Il mondo intero come potenziale minaccia
Il ministero della difesa americano ha approvato l'adeguamento della
strategia militare alle nuove esigenze della politica di sicurezza. L'ordine
di effettuare questo adeguamento era già stato trasmesso prima dell'11
settembre. Il nuovo presidente, infatti, era convinto che il suo predecessore
avesse tollerato - e con la sua tolleranza quasi incoraggiato - troppe aspirazioni
anti-americane nel mondo. L'attacco di settembre è stato considerato
come prova inconfutabile della veridicità di questa supposizione
e Bush ha reso questo attacco l'inizio di una "guerra globale"
contro i "nemici della libertà". Il piano strategico
militare [cfr. anche documenti seguenti], edito poco prima dell'attacco
alle Twin towers, documenta il piano mondiale che caratterizza l'attuale
politica Usa a livello mondiale e deve, dal loro punto di
vista, determinarla per un "periodo illimitato". Annuncia
- dopo la "uniformazione" degli stati del mondo sotto la bandiera
del capitalismo - un nuovo stadio dell'imperialismo americano.
Donald Rumsfeld [Presentazione della strategia americana, National
Defense University, 31 gennaio 2002] ha così sintetizzato l'analisi
della minaccia "globale", come specchio della pretesa di un dominio
mondiale intoccabile.
La sfida per gli Stati Uniti in questo nuovo secolo è difficile.
Infatti, dobbiamo preparare la nazione a difendersi contro l'ignoto e l'incerto.
Dobbiamo rendere capace le nostre forze militari di dissuadere e combattere
nemici che ancora non sono in grado di sfidarci. Per preparaci al futuro
abbiamo anche deciso di sostituire la cosiddetta strategia "orientata
alla minaccia" (che ha caratterizzato l' ultimo mezzo secolo) con la
strategia "orientata alla capacità". Questa strategia riguarda
in misura minore chi e dove potrebbe minacciarci o attaccarci, quanto piuttosto
il modo in cui potremmo con buona probabilità essere attaccati e
cosa dovremmo fare per difenderci da queste minacce.
Invece di costruire le nostre forze armate intorno alla prospettiva di combattere
questo o quel paese dobbiamo esaminare e domandarci, come Federico il Grande
ha fatto nei suoi Princìpi della guerra, quali "piani
svilupperei, se io fossi il nemico" e poi modernizzare le nostre forze
armate di conseguenza in modo da dissuadere e combattere questi pericoli.
Abbiamo imparato molto dalla prima guerra del XXI secolo (contro l'Afghanistan)
e purtuttavia non dobbiamo commettere l'errore di considerare il terrorismo
come l'unico pericolo. Il prossimo pericolo con cui ci confronteremo potrebbe
essere, sì, di tipo terroristico, ma poterebbe essere anche essere
una Cyber war, una guerra tradizionale o qualcosa di completamente
diverso.
Il governo statunitense, per fissare la dimensione minima delle proprie
forze armate non vuole più, da questo momento in poi, riferirsi a
"questo o a quello" stato che lo minaccia; fare ciò significherebbe
limitarsi a teatri di guerra speciali chiudendo gli occhi davanti ad altre
possibili fonti di pericoli. Non ne ha più bisogno dopo che l'insopportabile
"equilibro del terrore" con la quasi equivalente potenza mondiale
sovietica è stato "felicemente" rotto. Gli Usa, per la
loro strategia militare, vogliono che le loro forze armate siano preparate
ad ogni sfida possibile - anche e soprattutto a quelle al momento sconosciute.
Esplicitamente i leader americani non vogliono rendersi dipendenti,
da un punto di vista strategico, da una visione attuale della volontà
politica degli altri stati di relazionarsi in maniera sia amichevole od
ostile con gli Usa. Il criterio di classificare gli stati secondo l'affidabilità
dei governi stranieri è per loro troppo insicuro.
Preferiscono pertanto orientare la propria attenzione agli strumenti di
potere di cui si può servire una volontà straniera e da cui
dipende, in positivo come in negativo, la sua capacità d'imporsi.
Per principio considerano tutti gli armamenti che non sono sotto il loro
controllo ma che sono a disposizione di altre nazioni (stigmatizzate come
"stati canaglia") o anche di persone private (come "terroristi"),
quali strumenti che potrebbero essere usati per attacchi, attentati o per
la resistenza contro gli Usa. Essi partono, sostanzialmente, dalla constatazione
che - avendo il resto del mondo incontestabilmente accesso a potenti e raffinati
mezzi di guerra - esistono entità che hanno buoni motivi per puntare
ad obiettivi americani.
Visto che ciò deve valere sia per il presente che per il futuro i
responsabili del potere statale americano non si accontentano che la propria
forza militare sia adeguata alle capacità militari altrove effettivamente
esistenti, ma pretendono che la loro "intelligenza" militare debba
"immaginare l'immaginabile ", debba cioè essere più
ingegnosa di ogni inventore ostile e debba anticipare ogni futuro sviluppo
di armi che potrebbe essere pericolose per gli Usa. Dal punto di vista psichiatrico
queste "analisi" - che costituiscono poi la base teoretica del
piano strategico del ministero della difesa americano - potrebbero
essere classificate come "sintomi evidenti di mania di persecuzione".
Gli statunitensi, infatti, concepiscono - come i maniaci in questione -
il proprio interesse (e il suo mancato soddisfacimento) come il perno del
mondo. La loro riflessione sulla competitività tra nazioni non tiene
in alcuna considerazione gli interessi degli altri ma valuta le azioni altrui
soltanto in maniera negativa, in relazione agli interessi Usa, fiutando
ovunque volontà ostili - almeno a livello latente - che cercano strumenti
per attaccarli.
Ma il signor Rumsfeld e il suo presidente, come è ben risaputo, sono
statisti che governano la più potente nazione del pianeta, e il modo
in cui costoro percepiscono la minaccia, rappresenta "l'immagine
del nemico" che vale per gli Stati Uniti. Quest'immagine si distingue
in modo vistoso da tutti i modelli tradizionali, non necessitando neppure
di nemici, visto che non basa la necessità di una guerra su intenzioni
e azioni ostili effettuate da parte degli stati, contro di cui ordina la
mobilitazione. Al contrario, si pone l'accento sul fatto che gli Usa non
devono tenere in alcun conto se veramente siano all'opera interessi "antiamericani"
visto che il solo possesso di capacità militare da parte di un altro
paese viene indicato come il nuovo nemico assoluto e perciò,
in quanto tale, come ragione sufficiente per una guerra. Tanto astratta
è l'immagine del nemico, quanto totalitaria è la pretesa da
cui proviene. L'ignoranza programmatica verso gli interessi delle altre
nazioni non è una semplice stupidaggine ma è la loro negazione
politica e determina la negazione violenta di questi interessi, in quanto
qui si tratta di garantire "solo" il potere Usa.
Naturalmente, governo e ministro della difesa differenziano fra amici e
nemici e anche tra i nemici stessi; i ministri per gli affari esteri o per
il commercio sanno distinguere fra misure utili e dannose ai governi stranieri
e sanno differenziare in base a ciò i loro ricatti. Ma accanto e
prima di un tale calcolo relativo ad un mondo fatto di Stati, di cui in
fondo la propria nazione deve approfittare anche in futuro, c'è per
gli Usa la necessità strategica di neutralizzare le fonti di potere
degli altri paesi. Questo punto di vista strategico, presentandosi come
passaggio dalla strategia "orientata a una minaccia concreta"
a quella "orientata alla capacità militare", annuncia una
pretesa di dominio sulla competitività internazionale tra stati.
La novità di questa strategia - e la sua forza esplosiva - non sta
tanto nella sua portata universale quanto nella nuova definizione dei criteri
d'ammissione alla competitività che l'unica potenza mondiale rimasta
vuole imporre agli altri stati sovrani. Basandosi su questi criteri
gli Usa sono intenzionati a rendere gli altri stati sovrani incapaci di
opporsi alla sua volontà.
Il programma: conquista dell'ordine militare del mondo
Rumsfeld prosegue così:
Il nostro compito è di chiudere ai nostri nemici il maggiore numero di vie possibili per i loro potenziali attacchi: certamente dobbiamo essere preparati a nuove forme di terrorismo ma anche ad attacchi contro gli impianti americani nello spazio così come ad attacchi informatici, chimici e biologici. Allo stesso tempo dobbiamo lavorare all'ampliamento del divario in quei settori militari dove al momento godiamo di una posizione di vantaggio: basti considerare la nostra capacità di attaccare da grandi distanze, le nostre armi d'attacco di precisione, le nostre capacità spaziali, i nostri servizi segreti e i nostri sottomarini. Per non concedere ai nostri nemici nessun rifugio dobbiamo far sì che nel mondo non ci sia un angolo così sperduto, una cima sufficientemente alta, una caverna o un bunker abbastanza profondi da proteggerli dalle nostre armi. Invece di tener pronte due armate d'occupazione prepareremo forme di dissuasione per quattro teatri di guerra differenti basate sulla capacità di sconfiggere contemporaneamente due aggressori e consentendo al tempo stesso una massiccia controffensiva finalizzata all'occupazione di una capitale nemica e all'eliminazione del suo governo. Il nostro scopo non è quello semplice di combattere e vincere le guerre, ma quello di impedire le guerre; non è solo quello di dissuadere i nemici dall'usare armi esistenti, ma è anche quello di dissuaderli dal procurarsene o svilupparne di nuove.
Con la massima naturalezza la potenza mondiale Usa considera la garanzia
della sua sicurezza come un ordine permanente di guerra. La sostanza di
questo ordine è tanto semplice quanto convincente: le forze armate
devono, da una parte, togliere ad ogni avversario - sia un terrorista o
uno stato - la capacità di attaccare con successo il potere americano
e, dall'altra, estendere in modo determinante quelle capacità militari
di cui gli americani dispongono in maniera superiore per cementare con violenza
in ogni angolo del mondo la volontà Usa, garantendo la distruzione
di qualsiasi nemico e, se necessario, consentendo di imporre in prima persona
un governo adatto. La salvaguardia del "potere americano" coincide
con l'esautorazione del resto del mondo.
Per la sicurezza degli Usa, il vincere ogni guerra è una conditio
sine qua non, ma al tempo stesso rappresenta uno scopo troppo modesto:
le proprie capacità militari, infatti, devono essere cosi elaborate
e potenti che la costante minaccia di usarle causi di per sé la capitolazione
di ogni volontà contraria. Così deve realizzarsi l'ideale
del deterrente militare: non nella versione ipocrita, sgradita ai politici
ambiziosi, della paralisi reciproca, ma in quella in cui la premessa è
rappresentata dalla libertà unilaterale di fare la guerra.
Questa libertà - dopo la fine della guerra fredda - i potenti di
Washington la utilizzano oggi nei confronti dell'Irak radicalizzando così
lo scopo del deterrente. La disposizione di una capacità militare
senza rivali non deve soltanto condurre gli avversari ad abbandonare "volontariamente"
tutte le azioni di guerra, perché non convenienti, ma, addirittura,
a rinunciare ad armarsi, a rinunciare cioè alla volontà di
procurarsi gli strumenti necessari per cambiare, favorevolmente, il rapporto
di forza sottomettendoli di fatto agli imperativi americani. "Armamento
per la distruzione", dunque, è la parola d'ordine,
anche se questa volta non viene limitato all'"asse del male" ma
riferito al resto del mondo.
Gli Usa devono intraprendere delle guerre che abbiano come scopo il disarmo
dei nemici, visto che non possono considerare veramente in pace essi stessi
- e quindi per esteso il mondo - finché esistano in qualsiasi angolo
del pianeta ancora loro avversari. Viene così confermato un vecchio
principio militare: "Per la difesa degli Usa occorrono misure preventive,
di autodifesa e, in certe circostanze, è necessario anche un attacco.
La difesa contro ogni attacco immaginabile, in ogni luogo immaginabile,
sia di giorno sia di notte non è realizzabile. La difesa contro il
terrorismo e contro altre minacce che nascono nel XXI secolo può
rendere necessario "portare la guerra al nemico". La migliore
- e in certi casi unica - difesa è l'attacco (con successo)".
Una volta individuato il cattivo (di turno) - sia per una volontà
politica di non sottomettersi, che per un armamento ingiustificato - l'attacco
è sempre la migliore difesa. E sul modo in cui la più grande
potenza mondiale reagisce all'esistenza di "nemici" non devono
e possono esserci equivoci: la guerra "preventiva" viene
adottata proprio per non giungere più ad una situazione in cui si
è costretti a re-agire. A chi è dichiarato nemico dagli Stati
Uniti deve essere tolta la possibilità di usare le proprie armi.
Cosi i leaders Usa chiarificano: lo strumento di difesa "guerra"
deve essere loro monopolio americano. La superiorità degli armamenti
non è sufficiente. Il confronto tra le potenze mondiali avviene con
la sottomissione alla pax americana.
Dominio del mondo e armi di distruzione di massa
La Nuclear Posture Review [8.1.2002] aveva scritto:
Il rapporto che qui presentiamo introduce una nuova "triade"
militare così composta:
- Sistemi di attacco offensivo (sia nucleari che non)
- Sistemi di difesa (sia attivi che passivi)
- Infrastruttura di difesa totalmente rinnovata (che al tempo stesso fornisca
nuove possibilità di fronteggiare le minacce incombenti).
Le armi nucleari hanno un ruolo decisivo per la capacità difensiva
degli Usa, dei loro alleati così come dei loro amici. In base ai
nostri calcoli, al momento una forza di pronto intervento di 1700-2200 testate
nucleari strategiche è sufficiente. Questa garantisce agli Usa la
possibilità di realizzare una politica di dissuasione, che mette
a rischio (di distruzione) tutto ciò che ha importanza per il nemico,
compresi gli strumenti di controllo politico e militare ed, in modo particolare,
le armi di distruzione di massa, gli Stati Maggiori e le altre infrastrutture
militari. Soltanto coi mezzi nucleari gli Usa possono reagire adeguatamente
a tutte le situazioni di pericolo, tuttavia può succedere che l'intervento
nucleare non sia nell'interesse americano e dei suoi alleati.
Di fronte a nemici ora cosi differenziati e a minacce cosi difficilmente
prevedibili, sarà richiesta una nuova miscela di sistemi convenzionali,
nucleari e difensivi. I progressi delle tecnologie difensive renderanno
possibile unire le capacità nucleari e convenzionali degli Usa con
sistemi di difesa attivi e passivi; il tutto, così integrato, costituirà
un deterrente efficace in quanto da un lato consente la protezione contro
un attacco, mentre dall'altro permette agli Usa di mantenere la libertà
di azione rafforzando al tempo stesso la credibilità degli impegni
presi verso gli alleati. Le stesse forze armate Usa (e qui includiamo le
armi nucleari), avranno il compito di togliere agli avversari la possibilità
di sviluppare programmi di armamento o di realizzare azioni militari che
possano minacciare interessi americani, alleati o amici.
Il potenziale d'attacco della nuova "triade", composta da sistemi
convenzionali e nucleari, renderà possibile una maggiore flessibilità
nella pianificazione e nella realizzazione di conflitti armati finalizzati
alla sconfitta definitiva degli avversari. Assalti militari con armi convenzionali
potranno dimostrarsi particolarmente utili per limitare i danni collaterali
e l'estensione di un conflitto. I mezzi nucleari potranno essere, invece,
applicati a bersagli che forse potrebbero resistere a mezzi convenzionali
(come bunker profondi o impianti per la fabbricazione di armi biologiche).
Nella sua "revisione della posizione nucleare americana" il
ministro della difesa stabilisce non solo che i mezzi nucleari avranno un
"ruolo rilevante" per l'imposizione definitiva del controllo americano
sul mondo ma ne fissa anche le modalità. Incidentalmente, gli Usa,
agendo in questo modo, ritirano dalla circolazione l'ideologia (doppia)
per cui le armi nucleari americane fungevano da un lato da profilassi indispensabile
contro la "minaccia comunista", garantendo al tempo stesso l'"equilibrio
del terrore" e quindi la pace nel mondo, e, dall'altro, rappresentavano
proprio in virtù del loro potere di dissuasione soltanto delle "armi
politiche" e pertanto destinate non alla guerra ma soltanto per la
sua prevenzione.
Per i leader americani è chiaro che, in ogni caso, gli scopi
Usa hanno assolutamente bisogno di questi delicati mezzi di guerra dall'enorme
potenziale distruttivo, e, più in generale, sono estremamente contenti
che la libertà di utilizzo di queste armi sia aumentata. La capacità
di "mantenere sotto tiro" i punti nevralgici militari e politici
di un avversario "attuale o potenziale", cioè di eliminarli
in caso di necessità, è irrinunciabile. Inoltre, per questi
politici costituisce motivo di gran soddisfazione il disporre, nel frattempo,
di alternative "non-nucleari" che hanno effetti simili a quelli
nucleari ma che, contemporaneamente, evitano quei danni collaterali non
propriamente desiderabili.
Una miscela di armi che risolve il "dilemma" dell'uso della bomba
nucleare (cioè il problema delle sue conseguenze "sovente inadatte"
ad un futuro utilizzo delle risorse presenti sul suolo nemico o su quello
di un suo vicino), senza dover rinunziare ai vantaggi dell'arma finale,
offrirà agli Usa una molteplicità di opzioni utili per tutti
i teatri di guerra possibili. Anche per quel che riguarda i sistemi anti-missile,
futuri o già disponibili, le armi nucleari non diventano superflue
ma soltanto nuovamente dosabili (nel senso che forse ne è sufficiente
una quantità minore).
Il ministro della difesa ci informa che gli strumenti di difesa che aumentano
la protezione degli Stati Uniti - sul suo territorio nazionale, con le sue
truppe sparse in tutto il mondo e con quelle dei suoi alleati - aumentano
"la libertà d'azione" americana (e questa nuova libertà
deve essere usata). Al tempo stesso la rivista "nucleare" comunica
che "la capacità della infrastruttura tecnologica militare
americana di modernizzare i sistemi di armi esistenti e di aumentare la
produzione di armi in maniera imponente così come la capacità
di inventare interi nuovi sistemi per la "nuova triade" scoraggeranno
gli altri Stati dal porsi in concorrenza con gli americani sul piano militare".
Gli Stati Uniti, che, come ogni nazione capitalista, competono per
il potere e per la ricchezza (utilizzando come mezzi il potere
e la ricchezza stessi), dichiarano ora di aver raggiunto una posizione di
potere tale, da permettere di vietare agli altri poteri statali di porsi
in concorrenza con loro sotto il profilo militare. Essi proclamano programmaticamente
che, dal punto di vista capitalistico, il successo e il fallimento nella
competizione tra nazioni vengono determinati dal potenziale militare che
ciascuna nazione ha a disposizione. E proprio per ribadire agli altri stati
che essi non hanno il diritto di uguagliarli o soltanto di cercare di uguagliarli,
gli Usa utilizzano la loro superiore potenza militare. Pretendono - e al
tempo stesso praticano con le loro guerre - il monopolio proprio di una
potenza che si trova al di sopra del resto dei concorrenti e che definisce
le regole del gioco vincolando tutti i partecipanti alla propria posizione
di vantaggio. È chiaro per i fautori della superpotenza che questo
programma richiede che ogni volontà straniera venga tenuta lontana
dai propri mezzi di autoaffermazione militare. Questo, e solo questo, è
stato deciso con la dichiarazione di guerra contro le armi di distruzione
di massa in possesso di soggetti non americani.
La sentenza "persecutoria" che annuncia la seconda fase di "guerra
al terrorismo", suona cosi: "Non si deve mai permettere alla
gente che non ha rispetto della vita di controllare gli strumenti ultimi
di morte" [Bush, 11.3.2002]. La verità sull'argomento non
ha bisogno di essere smascherata: viene apertamente dichiarata dagli strateghi
militari. Non si tratta della probabilità, più o meno grande,
di distruggere molte vite umane, ma della decisione statunitense di considerare
come una limitazione insopportabile del proprio potere il fatto che degli
stati "stranieri" posseggano strumenti militari decisivi per la
concorrenza fra stati. Per questo ragione il solo tentativo di entrare in
possesso di alcuni esemplari di queste armi è considerato come una
sfida antiamericana da eliminare "prima che sia troppo tardi".
Gli Stati Uniti hanno proclamato ufficialmente di essere disponibili ad
utilizzare armi nucleari per proteggere la "non proliferazione"
di armi Nbc da parte di altri stati. Questi devono quantomeno abbandonare
la forza militare, la ricerca e le loro capacità di sviluppo (quindi
il nocciolo della loro sovranità) che devono venir sottoposte al
controllo americano. Meglio ancora sarebbe se essi stessi provvedessero
al necessario "cambiamento del governo" visto che hanno da tempo
perso la fiducia dell'unica potenza mondiale. In caso contrario la "liberazione"
del popolo, degli "affamati", delle "donne", degli "analfabeti",
ecc. dal giogo dei loro oppressori, (per mezzo di bombe si intende) è
al primo posto sull'agenda americana. Così gli Usa "lavorano"
in maniera conseguente al perseguimento del loro ideale di fare della loro
schiacciante superiorità militare la leva per la formazione di un
ordine mondiale che istituzionalizzi il loro comando sopra gli stati.
Dal loro punto di vista, solo la situazione in cui i governanti di questo
mondo saranno ridotti a essere un potere autorizzato dagli Stati Uniti (e
solo in quanto tale "legittimo"), dotati di una forza (limitata)
che li terrà lontani da ambizioni arbitrarie, togliendo loro la possibilità
di riscattarsi e garantendo in tal modo l'esistenza di governi che non siano
in grado di far nulla, solo questa situazione, dicevamo, può chiamarsi
"pace mondiale". "Pace mondiale" sarebbe quello
stadio in cui l'esistenza di una sola potenza mondiale, gli Stati Uniti,
sarebbe incontestabilmente valida.
La nuova strategia americana: una sfida al resto del mondo
La nuova strategia statunitense - che si presenta come conclusione
logica dell'attacco dell'11 settembre - entra in collisione con il modo
in cui gli stati concorrono tra loro, e ne pone all'ordine del giorno la
correzione. La libertà, concessa (e/o sopportata) da parte americana
alle nazioni, di perseguire le loro ambizioni di potenza, viene definita
dagli Usa - pur usufruendo e controllando essi stessi questa libertà
- come un pericolo per la propria sicurezza. Dal punto di vista statunitense
questa libertà ha creato solo minacce acute o latenti per i diritti
e gli interessi americani. Queste minacce si presentano sotto forma di "regimi"
senza licenza, di strumenti di potere, o sotto forma di una combinazione
di entrambi. Perciò la "guerra globale contro i nemici dell'America"
iniziata dal presidente Bush non si limita a puntare solo a quegli stati
che, in base alla loro volontà ed ai loro strumenti di potere illegali,
insidiano l'autorità degli Usa.
Il numero e il calibro di questi stati, rientranti nella categoria della
"eventualità immediata, possibile o inaspettata", è
piuttosto imponente. A tal proposito basta scorrere quelli elencati nel
progetto strategico [cfr. documenti seguenti] come "attuali
e potenziali" destinatari di un colpo nucleare Usa, tra cui, ricordiamo,
ricorrono sempre i nomi di Corea del nord, Irak, Iran, Siria e Libia; ma
anche la Cina è un paese che appartiene alla medesima categoria.
L'unica potenza mondiale rimasta è infastidita principalmente dal
fatto che stati sovrani stranieri - "soltanto" perché dispongono
di un monopolio di potere interno e di strumenti con cui reagire alla mancanza
di rispetto da parte dei loro pari - pretendano di essere riconosciuti,
includendo in questa pretesa anche il diritto ad avere interessi propri
che possono divergere da quelli americani. Dall'esistenza di potenze sovrane
straniere che limitano la validità universale della sua forza - e
con essa la possibilità di disporre liberamente delle fonti di ricchezza
mondiali - deduce l'imperativo di eliminare questi ostacoli.
Partendo da questo punto e con il diritto, che le deriva dall'essere una
potenza superiore non (più) costretta al compromesso, gli Usa negano
le pretese degli stati stranieri di rispettare i loro "interessi vitali"
e, facendo riferimento ai rapporti di forza (militari), sottopone gli avversari
al fatto compiuto. Così agendo, gli americani, pongono fine alla
pratica di tenere in considerazione gli interessi nazionali
stranieri, per poi ricattarli grazie alla loro dipendenza. Questa pratica
viene ora sostituita dalla guerra costante contro i nemici di una civiltà
stabilita, difesa e per questo anche definita dagli Stati Uniti d'America.
Non bisogna meravigliarsi che anche i loro amici vengano confrontati con
questa nuova prassi della "privazione dei diritti" che accompagna
l'offensiva americana e che a loro volta questi sospettino, giustamente,
dell'"unilateralismo" Usa.
Lo status che viene loro concesso dalla nuova strategia Usa costituisce
un affronto alla maniera in cui i partner degli Stati Uniti intendono
l'alleanza. La superpotenza non esita ad estendere il proprio sospetto -
in tema di presunta concorrenza sleale in campo militare - anche agli alleati,
pur non considerandoli come candidati "attuali" o "plausibili"
per un attacco ma, al contrario, ritenendoli, proprio per il loro status
di alleati, degni di una tutela speciale. La frase apparentemente innocua
- "Non consentiremo che gli Stati Uniti, le loro truppe nel mondo
e i loro alleati vengano minacciati" - rivela come non si tratti
soltanto di una dichiarazione di tutela nei confronti degli stati amici,
ma anche di una pretesa di predominio su di loro.
L'essere considerati come oggetti da proteggere al pari della madrepatria
e delle basi Usa sparse per il mondo dimostra un "riguardo" veramente
imperialista: in quanto beni immobili della potenza mondiale
sono sottoposti ad un controllo speciale da parte americana. Per questo
motivo non importa se gli amici abbiano richiesto questa protezione o se
vogliano impegnarsi contro "l'asse del male" o per il nuovo ordine
mondiale americano. I loro "interessi così come sono da intendersi"
sono definiti da Washington e perciò i loro veri interessi sono ignorati
in maniera chiara, quasi offensiva e senza consultazioni diplomatiche. Ciò
vale specialmente per gli sforzi di emancipazione degli alleati europei:
non è da dimenticare che l'Unione europea militare - che include
tra le altre cose la possibilità di condurre una guerra anche in
maniera indipendente (dagli Stati Uniti) - era stata "desunta"
come una necessità urgente dagli europei, a seguito del ruolo dominante
degli Stati Uniti durante la guerra nei Balcani.
Queste intenzioni, negli Stati Uniti, sono considerate "come tentativi
pericolosi e proibiti di entrare in concorrenza militare con gli Usa"!
Queste intenzioni, e più in generale ogni ambizione di costituire
da parte degli alleati una potenza mondiale veramente seria, deve essere
impedita, quasi come "effetto collaterale", dai progressi che
gli statiunitensi conseguono nel loro programma di guerra contro il "male
antiamericano". "Le armi atomiche degli Stati Uniti anche in
futuro proteggeranno i nostri alleati in modo particolare di fronte alle
note minacce potenziali di attacchi nucleari, biologici o chimici così
come nel caso di sviluppi militari sorprendenti. Questa protezione diminuirà
gli stimoli per gli stati amici di procurarsi proprie armi nucleari per
dissuadere tali minacce" [Nuclear Posture Review, 12]. Le
aspettative americane nei confronti dei partner europei - aspettative
derivanti dalla succitata "generosa" protezione - sono lo specchio
dello stato di dipendenza in cui gli europei sono ridotti. Queste aspettative,
infatti, non si basano e non fanno più riferimento alla solita disciplina
dell'alleanza che valeva durante la guerra fredda.
La "vecchia" Nato ammetteva l'esistenza di volontà politiche
diverse e teneva in considerazione gli interessi specifici dei partecipanti,
e considerava come un "dovere", che gli americani si mettessero
d'accordo con gli alleati (da cui, pertanto, alla fine, dipendevano anche):
tutte queste premesse non valgono più per la nuova situazione globale
di guerra che gli Stati Uniti hanno imposto anche ai loro amici. È
per questo che i princìpi della Nato di ieri, dal punto di vista
del leader dell'alleanza - gli Stati Uniti - oggigiorno hanno come
conseguenza solo mancanza di "libertà" ed "inefficienza"
e devono pertanto essere cancellati.
Per gli alleati Nato da adesso in poi vale lo stesso principio che vale
per tutti gli altri stati "amici degli americani": il progredire
del programma di guerra americana li metterà in uno stato di incertezza
(chi più, chi meno) in base alla loro posizione geografica, alla
loro potenza economica ed alla loro funzione strategica e quindi verranno
ridotti in una situazione di dipendenza unilaterale nei confronti degli
Stati Uniti, dalla cui protezione non possono sottrarsi. Come "alleati
volenterosi" devono mantenersi a disposizione della "guerra
americana" per un nuovo ordine mondiale e devono offrire i loro
contributi nel caso in cui gli statunitensi lo desiderino.
Un diritto di cogestione sia della politica mondiale corrente che della
strategia della guerra non è previsto. Questo sarebbe soltanto un
ostacolo per il successo della missione. "Le guerre potranno certamente
profittare del supporto di eventuali alleanze. Ma le guerre non devono essere
condotte da un comitato. La missione deve definire la coalizione e non al
contrario l'alleanza la missione militare. In questo caso gli obiettivi
della guerra sarebbero limitati al minimo comune denominatore e questo non
possiamo permettercelo".
War by committee, questo spregevole epiteto usato recentemente dai
politici Usa, è noto dai tempi della "guerra Nato" contro
l'ormai ex Jugoslavia. Questa prima guerra dell'alleanza non era piaciuta
per nulla agli americani. Il comando formalmente comune della guerra ha
costretto gli statunitensi a consultarsi con gli altri partner minoritari
europei (consulto, questo, che gli americani hanno considerato una sfacciataggine,
visti i ridotti contributi militari alla guerra degli alleati). Questi ultimi,
dal punto di vista Usa, hanno contribuito soltanto riversando le loro paure
e la loro arroganza sulla selezione degli obiettivi e delle decisioni operative.
Una "guerra di comitato" come questa, gli Usa, in cui essi stessi
non siano il solo soggetto preposto a decidere, non la vogliono più
ripetere. Dunque questo è l'ultimo "insegnamento" tratto
dalla guerra in Afghanistan: anche gli alleati Nato devono comprendere ed
accettare che gli Stati Uniti considerano come un ostacolo sgradito per
la loro libertà le riserve tradizionali dell'Onu, i doveri dell'alleanza
così come le "guerre di comitato" - mentre l'unilateralismo
americano rappresenta un vantaggio per tutti.
Ciò, come sappiamo, non viene visto così dagli alleati europei.