IL SOCIALISMO BORGHESE
breve panorama del pensiero di sinistra
Antonio Brillanti
Le argomentazioni che vengono esposte in questo articolo [già parzialmente affrontate sulla Contraddizione, no. 44, 49, 51 e 52] sostengono che tra le teorie liberali e convenzionali in economia politica e le impostazioni in voga in molti settori della sinistra alternativa e antagonista (postoperaistiche, postkeynesiane, neomutualistiche ecc.) ci sia un profondo sostrato di comunanza.
Feticismo del capitale e primato della politica
Ormai non c'è più nulla di sensazionale nel dichiarare
che le teorie economiche neoclassiche e liberiste sono diventate una sorta
di oppio dei popoli, buone più ad imbonire che non a spiegare qualcosa.
Sicuramente in una scienza così strategica dal punto di vista politico
come l'economia è facile immaginare che chi gestisca il potere voglia
ricevere da essa una visione del mondo compatibile con i propri interessi.
È anche possibile portare molti elementi a riprova del fatto che
l'economia convenzionale sia costruita ad uso e consumo della classe dominante.
Quello che è bene sottolineare, tuttavia, è che ciò
avviene anche - al di là delle intenzioni degli agenti sociali
- in modo del tutto naturale.
Nel Capitale Marx sostiene che l'"errore" dell'occultamento
del plusvalore in cui cadono le teorie "volgari" (che oggi chiameremmo
neoclassiche, ortodosse o convenzionali) non è dovuto solo ad apologia
dell'ordine costituito, ma anche al naturale presentarsi delle cose che
rende visibile solo lo scambio paritario: il lavoratore cede la sua forza-lavoro
in cambio di un salario monetario che ne rappresenta il valore, cioè
la somma necessaria all'acquisto di tutti i beni atti a riprodurre materialmente
e intellettualmente il lavoratore in un determinato contesto storico-geografico.
Ciò che resta invisibile, come fatto privato della produzione, è
che l'uso della forza-lavoro produce più di quanto costa, produce
un plusvalore. Da questo primo occultamento si origina un processo di autonomizzazione
delle fonti di reddito che si conclude nel feticcio del capitale autovalorizzantesi
indipendentemente dal processo di produzione. Lo sfruttamento è sepolto
così dalle apparenze e il capitalismo, che è produzione per
l'accumulazione, finisce per essere presentato come una produzione mercantile
semplice, dove si produce e si scambia unicamente per soddisfare bisogni
sociali.
La superficie fenomenica, "borghese", della società capitalistica
non mostra dunque la ripartizione tra lavoro necessario a riprodurre la
forza-lavoro e pluslavoro che produce plusvalore (distribuzione primaria);
del pari non rende visibile la divisione del plusvalore nei vari redditi
del capitalista, del finanziere, del rentier ecc. (distribuzione
secondaria). Di contro ci si imbatte immediatamente nei vari redditi che
vengono remunerati democraticamente per i servizi concessi alla produzione.
Da questo punto di vista gli assetti della società non sono vincolati
ad una struttura che presiede alla sua riproduzione (l'accumulazione di
plusvalore), quindi si tratta di decidere, di proporre soluzioni e di realizzarle.
È su questa base che l'economia "volgare" si connette con
il pensiero politico liberaldemocratico e il suo formalismo, che ritenendo
sufficiente che tutti siano liberi e giuridicamente uguali, si preoccupa
solo di certificare il volere della "maggioranza" attraverso sistemi
elettorali più o meno restrittivi. Le condizioni materiali in cui
si realizza tale risultato vengono oscurate.
Socialismo come esodo
A questo punto si potrebbe anche accettare che il pensiero "borghese"
soggiaccia allo scambio feticistico, ma la naturalità di tale processo
non sembra fare sconti a nessuno e contamina anche il modo di vedere di
chi subisce la produzione capitalista, e avrebbe invece tutto l'interesse
a descriverla per quel che è. Questa recezione - con finalità
capovolte, cioè presuntamente anticapitalistiche - dei fondamenti
feticistici borghesi del presentarsi sociale, Marx la chiamava "socialismo"
e la contrapponeva al suo "socialismo scientifico" (comunismo).
Tipicamente socialista è la convinzione di poter abbandonare a se
stesso il capitalismo, già da subito, grazie a qualche ritrovato
ingegnoso. Il socialista ottocentesco Pierre-Joseph Proudhon, ad esempio,
di contro alla proprietà capitalistica che permetteva ai proprietari
dei mezzi di produzione di "rubare" il prodotto degli operai,
propose di far valere le "leggi eterne" del mercato e del valore-lavoro,
cioè della produzione mercantile semplice. Da ciò scaturiva
il suggerimento di sostituire il denaro con "carta-moneta-lavoro":
chi avesse consegnato il prodotto di due giornate lavorative avrebbe così
ricevuto un buono con scritto "due giornate di lavoro". I tentativi
più antichi di realizzazione di queste idee risalgono alla prima
metà del XIX secolo quando vennero aperti in alcune città
inglesi gli equitable-labor-exchange-bazars dove le merci venivano
scambiate secondo il tempo di lavoro impiegato a produrle. Manco a dirlo
questi bazar fallirono tutti, così come l'esperimento di banca di
scambio tentato a Parigi nel 1849 dallo stesso Proudhon [per una critica
di questi tentativi e di altri più recenti cfr. Gf. Pala, Il prekeynesismo
proudhoniano, La Città del Sole, Napoli 2001, e Il cavallo
e la grammatica: equo e solidale, in rete, Roma 2003; A. Burgio, Modernità
del conflitto, DeriveApprodi, Roma 1999].
I socialisti di tutti i tempi hanno sempre sostenuto la fuoriuscita dal
capitalismo reclamando per ogni produttore individuale il valore di lavoro
integrale del prodotto e la realizzazione effettiva di una produzione mercantile
semplice, ovvero di ciò che nella produzione capitalistica è
una mera apparenza feticistica. Detto ancora altrimenti, i socialisti si
propongono di dar vita ad un mercato non capitalistico senza abolizione
del capitalismo. La longevità di tali teorie si deve al loro trarre
sostentamento dalla stessa fonte feticistica del presentarsi borghese della
realtà sociale. Il pensiero borghese occulta lo sfruttamento sotto
un'apparente produzione mercantile semplice, il pensiero socialista prende
per giusta quest'ultima - non comprendendo che ormai è un
mero momento sussunto della produzione capitalistica - e si batte per la
realizzazione di spazi di produzione mercantile semplice accanto alla produzione
capitalistica.
Quindici anni di teorie socialiste
Dopo la forte conflittualità sociale sviluppatasi internazionalmente
tra gli anni sessanta e settanta e i molti conseguenti contributi di teoria
marxista meno paludata e sclerotica rispetto alla tradizione realsocialista,
negli ultimi quindici anni hanno circolato nuove ipotesi di pensiero alternativo
e antagonista. Si tratta di teorie che, in particolare dopo il crollo dei
regimi realsocialisti, hanno trovato consensi tra ampi settori della sinistra
italiana, da quella istituzionale a quella radicale e movimentista. Tali
teorie si proponevano di risolvere i problemi sociali più drammatici
(primo tra tutti la disoccupazione), suggerendo al contempo nuove vie di
fuoriuscita dal capitalismo che fossero alternative agli esiti fallimentari
del novecento. Passiamone in rassegna alcune tra le più rappresentative.
André Gorz ha sostenuto una sorta di crono-esodo dal capitalismo
(riduzione del tempo di lavoro eterodiretto), affermando che l'emancipazione
del lavoro salariato non avviene "sopprimendo il capitale e la sfera
delle attività mercantili economicamente razionali (come s'immaginano
gli antimoderni o i premoderni, comunisti o integralisti), ma assegnando
loro una funzione limitata e subalterna nello sviluppo della società"
[Metamorfosi del lavoro, Bollati Boringhieri, Torino 1992, p. 241].
Giorgio Lunghini [cfr. L'età dello spreco, Bollati Boringhieri,
Torino 1995] ha teorizzato una produzione "socialmente utile"
in espansione parallela ad una restringentesi produzione capitalistica,
mentre Jeremy Rifkin vedeva presente nel settore non profit "molti
elementi necessari per condurre gli individui a una visione alternativa
dell'ethos utilitaristico": in esso "l'accordo fiduciario
cede il passo ai legami comunitari, e la cessione volontaria del proprio
tempo prende il posto delle relazioni di mercato imposte artificialmente
e fondate sulla vendita di se stessi e dei propri servizi agli altri"
[La fine del lavoro, Baldini&Castoldi, Milano 1995, p. 381].
Similmente, Serge Latouche - secondo un modello che ha avuto fortuna anche
in molti centri sociali - individuava nel pianeta delle attività
informali e dell'autoproduzione l'unica via d'approdo per i naufraghi della
società capitalistica: bricolage, neoartigianato, riciclaggio,
piccoli mestieri ai margini della legalità ecc. Questa "altra
società" in divenire obbedirebbe "a un'altra "razionalità"
che non la razionalità economica occidentale: quella del "produttivismo",
quella della produzione per la produzione e della legge del maximin [massimizzazione
dell'utile, minimizzazione dei costi]". Generalizzando alcune forme
di sussistenza delle popolazioni del Terzo mondo - come ad esempio ferrivecchi
di Kigali "che versano una parte del loro ricavo per organizzare feste
della birra" - gli imprenditori dell'informale, dunque, sono descritti
come "individui a pieno titolo" ma "nello stesso
tempo... [come] membri di una comunità... Il mercato è
ben presente con i suoi effetti di concorrenza e la sua logica spersonalizzante,
ma non domina il complesso della vita sociale. L'economico è reintegrato
nel sociale" [Il pianeta dei naufraghi, Bollati Boringhieri,
Torino 1993, pp. 110 e 199].
Altri hanno visto nel reddito minimo garantito (o di cittadinanza) una nuova
forma di statuto per il lavoratore postfordista. Esso, infatti, nella sua
condizione di precarietà generalizzata è privo di un luogo
certo (la fabbrica fordista) dove poter rendere effettive norme di difesa
dallo sfruttamento e dalla rappresaglia capitalistici. A fronte di questo
problema il reddito minimo garantito servirebbe dunque a proteggere il singolo
indipendentemente dal luogo d'occupazione, assicurando un sostegno minimo
da usarsi come presupposto necessario per sviluppare nuove lotte e attività
di fuoriuscita dal capitalismo [cfr. ad es. M. Bascetta - G. Bronzini, Il
reddito universale nella crisi della società del lavoro, in La
democrazia del reddito universale, Manifestolibri, Roma 1997].
Critica delle teorie socialiste
I problemi che emergono dalle sopra illustrate strategie non sono pochi. Per quanto riguarda la riduzione d'orario, i lavori socialmente utili e il reddito minimo garantito emerge il problema dei finanziamenti. Dove si prendono le risorse per lavorare meno, altrove o per niente? Gli aumenti di produttività in una fase di espansione lenta non sono qualcosa da potersi distribuire in servizi sociali o in tempo libero senza danno per i profitti. Cercare di ridurre l'orario di lavoro e recuperare le quote di salario in valore e in servizi perse in questi ultimi anni è un obiettivo giusto e necessario per i salariati e per i disoccupati, ma non è certo indolore per il capitale. Né si può pensare di evitare le difficoltà prendendosela con una rendita finanziaria (azioni, titoli di stato ecc.) che starebbe lì, immobile, a farsi tassare invece che defluire via alla velocità di un clic di mouse. Quanto alle possibilità occupazionali del non profit e dell'economia informale, nonché alle loro capacità d'integrazione sociale, chissà se non valga la pena di essere un po' più disincantati. Allo stato attuale il primo viene per lo più utilizzato per flessibilizzare la forza-lavoro nei servizi sociali, ridurne il costo e permettere sgravi fiscali alle imprese; quanto alla seconda non sembra poter reggere alla concorrenza dei capitali più sviluppati, confinando gli autoproduttori in una nicchia di testimonianza e di auto-iper-sfruttamento.
Riduzione d'orario e sottoconsumo
Una variante più articolata della riduzione dell'orario di lavoro
è quella d'impronta postkeynesiana che afferma non solo la possibilità
(e la giustezza) della riduzione dell'orario di lavoro (o, in alternativa,
dell'espansione dei salari), ma anche la sua necessità, pena la catastrofe
per tutti, lavoratori e capitalisti [cfr. ad es. G. Mazzetti, Quel pane
da spartire, Bollati Boringhieri, Torino 1997 e Il pensionato furioso,
Bollati Boringhieri, Torino 2003]. Secondo questa impostazione, superato
un primo periodo in cui l'espansione capitalistica servì a soddisfare
i bisogni di una società fin lì afflitta dalla "scarsità",
il sistema cominciò a cozzare con i suoi limiti. Mentre prima esso
era caratterizzato da un'espansione dei bisogni uguale o superiore al tasso
di crescita della produttività, questa circostanza ora non sarebbe
più ripetibile. L'accumulazione capitalistica ha creato una tale
abbondanza di ricchezza che il crescere dei bisogni ormai non riesce più
a star dietro al crescere della produttività. A questo punto, secondo
i socialkeynesiani, o si elimina la subordinazione del consumo al profitto
aumentando il monte salari e quindi il consumo di valori d'uso immediato,
oppure si andrà incontro a crisi e disoccupazione.
Ora, però, ci sono alcune osservazioni che rendono poco plausibile
la necessità generale di far corrispondere ad ogni aumento
di produttività un aumento del consumo da parte della classe lavoratrice,
o una diminuzione del suo tempo di lavoro. Bisogna infatti tener presente:
che i consumi dei capitalisti e dei lavoratori non sono l'unica forma di
spesa nella quale il plusvalore si realizza, essendo presenti anche i consumi
improduttivi ed opulenti posti in essere dai percettori di profitti e rendite;
che il plusvalore accumulato nel processo di produzione può (e deve
principalmente) essere speso in nuovo capitale-macchine e materie prime
aggiuntive, andando così ad allagare la base produttiva del sistema.
È questa la differenza specifica tra produzione capitalistica e produzione
mercantile semplice, e il fatto che le due vengano confuse è, ancora
una volta, un chiaro sintomo di socialismo.
Certo, l'intrinseca anarchia del modo di produzione capitalistico coordina
solo a posteriori, mediante il prezzo, le quantità di merci
che il mercato può assorbire; ciò sta alla base delle ricorrenti
crisi di sovrapproduzione. Questa aggettivazione sta a significare che si
è prodotto troppo rispetto alla crescita dei mercati. Ma la crisi,
attraverso la distruzione di quote di capitale, ristabilisce nuove e
più avanzate condizioni per la ripresa del processo di accumulazione.
In mancanza del volano fornito da una continua espansione della spesa pubblica,
auspicato dai socialkeynesiani, lo sviluppo del capitalismo sarà
più lento e contraddittorio; d'altra parte però non si può
affermare che ciò, in mancanza di politiche redistributive, porterà
immediatamente il sistema all'autodistruzione. La scarsità di consumo
nella società capitalistica è un limite solamente in ultima
istanza, ovvero quando non sia più possibile un'ulteriore espansione
del modo di produzione capitalistico.
Obsolescenza del lavoro salariato e postoperaismo
Un piccolo approfondimento merita anche un filone di pensiero che proviene
dall'operaismo e che auspica l'istituzione del reddito di cittadinanza.
In questo caso la rivendicazione di un reddito minimo garantito è
stata spesso avanzata sulla scia di un'interpretazione forzata di un passo
marxiano dei Lineamenti fondamentali della critica dell'economia politica
in cui la dinamica asintotica del produrre capitalistico sempre più
ricchezza con sempre meno lavoro è considerata come se fosse già
arrivata al capolinea dove "Il lavoro umano è diventato così
astratto da divenire inutile" e "le macchine possono virtualmente
sostituirlo per intero" [F. Berardi (Bifo), Lavoro Zero, Castelvecchi,
Roma 1994, p. 40].
A partire da queste considerazioni i sostenitori postoperaisti del reddito
di cittadinanza arrivano ad affermare che in questa sorta di comunismo dissimulato
in cui ci troviamo, il lavoro non ha più valore economico, è
solo uno strumento di controllo sociale da parte di un capitale ormai ridotto
a puro dominio politico. Le forze produttive della scienza (il general
intellect marxiano) non sarebbero più nelle lamiere e i circuiti
della macchina, ma nel cervello stesso del lavoro vivo, ormai intellettualità
di massa padrona di strumenti e linguaggi che le permetterebbero di
cooperare e autovalorizzarsi indipendentemente dal "parassitismo"
del capitale, e dai suoi attributi materiali (le macchine) [cfr. P. Virno,
Parassitismo del lavoro salariato, in DeriveApprodi, n.1,
3.1993; e Citazioni di fronte al pericolo, in Luogo Comune, n.1,
11.1990].
Certo sarebbe bello se la riappropriazione delle condizioni di produzione
potesse coincidere con la riappropriazione della capacità cooperative
dei nostri cervelli e dei nostri linguaggi. Basterebbe volerlo, convincerci
della bontà di questo progetto e si potrebbe abbandonare il capitalismo
alla ruggine delle sue ferraglie. Lo sviluppo della moderna tecnologia,
purtroppo, non sembra avvalorare questa ipotesi; anzi, il moderno capitalismo
sembra portare il processo di espropriazione fin nel cervello stesso della
forza-lavoro. Con lo sviluppo della macchina informatica, infatti, il capitale
può permettersi di sussumere quote sempre più ampie di lavoro
mentale e creativo. Oggi, più che in passato, il general intellect
senza circuiti e fibre ottiche non è nulla.
Insomma, a queste condizioni non ci si schioda dal modo di produzione capitalistico.
Far sì che una fetta consistente di ex salariati percepiscano dallo
stato un reddito significa solamente che il loro tempo di vita, lungi dall'essere
liberato, giacerà interamente sul piano del consumo, che, nel capitalismo,
è abitato per eccellenza dagli ologrammi proiettati dalla sfera della
produzione.
"Zapatismo immaginario"
Le teorie dell'esodo di marca postoperaista in alcuni casi sono state
messe in relazione con l'esperienza dell'Esercito zapatista di liberazione
nazionale, che dovrebbe fornir loro da sostegno empirico. Sulla base di
alcune dichiarazioni del subcomandante Marcos ("La presa del potere?
No, qualcosa di appena più difficile: un mondo nuovo"), nonché
di alcune pratiche specifiche dell'Ezln, Wu Ming afferma ad esempio che
rispetto ai rivoluzionari e ai riformisti novecenteschi che volevano impossessarsi
del potere, la nuova figura del "ribelle" zapatista "invece
vuole mettere in discussione il potere ed eroderne le fondamenta, per dare
vita a forme di partecipazione parallele, alternative e autorganizzate,
della società civile" [Zapatismo o barbarie, in Carta,
n.28, 7.2003].
In un intervento che cerca di esplicitare le linee guida del discorso zapatista,
inoltre, Ana Esther Cecena dice che "per creare un mondo nuovo
non si richiede la "presa del potere" ma l'abolizione delle relazioni
di potere; non l'uso della forza ma quello della democrazia. Il potere comunitario
si costruisce, non si impone... La costruzione del mondo nuovo non si raggiunge
con la presa del potere. Il discorso zapatista non contempla mete ma orizzonti,
non cerca di realizzare il grande evento, la Rivoluzione, ma di vivere un
processo permanente di creazione del mondo nuovo, praticando la democrazia
come cultura del rispetto dell'alterità" [Per l'umanità
contro il neoliberismo. Linee centrali del discorso, in DeriveApprodi,
n.23, autunno 2002].
Criticando letture simili Daniel Bensaïd ha parlato di "zapatismo
immaginario", perché se è vero che l'Ezln svolge - fra
l'altro con una rara intelligenza comunicativa - un'interessante e matura
critica delle molte deformazioni della guerriglia sudamericana degli anni
`60 e `70, e più in generale degli aspetti sclerotici e soggettivisti
della tradizione realsocialista, d'altra parte "il discorso zapatista
sul potere dipende da una strategia verbale: consapevoli che in un paese
con 3.000 km di confine in comune con il gigante imperiale americano non
ci sono le condizioni per rovesciare il potere centrale e la classe dominante,
gli zapatisti non possono volere quel che comunque non potrebbero ottenere.
Significa fare di necessità virtù, per perdurare in una guerra
di logoramento e in uno stabile dualismo di poteri, almeno su scala regionale"
[La rivoluzione senza il potere?, in Erre, nn.2,3/4, 2003].
Del resto sembra essere lo stesso Marcos a mettere in guardia dalla
generalizzazione dell'esperienza zapatista: "Si dice che vari movimenti,
sia in Messico che in altre parti del mondo, hanno visto nello zapatismo
un esempio di lotta e, addirittura, che alcuni hanno ripreso i suoi principi
per la costruzione delle loro resistenze. Noi gli diciamo: a quelli che
seguono l'esempio, che non lo seguano ... non si tratta di esportare lo
zapatismo o di importarlo" [10 anni di Chiapas, in il Manifesto,
inserto 2.1.2004].
Pervasività del socialismo
Marx ed Engels hanno connesso le teorie socialiste con la figura del
piccolo-borghese minacciato dalla concorrenza capitalistica. Egli desidererebbe
"ardentemente una società in cui lo scambio dei prodotti secondo
il loro valore di lavoro diventi una verità piena e senza eccezione
... una società in cui regni esclusivamente e senza restrizioni una
legge unica della produzione delle merci, ma dove siano soppresse le condizioni
in cui questa legge può valere, ossia le altre leggi della produzione
delle merci e, meglio ancora, della produzione capitalistica" [F. Engels,
Prefazione a "Miseria della filosofia", in K. Marx, Miseria
della filosofia, Editori Riuniti, Roma 1993, p. 152]. Secondo Marx,
quindi, il piccolo-borghese è "la contraddizione personificata"
in quanto "è accecato dallo splendore della grande borghesia
ed ha compassione per le sofferenze del popolo [leggi: proletariato]. Egli
è borghese e popolo al tempo stesso" [K. Marx, Su P.-J. Proudhon.
Lettera a J. B. von Schweitzer, e Lettera a Pavel Vasileviè
Annenkov, in Miseria della filosofia, cit., pp. 144 e
136].
Contrariamente al mito del proletariato come naturale depositario della
coscienza di classe, tuttavia, va notato come anche gli stessi lavoratori
salariati siano tutt'altro che immuni dal feticismo della produzione capitalista.
I salariati, infatti, partecipano a due realtà contraddittorie: da
una parte si vedono borghesemente come cittadini di una repubblica di liberi
e di eguali (sfera dello scambio, della circolazione, della politica e della
democrazia), dall'altra, varcato il cancello del posto di lavoro (sfera
della produzione), vivono il disagio dell'estrazione del plusvalore. Questo
doppio legame rende i lavoratori soggetti alle patologie schizo-socialiste.
Se queste infezioni insidiano strutturalmente e sociologicamente il lavoro
salariato, a maggior ragione potranno attecchire presso studenti (ovvero
manodopera in formazione giacente sul piano della circolazione), falsi lavoratori
autonomi (ovvero veri salariati esternalizzati), lavoratori precari ed occasionali,
disoccupati ecc. [cfr. L. Nutarelli, Fuorimercato, Laboratorio politico,
Napoli 1996].
La forza delle teorie socialiste sta anche nella debolezza politica del
comunismo che per il momento sembra confinato nell'ambito di una visione
secolare e filosofica del capitalismo come sistema che porta a produrre
sempre più ricchezza con sempre minori contributi lavorativi, fino
all'autonegazione nel comunismo opulento o in un'altrettanto possibile (e
chissà se non maggiormente probabile) produzione neoservile. La forza
del socialismo risiede quindi anche nella difficoltà di elaborare
un nuovo discorso sulla transizione. Qui tuttavia va notato che quando tale
tema non sia stato posto in modo dichiaratamente utopico o estrinseco, ciò
è avvenuto sempre a posteriori rispetto a qualche specifico
avvenimento storico, come nel caso della Comune di Parigi e dei consigli
operai creatisi in vari paesi europei tra il 1917 e il 1919 sulla spinta
dell'esperienza rivoluzionaria russa. Al momento, mentre le passate forme
di potere operaio sembrano consegnate alla storia, pare difficile intravederne
delle nuove che possano sottrarsi alla pervasività dei rapporti di
produzione capitalistici. Anche in queste condizioni, tuttavia, le scorciatoie
socialiste non sono d'alcun aiuto. Anzi.