Parlare di economia, di capitale, di valore e salario
per combattere il marxismo,
si chiama scienza.
Parlarne per difenderlo
si chiama ideologia
[Gianfranco Ciabatti]
In genere, per analisi in cui debba prevalere l'aspetto descrittivo
o divulgativo, preferisco non parlare mai in prima persona (e neppure dire
"lo scrivente ritiene che ..."). Senonché qui - ma soltanto
come premessa - mi sembra utile farlo, per illustrare in poche righe, accessorie
e non strettamente necessarie, la mia posizione sulla faccenda. Ciò
che espongo, infatti, riguarda il mio personale atteggiamento e non posso
che riferirlo a quanto ritengo ora significativo dire.
Per anni mi sono espressamente rifiutato di intervenire in paludati dibattiti
sul tema (convegni, confronti, riviste, raccolte di saggi e "palestre
intellettuali" varie), e ho ritenuto profondamente ingannevole e stantìo
continuare a discettarvi accademicamente, per chiunque. Anche se
ciò può interessare poco al lettore generico, personalmente
mi sono attenuto a questa linea. Il fatto è che, in codeste logore
e inutili discussioni, la teoria - che è cosa seria - è
sempre più scemata, giocherellando, in "teoresi", e la
ricerca scientifica - altra cosa assai seria - è scivolata
in un mero "formalismo" formale, se non in ideologia.
Il problema, infatti, anche da parte di compagni della sinistra più
impegnata (pur escludendo gli inevitabili opportunismi, sempre presenti,
ricercati da alcuni) non è praticamente quasi mai stato correttamente
impostato. Se non pochissime volte come ricaduta secondaria (un "effetto
collaterale", verrebbe voglia di dire), il significato politico sociale
anche di questa analisi marxiana è stato trascurato, privilegiando
invece la rattrappita "trasformazione" vista e presentata pressoché
unicamente come problema algebrico, rabbassato a una presunta mancanza di
coerenza logica formale e di erroneità di calcolo. Ma se questi ultimi
aspetti non possono essere trascurati è perché il loro fondamento
concettuale - la loro ragione - sta altrove: cosicché,
quindi, anche gli sviluppi formali marxiani trovino la loro perfetta consequenzialità
e giustezza.
Tutto ciò è stato affatto ignorato, come detto, dallo stesso
dibattito "marxologico" dominante. È stato rifiutato qualsiasi
altro criterio seguito nella lettura del lungo svolgimento processuale
mostrato da Marx come "forma di movimento" per seguire il mutamento
di forme adeguate ai contenuti, mutilandone così irrimediabilmente
l'intero corpo analitico. Come rammento qui appresso, il nucleo centrale
di quell'analisi - seconde le precise constatazioni di Marx - riguarda la
teoria del valore (e, ovviamente, del plusvalore, trattandosi
di produzione capitalistica di merci, con forza-lavoro salariata). Perciò
- al di fuori dell'accettazione di tali criteri marxiani, rimbalzati erraticamente
invece sui "modellini" bawerk-bortkeviciani anche da parte degli
"intellettuali marxologi", i quali formalmente a quelle equazioni
si sono risolutamente quanto ideologicamente opposti - ho ripetutamente
motivato le ragioni che mi hanno spinto a reputare inespressivo e terribilmente
noioso quel dibattito così formulato.
Il "fenomeno" dello sfruttamento capitalistico (non quello
"preistorico", che non presenta problemi) trova dunque la sua
spiegazione teorica scientifica precisamente in questa trasformazione
dei valori in prezzi di produzione, ovverosia in ultima analisi, appunto,
nel significato politico sociale della teoria del valore data da
Marx. È quanto mi ripropongo di argomentare in questo articolo, isolato
e "tardivo" e perciò un po' più lungo di quanto
qui usuale, al di qua dello sterile dibattito accademico sul tema, lasciato
volentieri ai "posteri" (... anche pregressi, degli anni passati,
perché eternamente privi di vita) [per mie considerazioni
un po' più lunghe e argomentate, cfr. Marx: il valore della teoria
- le forme adeguate ai concetti, in http://dep.eco.uniroma1.it/~pala/testi.htm
o www.contraddizione.it/diversi.htm, rete, Roma 2003]. Fine
delle divagazioni in prima persona: satis superque.
Basta correre stancamente dietro alle fantasie, di voluta demolizione
acritica del marxismo, che nell'economia politica, e in particolare per
il tema in discussione, hanno indossato prima le rozze vesti di Eugen von
Böhm Bawerk e poi quelle di Ladis?av Bortkeviè (queste ultime
in realtà confezionate per lui su misura dal raffinato sartore Vladimir
Karpoviè Dmitrev). Che, in generale - come ampiamente mostrato altrove,
anche in questo stesso numero della rivista - la cosiddetta ultrasecolare
"crisi del marxismo" si risolva, poiché proprio da tale
esigenza nasce, nell'affossamento di tutta l'opera proceduta da Marx, cioè
nel "non fare marxismo", è cosa nota, benché non
conosciuta. Siffatte tesi sono tutte indiscutibilmente sbagliate,
ancorché tragicamente seguite da stuoli di studiosi accademici, ma
hanno l'unico intento di abbattere la marxiana teoria del valore e del plusvalore.
Del resto, fu proprio Marx [in quel giorno premonitore che fu l'11 luglio
1868, replicando all'insulsa presunzione di un suo "plagio a Bastiat"]
che riportò le parole di uno sprovveduto seguace del francese, al
quale sfuggì detto che "la confutazione della teoria del valore
è il solo fine che si pone chi combatte Marx; infatti, se viene ammesso
questo assioma [sic], si devono concedere a Marx quasi tutte le conclusioni,
dedotte con la logica più serrata".
L'invadenza del pensiero dominante [mai "unico", finché
le classi manifestano la loro esistenza e esprimono la reciproca lotta]
è tale non solo - coerentemente - nei confronti dei pervicaci e dichiarati
anticomunisti: è il loro mestiere di "venditori di fichi".
Il dramma è che tale forma di "pensiero", in nome di un
improbabile scientismo, sia assunta anche da quasi tutti i marxologi. Il
"quasi tutti" ha un senso perché pure la stragrande maggioranza
di coloro che hanno "creduto" (giacché di fede si
tratta) di schierarsi dalla parte del marxismo, hanno in realtà avuto
come costante riferimento, sia pure "critico", la cosiddetta "trasformazione"
dovuta a quegli autori esclusivamente, e non certo a Marx, fondamentalmente
ignorato. Cosicché lo stesso abbaglio, di generazione in generazione,
ha travolto schiere di al-momento-giovani (invecchiati nei decenni e nei
secoli) i quali avevano buone intenzioni, se non le migliori, di avvicinarsi
all'analisi di Marx. Ma essi sono stati fuorviati proprio per avere seguìto
la versione dominante del pensiero economico (sui prezzi in particolare),
"formalmente formale" direbbe Marx stesso ed equilibristicamente
squilibrata, senza alcuna ragionevole motivazione.
L'intera questione della così limitatamente detta "trasformazione"
merita, perciò, un'impostazione fondamentalmente diversa fin dalla
sua fase preliminare. Anzitutto è bene - particolarmente in questo
caso - sgombrare il terreno dall'erronea e scolastica falsa contrapposizione
tra storia e logica. Conviene seguire brevemente Marx stesso
sull'argomento. Le forme logiche del concetto (secondo Hegel) non sono recipienti
morti, per un sapere superfluo, storico descrittivo. In realtà, esse
sono "forme del concreto, lo spirito vivente del reale". Scrivendo
a Engels (il 2 aprile 1858) sul "capitale in generale: valore"
- a parte considerazioni di merito specifico, relative a lavoro e valore,
sulla quale si tornerà tra poco - Marx aveva precisato che la sua
analisi, complessivamente, "per quanto astrazione, è un'astrazione
storica, che appunto poteva essere fatta soltanto sulla base di un determinato
sviluppo economico della società". Ecco: questa definizione
di "astrazione storica" spiega, a un tempo, sia i movimenti
della logica, sia quelli della storia come astrazione, non come piatta descrizione
dei fatti, ponendo quest'ultima quale base imprescindibile della prima.
Come tutte le precisazioni marxiane, anche questa non è definibile
in termini generici di "metodo". Il suo criterio storico logico,
qui riferito espressamente al movimento del valore, infatti, sta
anche alla base del mutamento di forma [= tras/forma/zione - una
delle tante trasformazioni analizzate da Marx nel movimento del capitale,
non certo l'unica e assoluta!] di esso nelle successive figure di prezzo.
Aggiungeva Marx, a proposito del modo di produzione capitalistico, che "tutte
le obiezioni contro questa definizione del valore o derivano da rapporti
di produzione meno sviluppati, o si fondano sulla confusione per cui le
determinazioni economiche più concrete - di cui si astrae il valore,
e che perciò possono anche essere considerate d'altra parte come
ulteriore suo sviluppo - si fanno valere contro di esso in quanto forma
astratta non sviluppata". È dunque lo sviluppo di codesta "forma
astratta" che - sola - ne può spiegare la trasformazione
in prezzi (monetari, di produzione, monopolistici, ecc.). Perciò,
Marx concludeva quella lettera a Engels sul Capitale schematizzando
così: "valore come quantità di lavoro; tempo come misura
del lavoro. Il valore d'uso - considerato sia oggettivamente come effettualità
del lavoro, che obiettivamente come utilità del prodotto -
appare qui semplicemente come premessa materiale del valore, che per il
momento resta completamente estranea alla determinazione della forma economica.
Il valore come tale non ha altra "materia" che il lavoro stesso.
Questa determinazione del valore non è altro che la forma più
astratta della ricchezza borghese".
Il valore come tale - in quanto forma più astratta della
ricchezza borghese - non ha altra materia che il lavoro. Da qui si
parte. L'effettualità del lavoro, cioè, è semplice
ma insostituibile e irrinunciabile premessa materiale del valore.
Marx (e non solo lui) la pensava così; che gli economisti volgari
(antichi, moderni e ... postmoderni) non intendano far ritenere che sia
questa l'unica rappresentazione scientificamente possibile, fa parte del
loro compito apologetico. Ma quanti si reputino, a torto o a ragione, marxisti
non possono negare questo punto di partenza - e quindi le sue conseguenze.
La teoria del valore altro non è che la spiegazione scientifica
del processo capitalistico nel suo svolgimento logico, e parimenti
nella sua determinazione storica, nell'autosviluppo del suo concetto.
Basterebbe non dimenticare questo punto di partenza, concettualmente "semplice",
per non cadere poi nelle trappole formalistiche della cosiddetta "trasformazione".
Il rapporto di valore, che è l'essenza della forma-merce,
si compie e si eleva dialetticamente nel rapporto di capitale. Esso
conserva il rapporto di valore, ma lo supera come rapporto di plusvalore
(forma specifica capitalistica dello sfruttamento del lavoro altrui).
La merce e il denaro si sviluppano in capitale e il lavoro in lavoro
salariato. Quest'ultimo, nella figura della merce forza-lavoro è
determinato dal valore, come ogni altra merce; ma non è la
forza-lavoro che determina il valore delle merci bensì il
lavoro (ossia il peculiare valore d'uso di tale merce), misurato
immediatamente tramite il tempo. Ma è necessario procedere
per stadi successivi, rammentando anzitutto il processo di svolgimento marxiano,
in base al quale il valore, sviluppandosi dal prodotto, giunge
storicamente a determinare anche il capitale.
Ovviamente, la realtà storica pratica del capitale (che presuppone
anche il denaro come sua forma) ne implica il prezzo. Cionondimeno
- e anzi proprio per questo motivo - tutte codeste forme sviluppate della
ricchezza borghese non forniscono alcun significato esplicativo se non sono
fondate sulla loro "forma più astratta": il valore,
appunto. Potrebbe sembrare un'ovvietà, e forse lo è. Senonché
diventa quasi inspiegabile il motivo per cui, prima di comprendere questo
fondamento e anzi prescindendone, tanti "marxisti" non esitino
a buttarsi a capo fitto nei formalismi, voluti dal pensiero positivistico
di contro alla logica dialettica dello svolgimento dell'intero processo
che ne è sotteso e che la presuppone. Secondo Marx, il lavoro è
"la sola fonte del valore" precisamente in quanto è
l'unica "fonte attiva del valore d'uso" [cfr., per tutti
gli altri luoghi possibili, Tp, q.XV, f.861]. Questa apparentemente
banale constatazione - "rilevabile per via puramente empirica",
dicevano Engels e Marx - vuole affermare semplicemente quello che dice:
e cioè che soltanto nel valore, nella sua sostanza, in quanto
sviluppo logico e storico del valore d'uso, è rintracciabile la prima
origine "materiale" di lavoro. E ciò è dirimente,
perché in qualunque forma di prezzo quell'origine è perduta.
Ovverosia, soltanto con la complessa analisi del valore come sostanza comune
dei prodotti ridotti a merce è possibile risalire al contenuto materiale
di lavoro; la controprova più evidente è che tutta l'economia
politica borghese nega quell'unicità di contenuto.
La faccenda si complica poiché la forma di merce del prodotto,
ossia la sua scambiabilità sulla base del "valore" o del
"prezzo", è affatto generale e ancestrale, in quanto non
richiede immediatamente lo sviluppo della produzione borghese capitalistica
(e a rigore neppure della semplice produzione mercantile quale "modo",
che rimane sempre dominato entro altre formazioni, fino all'avvento del
modo di produzione capitalistico). Le trasformazioni storiche della
forma mercantile - trasposte nel loro processo logico - consentono
dunque di delineare scientificamente la possibile prosecuzione del movimento
stesso di tale forma. Nella storia del mercato mondiale, la merce appare
dunque come maturità, sviluppo, socializzazione reale, finché
il livello di contraddizione del processo di svolgimento della merce
determina storicamente il mutamento delle formazioni economiche sociali
e dei rapporti di proprietà pervenendo alle loro forme capitalistiche.
È il capitale per il tramite del plusvalore, così,
a dominare valore e prodotto, nonostante sia determinato da essi.
Questa è la via attraverso cui la produzione mercantile semplice
sfugge a una sua determinatezza storica specifica, e l'astrazione storicamente
determinata del valore è inverata, quale forma pervasiva e rapporto
dominante, dal plusvalore, attraverso la duplicità di valore e valore
d'uso. Ancorché non tutte le merci siano capitale, il capitale è
merce. Il plusvalore diviene la verità - compiuta sul piano
storico e logico adeguato al suo dominio - del valore, giacché
lo scopo di valorizzazione del capitale stesso si mostra in quanto produzione
di valore contenente plusvalore.
L'adeguatezza universale della forma astratta del lavoro,
raggiunta col massimo sviluppo della merce su scala mondiale, ossia
con lo svolgimento storico del modo di produzione capitalistico, si manifesta
in questo come riduzione a merce anche della forza-lavoro (o
capacità di lavoro, in generale), ossia della trasformazione
del lavoro in lavoro salariato. Quest'ultimo rapporto è il risultato
d'un lungo svolgimento storico precedente, il cui processo fa leva sulla
primigenia separazione tra il produttore lavoratore e il proprietario
delle condizioni oggettive della produzione stessa; lo sfruttamento del
lavoro, che ne consegue, comincia con la sottomissione in schiavitù
degli sconfitti. Ma la forma capitalistica (per ora finale) dello
sfruttamento nasce soltanto laddove il possessore dei mezzi di produzione
e di sussistenza trova sul mercato il libero lavoratore come venditore
della sua forza-lavoro. Il rapporto tra capitale e lavoro salariato
integra perciò lo sfruttamento in questa forma specifica, non in
generale.
Non bisogna mai dimenticare che tutto il programma scientifico di Marx (come
testimonia anche il titolo della sua opera storica, Teorie sul plusvalore)
verte proprio sull'origine del profitto entro lo scambio di tutte
le merci capitalistiche, inclusa la forza-lavoro, che per definizione
è equo [viceversa, se all'unicità del lavoro si contrappone
la molteplicità dei "fattori di produzione", significa
che a ogni sistema economico così artefatto occorrono ipotesi formali
indispensabili per poter trovare soluzioni significative (tra l'altro, senza
tali ipotesi non reggerebbe alcuna teoria che ricercasse un equilibrio di
prezzi)]. Spiegare lo sfruttamento sulla base di una presupposta ineguaglianza
giuridica, di una predominanza di casta (classe), una sull'altra, è
banale. Il problema sorge quando si tratta di ribadire la permanenza dello
sfruttamento anche quando per i soggetti sociali - per i "cittadini"
- si sostiene che "la legge è uguale per tutti". È
ciò che fa Marx. La cosiddetta "trasformazione del valore in
prezzi" - nella formulazione di Marx - significa proprio questo (non
risolvere un sistema di equazioni), ovverosia risalire al valore, cioè
alla base "materiale" di lavoro che è in esso, per spiegare,
anche attraverso i prezzi, proprio lo sfruttamento capitalistico.
Il nòcciolo di tutta la faccenda sta nella "scoperta" marxiana
della forza-lavoro come merce. Quale altra ragione avrebbe potuto avere
Marx, se non questa, per sviluppare lo svolgimento dei prezzi di produzione
capitalistici, fin dal loro primo stadio, a partire dal valore (dalla sua
sostanza, non dalla sua o loro grandezza) al fine di motivare l'origine
del profitto nello sfruttamento del lavoro altrui? La questione sostanziale
è da rintracciare nella definizione - marxiana, va da sé -
di salario materiale. Una qualsiasi variazione di forma del prezzo
dei mezzi di sussistenza avviene a salario materiale invariato. Per
cui quale che sia lo stadio della trasformazione (il tipo di profitto e
prezzi, cioè) preso in esame, la "trasformazione" stessa
rimane esclusivamente questione interna alla redistribuzione del plusvalore
entro la classe dominante. "Solo in questa forma rozza e irrazionale
traspare dunque il fatto che il valore delle merci è determinato
dal lavoro in esse contenuto" [cfr. ancora C, III.9, cit.].
Perciò è ovvio - come è lo stesso Marx a osservare
- che necessariamente cambi anche il valore dei mezzi di sussistenza (a
volume dato), il cui costo è espresso mediante i prezzi di produzione
del caso.
Se viceversa fosse il salario nominale, anziché quello reale
e materiale, a essere considerato dato, si ricadrebbe formalmente in ciò
che è posto dall'economia dominante, nella quale non c'è propriamente
"salario". Questa, infatti, finge che codesto improprio
"salario", lungi dal rappresentare l'alienazione (vendita ad altri)
della forza-lavoro, sia la retribuzione del lavoro; ciò che
considera è la "quota di reddito da lavoro", come se si
trattasse di una partecipazione del lavoratore alla merce da lui
prodotta, anziché della sua dipendenza dal padrone, anche
per ciò che concerne il corrispettivo dei mezzi di sussistenza. Basta
aggiungere, anche se non occorrerebbe neppure esplicitarlo, che l'economia
politica procede in questa maniera solo per non spiegare l'origine
sociale del profitto nel plusvalore, per non parlare di pluslavoro
non pagato e di sfruttamento capitalistico: e, a questo punto, del lavoro
erogato e dello sfruttamento non si ha più alcuna traccia esplicita.
È viceversa quanto precisamente si sta qui argomentando sul significato
politico e sociale, e non formalistico, della cosiddetta "trasformazione".
Va da sé altresì che, in simili casi artefatti, il potere
d'acquisto dei salariati ne risulterebbe conseguentemente alterato,
poiché a prezzi diversi non è affatto detto che il dato salario
nominale possa trasformarsi nei mezzi di sussistenza di cui è costituito
il salario materiale. In genere non è così, e anzi un simile
furtivo trucco borghese serve di norma per abbattere ulteriormente i salari,
qualora fossero provvisoriamente cresciuti oltre il loro minimo storico.
Apparendo solo formalmente come "salario", è perciò
bene essere consapevoli di avere invece a che fare con una quota di reddito
attribuito al numero di lavoratori impiegati in un settore. Ciò che
appare funzionale al sistema è la presenza di lavoro
senza altra qualificazione; quasi tutti i "cittadini", dal contadino
al re, dai commessi ai preti (ma operai no!), sono considerati lavoratori
[cfr. il filone Proudhon-Gesell-Keynes, da costoro dichiaratamente indicato
come "socialismo antimarxista"]. È ovvio come così
si disperda la base scientifica della teoria dello sfruttamento capitalistico
(tanto che ormai i riformisti parlano solo di un "immorale" supersfruttamento
del lavoro). Viceversa, codesta base scientifica è semplicemente
contenuta in tutte le informazioni date, che, oltre a quantità di
mezzi di produzione, prodotti e lavoro vivo, includono anche la massa materiale
dei mezzi di sussistenza. Esse permettono di definire univocamente il tasso
medio di sfruttamento prevalente anche nel sistema del capitale, determinato
e calcolabile al di qua di qualsiasi ubbìa moralistica.
Al contrario, in mezzo a una moltitudine di fattori e "servizi"
produttivi, la forma sociale della dipendenza dal capitale non conta
nulla, talché non si comprende di quale capitale si stia parlando.
Cosicché il salario propriamente detto, che nasce come capitale (capitale
variabile), vien fatto invece apparire immediatamente nella sua forma
di reddito. Non è un caso, pertanto, che economisti sraffiani
consentano a tale supponente "salario" di poter variare sull'intera
gamma del reddito nazionale (da niente a tutto), includendovi ipso facto
anche una parte di plusvalore (che Sraffa chiama solo "sovrappiù").
La presunta ripartizione del sovrappiù tra "capitalisti"
e "lavoratori", qualificata come squisitamente teoretica, per
costoro non pertiene al movimento antagonistico delle classi sociali.
Che bella prospettiva, quella in cui i lavoratori salariati possano liberamente
fruire anche di una parte del profitto dei padroni da cui dipendono!
Il limite assoluto della parte di valore che costituisce
il plusvalore è dato e costituisce un vincolo invalicabile
rappresentato dal lavoro non pagato rispetto a quello pagato: questo è
quanto precisa esplicitamente Marx [cfr. C, III.50]. È bene
ripartire da questa apparentemente semplice constatazione, poiché
tutto il significato politico dell'annosa questione della "trasformazione
del valore in prezzi di produzione" è racchiuso in essa. Si
è determinato il concetto di valore nel lavoro, in quanto sua unica
"materia", direttamente e indirettamente applicato ai mezzi di
produzione e si sa che, in condizioni storiche sociali date, coerentemente
anche le quantità di mezzi di sussistenza, che costituiscono il salario
materiale, non possono che essere date. Quest'ultima conoscenza - la composizione
merceologica media del salario materiale (che peraltro richiede un numero
di informazioni uguale a quello di qualunque sistema di prezzi) - è
sufficiente per determinare tutte le "grandezze" che si desiderino
o che occorrano direttamente nel sistema reale, con assoluta "trasparenza".
Ciò vuol chiaramente dire che il plusprodotto in cui risiede
il plusvalore - ossia la differenza tra quelle masse [prodotto meno
mezzi di produzione e di sussistenza] è parimenti dato: e, soprattutto,
che quali che siano i pesi (grandezze e forme di valore o prezzi di qualsiasi
tipo) adottati, esso non può cambiare. Il limite assoluto
del plusvalore, cioè, è un vincolo invalicabile. In altri
termini, nessun prezzo comunque attribuito ai mezzi di sussistenza può
mai - in quanto tale - alterare la loro massa materiale riferita
al lavoro: ossia, ogni alterazione delle ragioni di scambio delle merci
non tocca affatto la consistenza materiale del salario e di conseguenza
neppure quella del plusprodotto - e quindi dello sfruttamento del
lavoro altrui - ma modifica soltanto il "valore" (o prezzo) del
plusprodotto medesimo. Pertanto, anche tale questione riguarda unicamente
i diversi criteri di spartizione (o ripartizione o redistribuzione,
che dir si voglia) del plusvalore tra capitalisti, entro la classe
borghese; il proletariato, il concetto di salario dei lavoratori,
non c'entra assolutamente niente in tutto ciò - nella "trasformazione".
È quindi chiaro, dato il "limite assoluto", come concettualmente
codesta diversa ripartizione incida unicamente sui capitalisti, ma
non tocchi affatto la nozione di misura dello sfruttamento del proletariato
come classe (come che siano definite le differenti forze di lavoro utilizzate).
Si conferma così, in un apparente paradosso, come nel modo di produzione
capitalistico, qualsiasi ripartizione del plusvalore tra "fratelli
nemici" trovi suo fondamento e spiegazione scientifica nello sfruttamento
del lavoro salariato che la precede. Capire in siffatta maniera l'origine
dei reali prezzi capitalistici delle merci significa perciò comprendere
- non in termini moralistici - anche l'origine sociale del profitto. Se
si afferra, risalendo nel movimento dai prezzi empirici al lavoro (altrui),
la loro sostanza di valore, questa "trasformazione" assume
quella chiarezza che disvela ogni ambiguità di classe della borghesia,
e che per ciò stesso essa non vuole che sia detta. Il pluslavoro
altrui non pagato ne rappresenta la clausola.
Stabilito codesto principio invalicabile, nella distinzione tra salario
e plusvalore, l'affermazione di un qualunque sistema di prezzi (diverso
da quello delle grandezze di valore calcolate), per la sola ripartizione
del plusvalore stesso tra i molti capitalisti, equivale a stabilire un sistema
di pesi corrispondente alla regola di ripartizione del plusvalore
(nella figura sociale del profitto, e, prima di esso, del tasso di profitto).
Detto altrimenti, l'importanza nell'intero processo di svolgimento delle
diverse forme di valore stesse è che ogni sistema di prezzi (di produzione
o altri) così calcolato corrisponde a una precisa "regola
di ripartizione" del plusvalore, socialmente presupposta, attraverso
la diversificazione di tasso di profitto e profitto, quale che essa sia,
cui proprio quei prezzi in ultima analisi fanno pervenire al compimento
di tutti gli scambi.
Il significato che si ottiene è che quella data ripartizione si può
avere, alternativamente e con l'identico risultato, sia deliberando simultaneamente
le quote di prodotto netto spettanti a ciascuno (a es., come attraverso
la pratica dell'"ammasso" di ricchezze), sia attraverso il definito
sistema di prezzi. Usualmente, il passaggio ai prezzi di produzione dai
valori - data la diversa composizione del capitale nei vari settori - comporta,
proprio attraverso quei prezzi, il trasferimento di parte del plusvalore
dai settori a più bassa composizione verso quelli a più alta.
Marx chiarisce ulteriormente il significato dell'intero processo di mutamento
di forma dai valori ricorrendo al caso di prezzi di monopolio (corrispondenti
a un tasso di profitto che non è generale, e ovviamente, per definizione,
non concorrenziale).
"Se il livellamento del plusvalore al profitto medio incontra ostacoli
in monopoli artificiali o naturali, sì da rendere possibile un prezzo
di monopolio superiore al prezzo di produzione e al valore delle merci,
su cui il monopolio esercita la sua azione, i limiti dati dal valore delle
merci non sarebbero per questo soppressi. Il prezzo di monopolio di determinate
merci trasferirebbe semplicemente alle merci aventi prezzi di monopolio
una parte del profitto degli altri produttori di merce. La ripartizione
del plusvalore tra le diverse sfere di produzione subirebbe indirettamente
una perturbazione locale, che però lascerebbe invariati i limiti
di questo plusvalore stesso" [C, III.50]. Per chi volesse comprendere
appieno il significato politico e teorico della "trasformazione"
- che è lo stesso della ricerca marxiana della spiegazione scientifica
dello sfruttamento capitalistico, anche nei prezzi - basti osservare
come nel citato passo del Capitale si parli espressamente di "perturbazione
locale" che lascia "invariati i limiti del plusvalore". Non
c'è altro da aggiungere.
I prezzi, dunque, quali che essi siano e come che siano determinati
e calcolati, servono unicamente a spartire in maniera diversa il plusvalore
tra i soli capitalisti; in prima istanza - nel loro concetto - essi lasciano
invariato il "salario materiale": una data casa o un certo chilo
di pane, che costino a es. 300.000 Ä e 2 Ä oppure 900.000 Ä
e 1 Ä, sempre quella casa e quel chilo di pane sono, e nessuno può
alterarli. A meno si voglia far leva sul mutato potere d'acquisto del "salario
nominale", il che vorrebbe dire che quella casa o quel pane non si
possono più comprare nelle precedenti proporzioni, poiché
con 302.000 Ä quegli stessi oggetti (che a prezzi mutati costerebbero
901.000 Ä) non si prendono, e si può avere molto meno. È
ovvio, come si è detto, che proprio una simile circostanza verrebbe
usata dai capitalisti stessi per intaccare il potere d'acquisto dei lavoratori
e, con esso, il salario materiale. Ma si tratterebbe, da parte dei padroni,
solo del tentativo, che spesso riesce loro almeno in parte, di gestire una
crisi che come tale già c'è. Dovrebbe essere chiaro,
pertanto, che una simile "risposta" (di questo si tratta) può
avvenire soltanto dopo che la "trasformazione" in prezzi
abbia precedentemente operato; quest'ultima, quindi, non ha preliminarmente
niente a che vedere con ciò che possibilmente avviene poi,
ed è indipendente da quanto la seguirà. La redistribuzione,
perciò, riguarda solo il plusvalore - attraverso la regola di ripartizione
fissata e i prezzi tali da farla rispettare - e attua in generale un trasferimento
forzoso dai capitalisti più deboli ai più forti (come è
avvenuto storicamente, a es., dall'agricoltura all'industria).
Perciò, grazie a prezzi di produzione adeguati, il rammentato trasferimento
di plusvalore dai settori a più bassa verso quelli a più alta
composizione del capitale è già di per sé indice della
maggior forza di questi ultimi. Qui, nella discendenza di tutti i prezzi
capitalistici, presi assieme, dal lavoro altrui non pagato, sta il segreto
della "trasformazione" del valore - e del plusvalore derivante
dallo sfruttamento dei lavoratori - in prezzi di produzione
di qualsiasi tipo. Potrebbe accadere, e ciò in effetti avviene ricorrentemente,
in particolare in epoca non concorrenziale e imperialistica, che i tassi
difformi di profitto vìolino il "limite invalicabile",
se un numero troppo grande di monopolisti volesse appropriarsi di quote
di plusvalore la cui somma eccedesse l'ammontare disponibile, superando
il vincolo complessivo di plusvalore. Simili "pesi", i prezzi
corrispondenti da loro imposti, non sarebbero compatibili con l'equilibrio
richiesto a priori e non sarebbero pertanto adeguati a redistribuire il
plusvalore esaustivamente tra i capitalisti in base alla regola convenuta.
Quei prezzi provocherebbero così un'inflazione (una "spirale
inflazionistica", che dipende solo dalle caratteristiche monopolistiche
del sistema) la quale - concettualmente e in prima istanza - non inciderebbe
affatto sui mezzi di sussistenza che costituiscono il salario materiale.
Del resto, sia detto per inciso, rispetto al salario materiale, l'inflazione
ha la medesima spiegazione della "trasformazione": la variazione
dei prezzi può solo essere causa del suo aumento (che ne è
l'effetto), mentre una modificazione del suo valore nominale, a parità
di composizione materiale, non ha concettualmente nessuna conseguenza sul
livello dei prezzi [di qui il colossale imbroglio di quella che era detta
"scala mobile" e del supponente "rientro dall'inflazione"
riducendo il salario (materiale)].
Quello appena descritto è il motivo per cui Marx, nel seguire il
mutamento di forma da plusvalore e valore a profitto e prezzi, spiega tale
trasformazione per stadi, fasi successive. I "prezzi di produzione"
definiti nella prima fase risultano perciò essere funzioni positive
univoche del tempo di pluslavoro non pagato, attraverso cui è meno
difficile rintracciare lo sfruttamento capitalistico (perché anche
tasso di profitto, masse di mezzi di produzione, di sussistenza e ovviamente
quantità di pluslavoro, sono funzioni di quel pluslavoro). Solo per
tal via è possibile vedere razionalmente il permanere del carattere
di sfruttamento che da lavoro e pluslavoro, attraverso valore e plusvalore,
trapassa anche in prezzi e profitto. Se c'era bisogno di fornire una motivazione
di classe all'altrimenti noiosa "trasformazione" equilibristica,
questa è più che sufficiente.
Questa prima fase, dunque, rappresenta il livello - anche formale
- sufficiente per rintracciare lo sfruttamento anche nei prezzi di
produzione. Qualsiasi svolgimento ulteriore dei prezzi, in altre forme via
via sviluppate (prezzi di riproduzione, non concorrenziali, monopolistici,
politici, ecc.) non cambia, neppure formalmente, i risultati raggiunti
in questo primo stadio [per ulteriori dettagli, nei quali qui non si può
entrare, si rinvia al già citato Marx: il valore della teoria].
Basti precisare che ciò che a Marx preme evidenziare è che,
al primo stadio della "trasformazione", il prezzo di costo
delle merci non tiene conto del pluslavoro non pagato, ed è
sempre inferiore sia al loro valore che al loro prezzo di produzione (anche
se in misura diversa). Tanto il plusvalore quanto il profitto, pur se rappresentati
in tassi differenti, possono essere riferiti allo sfruttamento del lavoro,
che proprio il secondo "trasformato" nasconde. Per tali "semplicissimi"
motivi, Marx circoscrive la sua esposizione al primo passaggio -
"la prima trasformazione del plusvalore in profitto", come dice
lui stesso - senza far operare il rovesciamento o inversione
(in condizioni date - si badi bene) dei prezzi stessi sui costi di
produzione, poiché il "concetto" è già posto
compiutamente a questo primo livello (dopo ci sarebbero, necessariamente,
ulteriori modificazioni "aritmetiche", come è proprio Marx
ad avvertire). Ciò non inficia neppure quantitativamente, essendo
diversi i contesti e le esigenze, la teoria dell'origine sociale del
profitto: al contrario, anzi, la esalta.
Nella prima fase della trasformazione la differenza sussiste ancora
solo tra tassi e non tra masse. Senonché, il plusvalore nella nuova
forma di profitto "rinnega" la sua origine, e il nuovo tasso (del
profitto) - corrispondente ai prezzi di produzione - può così
oscurare o travisare proprio l'origine sociale del plusvalore. Già
quest'unica circostanza dovrebbe chiarire l'importanza politica, e non accademica,
della cosiddetta "trasformazione", solo che essa fosse capìta
senza ambiguità. E - nelle parole di Marx - è "ciò
di cui il capitalista e anche l'economista, non si rendono conto",
ignorando il fondamento di valore nella sua stessa "materia"
(la quantità di lavoro contenuto nelle merci), prima
di poter parlare di prezzi (di produzione o di mercato). Marx, indipendentemente
dalla fase di analisi svolta, tratta espressamente della "trasformazione"
di tasso di plusvalore, plusvalore, valore rispettivamente in tasso di profitto,
profitto, prezzi di produzione in quest'ordine logico preciso, il
quale non può non corrispondere anche all'algoritmo formale poi sviluppato.
Questa è una ragione sufficiente per sostenere che questo mutamento
di forma per Marx stesso non è inessenziale, né
accidentale, né sbagliato. Dire che il "problema non esiste"
equivale a rincorrere la chimera della modificazione continua nel tempo,
insieme ai "prezzi" dei successivi stadi dell'iterazione
del calcolo (come se essi fossero "reali", anziché "ideali",
come Marx avverte), delle condizioni della produzione, che sono invece date.
Il problema marxiano esiste, proprio in quanto inevitabile determinazione
di una forma (prezzo) mutata rispetto a quella logicamente
precedente (valore). Quello che "non esiste" è invece il
vuoto problema di bawerk-bortkevièiano cui hanno acceduto anche,
al polo opposto, i marxologi di tutto il mondo.
Ciò che qui si può solo aggiungere, però, è
che - a qualunque stadio della "trasformazione" in questione -
per la determinazione del tasso di profitto e dei prezzi di produzione non
sono state calcolate le grandezze di valore. Ciò sarebbe stato
inutile, poiché i dati originari di partenza, necessari per quelli,
sono gli stessi impiegati per la determinazione del concetto
- non necessariamente per il calcolo - dei valori (grandezze e forme)
delle merci capitalistiche, il che avrebbe anche indotto in errore. Il "calcolo"
di quelle grandezze, infatti, risponde alla regola di ripartizione basata
sulla proporzionalità al tempo di lavoro. Quello dei prezzi di produzione
- che esprime la nuova forma che è nella stessa sostanza
di lavoro - pone, invece, la proporzionalità al capitale complessivamente
anticipato. Perciò il calcolo delle grandezze di valore conduce
a un "risultato" che come tale elimina irreversibilmente tutte
le informazioni necessarie per l'altra determinazione. Per tale motivo,
in generale anche per le ulteriori determinazioni, occorre muoversi "in
parallelo" (e non "in serie", per usare una metafora elettrica).
È da un identico insieme di dati, e non dai loro calcoli già
compiuti, che è necessario partire per la determinatezza concettuale
dei pesi adeguati volta a volta alla regola di ripartizione stabilita.
In conclusione (senza concludere), la spartizione del plusvalore
tra i molti capitalisti segue la separazione di classe tra proprietari e
salariati; è perciò da Marx un concetto posto e, in quanto
tale, presupposto ai prezzi, quale spiegazione scientifica della specificità
dello sfruttamento capitalistico. Questa, infatti, deve precedere
logicamente la ricerca di qualunque particolare forma di prezzo, modificazione
dei costi, mutamento tecnologico, vendibilità (valore di mercato)
o crisi, giacché il significato politico teorico - e logico formale
a un tempo - di questa "trasformazione" non patisce variazioni
a séguito di quei successivi ulteriori (eventuali ma necessari) movimenti.
Le teorie dominanti si articolano sulla ricerca di "prezzi di equilibrio",
ad hoc, puramente empiriche, rispondenti a casi particolari e mai
generali, non rispondenti ad alcun realismo, e incapaci di rappresentare
il complessivo operare effettivo del modo di produzione capitalistico, e
perciò crollano. Viceversa la teoria di Marx - qui in particolare,
se ben interpretata, la cosiddetta "trasformazione" del III libro
del Capitale - non ha un tale obiettivo "contabile".
Senza la teoria del valore e del plusvalore, nell'accezione marxiana,
tutti gli economisti restano dominati dall'ideologia borghese. La finalità
del sistema capitalistico - merce, valore e plusvalore e l'"infinitatio"
della sua accumulazione - non viene distinta in nulla da quella delle epoche
precedenti, tanto che, anche "asinistra", si sente ripetere spesso
che il fine è ancòra e sempre il soddisfacimento dei bisogni
e il consumo. La differenza specifica del processo capitalistico
di produzione, rispetto a quello delle società precedenti, si annulla
facendo semplicemente astrazione da tutte tali differenze e ignorando le
contraddizioni del capitalismo stesso.
Molti "marxisti" potranno dire che tutto questo è noto.
E dovrebbe esserlo. Ma allora c'è da chiedersi perché mai
proprio essi si siano fatti affascinare dalle sirene della borghesia con
i suoi insulsi equilibrismi su equazioncelle e calcoletti. Un siffatto impianto
formale risponde, sì, alle esigenze di quanti abbiano come loro obiettivo
quello di affossare Marx, la sua teoria del valore e del plusvalore e, conseguentemente,
anche il "problema della trasformazione". Ma chi vuole
tener fermo al marxismo e al complesso delle sue precise condizioni
di svolgimento teorico e pratico, fino ai vari sistemi di prezzi, per spiegare
lo sfruttamento capitalistico, non può trovare neppure
un singolo suo errore di calcolo, poiché simili errori "emergono"
soltanto in ossequio alle ipotesi arbitrarie e inadeguate dell'impostazione
dominante.
Perciò la tormentosa obiezione secondo cui i "conti non tornano"
si affida solo alla maniera - sbagliata - in cui tali "conti"
sono impostati (quelli che derivano dal formalismo borghese), poiché
espressi sul mancato riconoscimento dell'unicità del lavoro come
fonte del valore (quantità di lavoro socialmente erogate nella produzione),
prima, e della composizione materiale del salario come data (volume dei
mezzi di sussistenza storicamente necessari), poi. Qualora entrambe codeste
condizioni siano rigorosamente rispettate, non c'è calcolo marxiano
che faccia una piega [comprese definizione del tasso di profitto, doppie
somme di plusvalore e profitto o di valori e prezzi, circolarità
reale della riproduzione sociale, iterazione del calcolo, stadi successivi
dell'analisi, ecc. - per una descrizione dettagliata, cfr. ancora il citato
Marx: il valore della teoria].
Non c'è dunque nulla di errato e anomalo in tutto ciò,
ma solo l'ordinaria valorizzazione, diversamente ripartita tra
la classe dominante. Nessuno può più svilire il cosiddetto
"problema della trasformazione", ignorandone l'esistenza o riducendolo
a calcolo formalistico o rabbassandolo a mero fatto ideologico, se non in
forza della propria avversa ideologia dominante. Che codesta loro ideologia
sia dominante, lo si vede proprio attraverso la maniera in cui i "marxologi"
hanno subìto siffatta influenza nell'accettare il dibattito accademico,
eventualmente a contrario, imposto da Böhm Bawerk e Bortkeviè
al triste "problema della trasformazione". In simile attitudine,
in realtà, non è possibile rintracciare alcun significato,
pratico e scientifico a un tempo, "politico" nel senso alto della
lotta di classe. Finché non si fuoriesce da quel circolo vizioso
è inutile dibattere sulla loro inutilmente erudita "trasformazione".
"Designare col nome di fraternità universale lo sfruttamento
giunto al suo stadio internazionale, è un'idea che poteva avere origine
solo in seno alla borghesia" - concludeva Marx, discorrendo del libero
scambio.
Affinché il possessore della forza-lavoro la venda come merce, egli
deve poterne disporre, quindi essere libero proprietario della propria
capacità di lavoro, della propria persona. Il processo sociale, la
specificità della composizione di classe della formazione sociale
capitalistica, la coscienza di ciò, si comprendono a partire dalla
considerazione che il lavoratore salariato deve vendere la sua capacità
di lavoro ad altri, alienarla per un salario, mettendo pro tempore
- come già aveva osservato Hegel prima di Marx - la propria volontà
a disposizione della classe capitalistica, che può così sfruttare
la sua forza-lavoro: e se il "valore" ha la potenzialità
di mostrare tutto ciò, il "prezzo" lo nasconde. Il riferimento
sistematico alla teoria delle classi e alla lotta di classe
indica dialetticamente che ogni processo di trasformazione rivoluzionaria
supera negandoli entrambi i termini che imprimono il movimento al
processo in esame. Non si vede quale altra spiegazione scientifica, diversa
dalla produzione di plusvalore, potrebbe darsi alla proposizione secondo
cui la proprietà privata di classe come classe è la
principale forma di negazione, conservazione e superamento, fin qui manifestatasi
nella storia, della proprietà privata individuale. Ecco perché
la "trasformazione" - questa trasformazione del tasso di
plusvalore in tasso di profitto e del valore in prezzo di produzione, che
è solo una tra le tante "trasformazioni" che caratterizzano
il modo di produzione capitalistico - assume il significato politico di
spiegazione scientifica dello sfruttamento che è in esso modo (per
il marxismo) e non di sistema formale di equazioni in equilibrio (per l'economia
politica).