SCUSI, DOV'È LA SVOLTA?
miti (falsi) e speranze (poche) dall'America latina

Osvaldo Còggiola - Francesco Schettino

Veder celebrato come un Napoleone,
il più vile, il più volgare e il più miserabile straccione,
era un po' troppo. Bolivar è il vero Soulouque - imperatore di Haiti.

[Karl Marx, Lettera a Engels, 14.2.1858]

Chiunque abbia intenzione di analizzare la realtà, deve necessariamente tenere in considerazione l'attuale fase del modo di produzione capitalistico: l'imperialismo. E chi, suo malgrado, sia ancora scettico nell'accettare questa categoria, deve necessariamente ricredersi se prende in analisi lo sviluppo delle vicende latino-americane della seconda metà del secolo scorso, in cui la situazione, probabilmente risulta essere più evidente che altrove. Ruolo fondamentale riveste la crisi che dall'inizio del 1970 si protrae fino ad oggi. La crisi, ovviamente del mercato mondiale, e non certo solo di alcune nazioni, ritrova la sua manifestazione nella saturazione del mercato stesso, nell'inattività del capitale, nell'invendibilità delle merci e nel progressivo assottigliamento del saggio di profitto. Il capitale nasce per autovalorizzarsi, ovvero per creare plusvalore e quindi per ottenere profitto: di fronte ad una eccezionale difficoltà (che a volte si traduce in impossibilità) generalizzata di riuscire in questi intenti, proprio per la struttura stessa del sistema produttivo, tendente alla sovrapproduzione di beni capitali (da cui l'assottigliamento del saggio del profitto) e di merci (limite del mercato), la produzione entra in crisi nella sua stessa interezza.
Le manifestazioni più evidenti della tendenza imperialistica, in America latina, sono quindi state la creazione di un enorme debito estero, un flusso notevole di investimenti diretti esteri e di portafoglio ed il dominio valutario. Il primo dei tre fenomeni, forse quello più famoso per i frequenti appelli clerico-noglobal come al solito privi di un'analisi di classe, diviene evidente proprio all'inizio degli anni `70. In quel periodo, infatti, la crisi di sovrapproduzione cominciava ad impedire che il capitale monetario potesse entrare nel processo produttivo, ovvero incontrare la forza-lavoro e creare plusvalore. Ne derivava, necessariamente, una pletora di capitale localizzata, in particolar modo, negli Usa, ma diffusa in tutto il mondo imperialistico. Quindi, di fronte ad una situazione di impossibilità di valorizzare nuove quote di capitale, ovvero di incrementare le quote di accumulazione da parte dei capitalisti, un'eccezionale quantità di denaro rimase inutilizzata. E, poiché esso non era denaro-reddito, ma capitale monetario, aveva, per sua stessa natura, la necessità di valorizzarsi attendendo tempi migliori (che tra l'altro stentano ancora a manifestarsi).
Per questi motivi, e per tentare comunque di aumentare la quota estera di circolazione, questo capitale monetario (convenzionalmente individuabile come petrodollari) fu offerto sotto forma di prestiti ai "paesi in via di sviluppo" ed in particolare a quelli latino-americani dalle banche commerciali addirittura a tassi d'interesse reali negativi. Questi stessi sono del resto aumentati raggiungendo livelli positivi del 7-8% nei primi anni ottanta incrementando così, del resto, sia le quote di interesse sia, di conseguenza, le quote di ammortamento del debito precedentemente contratto che i paesi latino-americani dovevano versare ogni anno, preludendo necessariamente alle crisi che, dal 1982 in poi, si sono ciclicamente verificate. Il capitale internazionale poteva vantarsi, in questa maniera, sia della strategica alleanza con le istituzioni creditizie e bancarie, che proprio in quel periodo si sarebbe trasformata in perfetta identità (il capitale finanziario), sia dei governi autoritari.
È proprio all'interno di queste dinamiche mondiali che si inseriscono gli investimenti diretti esteri [Ide] e quelli di portafoglio, che rappresentano da trenta anni, da un lato, il miglior modo per sopperire ad una fase criticamente discendente (come abbiamo visto) e, dall'altro, il miglior modo che l'imperialismo transnazionale ha per realizzarsi a livello mondiale.
L'eccedenza di capitali "non sarà impiegata per elevare il tenore delle masse del rispettivo paese, perché ciò diminuirebbe il profitto dei capitalisti" [Lenin, Imperialismo, fase suprema del capitalismo]: essa, coerentemente con l'obiettivo dell'autovalorizzazione del capitale, infatti, viene inviata all'estero. Nei paesi "meno progrediti", essendo abbondante la mano d'opera, e le materie prime a buon prezzo, il capitale avrà la possibilità di prendere una grossa boccata d'ossigeno. Il saggio del plusvalore è, infatti, di gran lunga maggiore e, conseguentemente, l'autovalorizzazione avviene con migliori risultati, considerato appunto il maggior grado di sfruttamento. L'esportazione del capitale ha il pregio, oltre a quello di rallentare la caduta tendenziale del saggio del profitto, di creare una nuova massa di esercito industriale di riserva nel paese d'origine. Il capitale guadagna così doppiamente, attraverso un più alto di profitto che acquisisce all'estero ed un più alto saggio di plusvalore in madrepatria.
Il capitale finanziario, che ha sviluppato i monopoli, ora "stende letteralmente i suoi tentacoli in tutto il mondo" [ivi]. È proprio per questo motivo che più la crisi diviene incalzante più essi diventano importanti; obiettivo fondamentale dei capitalisti è ogni giorno sempre più quello di appropriarsi di zone di influenza dove poter investire sia "produttivamente" che finanziariamente [si intenda in questo senso la ormai inevitabile contrapposizione euro-dollaro; cfr. la Contraddizione, no.89]. Gli investimenti diretti esteri necessitano di una struttura dei mercati di "conquista" differente rispetto a quella richiesta dagli investitori speculativi. Un grosso esercito industriale di riserva in grado di garantire salari "da fame", una condizione produttiva della zona in questione avanzata dal punto di vista capitalistico e poche (o assenti) barriere ai flussi di capitale e, ovviamente, provvedimenti e governi ad hoc che creino le condizioni adatte per favorire l'inserimento del capitale straniero. Gli investimenti di portafogli, dato il loro carattere di estrema volatilità, trovano nella stabilità del cambio un requisito ottimale [si veda la Contraddizione, no.92].
Questi fenomeni sono necessariamente collegati e sequenziali: basti pensare all'esempio dell'Argentina che, tra il 1976 ed il 1983, periodo delle infami dittature, drenò molta dell'eccedenza di capitale esistente nel mondo, incrementando il proprio indebitamento del 364%. Ovviamente le imprese più richiedenti furono quelle statali (vedi Ypf - Yacimentos petroliferos fiscales - ad esempio, il cui debito in quel periodo si è decuplicato) che tuttavia non avevano alcuna necessità di prendere a prestito nuove somme. I piani di (de)stabilizzazione successivi [si ricordino il Piano Baker, Brady ecc. - cfr. la Contraddizione, nn.0 e 30] ebbero quindi l'obiettivo di creare le condizioni per l'ingresso (a costo molto basso) dei proprietari del capitale prestato (i creditori) mediante, appunto, il riscatto dei crediti accumulati nel tempo (cifre imbarazzanti). È così che l'America latina, dopo le folli privatizzazioni, determinate per lo più dagli effetti pluridecennali del debito, attualmente risulta essere la "zona" in cui la percentuale di Ide derivanti da privatizzazioni (che quindi non prevedono installazione di nuovi impianti) è maggiore rispetto a tutte le altre del globo. È sufficientemente eloquente l'esperienza dell'appena citata Ypf che nel giro di poco più di 10 anni è stata smantellata in prevalenza grazie allo sfarzoso acquisto della iberica Repsol che, per 15.400 dollari (... mai versati) ha acquistato il 97% della vecchia industria di Stato.
In molte parti del mondo si parla dell'America latina come se fosse ad un reale punto di "svolta" antiimperialista (che in sostanza andrebbe ad interrompere tutte le dinamiche appena menzionate), e "anticapitalista". Le speranze di buona parte dell'anima antiglobalizzatrice risiedono nelle situazioni di Venezuela e Brasile, che divengono miti, a dispetto della realtà.

Il Venezuela e l'ascesa di Chavez

L'emergere della leadership di Hugo Chavez, sostenuto da una coalizione politica costituita in fretta, di cui fanno parte figure storiche della sinistra venezuelana (come il suo cancelliere, José Vicente Rangel, ex candidato alla presidenza per il Mas), si inquadra nel contesto della crisi terminale del regime "partitocratico" creato nel 1958, dopo la caduta del dittatore Rojas Pinilla. Senza dubbio, la sua grande vittoria elettorale, a capo di una eterogenea coalizione di populisti, militari e progressisti, contro la vecchia partitocrazia venezuelana, gli ha dato enormi possibilità politiche.
Ciò in un quadro di insurrezione popolare che vide nel 1989 il suo punto più drammatico (270 morti). Il tentativo golpista dello stesso Chavez nel 1992 fu proprio l'espressione della crisi congiunta del sistema. Sette anni dopo Chavez è andato ad occupare quello stesso potere che aveva disprezzato nel 1992. Probabilmente non in condizioni di politica mondiale differenti, ma sicuramente all'interno di una fase congiunturale internazionale più favorevole: infatti il prezzo del petrolio in questo frangente è passato da 7 a 20 dollari per barile e ciò ha permesso di incrementare il reddito nazionale del 25% anche se la produzione era caduta del 9%. Può, quindi, essere considerata la vittoria elettorale chavista alla stregua di quella di Perón del 1945?
Le condizioni erano ben diverse. Nei primi sei mesi di governo il Pil scendeva del 6% provocando una perdita di 500.000 posti di lavoro (la disoccupazione passò dal 12 al 21%). Il mantenimento dell'appoggio popolare quindi si spiega con il completo disprezzo che il governo precedente aveva suscitato nel popolo venezuelano. Il peronismo, al contrario, beneficiò di una situazione di alti tassi di impiego e buona crescita complessiva dell'economia argentina. Per quanto riguarda il programma economico, Chavez non si situa, come in molti pensano, agli antipodi dell'onda "neoliberista". Il Venezuela dispone infatti di eccezionali accordi contrattuali con gli Stati Uniti, ed è in continua competizione con l'Arabia saudita per divenire il maggior fornitore di petrolio per il Padrone nordamericano. Nel frattempo Chavez, appellandosi al deficit fiscale e alla corruzione diffusa tra i dirigenti della Pdsva (impresa petroliera statale), riduceva gli investimenti dell'impresa statale, "terziarizzando" le sue operazioni e promuovendo gli investimenti esteri nei rami prossimi al petrolifero, come ad esempio quello della petrolchimica.
Dal punto di vista politico è interessante sottolineare l'affermazione per cui secondo lui "bisognerebbe eludere la democrazia per salvarla". Nel noto episodio della "Costituente", in cui ha esautorato il Congresso e la Corte Suprema, ciò che si consacrò fu il potere personale di Chavez che divenne il vertice di ogni istituzione rappresentativa e estese a 6 anni il mandato presidenziale, con possibilità di rielezione, con l'approvazione plebiscitaria della nuova Costituzione (395 articoli) con il 72% dei voti. Oltre a esternazioni retorico-nazionaliste (il paese passò a chiamarsi Repubblica bolivariana del Venezuela), rafforzò ulteriormente il potere esecutivo nella figura del presidente.
I vecchi partiti borghesi (Ad e Copei), corrotti fino al midollo, furono spazzati via dallo scenario politico, e la sinistra (Pcv, Mas, Causa R, Ppt) si dissolse nella "coalizione" chavista. L'improvvisa vocazione clerico-nazionalista della sinistra venezuelana non deve sorprendere, anche se la stessa sinistra latino-americana (almeno quanto quella europea) vedeva in Chavez il "líder" antimperialista dell'alleanza continentale (o come il portabandiera della lotta contro la "globalizzazione") L'appoggio popolare, d'altro lato si giustifica nell'eccezionale grado di corruzione e "reazionarismo" del "sistema democratico" precedente, che ha determinato un incremento dal 33 al 67% dei venezuelani con un reddito inferiore ai due dollari al giorno. Il lavoro precario e la disoccupazione, oltretutto, nello stesso periodo ha coinvolto più del 64% dei lavoratori.
Chavez, da parte sua, non ha mai avuto un programma "antimperialista": il suo motto è stato (e continua ad essere) "lotta alla corruzione", che ha come obiettivo principale l'economia statale, e, specialmente, il settore petrolifero. Attualmente, la bandiera della lotta alla corruzione significa la privatizzazione di settori statali, tutt'altro che la loro nazionalizzazione. E questo processo avrà inizio, partendo dal settore elettrico, anche se si è appena ricorsi all'aumento salariale dell'intera dirigenza statale, come promesso nella campagna elettorale. L'aumento della rendita petrolifera (dovuto alla crescita del prezzo del petrolio per barile) dovrebbe, secondo i "chavisti", evitare un'ondata di privatizzazioni ancora maggiore e, oltretutto, garantire i sussidi sociali promessi dal governo stesso. Ma ciò significherebbe che la stabilità politica del paese dovrebbe dipendere dalle "oscillazioni" del mercato mondiale e, soprattutto, che tutto il programma di Chavez era fin dall'inizio condizionato alle garanzie date agli Usa di continuare a pagare il debito estero.
Se importanti interessi della classe dominante e, in particolare, della vecchia burocrazia politica, erano contrari alla "rivoluzione chavista", questa appare una soluzione che, tutto sommato, potrebbe dare ossigeno e salvare gli interessi generali del capitale venezuelano. Il "decreto di emergenza sindacale" a cui ha partecipato la Ctv (Central de trabalhadores venezuelanos) ha lo scopo di difendere la ultra-corrotta burocrazia sindacale direttamente nominata dalla vecchia partitocrazia. Tutto ciò non vuol dir altro che lungi dal democratizzare il sistema sindacale, questo provvedimento ha allontanato il momento in cui esso diverrà nuovamente indipendente. Che la maggioranza della sinistra venezuelana appoggiasse il decreto mostra come la "fame" di incarichi superi ogni principio. Nel momento in cui, quindi, i settori più radicali della sinistra sono entrati nella barca "chavista", si è aperto un periodo in cui la nuova generazione operaia, contadina e giovanile dovrà fare la propria esperienza del "nazionalismo in uniforme".
Dopo il fallito golpe dell'aprile del 2002, Chavez non appena ebbe conseguito un accordo con la direzione petrolifera della Pdvsa (la cui rimozione fu giustificata dal suddetto golpe), stabilì un accordo col governo del ... "compagno" Bush (per dirla à la Lula). Un diplomatico latino-americano lo ha spiegato con semplicità: "Washington si è stancata dei canti delle sirene e dell'irresponsabilità dei militari ritiratisi e dei dirigenti dell'opposizione e vede in Chavez un interlocutore molto più serio che le garantisce un normale rifornimento di petrolio". Le difficoltà di Chavez provengono dalle insuperabili limitazioni del nazionalismo bolivariano, incapace di opporsi alla demolizione economica del Venezuela, che ha portato un gran numero di strati della popolazione ad una situazione disperata di disoccupazione e miseria, il che dà nuove chances ed un certo appoggio popolare ad un'opposizione pro-imperialista discreditata dopo il fallimento golpista.
Chavez ha fallito nel suo tentativo di aprire una nuova via di sviluppo per il suo paese. Non ha risolto nessuno dei problemi delle grandi masse e nemmeno quelli del sottosviluppo del paese, piuttosto li ha aggravati: non ha attaccato in alcun modo la relazione privilegiata del paese con gli Stati Uniti, fornendo regolarmente i loro porti con il petrolio, che arriva dieci volte più rapidamente dei rifornimenti del Golfo. Come mai in precedenza, il petrolio rappresenta più del 70% della moneta che entra nel paese e si trasforma praticamente nell'unica fonte di entrata fiscale. Il mercato interno venezuelano è distrutto e la disoccupazione è a livelli record. Il governo di Chavez esercita un potere fondamentale nel controllo dei rifornimenti da parte dell'Opec, e che permette di elevare del prezzo del barile di petrolio da 10 a 25 dollari per barile dal 1999 ad oggi.
Una politica di questo tipo richiede una supervisione statale degli investimenti privati nell'area dell'esplorazione ed estrazione del greggio. La "statizzazione" parziale è stata accompagnata da una politica aperta di privatizzazione negli altri settori, specie nelle telecomunicazioni. Chavez non ha nemmeno utilizzato il petrolio eccedente per investimenti industriali negli altri campi. Il Venezuela ha tagliato, oltretutto, i suoi rifornimenti di petrolio a Cuba, cosa che gli Stati Uniti esigevano da tempo. Ciò dimostra le contraddizioni interne nelle quali si imbatte e si è imbattuta l'amministrazione di George W. Bush, bloccata dalla risoluzione dell'Osa, affrontando, da un lato, le pressioni di chi come Otto Reich insisteva per la rimozione di Chavez, temendo dall'altro, che la crisi del Venezuela, responsabile di circa il 15% del rifornimento del petrolio all'Europa, finisse in un conflitto armato, nel momento in cui si preparava la guerra all'Irak.
La crisi del Venezuela si lega a quella della Colombia. Le Farc, fortemente armate, dispongono di decine di migliaia di uomini, con un'occupazione molto ampia delle zone rurali. I nordamericani hanno coperto il loro intervento diretto con una "privatizzazione" crescente della guerra, ossia, con mercenari, con l'appoggio dell'industria bellica Usa all'esercito colombiano e con paramilitari, senza passare per il Pentagono. Ma lo stato colombiano non domina la totalità del suo territorio; pertanto non poteva imporre alcuna fornitura di servizi educativi e sanitari. Il suo esercito, inizia ad essere quello che, dopo Egitto ed Israele, riceve più aiuti militari dagli Stati Uniti ed è ridotto, debole, e manifestamente inetto nel combattere, e soffre umilianti sconfitte da parte dei guerriglieri. L'apparato statale è permeato di narcotrafficanti e anche finanzia, insieme agli allevatori, i paramilitari. La Colombia ha un esercito di poveri contadini, che invia per combattere una guerriglia contadina, in difesa del regime politico latifondista. Nella stessa, 2300 proprietari di terra possiedono 40 milioni di ettari; 2,5 milioni di contadini poveri possiedono appena 4,5 milioni di ettari.

L'"alternativa" brasiliana e il "pacco" del Fmi

Vediamo ora il "pacchetto" dei prestiti Fmi al Brasile dell'agosto del 2002 di ben 30 mrd $. Questo ha provocato una certa euforia nelle borse di tutto il modo e tra gli speculatori. Essa tuttavia è durata poco, fino a quando si è scoperto che i 30 miliardi in realtà erano solamente 6, poiché gli altri 24 erano condizionati ad un nuovo accordo per il 2003, e dei 6 menzionati 3 erano per settembre e gli altri 3 erano per novembre. Tuttavia il Brasile affrontava pagamenti esterni (interessi sul debito estero) di 13 mrd $ alla fine del 2002, dopo che il pagamento degli stessi era aumentato nel primo semestre, già del 140%: il debito totale supera abbondantemente il prestito effettuato. Il Fmi, nel frattempo, aveva già votato, come per l'Argentina, il "fallimento" del Brasile, concedendo tuttavia un po' di ossigeno al paese con il vincolo di razionalizzare il debito stesso e dosare la fuga di capitali che, stava raggiungendo le dimensioni di quella Argentina del dicembre 2001. Paul Erdman scriveva che questo pacchetto era destinato a "riscattare" la Citigruop e la Fleetboston, esposti per più di 20 mrd $ in Brasile.
Il Fmi, mediante questo "pacchetto", sta agendo con due teste: da una parte, quella meno importante, si sta occupando della crisi finanziaria brasiliana; dall'altra, sta facendo sì che i conglomerati bancari statunitensi (ma anche europei) presenti sul territorio, abbiano la possibilità di ridurre notevolmente i propri rischi e la propria esposizione. È stato così che, per evitare la spiacevole situazione verificatasi nella crisi argentina di fine 2001, in cui alcuni di essi subirono perdite reputate eccessive, la Banca centrale statunitense li ha invitati esplicitamente a prendere precauzioni, per evitare appunto un nuovo "effetto Argentina", riducendo la propria esposizione. Del resto dei 154 mrd $ di debito privato, la metà è in mano di venti banche. Il problema, che il Fmi si è posto alla fine del 2002, era che una più che probabile e naturale bancarotta del Brasile immediata avrebbe potuto sconvolgere Wall Street: attraverso il "pacchetto" i capitali statunitensi avrebbero avuto il tempo di mettersi in salvo e, in questa maniera, gli effetti del tracollo sarebbero arrivati in patria in maniera eccezionalmente più attutita. Alla luce di questo deve vedersi il ruolo di Lula, il personaggio "nuovo" e di "svolta" dell'America latina.
Con gli altri tre maggiori candidati alla presidenza (Lula fu infatti eletto solo 2 mesi dopo l'accordo) e con Fernando Henrique Cardoso fu chiamato a discutere e sottoscrivere questo accordo, che naturalmente accettò. Egli sostenne che fosse necessario "andare dal dentista", quando in realtà tutto ciò non ha nulla a che fare con l'odontotecnica. In questa maniera egli ha ottenuto infatti un lasciapassare incondizionato da parte di Usa-Fmi per un lungo periodo di governo in Brasile (in molti considerano questo, infatti, il primo passo di Lula da presidente anche se, come visto, ancora non era stato eletto). Tutto questo, alla faccia di chi allora ed ancora adesso sostiene che "Lula significa indipendenza per il Brasile dal Fmi e dagli Usa" (dichiarazione del Pcb, partito comunista del Brasile) e per chi ancora vede in Lula un anti-globalizzatore o un antimperialista. In questa maniera non è esagerato dire che il Fmi di fatto ha stabilito la base del programma di governo per i prossimi 4 anni di governo del Pt.
Alla luce di questo risultano evidenti le motivazioni di tanta euforia dei mercati finanziari già dopo il primo turno di elezioni in cui, di fatto, il mondo intero ebbe la certezza che il futuro presidente brasiliano sarebbe stato Lula. L'andamento del mercato brasiliano, subito dopo l'ottimo risultato del Pt alle primarie, fu molto positivo. Il giovedì successivo alle votazioni (per la precisione il 10 ottobre), infatti, l'indice Ibovespa registrava un incremento del 6,34%, miglior risultato dell'ultimo anno; il 18 ottobre Ibovespa è salito ancora dell'1,35% superando i 9000 punti, raggiungendo, infatti, la cifra record di 9.022. Nello stesso giorno la Celesc guadagnava il 6,3%; nell'intera settimana la Net Pn ha incrementato il suo valore del 16,6% e la Petrobras il 5,26%. Nello stesso tempo la Tim, gestore di telefonia mobile italiana, ha ottenuto il contratto di roaming internazionale per una notevole cifra ed ha investito fior di miliardi per l'introduzione della tecnologia gsm in Brasile, dove i telefoni cellulari utilizzavano una tecnica simile alla e-tacs europea.
L'ascesa del governo di Lula-Pt è quindi da contestualizzare in questo quadro storico-economico, con le speranze di tutti i settori popolari, ma, come abbiamo visto, con il benestare del governo e dell'establishment finanziario statunitense. Il nuovo governo della principale nazione latino-americana appare come un governo popolare, ha un programma di riforma del capitalismo e ha al suo interno numerosi rappresentanti della borghesia finanziaria. Ciò significa che sono le manovre politiche di collaborazione tra le classi l'arma privilegiata dei "signori del mondo" per cercare di contenere l'inedita emersione del movimento operaio e contadino dell'America latina. Ma ciò non gli impedisce di preparare anche altre armi, complementari e non contraddittorie: esiste un vero "labirinto" di organizzazioni militari Usa in America latina, con una dozzina di basi aeree non ufficiali, radar, centri di comando e altre posizioni militari che si estendono attraverso Honduras, El Salvador, Ecuador, Bolivia e Colombia.
A partire dall'America centrale e da quella del sud, passando per Israele e per il Golfo Persico, più di 200 mila soldati statunitensi (e un numero imprecisato di "funzionari privati") sono spalmati sul globo. Solamente un salto di qualità a livello politico, potrà aprire le porte ad una vittoria di una rivoluzione latino-americana nelle nuove condizioni storiche. L'America latina esiste, sì, ma con un progetto politico il cui destino sta interamente nelle mani degli sfruttati e negli oppressi di tutto il continente.