LA
RIPRESA CHE NON C’È
il
ristagno dell’economia mondiale
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Sin
dalla metà del 2001, col chiaro manifestarsi dei primi sintomi di
grave crisi dell’economia statunitense, abbiamo assistito ad un ininterrotto e
rituale susseguirsi di previsioni, diagnosticanti – per i paesi
capitalisticamente più sviluppati – la prossima imminente uscita dalla
recessione o stagnazione verso cui stavano per precipitare, o erano già
precipitati. Tutte queste previsioni sono state puntualmente smentite. La
principale area economica mondiale, quella degli Stati Uniti, ha dovuto
letteralmente fare sfracelli – a partire dalla gestione dell’attentato
dell’11 settembre, in poi – per cercare di evitare un tasso di crescita
negativo del Pil, e sostenerne poi un’effimera ripresa. Nel 2001 e 2002,
l’economia Usa è cresciuta rispettivamente dello 0,3 e 2,4% contro il 3,8%
registrato nel corso del 2000, ultimo anno in cui gli investimenti fissi privati
delle imprese sono cresciuti ad un tasso positivo.
Tutto ciò è stato ottenuto grazie ad una spettacolare espansione di politica
fiscale – la maggiore espansione biennale da decenni a questa parte, secondo
l’Ocse – centrata principalmente sull’aumento delle spese militari. Senza
il pronto e generoso sostegno fornito dal bilancio pubblico, la crescita
economica statunitense nel 2001 sarebbe stata certamente negativa, mentre nel
2002 non avrebbe segnato sostanziali miglioramenti. Il rallentamento
dell’economia statunitense ha trascinato con sé la boccheggiante economia
giapponese – oramai sostenuta solo da un pluriennale ed assai ampio deficit
di bilancio pubblico, dell’ordine del 7% annuale del Pil – (+0,4 e +0,3%,
rispettivamente nel 2001-02, contro il 2,8% del 2000) e quella dell’area
dell’euro (+1,5 e 0,9%, contro il 3,6% del 2000), entrambe significativamente
dipendenti dalle importazioni di merci sul mercato americano.
L’Ocse motiva questa visione particolarmente ottimistica, cui ad un’attenta
lettura del rapporto neanche lei sembra credere, sottovalutando l’importanza
del complesso dei fattori di squilibrio presenti nello scenario economico e
politico internazionale. Nella sintesi introduttiva del documento si afferma
che: “Dal punto di vista geopolitico, i principali fattori critici (guerra in
Irak e crisi petrolifera) sembrano oramai dissolti, mentre alcuni degli ostacoli
economici che frenavano la crescita sembrano oramai rimossi (eccesso di capitale
investito, inflazione dei titoli azionari, debolezza dei bilanci societari).
Negli Usa l’eccesso di capitale potrebbe essere stato in larga parte
riassorbito (anche per effetto della rapida obsolescenza degli investimenti in
Ict), ed il basso livello raggiunto in Europa dalle scorte è forse in grado di
svolgere un ruolo significativo nello stimolare la crescita. Infine,
l’orientamento generale delle politiche monetarie e fiscali nei paesi Ocse
rimane così accomodante da ritenere che esse non faranno mancare il proprio
sostegno ad un’imminente ripresa”. In generale però, come vedremo, non
sembra che una valutazione così positiva possa giustificarsi facilmente nella
realtà dei fatti.
Già per l’anno in corso vi sono evidenti segnali di rallentamento
dell’attività economica rispetto alle previsioni Ocse. Il complesso dei dati
relativi alla prima parte dell’anno, negli Stati Uniti, disegnano il quadro di
un’attività economica debole ed incerta. Nel corso del primo trimestre 2003
il Pil statunitense è cresciuto – rispetto all’analogo periodo dello scorso
anno [cosiddetto valore tendenziale] – del 2,1%, una grandezza inferiore alla
stima Ocse per l’intero anno. Questo rallentamento dell’economia
statunitense assieme ad altre considerazioni non fanno ben sperare per
l’andamento delle economie europee. Infatti, un primo elemento da far rilevare
è come le succitate previsioni Ocse si basassero sull’ipotesi che la
svalutazione – rispetto ai livelli dell’anno scorso – del cambio del
dollaro nei confronti dell’euro non avesse, nel corso di quest’anno,
significativi effetti di sostituzione sul ritmo di crescita delle importazioni
statunitensi.
Inoltre, si aggiunga che il livello di tale rapporto di cambio – sul quale
erano basate le proiezioni – veniva sovrastimato di circa un 10% rispetto ai
livelli attuali (degli inizi di giugno), non avendosi potuto tener conto della
più recente svalutazione subita dal dollaro nei confronti della valuta europea
(corretta è invece la stima del rapporto di cambio fra dollaro e yen, sin qui
sorretto dall’interesse dei paesi asiatici a non convertire in euro le riserve
di dollari accumulate, onde frenare la svalutazione del cambio del dollaro
rispetto alle loro valute, vista la forte dipendenza delle loro esportazioni dal
mercato americano). Queste osservazioni indicano dunque una possibile sovrastima
dell’andamento della domanda di merci europee da parte dell’economia
statunitense, introducendo un elemento di dubbio sulla sostenibilità della
previsione che indica all’1% la crescita del Pil dei paesi dell’euro nel
corso di quest’anno. Ed infatti, i dati preliminari relativi al primo
trimestre dell’anno confermano una tale preoccupazione, indicando un tasso di
crescita tendenziale in calo e pari allo 0,8%. Preoccupante, inoltre, appare la
situazione della Germania, in cui la crescita tendenziale è scesa allo 0,2%.
Nonostante il prevalente invito a sminuire – da parte delle autorità di
governo tedesche e della Bce – le condizioni dell’economia tedesca sono
gravi, e dovrebbero destare preoccupazione in quanto essa rappresenta la prima
economia dell’area dell’euro e l’anello di trasmissione principale degli
impulsi provenienti dall’attività economica statunitense. Dal 2001 gli
investimenti fissi lordi delle imprese private sono in caduta libera, nel corso
del primo trimestre di quest’anno il numero di società tedesche insolventi
è aumentato del 27%. Le banche a fronte di crescenti difficoltà di bilancio
(sofferenze su crediti) e minore redditività hanno ridotto il volume dei
crediti in termini reali. In aprile e maggio i prezzi al consumo hanno segnato
due diminuzioni mensili consecutive, orientando rapidamente – e in maniera
piuttosto inattesa – il tasso d’inflazione verso la soglia zero.
All’orizzonte, la minaccia della diminuzione del livello dei prezzi
(deflazione), con relativi tassi d’interesse reali che aumentano o non
diminuiscono, si sta pericolosamente avvicinando, completando il disegno di un
quadro dai tratti molto simili a quello in cui versa l’economia nipponica.
A proposito di deflazione, è il caso di sottolineare come anche negli Stati
Uniti, in questi primi mesi dell’anno, si siano avuti segnali di forti
rallentamenti nella dinamica dei prezzi. Il tasso di crescita dei prezzi dei
beni che normalmente mostrano maggiore stabilità (la cosiddetta “core
inflation”) negli ultimi mesi si è dimezzato, mentre in aprile si è
registrata una persino una diminuzione mensile dell’indice dei prezzi al
consumo. Questa circostanza, assieme al deprezzamento del dollaro, ha creato
nella Federal reserve il serio timore che una spirale deflazionistica
stia per innescarsi negli Stati Uniti. Dopo aver attanagliato il Giappone,
laddove da qualche anno a questa parte i prezzi al consumo diminuiscono al ritmo
di circa il 2% annuo, la deflazione rischia dunque di minacciare seriamente
Germania e Stati Uniti. La ricomparsa dello spettro della deflazione nel cuore
delle tre principali economie mondiali – tanto più in un epoca storica
dominata da forme monopolistiche transnazionali di produzione – è forse uno
dei sintomi più significativi della gravità della crisi di sovrapproduzione
generale che attanaglia in questa fase l’economia mondiale.
L’Ocse, pur evidenziando la presenza di alcuni di questi elementi, non offre
una valutazione completa e conseguente delle condizioni di crisi presenti. Come
qui anticipato all’inizio, infatti, lo scenario Ocse prevede una svolta verso
l’alto del ciclo di crescita nel corso del 2004, con l’economia statunitense
che agirebbe da “locomotore” internazionale, raggiungendo un ritmo del 4% e
trainando i paesi dell’Unione europea, i quali raddoppierebbero il proprio
tasso di crescita (2,4%) rispetto a quello dell’anno precedente. Il
sostanzioso incremento del livello di attività statunitense, e dunque delle
loro importazioni di merci estere, permetterebbe di annullare gli effetti di
sostituzione negativi che la svalutazione del dollaro – secondo l’Ocse –
avrebbe esplicato soprattutto nel corso del 2004 sulla domanda di merci
provenienti dall’Europa e dall’Asia. Il Giappone, dal canto suo, manterebbe
invariato il proprio basso tasso di crescita, all’1%.
Innanzitutto, vi è da far rilevare come la presunta vigorosa ripresa dell’economia
statunitense si basi in maniera cruciale sull’ipotesi di un’eccezionale
accelerazione degli investimenti fissi lordi privati non residenziali (+9,5% in
termini reali contro il +1,7% previsto per quest’anno). La forte crescita
degli investimenti, dell’occupazione e del reddito disponibile permetterebbe
di risollevare il declinante tasso di crescita reale dei consumi privati
statunitense, e di ridimensionare l’elevata crescita reale dei consumi e degli
investimenti fissi lordi pubblici (circostanza che ha contribuito in maniera
decisiva al sostegno del Pil statunitense, soprattutto a partire dalla
recessione del 2001 in poi). A prescindere da altre considerazioni, l’implausibilità
di una tale crescita degli investimenti fissi lordi privati è già di per sé
evidente richiamando il fatto che nell’ultimo anno in cui sono cresciuti a
valori positivi, cioè nel 2000, essi avevano raggiunto un ritmo del 7,8%!;
laddove nei due anni successivi, abbiamo assistito ad caduta prolungata,
rispettivamente, al ritmo del 5,2 e del 5,7%.
Ma ciò che più vale ad escludere simili fantasticherie è il fatto che il
settore manifatturiero statunitense si trova in una situazione molto grave di
eccesso di capitale investito (ciò che l’Ocse definisce “sbornia di
capitale”, accumulata negli anni del boom di fine XX secolo), e questo
mentre la generalità delle imprese a base Usa si trova in condizioni di pesante
indebitamento, e ha sperimentato nel corso del 2002 tassi d’interesse reali a
lungo termine superiori di un punto percentuale rispetto al livello mediamente
vigente nell’area dell’euro. L’intensità della “sbornia” è
evidente quando si pensi che nell’aprile di quest’anno il grado di utilizzo
della capacità produttiva stazionava al 74,3%, un livello che è il più basso
degli ultimi vent’anni ed è inferiore di circa otto punti percentuali
rispetto a quanto si riscontrava nella metà del 2000.
Altri elementi costitutivi non secondari, dello scenario previsivo dell’Ocse
in esame, vanno individuati nell’ipotesi di forte crescita del Pil
dell’economia cinese (+7,7% e 7,1%, rispettivamente, nel 2003 e 2004), ed in
quella di un significativo incremento del tasso di crescita del commercio
internazionale. Per quanto riguarda il primo fattore, è evidente che la
dimensione, il tasso di crescita (8% nel 2002), il grado di apertura –
valutato dal punto di vista della dipendenza dalle importazioni (aumentato del
12% circa nel corso del solo 2002) – di questa economia ne fanno attualmente
“l’ultimo focolaio di domanda mondiale”, a fronte del rallentamento
dell’economia statunitense e della sua fragile ripresa sostenuta
principalmente dalla domanda pubblica (avente effetti meno significativi
rispetto a quella privata sulla domanda di merci estere).
D’altro canto, dal commercio dipendono in maniera significativa gli effetti di
trasmissione internazionale (diffusione della crescita) degli impulsi autonomi
di domanda che provengono dalle principali aree economiche del mercato mondiale.
In particolare, occorre qui evidenziare, come la stima Ocse di crescita del
commercio internazionale sia già particolarmente significativa nel corso di quest’anno
(+5,9%, contro il 3,6 effettivo del 2002) e divenga un’ipotesi assai forte
(+8,8%) nel corso del prossimo anno, in cui la più che vigorosa spinta della
domanda autonoma statunitense (investimenti) dovrebbe promuovere la ripresa
internazionale.
Con riguardo ai due elementi evidenziati, dei rilevanti fattori di incertezza e
di ostacolo allo sviluppo del commercio e degli investimenti diretti esteri
verso l’area asiatico-mediorientale sono rappresentati dalla strategia di
tensione politico-militare permanente – inaugurata dall’amministrazione
statunitense nell’area asiatica-mediorientale, nonché dalla diffusione della
Sars (anch’essa momento di un piano strategico elaborato dalle lobbies
americane politicamente dominanti?). Entrambi questi fattori, almeno
nell’immediato, costituiranno per l’economia mondiale dei veri e propri
impulsi deflazionistici (la Sars fra l’altro ha interessato direttamente,
oltre alla Cina e altri paesi della cosiddetta dynamic Asia, la
produzione di un’altra grande economia aperta come quella canadese, che
l’anno scorso è cresciuta al tasso del 3,4%), pronti a deprimere la già
debole crescita internazionale per assicurare sostegno alle prospettive di
profitto – immediate e future – delle multinazionali e delle grandi imprese
a base proprietaria statunitense.
Qualora, in virtù del potenziale esistente, la quotazione del dollaro cadesse improvvisamente,
assisteremmo ad un crollo verticale del mercato azionario ed obbligazionario
statunitense con effetti disastrosi sugli investimenti privati statunitensi e
sul deficit pubblico dell’amministrazione Usa. Come nella prima metà
degli anni ’80, sembra imporsi la necessità di una svalutazione pilotata del
dollaro. Attualmente, però, la strada perseguita dall’amministrazione
statunitense, più che quella di una cooperazione internazionale fra le autorità
monetarie, sembra essere quella della guerra, ovvero sostegno diretto – a
carico dei contribuenti – dell’apparato militare industriale, ed intervento
diretto nella filiera del petrolio e gas naturale (una delle più importanti dal
punto di vista della grandezza dei flussi d’investimento realizzabili) a
sostegno del ruolo del dollaro contro l’intrusione dell’euro.