"Essi, che son mezzo morti di fame in tutti i tempi,
ci fan sentire con le nostre orecchie il grido delle loro sofferenze,
le gridano al cielo, ci raccontano delle loro abitazioni
colpite dalla miseria, che è impossibile per loro
trovare lavoro e inutile mendicare. Coloro
che sono soggetti alla tassa per i poveri
del luogo sono essi stessi spinti sull'orlo
del pauperismo dalle esigenze delle parrocchie".
[Karl Marx, Il Capitale, I, 3; estratto dal giornale tory Standard, 5 aprile 1866]
Il sangue dei poveri
Le "carrette del mare" o i sostituti gommoni o barconi dei
disperati continuano quotidianamente a consegnare, sulle nostre sponde relativamente
benestanti, gli impoveriti vivi o morti. Mentre la "Tv del dolore"
tenta di risolvere in pietà pelosa o affaccendamento caritatevole
i motivi reali, questi restano liberi di creare altri poveri, non
importa dove nel mondo. Il sacrificio crescente di intere aree planetarie,
zone di degrado ambientale e impoverimento coatto e programmato, costituisce
la condizione della "ripresa", o meglio, della "presa"
capitalistica in deficit d'accumulazione. "La vendita delle
merci, il realizzo del capitale-merce, dunque anche del plusvalore, è
tuttavia limitata non dai bisogni di consumo della società in generale,
ma dai bisogni di consumo di una società in cui la grande maggioranza
è sempre povera e deve rimanere sempre povera" [Marx, Il
capitale, II.16,3, n.32]. Più la crisi si prolunga, più
i "sacrifici" vengono estesi a tracciare la geografia di separazione
tra le classi che li pianificano e quelle predestinate a subirli.
Con la solita propensione a un'ormai desueta necessità sociale di
memoria storica, vediamo che agli inizi del nostro Stato unitario, coincidente
con la forma imperialistica del capitale mondiale (circa il 1870), il prodursi
e l'estendersi dell'emigrazione, per lo più meridionale, costituisce
preoccupazione ma anche soddisfazione delle classi dominanti. Mentre infatti
i grandi proprietari meridionali temono il fenomeno come minaccia alla stabilità
dei salari, e vengono prese severe misure contro l'espatrio clandestino,
il conservatore Sonnino rassicurerà (1879) sull'efficacia di quest'ultimo,
in quanto allontanamento dei pericoli dovuti alla miseria crescente delle
plebi agricole. L'emigrazione, come sfogo alla miseria e garanzia d'ordine,
viene allora incoraggiata come diminuita concorrenza del lavoro nella ristrettezza
del mercato, e come ingresso di valuta attraverso le "rimesse"
degli emigrati.
Dalle recinzioni del XVIII secolo inglese è rimasto questo commento
all'espropriazione ed espulsione dei contadini scozzesi: "È
come se un re d'Inghilterra rivendicasse il diritto di cacciare in mare
i suoi sudditi". E tale diritto l'e-spansione imperialistica internazionale
se l'è riservato fino ad oggi, in tutte le fasi delle sue crisi e
ristrutturazioni riverberate sulla forza-lavoro da impoverire; diritto sempre
oscuro ad analisi socialiste, sempre schermato da letterature lacrimatorie
o, in tempi a noi sempre più vicini, anche da interventi assistenziali
sotto specie laica o religiosa, soccorritori o sbandieratamente caritatevoli,
per l'"emergenza" umana dilagante. All'inizio del secolo
scorso lo storico e politico Salvemini [in Movimento socialista e questione
meridionale] già denunciava l'uso strumentale dei "poveri
operai" di fronte alla perdita del lavoro, al fine di perorare invece
la causa protezionista dei padroni della siderurgia e dello zucchero per
innalzarne i prezzi. "Ecco gli speculatori a mettere avanti i "poveri
operai", e a farli servire come loro giannizzeri contro il resto della
classe lavoratrice e contro la nazione".
I mali della "classe maltrattata" - sempre secondo l'analisi salveminiana
- assunsero così la fenomenicità del "brigantaggio",
dei tumulti sporadici (per i quali "la somma dei morti e dei feriti
eguaglierebbe quella di una grande battaglia"), dell'emigrazione, ecc.
Quest'ultima favorisce infatti l'accumulazione di capitali, l'arricchimento
usurario con i risparmi dell'emigrante, i versamenti al fondo del Commissariato
dell'emigrazione, le tasse d'imbarco, gli istituti di patronato e le organizzazioni
di assistenza, il proletariato settentrionale (a forte emigrazione
continentale) ai danni di quello meridionale (a prevalente emigrazione transoceanica)
dietro il grido di "Viva la libertà, semo fratelli!",
la "tassa sulla miseria". "In Italia ci sono due proletariati:
un proletariato prevalentemente settentrionale, e un subproletariato prevalentemente
meridionale (la rinnovata proposta delle sempre attuali gabbie salariali
trae origine e giustificazione proprio da qui!): finora il primo aveva il
diritto di voto, il secondo no; e un deputato socialista non resisteva mai
alla tentazione di favorire il proletariato elettore dei propri
paesi nordici, anche a spese del
subproletariato non elettore dei paesi ... sudici: il
sangue dei poveri piace a tutti".
La gestione dei poveri
I poveri sono sempre esistiti ed esisteranno sempre. È
difficile confutare queste mezze "verità", acriticamente
proiettate in un futuro che adombra l'eternizzazione di questo presente,
scaturito dai sistemi del passato del dominio di classe, della diseguaglianza
sociale instaurata nella "preistoria dell'umanità" - secondo
la nota definizione marxiana. Tale difficoltà va allora rimossa,
con l'aiuto di una rilettura dei cardini storici in cui questo fenomeno
acquista significato razionale, fino alla demitizzazione della falsa coscienza,
auspicabile nei nostri giorni.
Considerando scontata la conoscenza di una povertà - almeno quella
attuale - non come calamità naturale, ma socialmente indotta in quanto
utile, è necessario tenere presente questo concetto quando
ci si trova di fronte alle varie forme, oggi in voga, di "guerra alla
povertà". Che siffatta belligeranza, cioè, non convogli
altri "utili", magari di più complessa individuazione.
Dalle differenti "tasse sui poveri" che il capitale ha istituito
nelle diverse epoche storiche, ai lasciti, donazioni, istituti di beneficenza,
opere pie, ospedali, lazzaretti, case di internamento, ecc., possiamo cogliere,
nelle differenze dei tempi, una costante: assistere conviene.
Il potere esercita, nella generale condivisibile benevolenza, il suo controllo
autoritario al proprio mantenimento [* vedi nota finale].
Tralasciando, per ovvi motivi di brevità, l'evoluzione storica delle
modalità caritatevoli di istituzioni statali e religiose, e relativi
opportunismi, corriamo ai concetti avvalendoci di un unico esempio storico,
privilegio del presente. Ancora echeggia, in questi ultimi tempi oscurati,
il beatificato mito della "carità" insediatasi a Calcutta.
La documentazione vagliata a tale scopo è un testo di Christopher
Hitchens [La posizione della missionaria, Minimum fax, Roma 1997,
in cui sono riportate indagini di Robin Fox, direttore di The Lancet,
1994, ed altre testimonianze dirette]. L'oscurantismo si ripropone in ogni
epoca come lotta alla ragione, funzionale al freno di ogni emancipazione
sociale per il rafforzamento di poteri che si autolegittimano sull'assuefazione
all'immiserimento, alla dipendenza, alla sottomissione. Nessuna violenza,
fisica o psichica viene risparmiata, nessuna frode, inganno o furto viene
tralasciato, pur di estorcere consenso o silenzio alle vittime, anche in
nome di un dio che si nutre della sofferenza dei derelitti.
Madre Teresa riceve il Nobel per la Pace nel 1979, dopo una sequela di premi
istituzionali e donazioni benefiche da tutto il mondo, frutto cospicuo di
una fama televisiva e notorietà costruita sulla straripante povertà
indiana. Jonathan Peachum, commerciante dei miserrimi tra i miseri, nell'Opera
da tre soldi di B. Brecht, asserisce: "il lavoro che faccio è
troppo difficile, perché il mio lavoro consiste nell'eccitare la
compassione umana". E questa si logora facilmente, bisogna trovare
sempre qualcosa di nuovo perché si rinnovi, bisogna continuamente
spremere le massime della Bibbia, "ma quanto potrà ancora durare?".
Se dunque anche la miseria è una merce, quanto rende? In termini
di denaro, nessuno sa a quanto ammonti il tesoro accumulato da madre Teresa
e devoluto alle attività religiose e missionarie, ma non ai malati
o poveri da lei gestiti. Il solo Premio internazionale Balzan, 250 milioni
di lire, conferitole dal Presidente della Repubblica italiana nel marzo
1979, può fornire un pallido metro dell'entità di questi introiti
ufficiali, tralasciando tutti quelli passati sotto silenzio. In termini
di potere, e parliamo di potere politico e religioso, conosciamo abbastanza
dei suoi rapporti con i capi di Stato più potenti, dittatori come
Duvalier, o truffatori largitori di donazioni alle suore missionarie,
quali schermi alle proprie impresentabili operazioni finanziarie. Ma oltre
a pie coperture l'ormai beata di Calcutta offre il braccio alla crociata
vaticana antiabortista giustificandola, in occasione del suo Nobel pacificatore,
in quanto "l'aborto è il male peggiore, il più
grande nemico della pace".
L'immagine della suora rinunciataria delle cose del mondo sembrerebbe in
frantumi. La politica millenaria della Chiesa cattolica si è sempre
servita della divisione coscienziale degli espropriati per dominarli, secondo
le direttive dei poteri secolari con cui dividere privilegi, ed organizzare
l'obbedienza dei già deboli fiaccandone le capacità di opporsi
e resistere. È la Chiesa che reclama i diritti estorti alle masse,
è la sua mediazione (già oggetto di violento scontro teologico
nei lontani anni della Riforma) sociale che le conferisce potere, e per
questo deve combattere con ogni arma l'emancipazione e l'autonomia nelle
scelte della vita delle popolazioni. Le donne in grado di controllare le
nascite costituirebbero un insopportabile elevamento delle proprie condizioni
sociali, un grimaldello per spezzare catene secolari di obbedienza nell'inferiorità
sociale, incardinata nel ruolo riproduttivo in cui la maggior parte delle
culture le hanno segregate, per sfruttarne l'attività nell'annichilimento.
Quando poi gli stupri bellici o etnici in Bangladesh e in Bosnia avrebbero
potuto indurre l'aborto col significato di riconoscimento della dignità
e del diritto delle vittime, tanto l'"Angelo dell'Inferno" quanto
il papa accorsero a perpetrare una seconda, più cocente violenza
morale: il perdono giustificatorio agli aggressori e l'accoglimento
dogmatico di nascituri, già umanamente compromessi dal corredo d'odio
e orrore dei "genitori", ancor prima di nascere.
La cultura negante la dignità umana si presenta oggi dietro i vessilli
che verbalmente, politicamente reclamano il loro opposto. Decodificare tale
messaggio diviene indispensabile per la difesa di sé stessi e l'emancipazione
di classe dai poteri economici che manovrano tanto l'immiserimento che il
suo apparente soccorso, tanto le guerre quanto i successivi "aiuti"
(si ricordino, ad esempio, quelli insufficienti, inefficaci, propagandistici,
paracadutati nei deserti afghani dopo i bombardamenti ugualmente Usa), tanto
il "diritto alla vita dell'embrione" quanto l'abbandono reale
di quella stessa vita, se caduta entro le spire dell'immiserimento capitalistico.
Ancora, la miseria è diventata una risorsa. Non solo nel senso
già analizzato da Adam Smith in quanto produce ed evidenzia la ricchezza
delle nazioni, ma anche perché legittima gli affari e essa stessa
può diventare un affare. Quando poi questa mostra i suoi terribili
bisogni, in suo nome possono scaricarsi le coscienze dei parassiti, farsi
mantenere per assisterli, farsi finanziare con scopi reconditi inammissibili
di fronte alle leggi, resistere finché possibile col ricatto del
culto della sofferenza e della morte. Fondamentalismo, fanatismo, multinazionale
delle missioni hanno fatto capo a questa suora albanese, che nel 1981 dichiarò:
"Penso che la sofferenza della povera gente sia di grande aiuto per
il mondo".
La risonanza mediatica di questo agente della politica vaticana ha offuscato
ciò che realmente avveniva a Calcutta nella "Casa dei Moribondi":
deliberata mancanza di assistenza medica appropriata, di interventi operatori,
di analgesici, eccetto l'aspirina, per malati terminali di cancro, lebbra
o altre malattie altamente dolorose, mancanza di conforto umano (proibizione
di visite per amici, di distrazioni, ecc.), per "prevenire qualsiasi
inclinazione verso il materialismo". In compenso, battesimo in punto
di morte estorto a musulmani e indù, nella segretezza ipocrita del
proselitismo a tutti i costi. Le quotazioni borsistiche cattoliche traggono
sicuro vantaggio dall'estensione numerica dei "fedeli".
Se l'aumento della popolazione mondiale comporta l'aumento numerico degli
espropriati destinati alla morte per fame, sete, guerra, malattie, disastri
ambientali, ignoranza, ecc., ciò costituisce un parziale punto di
forza per il sistema. Un "esercito di riserva" di forza-lavoro
sempre ricambiabile ad alta ricattabilità contrattuale, cui appaiare
un bacino di disperazione infinita a fronte del quale rilevare,
per differenza, il benessere discendente delle contrade del privilegio capitalistico.
Ogni dissenso, dal comunismo alla "teologia della liberazione",
va pertanto rimosso con ogni mezzo.
I "Paesi" poveri
Oltre la mancata giustificazione dell'ultima guerra irachena per le armi
di distruzione di massa, il governo di Sua Maestà deve legittimare
anche il primato mondiale per la vendita di armi convenzionali ai paesi
poveri, o cosiddetti in via di sviluppo. Sembra che nel 2002 la Gran Bretagna
abbia venduto in Africa e dintorni l'87,5% della sua produzione bellica,
seguita dagli Usa con una cifra del 65% verso i paesi del "terzo mondo".
L'affare ammonta a circa 2,8 miliardi di sterline, di poco inferiore ai
3,3 miliardi stanziati per i progetti di sviluppo, sempre nelle zone depresse
del mondo. Un bilancio in sostanziale pareggio, a condizione che la depressione
mondiale continui ad assorbire, sotto forma di mercato sempre rinnovabile
e itinerante, produzione e sovraproduzione dei capitali dominanti.
Un recente sondaggio europeo attribuisce a Israele, seguito da Usa, il primo
e rispettivamente secondo posto, in quanto a costituire la principale minaccia
per la pace nel mondo. Come naturale, la stampa israeliana ha subito rispolverato
la consueta accusa di "antisemitismo" al dissenso espresso sul
solo piano politico. Ciò che il sondaggio si guarda bene dal
chiedere, men che mai suggerire, è a quali interessi transnazionali
giovano le guerre, predisposte molto prima del loro profilarsi mediatico,
e a quali interessi "nemici", cioè non disposti a sottomettersi
all'imperativo del dollaro, sono destinate, mediante il terrorismo nei confronti
di popolazioni casualmente insediate tra le ricchezze da estorcere.
Il dispositivo per cui la produzione di armi debba trovare la sua realizzazione
in una guerra, come uso dello scambio avvenuto, venne affrontato
già nel no.23 di questa rivista, a proposito della prima guerra in
Irak. All'indomani (?) della seconda, senza fine, possiamo aggiungere che
le mappe delle prossime guerre debbono solo trovare i loro momenti favorevoli
per tradursi nella geografia del sottosviluppo, anch'esso già programmato.
Per ora, ad "avvertire" con i bombardamenti la Siria ha provveduto
Israele, forse per conto terzi. Ma questo è ancora un criterio semplicistico:
il governo di un paese, per quanto sia senz'altro l'unità operativa
decisionale che si assume la responsabilità politica, è pur
sempre un'identità fittizia a copertura di investimenti trasversali
che si intuiscono nelle connivenze, mediazioni, omertà governative
postume dei pacchetti azionari e ricatti incrociati. Le sedi dei capitali
dominanti si evincono, oltre che dalla storia imperialista di quasi un secolo
e mezzo, dalla concentrazione dei templi del denaro battente moneta pregiata
di riserva. A queste sedi si concede la pace delle armi a patto che si mantenga
saldamente quella sociale. Altrove, alle filiali instabili o insicure finanziariamente,
politicamente, socialmente, è riservato, con religioso rigore, lo
"stridor di denti".
La diseguaglianza tra nazioni ricche e povere risale al salto qualitativo,
definitosi con la cosiddetta "rivoluzione industriale"
della fine del XVIII secolo, del modo di produzione capitalistico. Da allora,
lo sviluppo del sistema ha comportato un aumento della diseguaglianza sociale,
prima nazionalizzata ma ormai da calcolarsi su scala mondiale, tuttora in
crescita. Come viene rilevato dagli ultimi studi economici "ufficiali",
questa è dovuta sostanzialmente all'esclusione dal controllo delle
risorse. Da stime effettuate dalle Nazioni Unite risulta "che nel mondo
contemporaneo quasi tre miliardi di persone vivono con meno di due dollari
al giorno e oltre un miliardo con meno di un dollaro al giorno. In termini
percentuali, queste cifre testimoniano che, a seconda della gravità
del problema, una quota variabile tra il 20% e il
50% della popolazione del pianeta può essere considerata
povera" [cfr. Elisabetta Basile, Disuguaglianze e povertà,
in Dis/uguaglianze, n.1, marzo 2003]. Il concetto di povertà
si definisce storicamente e, da una decina d'anni, viene connesso a quello
di sviluppo umano, in quanto "processo di allargamento
delle scelte che si presentano alle persone, mentre il reddito, fino a quel
momento l'indicatore principale per misurare i risultati del progresso dell'umanità,
viene relegato al ruolo di "strumento" utilizzabile per il raggiungimento
di un fine superiore, che viene identificato nella migliore qualità
della vita".
Qualità e durata della vita risultano pertanto soggette a una polarizzazione
crescente in ambito planetario, lasciando scoprire una minoranza dominante
finora mascherata dietro rappresentanze politiche o manageriali, od anche
più diffuse "classi medie" con la funzione di dare corpo
e forme concrete ai "valori" feticistici del consumo illimitato.
Di contro, l'emergere di un'ineguaglianza sociale - anche se distinta da
dati analitici dalla povertà vera e propria - che non risparmia
le zone geografiche dominanti, proprio perché una nazione è
ormai solo porzione del conflitto di classe planetario, e che mostra la
vera natura delle preoccupazioni dei governi nei confronti delle tensioni
sociali e possibili sbocchi destabilizzanti. Il termine obliterante tale
realtà, massimamente sperequata dal perdurare della crisi di capitale,
è governance, governabilità.
Cronici, terminali
La miseria capitalistica presenta dunque non solo i caratteri della cronicità
nel sistema, ma, come malattia infettiva peculiare, estende il suo contagio
anche a distanza, presentandosi sotto forma di "immigrazione"
verso i Paesi di Bengodi nel migliore dei casi, o di mortalità (come
suddetto, per fame, sete, malattia, guerra, disastri ambientali, calamità
naturali, ecc.) esemplare per le popolazioni escluse. La divisione internazionale
del lavoro destina diversamente i poveri da utilizzare per la valorizzazione
- nella frantumazione precarizzante della flessibilità, mobilità,
ecc. da un lato e disoccupazione o non occupazione dall'altro - e i poveri
da usare come deterrente terrorizzante per controllare l'abbassamento
salariale, la demolizione dei diritti acquisiti e la misura delle possibilità
di vita nelle contrade privilegiate del mondo.
Ad ogni rivoluzione tecnologica, ma anche ad ogni ristrutturazione - ovvero
maggior acquisizione da parte del capitale di lavoro morto (macchine, informatica,
ecc.) - "si estingue il valore d'uso e con esso il valore di scambio
della forza-lavoro" [cfr. Marx, Il capitale, I.13,4].
Si determina così una popolazione superflua gradualmente,
se i tempi di introduzione delle macchine sono lenti, ma di massa e con
difficoltà acute se il trapasso è veloce. Il consenso all'espulsione
dal processo produttivo, nelle nostre società "democratiche",
oltre che alla strutturazione mediatica sociale, è affidato ormai
all'organizzazione dei sindacati inglobati nella forma corporativa moderna,
nonostante resistenze residue contraddittorie. Questo effetto apparentemente
temporaneo delle ristrutturazioni è in realtà permanente,
in quanto viene estesa a tutti i settori produttivi sia l'innovazione tecnologica
sia quella che riorganizza la divisione del lavoro.
Pertanto l'antagonismo oggettivo della forza-lavoro, concorrente
delle macchine destinata a soccombere, nasce dalla necessità strutturale
e contraddittoria del capitale di eliminare e dequalificare la forza-lavoro,
cioè di ridurre costantemente la quota di capitale variabile
stanziata. Il fine di tale riduzione poi, contemporaneamente all'aumento
di produttività interagente in tutti i settori dovuto alla ristrutturazione,
è di aumentare le entrate capitalistiche che, considerate economicamente
nel loro complesso, costituiscono in genere la ricchezza di una nazione.
E così - come già diceva Ricardo - "la stessa causa ...
può far aumentare le entrate del paese ... e peggiorare le condizioni
dell'operaio". Ma "questa stessa causa" può tradursi
in realtà solo dopo che il capitale "spingendo la scienza al
proprio servizio, costringe sempre alla docilità la mano ribelle
del lavoro" [cfr. Ure, Philosophy of manufactures].
Rivoluzionamento continuo delle condizioni produttive e docilità
lavorativa organizzata, hanno portato ormai il sistema all'espansione mondiale,
non ancora definitivamente compiuta. Ma perché sia possibile tale
compimento è necessario che vengano portate in avanti tutte le contraddizioni
tra cui, le principali: la conflittualità tra capitali e tra
questi e il lavoro. La prima comporterebbe la sottomissione economica
di tutti i capitali concorrenti di quelli egemonici, la seconda l'instaurazione
di una schiavitù concordata, patteggiata e stabilizzata delle popolazioni
legate alla produzione. In altri termini, l'estremizzazione di quella tendenza
rilevata alla polarizzazione di classe, con l'estensione cronicizzata
di un pauperismo mondiale che promana dalla crescente riserva fluttuante,
latente e stagnante di "lavoratori poveri", quale stracolmo bacino
di utenza intercambiabile, rinnovabile ai comandi di un possibile dispotismo
libero da opposizioni. In siffatta prospettiva si dovrebbero avere
guerre a ripetizione fino alla possibile soluzione finale, e per l'altro
versante nessuna limitazione delle nascite fuori controllo per ogni latitudine.
Le delocalizzazioni opportune e fors'anche repentine potrebbero altrimenti
soffrirne.
Se tutto ciò dovesse sembrare fantapolitica, sarebbe di sicuro un
sollievo inestimabile. È in realtà una lettura del presente
che si riconosce in una "previsione" - un déjà
vu di più di un secolo e mezzo fa: "Il capitale fugge il
tumulto e la lite ed è timido per natura. Questo è verissimo,
ma non è tutta la verità. Il capitale aborre la mancanza di
profitto o il profitto molto esiguo, come la natura aborre il vuoto. Quando
c'è un profitto proporzionato, il capitale diventa coraggioso.
Garantitegli il dieci per cento, e
lo si può impiegare dappertutto;
il venti per cento, e diventa vivace; il cinquanta per cento e diventa veramente
temerario; per il cento per cento si mette sotto i piedi tutte le leggi
umane; dategli il trecento per cento, e non ci sarà nessun crimine
che esso non arrischi, anche pena la forca. Se il tumulto e le liti portano
profitto, esso incoraggerà l'uno e le altre. Prova: contrabbando
e tratta degli schiavi" [T.J. Dunning, Trade Unions, in Quarterly
Review, da Il Capitale, I.24,6, n.250].
______________________________
* Sin dal 1601, in Inghilterra viene istituito un tributo, modesto, da devolvere alle parrocchie per assistere i poveri appartenenti alle rispettive circoscrizioni territoriali. Il pauperismo non viene risolto, ma facilita il degrado umano a forme di vita servili e dipendenti, oltre la formazione di tensioni sociali. Alla miseria economica si accompagna la miseria culturale altrimenti denominata "cultura analfabeta", costituita sostanzialmente da credenze, tradizioni, leggende, ecc. Le antiche forme di incontro collettivo vengono via via sradicate, da parte degli Stati assoluti, con cerimonie pubbliche organizzate dall'alto - dalle feste relative alle case regnanti, alle esecuzioni dei condannati a morte. Le parrocchie si trasformano pertanto in centri di trasmissione delle direttive degli Stati, in termini di condotta pubblica da canalizzare verso la sottomissione generalizzata. I "valori" sono quindi l'astrazione delle regole di convivenza imposte, le cui deroghe vengono condannate come immorali o irragionevoli e relegate nell'esclusione e reclusione di poveri e malati. Le funzioni assistenziali si confondono con quelle repressive per coloro che non si uniformano o si ribellano. Per delibera amministrativa o su denuncia privata (lettres de cachet), e non per condanna giudiziaria, si può essere internati in case o ospedali, in cui si è considerati rei anche per pazzia, considerata alla stregua della colpa morale o rifiuto del dovere [cfr. Bontempelli-Bruni, Storia e coscienza storica, vol.2, cap.11, Trevisini, Milano 1983].