7% del totale; il cliente-impresa che acquista è per il 52,6%
un'impresa localizzata in un'altra regione italiana e per il 23,1% un'impresa
estera. Questi dati, come rilevano gli autori della ricerca, per un verso
"confermano il consolidamento della divisione del lavoro tra grandi
imprese e pmi. Secondo tale modello, le imprese piccole e medie sarebbero
destinate a soddisfare, attraverso accordi di subfornitura, quote crescenti
di produzione delle grandi imprese. Il risultato di queste politiche consentirebbe
alla grande dimensione di ridurre il costo del lavoro, nonché gli
investimenti in capitale circolante, favorendo l'allargamento delle funzioni
commerciale e finanziaria". Ma non è tutto: perché anche
per le imprese oltre i 500 addetti più del 56% del
fatturato è stato realizzato vendendo ad altre imprese. Scopriamo
così che "l'industria manifatturiera italiana è un'industria
intermedia, inserita in una filiera, a cui a monte e a valle
stanno altre imprese" [Indagine, cit.].
Insomma: nella divisione internazionale del lavoro, e più da presso
nella ridefinizione delle specializzazioni produttive che si va producendo
nell'Europa dell'euro, i produttori italiani assumono sempre più
il ruolo di subfornitori. Il ruolo dell'Italia all'interno della divisione
internazionale del lavoro appare quindi sempre più prossimo a quello
dei paesi di nuova industrializzazione dell'Asia e dei paesi dell'Europa
centro-orientale. Anche i settori di specializzazione, del resto, sono gli
stessi: poca alta tecnologia, molti prodotti maturi; poca progettazione
ed innovazione di prodotto, molte produzioni sui cui si esercita una concorrenza
di prezzo.
In questo contesto, oggi molti dei nostri capitalisti vengono spazzati via
dai mercati da concorrenti che le loro stesse scelte hanno predeterminato.
Piuttosto ironicamente, la cosa avviene mentre è in carica il loro
governo: il governo degli evasori e dell'illegalità premiata; un
governo che nega le più elementari conquiste del lavoro e che vede
lo stato unicamente come fonte di illecito arricchimento, e le istituzioni
come strumento di impunità. Ma in fondo, proprio il fatto
di aver dato vita, voti e sostegno a questa compagine governativa (si pensi
non soltanto allo smaccato collateralismo della Confindustria di D'Amato,
ma anche allo scambio di favori di molte "grandi famiglie" con
il Berlusca) rappresenta a ben vedere una delle prove più chiare
del fatto che la borghesia italiana è - oggi più che mai -
classe dominante e non dirigente.