La contiguità tra il periodo detto del New Deal
[nuovo corso] nella storia statunitense ed il ventennio fascista in Italia
è stata ampiamente studiata ed approfondita ed ha già messo
in luce quanto la tematica dell'intervento dello Stato nella ripresa economica
(in entrambi i Paesi) sia stata centrale. I reciproci attestati di simpatia
- in particolar modo tra Benito Mussolini e Franklin Delano Roosevelt -
hanno ricevuto notevole eco sulle pagine delle rispettive casse di risonanza
mediatiche [cfr. anche la Contraddizione, no. 47, aprile 1995], ma
tutto ciò non basta a definire una totale adesione delle scelte politiche
ed economiche rooseveltiane al modello corporativo fascista.
Se da un lato infatti - quello più prettamente economico - l'interventismo
statale Usa si è pienamente dispiegato per tutto il corso degli anni
`30 nella protezione e nel rilancio della produzione nazionale, in ambito
sociale non risulta che il New Deal abbia creato vere e proprie strutture
corporative fasciste. Anzi, mentre in Italia lo Stato aveva fatto nascere
tra gli anni `20 ed i `30 il Ministero delle Corporazioni, la Magistratura
del lavoro (che promulgò la Carta del lavoro), un centralistico
controllo salariale, l'assicurazione obbligatoria per i lavoratori, l'Iri,
ma anche le "leggi sindacali" che abolivano tra l'altro il diritto
di sciopero, negli Usa vennero sì create la National recovery
administration (Nra, ente di controllo e stimolo alla ripresa economica
industriale) o l'Agricultural adjustement act (Aaa, che sosteneva
il rilancio dell'agricoltura nazionale) e vennero parimenti sollecitati
il controllo dei prezzi e dei salari ed il minimo benessere sociale ma non
venne mai per legge represso lo sciopero né lo Stato aumentò
direttamente il controllo sui lavoratori.
Tutto ciò potrebbe portare ad un frettoloso giudizio "buonista"
sugli Usa, che, al contrario, consentirono negli anni `30 la vigilanza armata
di bande paramilitari e mafiose di parte padronale sulle plebi metropolitane
e sui lavoratori dell'industria e delle campagne. Il governo statunitense,
sia con il repubblicano E. Hoover che col democratico F.D. Roosevelt, coltivò
indefessamente il controllo indiretto sulla classe operaia, irreggimentandone
la naturale insorgenza in canali ambigui di compartecipazione ai destini
di crisi e rinascita nazionali. Mantenere i salari molto bassi in città
e bassissimi in campagna (c'è un'ampia letteratura al proposito,
ben conosciuta anche da noi e che va da John Steinbeck a Woody Guthrie)
per permettere il rilancio economico e caldeggiare il protezionismo non
significa forse tenere sotto stretta sorveglianza gran parte della popolazione?
[Tra i testi più interessanti sul New Deal e sui rapporti di questo col fascismo italiano, si possono ricordare: Arthur M. Schlesinger jr., L'età di Roosevelt, I. La crisi del Vecchio Ordine, II. L'avvento del New Deal, Il Mulino, Bologna 1959-63; Maurizio Vaudagna, New Deal, Il Mulino, Bologna 1981; sempre di Vaudagna, Corporativismo e New Deal, Integrazione e conflitto sociale negli Stati Uniti (1933-1941), Rosenberg & Sellier, Torino 1981; Ellis W. Hawley, Il New Deal e il problema del monopolio: lo Stato e l'articolazione degli interessi nell'America di Roosevelt, De Donato, Bari 1981].
Gli oppositori al New Deal
Non furono certo pochi, soprattutto negli anni immediatamente seguenti
il crollo di Wall Street, coloro che, a livello politico e finanziario,
presero le distanze dai provvedimenti di Hoover e poi di Roosevelt. Il primo,
presidente tra il 1929 ed il 1932, istituì il Federal farm board
(che cercò inutilmente di rilanciare le banche agricole, 1930) e
la Reconstruction finance corporation (con un fondo di due miliardi
di dollari per prestiti di emergenza a banche, assicurazioni e altri istituti,
1931), tentando un improbabile accenno di sostegno statale alle derelitte
istituzioni finanziarie, che gli procurò astio sia dalla "sinistra"
repubblicana che dalle fila democratiche del Congresso e dagli ambienti
padronali. Le conseguenze delle ambigue scelte di Hoover si materializzarono
nella prepotente vittoria dei democratici nel `32, con Franklin Delano Roosevelt
chiamato ad inventare una politica di "unità nazionale",
consociativa, protezionistica, moderatamente welfariana, dirigistica
e corporativa.
Non fu, evidentemente, facile inaugurare un "nuovo corso" economico
nazionale, con caratteristiche sociali di emergenza e un'opposizione - da
destra e da sinistra, in fabbrica e nelle piazze - in fermento. Il modello
fascista aveva visto l'interesse spiccato rooseveltiano, fin dall'inizio
del suo mandato. Quella "pace sociale" trovata in Italia da Mussolini
attraeva non poco i politici democratici d'oltreatlantico, tanto da creare
un continuo scambio tra commissioni parlamentari dei due Paesi, un costante
flusso di informazioni, una reciproca ammirazione per le scelte corporative
che si delineavano. Su Roosevelt influirono anche i "consigli"
di personaggi importanti come Winston Churchill (per anni ammiratore del
Mussolini e fortemente interessato al controllo delle masse lavoratrici)
e John Maynard Keynes (favorevole all'intervento stimolante dello Stato
nel rilancio delle esangui economie occidentali tra le due Guerre).
Il corporativismo fascista poggiava, però, su un consenso di massa
condizionato dal terrore squadrista e sul tacito e a volte entusiastico
apporto padronale al regime. Le politiche consociative del Duce avevano
infatti imbrigliato qualsiasi opposizione, tenendola a bada col terrorismo
di Stato. Negli Usa, le tecniche di convincimento e di condizionamento,
di comando e di controllo, passarono attraverso canali consociativi (le
banche, gli industriali, gli agrari ed i sindacati seduti attorno allo stesso
tavolo del presidente), ma anche attraverso i continui discorsi di Roosevelt
e del suo staff alla radio.
Il presidente Usa, bloccato su una sedia a rotelle da una paralisi alle
gambe contratta nel 1921, faceva grande dispendio, nelle sue consuete "chiacchiere
familiari accanto al camino", della propria immagine di sofferente
che reagisce, di uomo determinato per il bene comune, di continua esortazione
a mitigare le spinte individualistiche tipiche dello statunitense medio,
di ricerca di solidarietà sociale. D'altra parte, le spinte corporative
andavano diritte verso la tutela degli interessi "forti" del Paese:
le banche, le industrie, il rilancio delle enormi potenzialità agricole
nazionali. La compressione dei salari fu allora la vera scelta del governo
democratico che permise la "rinascita" del colosso Usa.
Dopo la famosa sessione congressuale dei "Cento giorni", durante
i quali furono presi a raffica provvedimenti legislativi determinanti per
far salpare il New Deal, l'opposizione alle politiche governative
divenne feroce da parte del padronato e della Corte Suprema, che rigettò
gran parte dei provvedimenti di Roosevelt e della maggioranza del Congresso
come anticostituzionali. Chi si accorse, nelle fila degli stessi democratici,
che il New Deal non lottava contro il capitalismo ma lottava
con i capitalisti per democratizzare ed umanizzare i rapporti economici
tradizionali ed andava direttamente a favorire le classi più agiate,
si sentì tradito nelle stesse promesse elettorali fatte ai lavoratori
e provocò scissioni multiple anche in seno al Democratic party.
La propaganda del New Deal tra radio e cinema
L'utilizzo della radiodiffusione divenne allora, per lo staff
di Roosevelt, una necessità imprescindibile. Lo stesso presidente
amava (con le già citate "chiacchiere familiari accanto al camino")
direttamente comunicare alla popolazione le proprie scelte amministrative,
i propri dubbi, le speranze su cui si riconobbero gran parte dei lavoratori
degli strati più deboli e più colpiti dalla Depressione. La
radio divenne così lo strumento di propaganda più veloce e
diretto, anche sull'esempio dell'uso parossistico che di questo mezzo si
stava facendo in Germania ed in Italia.
E, sempre per continuare il parallelismo tra queste nazioni quanto a mezzi
di propaganda, il cinema divenne l'altro strumento indispensabile del regime
rooseveltiano, come lo fu a Berlino o a Roma. Nel periodo che va dal 29
ottobre 1929 (crollo di Wall Street) al 7 dicembre 1941 (bombardamento di
Pearl Harbor), l'industria cinematografica statunitense si sviluppa e matura
grazie anche all'ottenimento di congrui investimenti statali, da parte di
un governo che, esplicitamente, si serve dei film per accompagnare le riforme.
Bisogna comunque ricordare che, esattamente come nel caso della stampa il
contrasto tra gli editori maggiori ed il governo fu enorme e non fu quindi
facile, per Roosevelt ed il New Deal, raggiungere le masse di lettori,
così tra gli imprenditori cinematografici non ci fu un'immediata
adesione alle scelte politiche ed economiche del nuovo governo democratico.
Il mondo di Hollywood fu restio ad accettare e rappresentare l'oggettività
della crisi e la realtà della Depressione. In tal modo, i registi
ed i produttori che scelsero di mettere sulla celluloide i drammi delle
campagne e delle città industriali, con i milioni di nuovi disoccupati,
furono invero pochi.
Oltretutto, gli spettatori dei cinema, con l'avvento del sonoro nel `27-`28,
aumentavano a dismisura ed erano pronti a riconoscere le proprie speranze,
le proprie illusioni, ma anche la dura realtà nelle pellicole provenienti
da Hollywood. Così i "pionieri" che vollero adeguarsi alle
politiche di rinascita governative furono dapprima pochissimi, poi, alla
fine degli anni `30, divennero un congruo numero di fortunati e famosi uomini
di cinema. È da questi registi (Frank Borzage, John Ford, Charles
Chaplin, Howard Hawks, Mervyn Le Roy, Lewis Milestone, Frank Capra, King
Vidor e altri) che vengono girati film che analizzano in modo non superficiale
l'epoca della Depressione, con il mondo del crimine, la mafia, il contrabbando,
la povertà nelle campagne, i disoccupati in città. Ma - si
noti bene - il governo non può dare un'immagine solo negativa del
periodo che negli Stati Uniti si va vivendo. Ecco quindi che, a cavallo
delle riforme rooseveltiane, partono a raffica i film "buonisti",
quelli che fanno del sorriso e dell'evasione la sostanza da rappresentare
al cinema. Interpreti del nuovo corso sono soprattutto Frank Capra (È
arrivata la felicità, L'eterna illusione, Mister Smith
va a Washington ecc.) e King Vidor (Nostro pane quotidiano) che
si avvalgono di attori simpatici, volitivi, moralisti e zuccherosi (James
Stewart su tutti). Continuano invece a distinguersi dall'omologata massa
di registi Charles Chaplin (Tempi moderni) e Fritz Lang appena arrivato
dalla Germania (Furia, Sono innocente).
La terza fase dell'epoca rooseveltiana - quella che prepara alla guerra
- vede una nuova ondata di film che, a partire dalla tradizione pionieristica
immortalata nel genere western (John Ford soprattutto), comincia
a presentare pellicole in cui la marina, l'aviazione, le nuove armi danno
un'immagine positiva di vittoria, di successo nazionalistico che prende
però le mosse dall'individuo che partecipa, come scelta personale,
ai destini di gloria del Grande Paese. L'entrata degli Usa nella seconda
guerra mondiale è, a questo punto, una necessità non solo
dell'industria nazionale e della politica dell'amministrazione di Roosevelt,
ma anche di un popolo che si sente forte, moralisticamente motivato, unito.
Padre Coughlin e la parrocchia radiofonica
Già sotto Hoover, erano balzati all'onore della scena radiofonica
personaggi che esortavano a ricercare l'unità nazionale a spese degli
immigrati individuando spesso in minoranze etniche (ebrei, neri, chicanos
e altri) le cause dei rovesci economici del Paese. Costoro avevano visto
comunque in Roosevelt un possibile cambiamento e l'avevano sostenuto nel
1932 contro i repubblicani, troppo schierati col capitale finanziario. Da
sinistra, Roosevelt fu attaccato perché il suo corso non conduceva
alle nazionalizzazioni ritenute necessarie; da destra, il presidente era
visto come uno che spalancava le porte al comunismo. Gli oratori radiofonici
si moltiplicarono. Tra loro emerse il reverendo Charles E. Coughlin, un
prete cattolico di Detroit.
Nato in Canada da genitori di origine irlandese, Charles Edward Coughlin,
divenne prete nel 1923 e fu trasferito a Detroit tre anni dopo. Le tensioni
sociali (la presenza del Ku Klux Klan e la crescente depressione
economica) lo portarono ben presto ad affrontare tematiche d'attualità,
alla radio della parrocchia, Radio league of the little flower. Dotato
di voce impostata e suadente, in breve tempo Coughlin vide crescere a dismisura
i propri ascoltatori, che portavano anche fondi per la radio parrocchiale
[v. in particolare l'ottimo saggio di Lucilla Cremoni, Populismo e antisemitismo
nell'America della Depressione: il caso di Padre Coughlin, facilmente
trovabile in internet]. Pare che il suo pubblico arrivasse fino a dieci
milioni di persone.
"Individua i responsabili della Depressione in categorie "sicure"
come catalizzatrici di odio popolare: i banchieri, la grande finanza, i
"cambiavalute", insomma quegli "internazionalisti" che
attraverso i loro traffici con l'Europa hanno causato prima il coinvolgimento
americano nella prima guerra mondiale, poi la crisi" scrive la Cremoni
a proposito del Coughlin. Nel 1934 fondò la National union for
social justice, con un programma di nazionalizzazioni delle risorse,
abolizione delle banche private, alleggerimento del carico fiscale sulle
classi lavoratrici, ecc. Al vedere il governo rooseveltiano andare in tutt'altra
direzione, padre Coughlin cominciò ad attaccarlo, accusandolo di
connivenza con il potere delle banche e, in particolare, con la potentissima
lobby ebraica internazionale. Costretto ad essere consequenziale,
il "prete della radio" scelse di partecipare alle elezioni del
1936, scendendo in campo con altri elementi già democratici e rimasti
scontenti del New Deal: Francis E. Townsend del movimento pensionati
e Gerald L.K. Smith, erede del movimento di Huey P. Long (leader populista
assassinato nel `35 e di cui parleremo in seguito). Nacque così l'Union
party, che alle elezioni non racimolò nemmeno l'uno per cento
dei voti.
Dal marzo `36, il prete di Detroit aveva fondato anche una rivista, Social
justice, che mischiava elementi cattolici di impegno sociale col più
becero antisemitismo. Quella che si formò, presso la radio del "piccolo
fiore", fu "una comunità di produttori, in cui è
ben visibile il nesso fra ricchezza e lavoro necessario a generarla e in
cui i valori dominanti sono la solidarietà, la famiglia, la fede
religiosa, il patriottismo e una marcata tendenza all'isolazionismo"
[Cremoni, op.cit.]. Dal 1937, padre Coughlin accentuò il suo
antisemitismo ed il suo anticomunismo, conditi da sciovinismo isolazionista.
Perfino il Vaticano si mosse per costringere il "prete della radio"
a rinunciare al palcoscenico mediatico. Infatti, tra il `40 ed il `42, l'etere
perse la sua suadente voce, tornata a parlare solo nelle funzioni ecclesiastiche.
Charles Coughlin morì a Detroit, nel 1979. La sua confusa eredità
parla di un populismo demagogico infarcito di luoghi comuni e contraddittori:
"banchieri ebrei e comunisti" contrapposti al "popolo americano
e cristiano", "ebrei manipolatori dell'amministrazione centrale"
contro la "tradizione americana" ed altre amenità. Il confine
con gli epiteti fascisti contro le "demoplutocrazie" ed i "giudei
bolscevichi" è invero lieve.
Non si può nemmeno però liquidare la parabola Coughlin in
modo superficiale, non solo perché mobilitare dieci milioni di ascoltatori
negli Usa è stata un'esperienza storica irripetibile, ma perché,
negli anni `30, il prete della parrocchia di Detroit era l'unico diretto
concorrente del presidente Roosevelt nell'uso radiofonico di commentare
i fatti d'attualità più importanti (le scelte economiche e
strategiche nazionali). Il potere di Coughlin è stato riconoscibile
a livello nazionale in più occasioni. Basti ricordare l'episodio
della Corte internazionale di Giustizia.
Nel gennaio 1935, il governo degli Usa aderisce (lo stesso Roosevelt ne
aveva sostenuto la formazione) alla Corte internazionale di giustizia dell'Aja.
Attraverso le radio ed i giornali del gruppo Hearst, parte una campagna
estremamente efficace e diretta, tesa a rigettare l'ipotesi di adesione
che deve essere votata dal Congresso. Padre Coughlin richiama il suo popolo
all'isolazionismo ed all'americanismo, alla "non confusione con le
lobby ebraiche e comuniste d'Europa". Arrivano ai membri del
Congresso ed alla Casa Bianca lettere e telegrammi che chiedono di non votare
l'adesione. La mobilitazione popolare e isolazionista vince: gli Usa non
entrano alla Corte di giustizia. Questa indubbia capacità oratoria
e di convinzione degli ascoltatori non è stata però capace
di trasformarsi in partito, in movimento stabile, in organizzazione. Le
indubbie simpatie per Coughlin venivano manifestate in ambiti eterogenei
e diversi per provenienza politica. Di qui la difficoltà e la verificata
impossibilità a costituire un'alternativa credibile per le masse
ideologicamente "deboli" negli Usa.
Huey "Kingfish" Long, quasi presidente
Ben altro discorso è quello che riguardò un personaggio
di indubbie capacità politiche e di forte carisma, Huey Pierce Long.
Nato nel 1893 in una fattoria vicino Winnfield, in Louisiana, studiò
legge e praticò da legale all'interno del suo Stato, almeno fino
al 1918, anno in cui cominciò la carriera politica con i democratici.
Nel `24 partecipò alle elezioni per governatore della Louisiana,
ma senza successo. Quello stesso posto lo conquistò quattro anni
dopo e lo conservò fino alla morte, nel 1935. Dal `30 divenne anche
senatore democratico. Long si faceva chiamare Kingfish, "...
perché - usava dire scherzando - sono un pesce piccolo a Washington,
ma un kingfish in Louisiana". Le aspettative di cambiamento,
che l'elezione a presidente degli Usa di Franklin D. Roosevelt avevano creato
negli ambienti politici e sociali della sinistra democratica, furono abbastanza
presto ridimensionate dalle decisioni consociative e graduali del successore
di Hoover.
Nella "fronda" interna al partito si distinse proprio Huey P.
Long, che accusò apertamente il presidente Roosevelt di essere passato
dalla parte dei banchieri e di non adottare provvedimenti atti a ridistribuire
la ricchezza prodotta. In breve tempo, il governatore della Louisiana scrisse
il programma alternativo a quello presidenziale, chiamandolo Every Man
a King: Share our Wealth [Ogni uomo un re: dividiamo la nostra ricchezza]
e presentandolo pubblicamente nel 1934. Nel 1935, scrisse il libro autobiografico
I miei primi giorni alla Casa Bianca, in cui delineava i suoi orientamenti
politici qualora fosse stato eletto come presidente degli Usa.
Nell'agosto dello stesso anno infatti, Huey P. Long annunciò la sua
candidatura a presidente Usa per le elezioni del 1936. Le sue apparizioni
come oratore pubblico, nelle piazze, nei convegni, in senato, presso le
radio, si moltiplicarono. Ma l'8 settembre 1935 fu colpito da una pallottola
sparatagli dal dottor Carl Austin Weiss (un giovane trentenne specialista
in otorinolaringoiatria, figlio del più noto ed omonimo dottor Weiss,
presidente dell'associazione dei medici della Louisiana, e genero del giudice
Benjamin Pavy, un potente oppositore di Long) a bruciapelo, nel corridoio
del Campidoglio di Baton Rouge, la residenza del governatore. Lo stesso
dottor Weiss fu immediatamente ucciso dalle guardie del corpo di Long, che
gli scaricarono oltre trenta pallottole in corpo.
Dopo due giorni di agonia, a causa anche di un primo intervento sbagliato
all'addome, Huey Kingfish Long morì a soli 42 anni, lasciando
un'eredità non indifferente di opposizione al New Deal rooseveltiano.
Il suo posto venne preso dal suo "luogotenente" Gerald L.K. Smith,
un predicatore radicale della setta dei Discepoli di Cristo, il quale,
in vista delle elezioni presidenziali del `36, fece la scelta "unitaria"
di un nuovo partito politico insieme al padre Charles E. Coughlin ed al
dottor Francis E. Townsend del movimento pensionati, l'Union party.
Alle presidenziali, come è noto, Roosevelt trionfò di nuovo,
mentre l'Union party ebbe poco meno dell'uno per cento dei voti.
Cosa sarebbe accaduto se il dottor Weiss (un uomo ferocemente conservatore
ed antisocialista) non avesse sparato a Long quell'8 settembre del `35 non
è facile dirlo, ma se avesse vinto il governatore della Louisiana
alle elezioni presidenziali dell'anno seguente sicuramente si sarebbero
acuite le dinamiche di scontro sociale ed economico negli Usa. Il populismo
di Huey Long è infatti fuori discussione, come il suo inveterato
odio per le maggiori banche e le istituzioni finanziarie che avevano, coscientemente,
preparato il crollo di Wall Street e, poi, ne avevano tirato fuori tutti
i profitti possibili. Sia dal programma del movimento Share our wealth
che dall'autobiografia sui primi giorni da presidente alla Casa Bianca,
può essere chiarito in modo esauriente il disegno di Long come di
stampo demagogico, interclassista, isolazionista e socialpopolare.
Nel libro pubblicato nel 1935 si tengono le conversazioni immaginarie del
neopresidente con i membri più influenti della politica, dell'industria
e della finanza statunitense. Dopo un primo momento dedicato al contatto
fisico con il nuovo ufficio presidenziale, tra timori reverenziali e paura
di non essere all'altezza del compito, Kingfish Long manda il suo
messaggio iniziale alla nazione, contenente la lista del suo nuovo governo.
Tra i membri più influenti del suo staff, Long pone nientedimeno
che Franklin Delano Roosevelt (segretario alla Marina) ed Herbert Hoover
(al Commercio), due ex presidenti provenienti da due partiti opposti, il
democratico ed il repubblicano, a simboleggiare lo sforzo unitario nazionale
per la ricostruzione del Paese. Anche padre Coughlin viene chiamato alla
Casa Bianca dal neopresidente sognatore, per aiutarlo ad attivare la politica
di riforma del sistema bancario. Il sistema vede la confisca delle rendite
maggiori di cinque milioni di $ ed un forte prelievo per scaglioni ed in
percentuale sulle rendite tra due milioni e cinque milioni di dollari. Il
tutto è azionato centralmente da una potente banca governativa, cui
tutte le banche private devono conformarsi.
Per avere il consenso del mondo della finanza e degli imprenditori il neoinsediato
presidente convoca alla Casa Bianca personaggi come John P. Morgan, John
D. Rockefeller, Andrei W. Mellon, Pierre S. Du Pont ed altri eminenti banchieri.
Kingfish Long offre loro la possibilità di entrare direttamente
in una commissione che stabilisca come amministrare il patrimonio confiscato,
come ridistribuire questa ricchezza, come creare nuovi posti di lavoro,
come contribuire cioè alla rinascita nazionale. Gli uomini della
finanza e dell'industria, naturalmente (tanto, è solo la finzione
del libro...), accettano. Solo Henry Ford, imprenditore automobilistico
e già sostenitore ufficiale del candidato repubblicano Hoover, rifiuta
il diretto coinvolgimento nella commissione, ma accetta le regole che impongono
la confisca e la forte tassazione per scaglioni, comprendendo, dopo un lungo
colloquio col neopresidente, le ragioni del governo di Long.
Nel suo messaggio al Congresso, il "presidente" Huey Long dice:
"Non proponiamo alcuna divisione delle proprietà. Proponiamo
solo che nessuno possa possedere troppo e che nessuna famiglia possa avere
troppo poco per il proprio sostentamento. C'è un limite alla capacità
di bere da parte di un cavallo, alle miglia che un uomo può correre,
alla lunghezza del tempo che uno può vivere. C'è anche un
limite all'ammontare delle ricchezze che un uomo può possedere"
... "L'importo che consideriamo normale per la ricchezza di una famiglia
è di 17.000 dollari. Ciò vuol dire che se uno possiede 1.700.000
dollari, può bastare. Non ne può possedere di più ...".
Ugualmente, la sua politica in favore dei pensionati e dei lavoratori è
esplicita: "Oltre l'età di 60 anni, tutti hanno diritto ad una
onorevole pensione di vecchiaia" ... "Ogni famiglia ed ogni lavoratore
hanno necessità di avere una casa, un lavoro fisso, una radio, un'automobile
... e noi glieli daremo". Come si vede, il populismo di Long non è
certo socialismo, né, tantomeno, espressione di egualitarismo comunistico.
Eppure, il "quasi presidente" venne attaccato da destra come ammiratore
delle politiche economiche socialiste, mentre in Louisiana era additato
come "fascista" e "dittatore" perché controllava
spietatamente tutta l'amministrazione statale, modellandola sulla propria
idea personale di governo.
Nel 1930, come già detto, divenne senatore democratico, ma non lasciò
l'incarico di governatore della Louisiana. Quando nel `31 andò a
Washington per un lungo periodo, Huey Long lasciò al suo posto Paul
Cyr, il suo vice, ambizioso ed in rotta con lo stesso governatore. Appena
insediato come "supplente", Cyr tentò un colpo di stato
per estromettere Long. Quest'ultimo, tornato di corsa in Louisiana, fece
intervenire la Guardia nazionale, la polizia di Stato e la polizia stradale
per circondare la residenza di Cyr. Costretto alle dimissioni il suo vicegovernatore,
Kingfish rioccupò pienamente il suo posto. Ai giornali Huey
Long confidò: "Cyr non è più vicegovernatore.
Anzi, ora non è più niente".
[Un personaggio equivoco, ma determinato, autoproclamato "salvatore della patria", ma pronto alla collaborazione con i potentati. Tutto questo è stato Huey P. Long. Per maggiori approfondimenti, si possono anche consultare: Alan Brinkley, Voices of protest: Huey Long, Father Coughlin & the Great Depression, New York 1982; John Kingston Fineran, The career of a Tinpot Napoleon - A political biography of Huey P. Long, 1986; William Ivy Hair, The Kingfish and his realm: The life and times of Huey P. Long, Baton Rouge 1991; Suzanne LeVert, Huey P. Long - The Kingfish of Louisiana, 1995; il sito web dello Stato della Louisiana: louisianahistory.ourfamily.com/governor.html. Sempre nel 1995, è uscito negli Usa il film di Thomas Schlamme Kingfish: a story of Huey P. Long, con John Goodman e Matt Craven, che racconta la storia dell'ascesa e della caduta del personaggio più popolare della Louisiana negli anni `30].
La storia si ripete?
Se è abbastanza chiaro e documentato storicamente il parallelismo
tra le scelte nazionalistiche e corporative del New Deal e quelle
del fascismo, è più difficile tentare di trovare convergenze
tra le politiche rooseveltiane ed il populismo ed il caudillismo
dei nostri giorni. Infatti, il dirigismo del presidente Roosevelt è
fuor di dubbio ed è espressione della necessità del capitale
Usa di organizzazione e di rilancio della produzione, all'interno di un
mercato mondiale ancora in sviluppo. La parentesi nazionalistica ed isolazionista
degli Stati Uniti è durata poco più di un decennio (1929-41),
il tempo di rinforzare l'apparato produttivo e dotare lo strumento politico-amministrativo
della necessaria forza per dirigere l'impresa bellica ed il dopoguerra.
Oggi, il mercato mondiale è privo di grosse differenze economiche;
le divergenze di fondo registrate durante la Guerra Fredda sono state appianate
e gli ultimi barlumi nazionalistici fanno fatica a non adeguarsi all'unico
modo di produzione in auge. Restano in piedi "isole" (non solo
Cuba ...) di apparente contraddizione con l'impero Usa, governate da "eccezioni"
politiche che si richiamano a lobby interne, ad interessi nazionali
in contrasto con la mondializzazione economica. Diventano perciò
- tali "isole" - il nemico da abbattere a tutti i costi per un
capitale unicizzato sul pianeta. In quest'ottica, la difesa dell'eccezione
possibile si materializza in capi popolari (o populisti, se vogliamo), in
caudillos, in dittatori in sedicesimo, di cui l'attuale panorama
internazionale ha vari esempi.
Resta, da un punto di vista puramente politico, una certa somiglianza di
fondo tra tutti i capi dirigisti e centralizzatori che si sono succeduti
nel secolo passato e quei pochi rimasti oggi in sella. Lo stesso Franklin
D. Roosevelt è rimasto al potere per oltre tredici anni, infischiandosene
della tradizione statunitense di non oltrepassare il doppio mandato presidenziale:
evidentemente era l'uomo giusto per governare il passaggio degli Usa da
Paese capitalistico tra i tanti a Paese guida che avrebbe soppiantato la
sterlina ed avrebbe aperto la strada al dominio imperialistico del capitale.
Il governo nazista hitleriano è durato un anno meno di quello democratico
rooseveltiano. Di fatto, il potere di coercizione, di controllo sulle masse
ha aspetti inquietanti e simili sia nelle esperienze populistiche di ieri
che in quelle odierne. È fondamentale, in tali esperienze, la partecipazione
di masse acritiche a supporto dell'apparato di governo, mentre diviene completamente
secondario l'uso che si fa delle elezioni, che restano solo un paravento
formale.