Nota
TANA LIBERA TUTTI
il ritorno del monopolio telematico
M. G.
Si sta come d'inverno
nei mercati i concorrenti.
[alla maniera di Gianfranco Ciabatti]
Deve avergliela mandata qualcuno che ha letto
la sua famosa omelia intitolata: La licenza è libertà?
[Oscar Wilde, Il delitto di Lord Savile]
Le dinamiche di privatizzazione e liberalizzazione delle pubbliche
utilità sono, e sono state, frequente oggetto di analisi - talvolta
predittiva - su queste pagine. La parabola liberalizzatrice è stata
seguita in tutta la sua traiettoria fin dei primi anni '90. Si scrissero
allora i fondamenti strutturali di fase della necessità storica,
per il capitale, di entrare nelle pubbliche utilità (crisi
di plusvalore nei settori in concorrenza) e le condizioni oggettive
che consentivano quell'ingresso (livello di concentrazione industriale
e finanziaria in grado di acquisire quote azionarie di controllo
degli ex monopoli pubblici).
Con specifica attenzione alle telecomunicazioni si analizzò all'epoca
la corrispondenza tra il progredire della deindustrializzazione italiana
e il progredire della letteratura economica (premessa di quella istituzionale/regolamentare
che avrebbe poi condotto alla creazione degli istituti nazionali di
regolamentazione - come l'Agcom, Autorità garante della concorrenza
e del mercato, e l'Agcm, Autorità per le garanzie delle comunicazioni
- incaricati della liberalizzazione) che si è occupata della concorrenza
e della liberalizzazione: tanto più si soffriva di crisi di sovrapproduzione
nei settori in concorrenza, tanto più si diffondeva la letteratura
economico-giornalistico-regolamentare che affermava la fine dei monopoli
naturali, la loro inefficienza, la loro arretratezza tecnologica e bla bla.
Veniva segnata ideologicamente la estraneità del monopolio
alla cittadinanza economica dell'epoca: troppo ripugnanti erano le sue inefficienze
per essere tollerate ancora.
Ciò che ripugna come estraneo è fin troppo familiare
[Theodor W. Adorno, Dialettica dell'illuminismo]
Poi si privatizzò davvero. Più o meno in tutta Europa.
L'Italia è stata all'avanguardia per velocità di processo
e volume di capitale pubblico privatizzato. È stata dunque
la ribalta delle licenze, rilasciate da ministero tlc e autorità
per la concorrenza. Ad ogni licenza rilasciata agli operatori corrispondeva
un nuovo contributo di libertà al mercato. Evviva.
Nel corso di questi anni di analisi su queste pagine si è sostenuto,
contro il senso comune - come sempre quando si analizza la realtà
dentro la sua fenomenologia (per dirla alla Ciabatti: "ciò
che è ovvio non è vero") - che la fine del monopolio
era un feticcio economico-giornalistico che avrebbe presto restituito alla
storia tutta la sua carica di illusoria e improbabile transitorietà
categoriale. E che i processi di centralizzazione e concentrazione capitalistica
non avrebbero consentito fughe all'indietro a capitali in concorrenza reale
su mercati significativi. E che dunque, si sarebbe arrivati presto ad una
riconcentrazione delle iniziative capitalistiche e che la regolamentazione
ultraliberista avrebbe poi lasciato il passo a quella neocorporativa, più
adeguata alla fase di riconcentrazione [cfr Alba telematica, in la
Contraddizione, no.41, aprile 1994]. Che la pluralità (polis)
dei soggetti operanti nel mercato, il cui orizzonte costituiva il traguardo
della regolamentazione dell'epoca, era necessariamente una forma rovesciata
e potenziata dell'uno (mono) che si occultava - temporaneamente
- sotto questo capovolgimento. Che proprio la necessità della
regolamentazione procompetitiva era una manifestazione di egemonia
logica - e dunque storica - dell'unopolio sulla pluralità
repulsiva dei soggetti in concorrenza.
L'esser per sé è la semplice unità
di se stesso
e del suo momento, l'esser per uno.
L'uno non è quindi capace di diventare altro; è immutabile.
[G.W.F. Hegel, Scienza della logica]
Nel frattempo la competizione spumeggiava e così la sua regolamentazione di supporto.
Ed eccoci qua. Dopo dieci anni.
Si è richiamato in famiglia colui che era stato disconosciuto: il
monopolio.
Cosa è successo in this time? È nato l'euro,
le istituzioni si sono europeizzate, e la Regolamentazione si è data
la sua brava centralità a Bruxelles, perdendo la sua centralità
nazionale, fino a ieri garantita da Agcom e Antitrust. Così entro
il 2004 dovranno essere recepite anche in Italia quattro direttive - nell'ambito
di una raccomandazione europea - sulle tlc all'interno di un "Codice
delle comunicazioni elettroniche", ridefinendo l'intero assetto delle
telecomunicazioni, con l'obiettivo di alleggerire la normativa via
via che i singoli mercati avranno raggiunto un adeguato livello di concorrenzialità.
Ovvero: ci si prepara a sgombrare il campo delle regole a tutela della
competizione per il ritorno delle concentrazione, la cui fenomenologia incarica
le forme oligo-monopolistiche di rappresentarla.
E vediamole queste raccomandazioni: coglieremo così qualche esempio
di questa tendenza di retromovimento della regolamentazione competitiva.
Vediamone quattro:
Meccanismi di consultazione e trasparenza. Si segnala la necessità di una maggiore cooperazione tra le "autorità nazionali": per garantire una maggiore trasparenza dell'attività amministrativa, le autorità nazionali renderanno pubbliche tutte le informazioni che potranno contribuire all'individuazione di un mercato altamente concorrenziale. Le autorità nazionali saranno dunque elementi di base che forniscono indicazioni locali destinate ad una aggregazione al livello superiore, europeo. I mercati - e dunque le regole che gli corrispondono - potranno essere definiti soltanto su omogeneizzazione dei dati e dei criteri su scala europea. Si alza dunque il livello della concorrenza. Altro che operatori telefonici regionali o provinciali. Non vi saranno più regole a difenderli.
Spectrum trading: è prevista la possibilità per le imprese di cedere a terzi diritti d'uso delle radiofrequenze. Questa regola è la negazione della concorrenza. Favorisce, al contrario, la rimonopolizzazione dei mercati. Le risorse scarse in natura (come le frequenze), che, proprio per questo, dovrebbero essere assegnate pluralmente su criteri di politica economica promuovendo l'ingresso di nuovi operatori, oggi vengono venduti, a chi? Ma a chi può pagarle, ovvio. E chi ha più soldi di altri? Gli operatori più grossi. Ovvero: ciò che veniva assegnato attraverso complesse istruttorie autorizzative finalizzate alla promozione industriale di nuovi soggetti, oggi vengono vendute alla bigiotteria del patrimonio pubblico. Dove può arraffare soltanto il più grosso. Un Robin Hood rovesciato, per dirla bene.
Il regime di licenze d'uso si trasforma in sistema di autorizzazione generale: si dissolve il complesso iter autorizzatorio - finalizzato a valutare l'adeguatezza e la tenuta competitiva dei soggetti assegnatari - in una automatismo semplificato. Basta chiedere e si è autorizzati automaticamente ad erogare servizi di telecomunicazioni. Ovvero: tutti autorizzati, nessuno lo è veramente. Con ringraziamenti del monopolista/oligopolista che può operare nella sua rafforzata centralità. Intorno a lui la polverosa e turbolenta nube dei nuovi entranti nel mercato. Nessuno più, nella nube, dalle dimensioni compatibili con la concorrenza reale con l'operatore dominante.
Obblighi regolamentari per gli operatori dominanti: dall'attuale regime che prevede regole precise e preventive che identificano un operatore dominante (attraverso soglie relative alle quote di mercato possedute, ad esempio) ad un regime dove l'operatore dominante viene regolato ex post attraverso sistemi di vigilanza e controllo. Ovvero a danni fatti. La regolamentazione ex ante dell'operatore dominante sarebbe ora un vincolo (e lo è davvero, al di là degli opportunismi ideologici) allo sviluppo del servizio e dell'innovazione.
Bastino dunque questi frammenti di regolamentazione per cogliere
la nuova direzione della politica industriale di fase: consentire/accelerare
i processi di selezione/concentrazione che risultino adeguati alla attuale
fase di crisi di valore e di plusvalore internazionale. In questa fase,
essendo stato spolpato l'osso delle pubbliche utilità nazionali,
la normativa regolamentare adegua i propri strumenti alla finalità
di tutela, al contrario, degli operatori ex monopolisti in quanto condizioni
generali della produzione. Il recente black out italiano dell'energia
- insieme a quelli europei e atlantici - ha definitivamente azzerato le
velleità regolamentari sulla competizione in quel settore. Lo stesso
Monti ha dovuto riconoscere il carattere relativo della sua azione:
dove il monopolio è irriducibile, cioè naturale, la
concorrenza deve essere parcheggiata. Almeno temporaneamente. Significativa
l'eccezionalità della Sardegna, difesa dal suo svantaggio strutturale
di non poter beneficiare della distribuzione su scala nazionale. La sua
autarchia si è rovesciata in gloria.
Siamo in presenza dunque di un ciclo che si chiude. Le dinamiche materiali
del capitale si sono manifestate, nonostante gli esorcismi della letteratura
e regolamentazione. Si è ora in una fase di rimonopolizzazione a
livello nazionale. La regolamentazione europea cercherà ora, con
tutta probabilità, di tutelare e promuovere la concorrenza tra gli
operatori a livello internazionale, rimuovendo ideologicamente la realtà
delle dinamiche (occulte o evidenti che siano) di concentrazione capitalistica.
Si apre dunque, a nostro avviso - o di Ciabatti, se si preferisce - un nuovo
ciclo dell'ovvio, dove si blatererà di concorrenza, efficienza, sovranità
del consumatore, beatificazione dei mercati che miracoleranno i salari e
l'occupazione e via con tutte queste speculazioni.
Da parte nostra, l'appuntamento è tra dieci anni, più o meno,
su queste pagine. Dove si registrerà la regolamentazione intercontinentale
che, registrando la presenza di un solo operatore telefonico europeo,
promuoverà la concorrenza tra operatori dei diversi continenti.