LA RESISTIBILE ASCESA DELLA POVERTÀ
la struttura del profitto è l'impoverimento permanente

Carla Filosa

"Essi, che son mezzo morti di fame in tutti i tempi,
ci fan sentire con le nostre orecchie il grido delle loro sofferenze,
le gridano al cielo, ci raccontano delle loro abitazioni
colpite dalla miseria, che è impossibile per loro
trovare lavoro e inutile mendicare. Coloro
che sono soggetti alla tassa per i poveri
del luogo sono essi stessi spinti sull'orlo
del pauperismo dalle esigenze delle parrocchie".

[Karl Marx, Il Capitale, I, 3; estratto dal giornale tory Standard, 5 aprile 1866]

Il sangue dei poveri

Le "carrette del mare" o i sostituti gommoni o barconi dei disperati continuano quotidianamente a consegnare, sulle nostre sponde relativamente benestanti, gli impoveriti vivi o morti. Mentre la "Tv del dolore" tenta di risolvere in pietà pelosa o affaccendamento caritatevole i motivi reali, questi restano liberi di creare altri poveri, non importa dove nel mondo. Il sacrificio crescente di intere aree planetarie, zone di degrado ambientale e impoverimento coatto e programmato, costituisce la condizione della "ripresa", o meglio, della "presa" capitalistica in deficit d'accumulazione. "La vendita delle merci, il realizzo del capitale-merce, dunque anche del plusvalore, è tuttavia limitata non dai bisogni di consumo della società in generale, ma dai bisogni di consumo di una società in cui la grande maggioranza è sempre povera e deve rimanere sempre povera" [Marx, Il capitale, II.16,3, n.32]. Più la crisi si prolunga, più i "sacrifici" vengono estesi a tracciare la geografia di separazione tra le classi che li pianificano e quelle predestinate a subirli.
Con la solita propensione a un'ormai desueta necessità sociale di memoria storica, vediamo che agli inizi del nostro Stato unitario, coincidente con la forma imperialistica del capitale mondiale (circa il 1870), il prodursi e l'estendersi dell'emigrazione, per lo più meridionale, costituisce preoccupazione ma anche soddisfazione delle classi dominanti. Mentre infatti i grandi proprietari meridionali temono il fenomeno come minaccia alla stabilità dei salari, e vengono prese severe misure contro l'espatrio clandestino, il conservatore Sonnino rassicurerà (1879) sull'efficacia di quest'ultimo, in quanto allontanamento dei pericoli dovuti alla miseria crescente delle plebi agricole. L'emigrazione, come sfogo alla miseria e garanzia d'ordine, viene allora incoraggiata come diminuita concorrenza del lavoro nella ristrettezza del mercato, e come ingresso di valuta attraverso le "rimesse" degli emigrati.
Dalle recinzioni del XVIII secolo inglese è rimasto questo commento all'espropriazione ed espulsione dei contadini scozzesi: "È come se un re d'Inghilterra rivendicasse il diritto di cacciare in mare i suoi sudditi". E tale diritto l'e-spansione imperialistica internazionale se l'è riservato fino ad oggi, in tutte le fasi delle sue crisi e ristrutturazioni riverberate sulla forza-lavoro da impoverire; diritto sempre oscuro ad analisi socialiste, sempre schermato da letterature lacrimatorie o, in tempi a noi sempre più vicini, anche da interventi assistenziali sotto specie laica o religiosa, soccorritori o sbandieratamente caritatevoli, per l'"emergenza" umana dilagante. All'inizio del secolo scorso lo storico e politico Salvemini [in Movimento socialista e questione meridionale] già denunciava l'uso strumentale dei "poveri operai" di fronte alla perdita del lavoro, al fine di perorare invece la causa protezionista dei padroni della siderurgia e dello zucchero per innalzarne i prezzi. "Ecco gli speculatori a mettere avanti i "poveri operai", e a farli servire come loro giannizzeri contro il resto della classe lavoratrice e contro la nazione".
I mali della "classe maltrattata" - sempre secondo l'analisi salveminiana - assunsero così la fenomenicità del "brigantaggio", dei tumulti sporadici (per i quali "la somma dei morti e dei feriti eguaglierebbe quella di una grande battaglia"), dell'emigrazione, ecc. Quest'ultima favorisce infatti l'accumulazione di capitali, l'arricchimento usurario con i risparmi dell'emigrante, i versamenti al fondo del Commissariato dell'emigrazione, le tasse d'imbarco, gli istituti di patronato e le organizzazioni di assistenza, il proletariato settentrionale (a forte emigrazione continentale) ai danni di quello meridionale (a prevalente emigrazione transoceanica) dietro il grido di "Viva la libertà, semo fratelli!", la "tassa sulla miseria". "In Italia ci sono due proletariati: un proletariato prevalentemente settentrionale, e un subproletariato prevalentemente meridionale (la rinnovata proposta delle sempre attuali gabbie salariali trae origine e giustificazione proprio da qui!): finora il primo aveva il diritto di voto, il secondo no; e un deputato socialista non resisteva mai alla tentazione di favorire il proletariato elettore dei propri paesi nordici, anche a spese del subproletariato non elettore dei paesi ... sudici: il sangue dei poveri piace a tutti".

La gestione dei poveri

I poveri sono sempre esistiti ed esisteranno sempre. È difficile confutare queste mezze "verità", acriticamente proiettate in un futuro che adombra l'eternizzazione di questo presente, scaturito dai sistemi del passato del dominio di classe, della diseguaglianza sociale instaurata nella "preistoria dell'umanità" - secondo la nota definizione marxiana. Tale difficoltà va allora rimossa, con l'aiuto di una rilettura dei cardini storici in cui questo fenomeno acquista significato razionale, fino alla demitizzazione della falsa coscienza, auspicabile nei nostri giorni.
Considerando scontata la conoscenza di una povertà - almeno quella attuale - non come calamità naturale, ma socialmente indotta in quanto utile, è necessario tenere presente questo concetto quando ci si trova di fronte alle varie forme, oggi in voga, di "guerra alla povertà". Che siffatta belligeranza, cioè, non convogli altri "utili", magari di più complessa individuazione. Dalle differenti "tasse sui poveri" che il capitale ha istituito nelle diverse epoche storiche, ai lasciti, donazioni, istituti di beneficenza, opere pie, ospedali, lazzaretti, case di internamento, ecc., possiamo cogliere, nelle differenze dei tempi, una costante: assistere conviene. Il potere esercita, nella generale condivisibile benevolenza, il suo controllo autoritario al proprio mantenimento [* vedi nota finale].
Tralasciando, per ovvi motivi di brevità, l'evoluzione storica delle modalità caritatevoli di istituzioni statali e religiose, e relativi opportunismi, corriamo ai concetti avvalendoci di un unico esempio storico, privilegio del presente. Ancora echeggia, in questi ultimi tempi oscurati, il beatificato mito della "carità" insediatasi a Calcutta. La documentazione vagliata a tale scopo è un testo di Christopher Hitchens [La posizione della missionaria, Minimum fax, Roma 1997, in cui sono riportate indagini di Robin Fox, direttore di The Lancet, 1994, ed altre testimonianze dirette]. L'oscurantismo si ripropone in ogni epoca come lotta alla ragione, funzionale al freno di ogni emancipazione sociale per il rafforzamento di poteri che si autolegittimano sull'assuefazione all'immiserimento, alla dipendenza, alla sottomissione. Nessuna violenza, fisica o psichica viene risparmiata, nessuna frode, inganno o furto viene tralasciato, pur di estorcere consenso o silenzio alle vittime, anche in nome di un dio che si nutre della sofferenza dei derelitti.
Madre Teresa riceve il Nobel per la Pace nel 1979, dopo una sequela di premi istituzionali e donazioni benefiche da tutto il mondo, frutto cospicuo di una fama televisiva e notorietà costruita sulla straripante povertà indiana. Jonathan Peachum, commerciante dei miserrimi tra i miseri, nell'Opera da tre soldi di B. Brecht, asserisce: "il lavoro che faccio è troppo difficile, perché il mio lavoro consiste nell'eccitare la compassione umana". E questa si logora facilmente, bisogna trovare sempre qualcosa di nuovo perché si rinnovi, bisogna continuamente spremere le massime della Bibbia, "ma quanto potrà ancora durare?".
Se dunque anche la miseria è una merce, quanto rende? In termini di denaro, nessuno sa a quanto ammonti il tesoro accumulato da madre Teresa e devoluto alle attività religiose e missionarie, ma non ai malati o poveri da lei gestiti. Il solo Premio internazionale Balzan, 250 milioni di lire, conferitole dal Presidente della Repubblica italiana nel marzo 1979, può fornire un pallido metro dell'entità di questi introiti ufficiali, tralasciando tutti quelli passati sotto silenzio. In termini di potere, e parliamo di potere politico e religioso, conosciamo abbastanza dei suoi rapporti con i capi di Stato più potenti, dittatori come Duvalier, o truffatori largitori di donazioni alle suore missionarie, quali schermi alle proprie impresentabili operazioni finanziarie. Ma oltre a pie coperture l'ormai beata di Calcutta offre il braccio alla crociata vaticana antiabortista giustificandola, in occasione del suo Nobel pacificatore, in quanto "l'aborto è il male peggiore, il più grande nemico della pace".
L'immagine della suora rinunciataria delle cose del mondo sembrerebbe in frantumi. La politica millenaria della Chiesa cattolica si è sempre servita della divisione coscienziale degli espropriati per dominarli, secondo le direttive dei poteri secolari con cui dividere privilegi, ed organizzare l'obbedienza dei già deboli fiaccandone le capacità di opporsi e resistere. È la Chiesa che reclama i diritti estorti alle masse, è la sua mediazione (già oggetto di violento scontro teologico nei lontani anni della Riforma) sociale che le conferisce potere, e per questo deve combattere con ogni arma l'emancipazione e l'autonomia nelle scelte della vita delle popolazioni. Le donne in grado di controllare le nascite costituirebbero un insopportabile elevamento delle proprie condizioni sociali, un grimaldello per spezzare catene secolari di obbedienza nell'inferiorità sociale, incardinata nel ruolo riproduttivo in cui la maggior parte delle culture le hanno segregate, per sfruttarne l'attività nell'annichilimento. Quando poi gli stupri bellici o etnici in Bangladesh e in Bosnia avrebbero potuto indurre l'aborto col significato di riconoscimento della dignità e del diritto delle vittime, tanto l'"Angelo dell'Inferno" quanto il papa accorsero a perpetrare una seconda, più cocente violenza morale: il perdono giustificatorio agli aggressori e l'accoglimento dogmatico di nascituri, già umanamente compromessi dal corredo d'odio e orrore dei "genitori", ancor prima di nascere.
La cultura negante la dignità umana si presenta oggi dietro i vessilli che verbalmente, politicamente reclamano il loro opposto. Decodificare tale messaggio diviene indispensabile per la difesa di sé stessi e l'emancipazione di classe dai poteri economici che manovrano tanto l'immiserimento che il suo apparente soccorso, tanto le guerre quanto i successivi "aiuti" (si ricordino, ad esempio, quelli insufficienti, inefficaci, propagandistici, paracadutati nei deserti afghani dopo i bombardamenti ugualmente Usa), tanto il "diritto alla vita dell'embrione" quanto l'abbandono reale di quella stessa vita, se caduta entro le spire dell'immiserimento capitalistico.
Ancora, la miseria è diventata una risorsa. Non solo nel senso già analizzato da Adam Smith in quanto produce ed evidenzia la ricchezza delle nazioni, ma anche perché legittima gli affari e essa stessa può diventare un affare. Quando poi questa mostra i suoi terribili bisogni, in suo nome possono scaricarsi le coscienze dei parassiti, farsi mantenere per assisterli, farsi finanziare con scopi reconditi inammissibili di fronte alle leggi, resistere finché possibile col ricatto del culto della sofferenza e della morte. Fondamentalismo, fanatismo, multinazionale delle missioni hanno fatto capo a questa suora albanese, che nel 1981 dichiarò: "Penso che la sofferenza della povera gente sia di grande aiuto per il mondo".
La risonanza mediatica di questo agente della politica vaticana ha offuscato ciò che realmente avveniva a Calcutta nella "Casa dei Moribondi": deliberata mancanza di assistenza medica appropriata, di interventi operatori, di analgesici, eccetto l'aspirina, per malati terminali di cancro, lebbra o altre malattie altamente dolorose, mancanza di conforto umano (proibizione di visite per amici, di distrazioni, ecc.), per "prevenire qualsiasi inclinazione verso il materialismo". In compenso, battesimo in punto di morte estorto a musulmani e indù, nella segretezza ipocrita del proselitismo a tutti i costi. Le quotazioni borsistiche cattoliche traggono sicuro vantaggio dall'estensione numerica dei "fedeli".
Se l'aumento della popolazione mondiale comporta l'aumento numerico degli espropriati destinati alla morte per fame, sete, guerra, malattie, disastri ambientali, ignoranza, ecc., ciò costituisce un parziale punto di forza per il sistema. Un "esercito di riserva" di forza-lavoro sempre ricambiabile ad alta ricattabilità contrattuale, cui appaiare un bacino di disperazione infinita a fronte del quale rilevare, per differenza, il benessere discendente delle contrade del privilegio capitalistico. Ogni dissenso, dal comunismo alla "teologia della liberazione", va pertanto rimosso con ogni mezzo.

I "Paesi" poveri

Oltre la mancata giustificazione dell'ultima guerra irachena per le armi di distruzione di massa, il governo di Sua Maestà deve legittimare anche il primato mondiale per la vendita di armi convenzionali ai paesi poveri, o cosiddetti in via di sviluppo. Sembra che nel 2002 la Gran Bretagna abbia venduto in Africa e dintorni l'87,5% della sua produzione bellica, seguita dagli Usa con una cifra del 65% verso i paesi del "terzo mondo". L'affare ammonta a circa 2,8 miliardi di sterline, di poco inferiore ai 3,3 miliardi stanziati per i progetti di sviluppo, sempre nelle zone depresse del mondo. Un bilancio in sostanziale pareggio, a condizione che la depressione mondiale continui ad assorbire, sotto forma di mercato sempre rinnovabile e itinerante, produzione e sovraproduzione dei capitali dominanti.
Un recente sondaggio europeo attribuisce a Israele, seguito da Usa, il primo e rispettivamente secondo posto, in quanto a costituire la principale minaccia per la pace nel mondo. Come naturale, la stampa israeliana ha subito rispolverato la consueta accusa di "antisemitismo" al dissenso espresso sul solo piano politico. Ciò che il sondaggio si guarda bene dal chiedere, men che mai suggerire, è a quali interessi transnazionali giovano le guerre, predisposte molto prima del loro profilarsi mediatico, e a quali interessi "nemici", cioè non disposti a sottomettersi all'imperativo del dollaro, sono destinate, mediante il terrorismo nei confronti di popolazioni casualmente insediate tra le ricchezze da estorcere.
Il dispositivo per cui la produzione di armi debba trovare la sua realizzazione in una guerra, come uso dello scambio avvenuto, venne affrontato già nel no.23 di questa rivista, a proposito della prima guerra in Irak. All'indomani (?) della seconda, senza fine, possiamo aggiungere che le mappe delle prossime guerre debbono solo trovare i loro momenti favorevoli per tradursi nella geografia del sottosviluppo, anch'esso già programmato. Per ora, ad "avvertire" con i bombardamenti la Siria ha provveduto Israele, forse per conto terzi. Ma questo è ancora un criterio semplicistico: il governo di un paese, per quanto sia senz'altro l'unità operativa decisionale che si assume la responsabilità politica, è pur sempre un'identità fittizia a copertura di investimenti trasversali che si intuiscono nelle connivenze, mediazioni, omertà governative postume dei pacchetti azionari e ricatti incrociati. Le sedi dei capitali dominanti si evincono, oltre che dalla storia imperialista di quasi un secolo e mezzo, dalla concentrazione dei templi del denaro battente moneta pregiata di riserva. A queste sedi si concede la pace delle armi a patto che si mantenga saldamente quella sociale. Altrove, alle filiali instabili o insicure finanziariamente, politicamente, socialmente, è riservato, con religioso rigore, lo "stridor di denti".
La diseguaglianza tra nazioni ricche e povere risale al salto qualitativo, definitosi con la cosiddetta "rivoluzione industriale" della fine del XVIII secolo, del modo di produzione capitalistico. Da allora, lo sviluppo del sistema ha comportato un aumento della diseguaglianza sociale, prima nazionalizzata ma ormai da calcolarsi su scala mondiale, tuttora in crescita. Come viene rilevato dagli ultimi studi economici "ufficiali", questa è dovuta sostanzialmente all'esclusione dal controllo delle risorse. Da stime effettuate dalle Nazioni Unite risulta "che nel mondo contemporaneo quasi tre miliardi di persone vivono con meno di due dollari al giorno e oltre un miliardo con meno di un dollaro al giorno. In termini percentuali, queste cifre testimoniano che, a seconda della gravità del problema, una quota variabile tra il 20% e il 50% della popolazione del pianeta può essere considerata povera" [cfr. Elisabetta Basile, Disuguaglianze e povertà, in Dis/uguaglianze, n.1, marzo 2003]. Il concetto di povertà si definisce storicamente e, da una decina d'anni, viene connesso a quello di sviluppo umano, in quanto "processo di allargamento delle scelte che si presentano alle persone, mentre il reddito, fino a quel momento l'indicatore principale per misurare i risultati del progresso dell'umanità, viene relegato al ruolo di "strumento" utilizzabile per il raggiungimento di un fine superiore, che viene identificato nella migliore qualità della vita".
Qualità e durata della vita risultano pertanto soggette a una polarizzazione crescente in ambito planetario, lasciando scoprire una minoranza dominante finora mascherata dietro rappresentanze politiche o manageriali, od anche più diffuse "classi medie" con la funzione di dare corpo e forme concrete ai "valori" feticistici del consumo illimitato. Di contro, l'emergere di un'ineguaglianza sociale - anche se distinta da dati analitici dalla povertà vera e propria - che non risparmia le zone geografiche dominanti, proprio perché una nazione è ormai solo porzione del conflitto di classe planetario, e che mostra la vera natura delle preoccupazioni dei governi nei confronti delle tensioni sociali e possibili sbocchi destabilizzanti. Il termine obliterante tale realtà, massimamente sperequata dal perdurare della crisi di capitale, è governance, governabilità.

Cronici, terminali

La miseria capitalistica presenta dunque non solo i caratteri della cronicità nel sistema, ma, come malattia infettiva peculiare, estende il suo contagio anche a distanza, presentandosi sotto forma di "immigrazione" verso i Paesi di Bengodi nel migliore dei casi, o di mortalità (come suddetto, per fame, sete, malattia, guerra, disastri ambientali, calamità naturali, ecc.) esemplare per le popolazioni escluse. La divisione internazionale del lavoro destina diversamente i poveri da utilizzare per la valorizzazione - nella frantumazione precarizzante della flessibilità, mobilità, ecc. da un lato e disoccupazione o non occupazione dall'altro - e i poveri da usare come deterrente terrorizzante per controllare l'abbassamento salariale, la demolizione dei diritti acquisiti e la misura delle possibilità di vita nelle contrade privilegiate del mondo.
Ad ogni rivoluzione tecnologica, ma anche ad ogni ristrutturazione - ovvero maggior acquisizione da parte del capitale di lavoro morto (macchine, informatica, ecc.) - "si estingue il valore d'uso e con esso il valore di scambio della forza-lavoro" [cfr. Marx, Il capitale, I.13,4]. Si determina così una popolazione superflua gradualmente, se i tempi di introduzione delle macchine sono lenti, ma di massa e con difficoltà acute se il trapasso è veloce. Il consenso all'espulsione dal processo produttivo, nelle nostre società "democratiche", oltre che alla strutturazione mediatica sociale, è affidato ormai all'organizzazione dei sindacati inglobati nella forma corporativa moderna, nonostante resistenze residue contraddittorie. Questo effetto apparentemente temporaneo delle ristrutturazioni è in realtà permanente, in quanto viene estesa a tutti i settori produttivi sia l'innovazione tecnologica sia quella che riorganizza la divisione del lavoro.
Pertanto l'antagonismo oggettivo della forza-lavoro, concorrente delle macchine destinata a soccombere, nasce dalla necessità strutturale e contraddittoria del capitale di eliminare e dequalificare la forza-lavoro, cioè di ridurre costantemente la quota di capitale variabile stanziata. Il fine di tale riduzione poi, contemporaneamente all'aumento di produttività interagente in tutti i settori dovuto alla ristrutturazione, è di aumentare le entrate capitalistiche che, considerate economicamente nel loro complesso, costituiscono in genere la ricchezza di una nazione. E così - come già diceva Ricardo - "la stessa causa ... può far aumentare le entrate del paese ... e peggiorare le condizioni dell'operaio". Ma "questa stessa causa" può tradursi in realtà solo dopo che il capitale "spingendo la scienza al proprio servizio, costringe sempre alla docilità la mano ribelle del lavoro" [cfr. Ure, Philosophy of manufactures].
Rivoluzionamento continuo delle condizioni produttive e docilità lavorativa organizzata, hanno portato ormai il sistema all'espansione mondiale, non ancora definitivamente compiuta. Ma perché sia possibile tale compimento è necessario che vengano portate in avanti tutte le contraddizioni tra cui, le principali: la conflittualità tra capitali e tra questi e il lavoro. La prima comporterebbe la sottomissione economica di tutti i capitali concorrenti di quelli egemonici, la seconda l'instaurazione di una schiavitù concordata, patteggiata e stabilizzata delle popolazioni legate alla produzione. In altri termini, l'estremizzazione di quella tendenza rilevata alla polarizzazione di classe, con l'estensione cronicizzata di un pauperismo mondiale che promana dalla crescente riserva fluttuante, latente e stagnante di "lavoratori poveri", quale stracolmo bacino di utenza intercambiabile, rinnovabile ai comandi di un possibile dispotismo libero da opposizioni. In siffatta prospettiva si dovrebbero avere guerre a ripetizione fino alla possibile soluzione finale, e per l'altro versante nessuna limitazione delle nascite fuori controllo per ogni latitudine. Le delocalizzazioni opportune e fors'anche repentine potrebbero altrimenti soffrirne.
Se tutto ciò dovesse sembrare fantapolitica, sarebbe di sicuro un sollievo inestimabile. È in realtà una lettura del presente che si riconosce in una "previsione" - un déjà vu di più di un secolo e mezzo fa: "Il capitale fugge il tumulto e la lite ed è timido per natura. Questo è verissimo, ma non è tutta la verità. Il capitale aborre la mancanza di profitto o il profitto molto esiguo, come la natura aborre il vuoto. Quando c'è un profitto proporzionato, il capitale diventa coraggioso. Garantitegli il dieci per cento, e lo si può impiegare dappertutto; il venti per cento, e diventa vivace; il cinquanta per cento e diventa veramente temerario; per il cento per cento si mette sotto i piedi tutte le leggi umane; dategli il trecento per cento, e non ci sarà nessun crimine che esso non arrischi, anche pena la forca. Se il tumulto e le liti portano profitto, esso incoraggerà l'uno e le altre. Prova: contrabbando e tratta degli schiavi" [T.J. Dunning, Trade Unions, in Quarterly Review, da Il Capitale, I.24,6, n.250].

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* Sin dal 1601, in Inghilterra viene istituito un tributo, modesto, da devolvere alle parrocchie per assistere i poveri appartenenti alle rispettive circoscrizioni territoriali. Il pauperismo non viene risolto, ma facilita il degrado umano a forme di vita servili e dipendenti, oltre la formazione di tensioni sociali. Alla miseria economica si accompagna la miseria culturale altrimenti denominata "cultura analfabeta", costituita sostanzialmente da credenze, tradizioni, leggende, ecc. Le antiche forme di incontro collettivo vengono via via sradicate, da parte degli Stati assoluti, con cerimonie pubbliche organizzate dall'alto - dalle feste relative alle case regnanti, alle esecuzioni dei condannati a morte. Le parrocchie si trasformano pertanto in centri di trasmissione delle direttive degli Stati, in termini di condotta pubblica da canalizzare verso la sottomissione generalizzata. I "valori" sono quindi l'astrazione delle regole di convivenza imposte, le cui deroghe vengono condannate come immorali o irragionevoli e relegate nell'esclusione e reclusione di poveri e malati. Le funzioni assistenziali si confondono con quelle repressive per coloro che non si uniformano o si ribellano. Per delibera amministrativa o su denuncia privata (lettres de cachet), e non per condanna giudiziaria, si può essere internati in case o ospedali, in cui si è considerati rei anche per pazzia, considerata alla stregua della colpa morale o rifiuto del dovere [cfr. Bontempelli-Bruni, Storia e coscienza storica, vol.2, cap.11, Trevisini, Milano 1983].