Veder celebrato come un Napoleone,
il più vile, il più volgare e il più miserabile straccione,
era un po' troppo. Bolivar è il vero Soulouque - imperatore di Haiti.
[Karl Marx, Lettera a Engels, 14.2.1858]
Chiunque abbia intenzione di analizzare la realtà, deve
necessariamente tenere in considerazione l'attuale fase del modo di produzione
capitalistico: l'imperialismo. E chi, suo malgrado, sia ancora scettico
nell'accettare questa categoria, deve necessariamente ricredersi se prende
in analisi lo sviluppo delle vicende latino-americane della seconda metà
del secolo scorso, in cui la situazione, probabilmente risulta essere più
evidente che altrove. Ruolo fondamentale riveste la crisi che dall'inizio
del 1970 si protrae fino ad oggi. La crisi, ovviamente del mercato mondiale,
e non certo solo di alcune nazioni, ritrova la sua manifestazione nella
saturazione del mercato stesso, nell'inattività del capitale, nell'invendibilità
delle merci e nel progressivo assottigliamento del saggio di profitto. Il
capitale nasce per autovalorizzarsi, ovvero per creare plusvalore e quindi
per ottenere profitto: di fronte ad una eccezionale difficoltà (che
a volte si traduce in impossibilità) generalizzata di riuscire in
questi intenti, proprio per la struttura stessa del sistema produttivo,
tendente alla sovrapproduzione di beni capitali (da cui l'assottigliamento
del saggio del profitto) e di merci (limite del mercato), la produzione
entra in crisi nella sua stessa interezza.
Le manifestazioni più evidenti della tendenza imperialistica, in
America latina, sono quindi state la creazione di un enorme debito estero,
un flusso notevole di investimenti diretti esteri e di portafoglio
ed il dominio valutario. Il primo dei tre fenomeni, forse quello
più famoso per i frequenti appelli clerico-noglobal come al
solito privi di un'analisi di classe, diviene evidente proprio all'inizio
degli anni `70. In quel periodo, infatti, la crisi di sovrapproduzione cominciava
ad impedire che il capitale monetario potesse entrare nel processo produttivo,
ovvero incontrare la forza-lavoro e creare plusvalore. Ne derivava, necessariamente,
una pletora di capitale localizzata, in particolar modo, negli Usa,
ma diffusa in tutto il mondo imperialistico. Quindi, di fronte ad una situazione
di impossibilità di valorizzare nuove quote di capitale, ovvero di
incrementare le quote di accumulazione da parte dei capitalisti, un'eccezionale
quantità di denaro rimase inutilizzata. E, poiché esso non
era denaro-reddito, ma capitale monetario, aveva, per sua stessa
natura, la necessità di valorizzarsi attendendo tempi migliori (che
tra l'altro stentano ancora a manifestarsi).
Per questi motivi, e per tentare comunque di aumentare la quota estera di
circolazione, questo capitale monetario (convenzionalmente individuabile
come petrodollari) fu offerto sotto forma di prestiti ai "paesi
in via di sviluppo" ed in particolare a quelli latino-americani dalle
banche commerciali addirittura a tassi d'interesse reali negativi. Questi
stessi sono del resto aumentati raggiungendo livelli positivi del 7-8% nei
primi anni ottanta incrementando così, del resto, sia le quote di
interesse sia, di conseguenza, le quote di ammortamento del debito precedentemente
contratto che i paesi latino-americani dovevano versare ogni anno, preludendo
necessariamente alle crisi che, dal 1982 in poi, si sono ciclicamente verificate.
Il capitale internazionale poteva vantarsi, in questa maniera, sia della
strategica alleanza con le istituzioni creditizie e bancarie, che proprio
in quel periodo si sarebbe trasformata in perfetta identità (il capitale
finanziario), sia dei governi autoritari.
È proprio all'interno di queste dinamiche mondiali che si inseriscono
gli investimenti diretti esteri [Ide] e quelli di portafoglio, che
rappresentano da trenta anni, da un lato, il miglior modo per sopperire
ad una fase criticamente discendente (come abbiamo visto) e, dall'altro,
il miglior modo che l'imperialismo transnazionale ha per realizzarsi
a livello mondiale.
L'eccedenza di capitali "non sarà impiegata per elevare il tenore
delle masse del rispettivo paese, perché ciò diminuirebbe
il profitto dei capitalisti" [Lenin, Imperialismo, fase suprema
del capitalismo]: essa, coerentemente con l'obiettivo dell'autovalorizzazione
del capitale, infatti, viene inviata all'estero. Nei paesi "meno progrediti",
essendo abbondante la mano d'opera, e le materie prime a buon prezzo, il
capitale avrà la possibilità di prendere una grossa boccata
d'ossigeno. Il saggio del plusvalore è, infatti, di gran lunga maggiore
e, conseguentemente, l'autovalorizzazione avviene con migliori risultati,
considerato appunto il maggior grado di sfruttamento. L'esportazione del
capitale ha il pregio, oltre a quello di rallentare la caduta tendenziale
del saggio del profitto, di creare una nuova massa di esercito industriale
di riserva nel paese d'origine. Il capitale guadagna così doppiamente,
attraverso un più alto di profitto che acquisisce all'estero ed un
più alto saggio di plusvalore in madrepatria.
Il capitale finanziario, che ha sviluppato i monopoli, ora "stende
letteralmente i suoi tentacoli in tutto il mondo" [ivi]. È
proprio per questo motivo che più la crisi diviene incalzante più
essi diventano importanti; obiettivo fondamentale dei capitalisti è
ogni giorno sempre più quello di appropriarsi di zone di influenza
dove poter investire sia "produttivamente" che finanziariamente
[si intenda in questo senso la ormai inevitabile contrapposizione euro-dollaro;
cfr. la Contraddizione, no.89]. Gli investimenti diretti esteri
necessitano di una struttura dei mercati di "conquista" differente
rispetto a quella richiesta dagli investitori speculativi. Un grosso esercito
industriale di riserva in grado di garantire salari "da fame",
una condizione produttiva della zona in questione avanzata dal punto di
vista capitalistico e poche (o assenti) barriere ai flussi di capitale e,
ovviamente, provvedimenti e governi ad hoc che creino le condizioni
adatte per favorire l'inserimento del capitale straniero. Gli investimenti
di portafogli, dato il loro carattere di estrema volatilità, trovano
nella stabilità del cambio un requisito ottimale [si veda la Contraddizione,
no.92].
Questi fenomeni sono necessariamente collegati e sequenziali: basti pensare
all'esempio dell'Argentina che, tra il 1976 ed il 1983, periodo delle infami
dittature, drenò molta dell'eccedenza di capitale esistente nel mondo,
incrementando il proprio indebitamento del 364%. Ovviamente le imprese più
richiedenti furono quelle statali (vedi Ypf - Yacimentos petroliferos
fiscales - ad esempio, il cui debito in quel periodo si è decuplicato)
che tuttavia non avevano alcuna necessità di prendere a prestito
nuove somme. I piani di (de)stabilizzazione successivi [si ricordino il
Piano Baker, Brady ecc. - cfr. la Contraddizione, nn.0 e 30] ebbero
quindi l'obiettivo di creare le condizioni per l'ingresso (a costo molto
basso) dei proprietari del capitale prestato (i creditori) mediante, appunto,
il riscatto dei crediti accumulati nel tempo (cifre imbarazzanti). È
così che l'America latina, dopo le folli privatizzazioni, determinate
per lo più dagli effetti pluridecennali del debito, attualmente risulta
essere la "zona" in cui la percentuale di Ide derivanti da privatizzazioni
(che quindi non prevedono installazione di nuovi impianti) è
maggiore rispetto a tutte le altre del globo. È sufficientemente
eloquente l'esperienza dell'appena citata Ypf che nel giro di poco più
di 10 anni è stata smantellata in prevalenza grazie allo sfarzoso
acquisto della iberica Repsol che, per 15.400 dollari (... mai versati)
ha acquistato il 97% della vecchia industria di Stato.
In molte parti del mondo si parla dell'America latina come se fosse ad un
reale punto di "svolta" antiimperialista (che in sostanza
andrebbe ad interrompere tutte le dinamiche appena menzionate), e "anticapitalista".
Le speranze di buona parte dell'anima antiglobalizzatrice risiedono
nelle situazioni di Venezuela e Brasile, che divengono miti, a dispetto
della realtà.
Il Venezuela e l'ascesa di Chavez
L'emergere della leadership di Hugo Chavez, sostenuto da una coalizione
politica costituita in fretta, di cui fanno parte figure storiche della
sinistra venezuelana (come il suo cancelliere, José Vicente Rangel,
ex candidato alla presidenza per il Mas), si inquadra nel contesto della
crisi terminale del regime "partitocratico" creato nel 1958, dopo
la caduta del dittatore Rojas Pinilla. Senza dubbio, la sua grande vittoria
elettorale, a capo di una eterogenea coalizione di populisti, militari e
progressisti, contro la vecchia partitocrazia venezuelana, gli ha dato enormi
possibilità politiche.
Ciò in un quadro di insurrezione popolare che vide nel 1989 il suo
punto più drammatico (270 morti). Il tentativo golpista dello stesso
Chavez nel 1992 fu proprio l'espressione della crisi congiunta del sistema.
Sette anni dopo Chavez è andato ad occupare quello stesso potere
che aveva disprezzato nel 1992. Probabilmente non in condizioni di politica
mondiale differenti, ma sicuramente all'interno di una fase congiunturale
internazionale più favorevole: infatti il prezzo del petrolio in
questo frangente è passato da 7 a 20 dollari per barile e ciò
ha permesso di incrementare il reddito nazionale del 25% anche se la produzione
era caduta del 9%. Può, quindi, essere considerata la vittoria elettorale
chavista alla stregua di quella di Perón del 1945?
Le condizioni erano ben diverse. Nei primi sei mesi di governo il Pil scendeva
del 6% provocando una perdita di 500.000 posti di lavoro (la disoccupazione
passò dal 12 al 21%). Il mantenimento dell'appoggio popolare quindi
si spiega con il completo disprezzo che il governo precedente aveva suscitato
nel popolo venezuelano. Il peronismo, al contrario, beneficiò di
una situazione di alti tassi di impiego e buona crescita complessiva dell'economia
argentina. Per quanto riguarda il programma economico, Chavez non si situa,
come in molti pensano, agli antipodi dell'onda "neoliberista".
Il Venezuela dispone infatti di eccezionali accordi contrattuali con gli
Stati Uniti, ed è in continua competizione con l'Arabia saudita per
divenire il maggior fornitore di petrolio per il Padrone nordamericano.
Nel frattempo Chavez, appellandosi al deficit fiscale e alla corruzione
diffusa tra i dirigenti della Pdsva (impresa petroliera statale), riduceva
gli investimenti dell'impresa statale, "terziarizzando" le sue
operazioni e promuovendo gli investimenti esteri nei rami prossimi al petrolifero,
come ad esempio quello della petrolchimica.
Dal punto di vista politico è interessante sottolineare l'affermazione
per cui secondo lui "bisognerebbe eludere la democrazia per salvarla".
Nel noto episodio della "Costituente", in cui ha esautorato il
Congresso e la Corte Suprema, ciò che si consacrò fu il potere
personale di Chavez che divenne il vertice di ogni istituzione rappresentativa
e estese a 6 anni il mandato presidenziale, con possibilità di rielezione,
con l'approvazione plebiscitaria della nuova Costituzione (395 articoli)
con il 72% dei voti. Oltre a esternazioni retorico-nazionaliste (il paese
passò a chiamarsi Repubblica bolivariana del Venezuela), rafforzò
ulteriormente il potere esecutivo nella figura del presidente.
I vecchi partiti borghesi (Ad e Copei), corrotti fino al midollo, furono
spazzati via dallo scenario politico, e la sinistra (Pcv, Mas, Causa R,
Ppt) si dissolse nella "coalizione" chavista. L'improvvisa vocazione
clerico-nazionalista della sinistra venezuelana non deve sorprendere, anche
se la stessa sinistra latino-americana (almeno quanto quella europea) vedeva
in Chavez il "líder" antimperialista dell'alleanza
continentale (o come il portabandiera della lotta contro la "globalizzazione")
L'appoggio popolare, d'altro lato si giustifica nell'eccezionale grado di
corruzione e "reazionarismo" del "sistema democratico"
precedente, che ha determinato un incremento dal 33 al 67% dei venezuelani
con un reddito inferiore ai due dollari al giorno. Il lavoro precario e
la disoccupazione, oltretutto, nello stesso periodo ha coinvolto più
del 64% dei lavoratori.
Chavez, da parte sua, non ha mai avuto un programma "antimperialista":
il suo motto è stato (e continua ad essere) "lotta alla corruzione",
che ha come obiettivo principale l'economia statale, e, specialmente, il
settore petrolifero. Attualmente, la bandiera della lotta alla corruzione
significa la privatizzazione di settori statali, tutt'altro che la loro
nazionalizzazione. E questo processo avrà inizio, partendo dal settore
elettrico, anche se si è appena ricorsi all'aumento salariale dell'intera
dirigenza statale, come promesso nella campagna elettorale. L'aumento della
rendita petrolifera (dovuto alla crescita del prezzo del petrolio per barile)
dovrebbe, secondo i "chavisti", evitare un'ondata di privatizzazioni
ancora maggiore e, oltretutto, garantire i sussidi sociali promessi dal
governo stesso. Ma ciò significherebbe che la stabilità politica
del paese dovrebbe dipendere dalle "oscillazioni" del mercato
mondiale e, soprattutto, che tutto il programma di Chavez era fin dall'inizio
condizionato alle garanzie date agli Usa di continuare a pagare il debito
estero.
Se importanti interessi della classe dominante e, in particolare, della
vecchia burocrazia politica, erano contrari alla "rivoluzione chavista",
questa appare una soluzione che, tutto sommato, potrebbe dare ossigeno e
salvare gli interessi generali del capitale venezuelano. Il "decreto
di emergenza sindacale" a cui ha partecipato la Ctv (Central de
trabalhadores venezuelanos) ha lo scopo di difendere la ultra-corrotta
burocrazia sindacale direttamente nominata dalla vecchia partitocrazia.
Tutto ciò non vuol dir altro che lungi dal democratizzare il sistema
sindacale, questo provvedimento ha allontanato il momento in cui esso diverrà
nuovamente indipendente. Che la maggioranza della sinistra venezuelana appoggiasse
il decreto mostra come la "fame" di incarichi superi ogni principio.
Nel momento in cui, quindi, i settori più radicali della sinistra
sono entrati nella barca "chavista", si è aperto un periodo
in cui la nuova generazione operaia, contadina e giovanile dovrà
fare la propria esperienza del "nazionalismo in uniforme".
Dopo il fallito golpe dell'aprile del 2002, Chavez non appena ebbe
conseguito un accordo con la direzione petrolifera della Pdvsa (la cui rimozione
fu giustificata dal suddetto golpe), stabilì un accordo col
governo del ... "compagno" Bush (per dirla à la Lula).
Un diplomatico latino-americano lo ha spiegato con semplicità: "Washington
si è stancata dei canti delle sirene e dell'irresponsabilità
dei militari ritiratisi e dei dirigenti dell'opposizione e vede in Chavez
un interlocutore molto più serio che le garantisce un normale
rifornimento di petrolio". Le difficoltà di Chavez provengono
dalle insuperabili limitazioni del nazionalismo bolivariano, incapace di
opporsi alla demolizione economica del Venezuela, che ha portato un gran
numero di strati della popolazione ad una situazione disperata di disoccupazione
e miseria, il che dà nuove chances ed un certo appoggio popolare
ad un'opposizione pro-imperialista discreditata dopo il fallimento golpista.
Chavez ha fallito nel suo tentativo di aprire una nuova via di sviluppo
per il suo paese. Non ha risolto nessuno dei problemi delle grandi masse
e nemmeno quelli del sottosviluppo del paese, piuttosto li ha aggravati:
non ha attaccato in alcun modo la relazione privilegiata del paese con gli
Stati Uniti, fornendo regolarmente i loro porti con il petrolio, che arriva
dieci volte più rapidamente dei rifornimenti del Golfo. Come mai
in precedenza, il petrolio rappresenta più del 70% della moneta che
entra nel paese e si trasforma praticamente nell'unica fonte di entrata
fiscale. Il mercato interno venezuelano è distrutto e la disoccupazione
è a livelli record. Il governo di Chavez esercita un potere fondamentale
nel controllo dei rifornimenti da parte dell'Opec, e che permette di elevare
del prezzo del barile di petrolio da 10 a 25 dollari per barile dal 1999
ad oggi.
Una politica di questo tipo richiede una supervisione statale degli investimenti
privati nell'area dell'esplorazione ed estrazione del greggio. La "statizzazione"
parziale è stata accompagnata da una politica aperta di privatizzazione
negli altri settori, specie nelle telecomunicazioni. Chavez non ha nemmeno
utilizzato il petrolio eccedente per investimenti industriali negli altri
campi. Il Venezuela ha tagliato, oltretutto, i suoi rifornimenti di petrolio
a Cuba, cosa che gli Stati Uniti esigevano da tempo. Ciò dimostra
le contraddizioni interne nelle quali si imbatte e si è imbattuta
l'amministrazione di George W. Bush, bloccata dalla risoluzione dell'Osa,
affrontando, da un lato, le pressioni di chi come Otto Reich insisteva per
la rimozione di Chavez, temendo dall'altro, che la crisi del Venezuela,
responsabile di circa il 15% del rifornimento del petrolio all'Europa, finisse
in un conflitto armato, nel momento in cui si preparava la guerra all'Irak.
La crisi del Venezuela si lega a quella della Colombia. Le Farc, fortemente
armate, dispongono di decine di migliaia di uomini, con un'occupazione molto
ampia delle zone rurali. I nordamericani hanno coperto il loro intervento
diretto con una "privatizzazione" crescente della guerra, ossia,
con mercenari, con l'appoggio dell'industria bellica Usa all'esercito colombiano
e con paramilitari, senza passare per il Pentagono. Ma lo stato colombiano
non domina la totalità del suo territorio; pertanto non poteva imporre
alcuna fornitura di servizi educativi e sanitari. Il suo esercito, inizia
ad essere quello che, dopo Egitto ed Israele, riceve più aiuti militari
dagli Stati Uniti ed è ridotto, debole, e manifestamente inetto nel
combattere, e soffre umilianti sconfitte da parte dei guerriglieri. L'apparato
statale è permeato di narcotrafficanti e anche finanzia, insieme
agli allevatori, i paramilitari. La Colombia ha un esercito di poveri contadini,
che invia per combattere una guerriglia contadina, in difesa del regime
politico latifondista. Nella stessa, 2300 proprietari di terra possiedono
40 milioni di ettari; 2,5 milioni di contadini poveri possiedono appena
4,5 milioni di ettari.
L'"alternativa" brasiliana e il "pacco" del Fmi
Vediamo ora il "pacchetto" dei prestiti Fmi al Brasile dell'agosto
del 2002 di ben 30 mrd $. Questo ha provocato una certa euforia nelle borse
di tutto il modo e tra gli speculatori. Essa tuttavia è durata poco,
fino a quando si è scoperto che i 30 miliardi in realtà erano
solamente 6, poiché gli altri 24 erano condizionati ad un nuovo accordo
per il 2003, e dei 6 menzionati 3 erano per settembre e gli altri 3 erano
per novembre. Tuttavia il Brasile affrontava pagamenti esterni (interessi
sul debito estero) di 13 mrd $ alla fine del 2002, dopo che il pagamento
degli stessi era aumentato nel primo semestre, già del 140%: il debito
totale supera abbondantemente il prestito effettuato. Il Fmi, nel frattempo,
aveva già votato, come per l'Argentina, il "fallimento"
del Brasile, concedendo tuttavia un po' di ossigeno al paese con il vincolo
di razionalizzare il debito stesso e dosare la fuga di capitali che, stava
raggiungendo le dimensioni di quella Argentina del dicembre 2001. Paul Erdman
scriveva che questo pacchetto era destinato a "riscattare" la
Citigruop e la Fleetboston, esposti per più di 20 mrd $ in Brasile.
Il Fmi, mediante questo "pacchetto", sta agendo con due teste:
da una parte, quella meno importante, si sta occupando della crisi finanziaria
brasiliana; dall'altra, sta facendo sì che i conglomerati
bancari statunitensi (ma anche europei) presenti sul territorio, abbiano
la possibilità di ridurre notevolmente i propri rischi e la propria
esposizione. È stato così che, per evitare la spiacevole situazione
verificatasi nella crisi argentina di fine 2001, in cui alcuni di essi subirono
perdite reputate eccessive, la Banca centrale statunitense li ha invitati
esplicitamente a prendere precauzioni, per evitare appunto un nuovo "effetto
Argentina", riducendo la propria esposizione. Del resto dei 154 mrd
$ di debito privato, la metà è in mano di venti banche. Il
problema, che il Fmi si è posto alla fine del 2002, era che una più
che probabile e naturale bancarotta del Brasile immediata avrebbe potuto
sconvolgere Wall Street: attraverso il "pacchetto" i capitali
statunitensi avrebbero avuto il tempo di mettersi in salvo e, in questa
maniera, gli effetti del tracollo sarebbero arrivati in patria in maniera
eccezionalmente più attutita. Alla luce di questo deve vedersi il
ruolo di Lula, il personaggio "nuovo" e di "svolta"
dell'America latina.
Con gli altri tre maggiori candidati alla presidenza (Lula fu infatti eletto
solo 2 mesi dopo l'accordo) e con Fernando Henrique Cardoso fu chiamato
a discutere e sottoscrivere questo accordo, che naturalmente accettò.
Egli sostenne che fosse necessario "andare dal dentista", quando
in realtà tutto ciò non ha nulla a che fare con l'odontotecnica.
In questa maniera egli ha ottenuto infatti un lasciapassare incondizionato
da parte di Usa-Fmi per un lungo periodo di governo in Brasile (in molti
considerano questo, infatti, il primo passo di Lula da presidente anche
se, come visto, ancora non era stato eletto). Tutto questo, alla faccia
di chi allora ed ancora adesso sostiene che "Lula significa indipendenza
per il Brasile dal Fmi e dagli Usa" (dichiarazione del Pcb,
partito comunista del Brasile) e per chi ancora vede in Lula un anti-globalizzatore
o un antimperialista. In questa maniera non è esagerato dire che
il Fmi di fatto ha stabilito la base del programma di governo per i prossimi
4 anni di governo del Pt.
Alla luce di questo risultano evidenti le motivazioni di tanta euforia dei
mercati finanziari già dopo il primo turno di elezioni in cui, di
fatto, il mondo intero ebbe la certezza che il futuro presidente brasiliano
sarebbe stato Lula. L'andamento del mercato brasiliano, subito dopo l'ottimo
risultato del Pt alle primarie, fu molto positivo. Il giovedì successivo
alle votazioni (per la precisione il 10 ottobre), infatti, l'indice Ibovespa
registrava un incremento del 6,34%, miglior risultato dell'ultimo anno;
il 18 ottobre Ibovespa è salito ancora dell'1,35% superando
i 9000 punti, raggiungendo, infatti, la cifra record di 9.022. Nello stesso
giorno la Celesc guadagnava il 6,3%; nell'intera settimana la Net Pn ha
incrementato il suo valore del 16,6% e la Petrobras il 5,26%. Nello stesso
tempo la Tim, gestore di telefonia mobile italiana, ha ottenuto il contratto
di roaming internazionale per una notevole cifra ed ha investito
fior di miliardi per l'introduzione della tecnologia gsm in Brasile,
dove i telefoni cellulari utilizzavano una tecnica simile alla e-tacs
europea.
L'ascesa del governo di Lula-Pt è quindi da contestualizzare in questo
quadro storico-economico, con le speranze di tutti i settori popolari, ma,
come abbiamo visto, con il benestare del governo e dell'establishment
finanziario statunitense. Il nuovo governo della principale nazione
latino-americana appare come un governo popolare, ha un programma di riforma
del capitalismo e ha al suo interno numerosi rappresentanti della borghesia
finanziaria. Ciò significa che sono le manovre politiche di collaborazione
tra le classi l'arma privilegiata dei "signori del mondo" per
cercare di contenere l'inedita emersione del movimento operaio e contadino
dell'America latina. Ma ciò non gli impedisce di preparare anche
altre armi, complementari e non contraddittorie: esiste un vero "labirinto"
di organizzazioni militari Usa in America latina, con una dozzina di basi
aeree non ufficiali, radar, centri di comando e altre posizioni militari
che si estendono attraverso Honduras, El Salvador, Ecuador, Bolivia e Colombia.
A partire dall'America centrale e da quella del sud, passando per Israele
e per il Golfo Persico, più di 200 mila soldati statunitensi (e un
numero imprecisato di "funzionari privati") sono spalmati sul
globo. Solamente un salto di qualità a livello politico, potrà
aprire le porte ad una vittoria di una rivoluzione latino-americana nelle
nuove condizioni storiche. L'America latina esiste, sì, ma con un
progetto politico il cui destino sta interamente nelle mani degli sfruttati
e negli oppressi di tutto il continente.