SOVRANITÀ NAZIONALE

aree valutarie e regimi di cambio

Maurizio Donato

Nel disinteresse pressoché generale di giuristi, economisti ed osservatori politici, ferve il lavoro di scrittura di quella che appare sempre più a tutti gli effetti la nuova carta costituzionale europea. Con una moneta unica, ma senza un esercito autonomo, si approfondisce il paradosso di uno spazio comunitario che si autoattribuisce alcune delle prerogative tipiche di uno Stato posponendo a queste le trasformazioni istituzionali che dovrebbero prima o poi sfociare in una vera e propria federazione o confederazione o unione di paesi diversi. Era - all'inizio - un mercato comune, e un mercato ha bisogno sì di regole, ma soprattutto di istituzioni come le banche, e le banche risparmiano un bel po' di costi di transazione se una sola valuta si sostituisce a un paniere di monete nazionali. Battere moneta, avere un proprio esercito, riscuotere imposte e tributi sono alcune delle caratteristiche fondanti dei vecchi Stati nazionali, ma di dotarsi di forze armate autonome dalla Nato non se ne parla nemmeno, anzi, alcuni dei paesi che dovrebbero entrare a far parte dell'Ue sono stati prima annessi alla Nato, politiche fiscali indipendenti sono rese virtualmente impossibili dai vincoli autoimposti a livello comunitario, resta la politica monetaria, a testimonianza del ruolo cruciale che le banche svolgono, ovviamente non solo in Europa.
Le banche centrali regolano principalmente l'offerta di moneta e i tassi di interesse, ossia determinano quanta moneta nazionale offrire sul mercato e a che prezzo, ma concorrono pure a determinare il valore delle valute nazionali in termini delle altre valute del mercato mondiale, in altre parole influenzano fortemente il tasso di cambio, attraverso operazioni e strumenti che a loro volta dipendono dal regime di cambio cui il governo del paese ha deciso di aderire. Quello della scelta del regime di cambio è stato un dibattito praticamente fermo per anni dopo la decisione delle autorità statunitensi di abbandonare i cambi fissi per recuperare quella flessibilità anche monetaria necessaria alla gestione della lunga crisi non risolta da più di trent'anni. È la stessa crisi, determinata marxianamente dall'aumento dell'intensità capitalistica dei processi di produzione, che - a partire dalla collegata diminuzione del saggio medio di profitto industriale nei paesi dominanti - ha visto intensificarsi la concorrenza sul mercato mondiale con l'apparire di nuovi protagonisti, in alcuni casi paesi di relativamente recente industrializzazione, che hanno dovuto scegliere come far giocare le proprie valute sullo scacchiere monetario globale.
Se un paese importante comincia a crescere, e le proprie imprese rosicchiano quote di mercato sottraendole ai vecchi monopolisti, in questo paese aumenteranno gli investimenti di capitale, sia quelli direttamente produttivi e industriali, sia quelli definiti di portafoglio, ossia di natura finanziario-speculativa. Naturalmente, tali investimenti non vengono effettuati "a casaccio", ma seguendo due tipi di logiche assolutamente indipendenti e solo per puro accidente compatibili. Le imprese transnazionali decidono dove investire seguendo la concatenazione di filiere che dipendono da complementarietà tecnologiche tra fasi di produzione non meno che dalla convenienza in termini di costo, dalla presenza di infrastrutture locali e ovviamente dalla presenza di mercati di sbocco per le merci prodotte. Gli investimenti finanziari, dal canto loro, guardano alla diversa profittabilità dei progetti tenendo ben presente il "centro" del mercato mondiale: quando e solo quando la redditività degli impieghi in attività finanziarie "sicure" diminuisce o diventa troppo volatile, allora i capitali volano verso qualche paese periferico o semi-periferico ma ben pronti quando le condizioni cambiano a riprendere il "volo verso la qualità". Difficilissimo, quindi, il compito delle autorità politiche e monetarie dei paesi "emergenti", ed ancora più difficile - ovviamente - la condizione dei governati su cui si scaricano assieme la forza del mercato mondiale e la quota di plusvalore trattenuta dalle borghesie locali. I governi locali hanno poca scelta relativamente alla valuta in cui denominare il debito: deve essere necessariamente una moneta forte, ché le banche non sono contente di riceverne di diverse, devono tenere sotto controllo l'inflazione, ché le banche non sono contente di ricevere moneta svalutata; che cosa rimane loro? La scelta del regime di cambio, ossia come collocare la propria valuta nel contesto del mercato monetario mondiale.
Esistono oggi al mondo 193 Stati più o meno indipendenti, da 76 che erano nel 1946, ma non tutti hanno una propria valuta, dai 15 membri dell'African financial community che hanno costituito un'area valutaria basata sul franco francese, ai 7 membri dell'Eastern caribbean currency area, da Panama che usa il dollaro statunitense al Lussemburgo che usava il franco belga, dal Lichtenstein che adotta il franco svizzero alle popolazioni palestinesi che usano per le loro transazioni in West bank e a Gaza lo shekel israeliano; l'Unione europea ha scelto come moneta comune l'euro, nel 2000 Ecuador ha optato per la dollarizzazione completa, El Salvador lo stesso. Ma tra la moneta nazionale e l'adozione di una moneta di un altro paese esiste un ampio spettro di possibilità che arriva fino a 150 diversi tipi di accordi monetari, riducibili secondo la tassonomia del Fondo monetario internazionale a quattro fattispecie fondamentali: aggancio a una valuta diversa, flessibilità limitata, flessibilità gestita, flessibilità totale.

Cominciando dalla fine, è bene precisare che anche quei paesi che ufficialmente dichiarano di adottare un regime di cambi flessibili, in realtà, o attraverso movimenti nelle riserve di valuta o attraverso variazioni nei tassi di interesse, tendono a intervenire sul corso dei cambi, manifestando una sorta di "paura della fluttuazione". Storicamente, appare indubbia una tendenza alla diminuzione dei paesi che ufficialmente adottano un regime di cambi fissi, e sembra essere cresciuto di molto il numero di Stati che preferiscono gestire cambi flessibili; più problematica appare la valutazione delle scelte di quei governi che appaiono collocarsi su regimi "intermedi": il loro numero è ufficialmente cresciuto durante gli anni '80 per poi diminuire nel corso degli ultimi anni, ma occorrerebbe considerare le diverse situazioni caso per caso. Ad esempio, durante la metà degli anni '80, El Salvador, Guatemala e Nicaragua dichiaravano di adottare un regime di cambio formalmente ancorato al dollaro, ma questo non ha impedito svalutazioni dell'ordine del 10, del 40 o anche del 100%, mentre le banche centrali di India e Bolivia, paesi formalmente aderenti a regimi di cambio flessibili, ancoravano di fatto le proprie valute a una moneta internazionale di riferimento. Per i paesi dominati, lasciare il cambio libero di fluttuare è una scelta costosa: per non subirla, molte banche centrali hanno dovuto intaccare le proprie riserve ufficiali o accettare una variabilità anche elevatissima dei tassi di interesse nominali; ma la "paura di fluttuare" dipende soprattutto dalla struttura del debito, largamente denominata in valute forti: se la moneta forte si svaluta, il paese è costretto a pagare di più.
D'altra parte, all'estremo opposto della scelta dei cambi flessibili, il menu prevede varie forme di cambi fissi, dall'adozione pura e semplice di una valuta come il dollaro o l'euro fino a varie forme di aggancio. Alcuni paesi dell'America latina, data la presenza dell'ingombrante vicino, hanno deciso di adottare come propria valuta il biglietto verde, o direttamente, o attraverso un meccanismo che consente di emettere moneta nazionale solo a fronte di attività di riserva denominate in valuta estera a un cambio fissato per legge. Questo genere di accordo, nato nell'800 come strumento dell'impero britannico per gestire l'emissione monetaria nelle colonie, è tornato alla ribalta in questi ultimi anni quando è stato adottato da Hong Kong, dall'Argentina ed è attualmente la base di discussione per la scelta di alcuni paesi dell'Europa orientale che stanno per aderire all'Ue. Il riferimento al colonialismo non è certo casuale: a fronte di una esperienza ancora abbastanza limitata che ha prodotto risultati non omogenei, l'unico elemento chiaro è che regimi valutari di questo tipo comportano, per i paesi che ne decidono l'adozione, la rinuncia esplicita ad elementi di sovranità nazionale che non si riducono alla perdita della rendita da signoraggio, ma includono l'impossibilità di gestire una autonoma politica monetaria, diventando nei fatti ostaggi delle decisioni delle banche centrali dei paesi dominanti oltre che degli speculatori di professione.
Le argomentazioni che invece vengono portate a favore degli accordi di cambio fisso poggiano su due ordini di considerazioni: da un lato, si sostiene che l'adozione di una moneta unica favorirebbe gli scambi commerciali e farebbe crescere il reddito; d'altro canto, l'impegno a mantenere un cambio fisso dovrebbe venire percepito dai mitici mercati finanziari come un segnale di credibilità nella lotta all'inflazione. Per quanto riguarda il primo punto, è evidente che la valutazione circa la preferibilità di un regime di cambio rispetto a un altro dovrebbe poter poggiare, oltre che su considerazioni teoriche, su una verifica empirica relativa a un tema cruciale: le unioni monetarie fanno crescere o no il benessere, dunque il reddito, degli abitanti dei paesi membri? Fino a qualche tempo fa la risposta era: sì, ma poco; recentemente, due economisti [A. Rose - E. Van Wincoop, National money as a barrier to international trade, in American economic review: Papers and proceedings, maggio 2001, pp.386-390] hanno cercato di quantificare l'impatto dell'adozione di una unione monetaria sul commercio internazionale dei paesi membri, e poi hanno calcolato gli effetti sul reddito del presunto aumento negli scambi commerciali. Mentre appare abbastanza curioso che, nella presentazione dei risultati ottenuti, gli autori abbiano tralasciato ogni commento su questo secondo punto, che appare a noi quello centrale, concentrandosi sul primo, si può osservare che, in praticamente tutti i casi considerati, la variazione di reddito calcolata dal modello è enormemente inferiore rispetto all'entità delle variazioni negli scambi; per le unioni monetarie esistenti, il modello prevede un aumento medio fino al 90% del commercio cui corrisponderebbe un 5% in più dei consumi degli abitanti di quei paesi.
Il caso dell'Argentina è da questo punto di vista illuminante: a un aumento degli scambi superiore al 100% avrebbe corrisposto un aumento di benessere dell'1 e qualcosa per cento. Interessante notare, invece, come l'unico caso in cui l'adozione di una moneta unica poterebbe a un cambiamento significativo nei consumi è quello in cui si ipotizza il passaggio ad una sola moneta a livello mondiale: in questo caso il commercio internazionale crescerebbe del 10% e i consumi del 20%. In un lavoro di poco successivo, uno dei due autori ripete l'esercizio allargando il campione a 200 paesi; anche in questo caso i risultati mostrano come, in seguito all'adesione all'unione monetaria, per ogni punto percentuale di commercio in più, il reddito degli abitanti dei paesi coinvolti crescerebbe di un terzo di punto, mostrando interessanti differenze tra aree valutarie. In media, mentre l'adozione del dollaro porterebbe a un effetto crescita del reddito pari al 2%, quella dell'euro farebbe crescere il benessere pro-capite del 18%; in particolare, i paesi che beneficerebbero maggiormente della dollarizzazione delle proprie economie sembrerebbero essere Singapore, Canada, Honduras, Messico, Costa Rica e Belize, mentre minori vantaggi andrebbero a paesi come El Salvador, Ecuador, Filippine, Kuwait, Guatemala, Israele o Corea. Per quanto riguarda l'area valutaria euro, essa potrebbe comprendere paesi come Costa d'Avorio, Ungheria, Svizzera. Svezia, Albania, Danimarca, Gran Bretagna, Polonia, Norvegia.
In realtà, simulazioni a parte, è ancora troppo presto per poter attribuire alla presenza di un'area valutaria l'impatto di significative variazioni in termini di reddito: quello che è possibile inferire dall'esperienza è piuttosto che quando l'assenza di rischio di cambio si accompagna a un differenziale positivo nei tassi di interesse la combinazione di questi due elementi favorisce notevolmente i flussi di capitale di rischio, aumentando la probabilità di attacchi speculativi. L'intero decennio `90 è stato contrassegnato da attacchi di questa natura, in quello che abbiamo definito sulle pagine di questa rivista un vero e proprio giro della morte del capitale fittizio [cfr. no. 68].
I sapientoni del Fondo monetario internazionale sono stati fino a pochissimo tempo fa tra i più accesi sostenitori della necessità di adottare regimi di cambio fisso per i paesi emergenti, anche se o proprio perché a livello globale il regime di cambio prevalente è invece la libera fluttuazione: fluttuano il dollaro, l'euro, lo yen, la sterlina inglese, il franco svizzero, ossia tutte le più importanti monete di riserva e di riferimento per il mercato mondiale dei cambi. E che mercato ... L'ultima indagine trimestrale sul volume degli scambi (turnover) effettuata nel mese di aprile del 2001 e relativa a 48 paesi stimava in 1.210 mrd $ al giorno l'ammontare delle transazioni in cambi; per intendersi, si tratta di una cifra grosso modo corrispondente al Pil annuo di un paese come la Gran Bretagna [cfr. Bri, rassegna trimestrale, dicembre 2001]. Solo per memoria, con il caveat che deriva dal confronto tra variabili misurate in termini di stock anziché di flusso, si può ricordare come l'ammontare delle riserve ufficiali detenute dalle Banche centrali alla fine del 2000 era pari a poco più di 2.000 mrd. $.
Con il mercato delle azioni e delle obbligazioni ancora in crisi, la possibilità di speculare sulle valute è una ghiotta occasione per il capitale transnazionale strutturato per cordate e filiere sul mercato mondiale; gli Stati nazionali e le Banche centrali devono adeguare il proprio ruolo a una fase di intensa competizione interimperialistica in cui la scelta della moneta da utilizzare e del regime di cambio da adottare rappresentano un nuovo terreno di scontro che conviene tenere sotto osservazione.