Tuttavia non si faccia illusioni: sul federalismo fiscale
l'opposizione è divisa almeno quanto la maggioranza.
Quando si comincerà davvero a parlare di soldi, cioè a gennaio,
se questa nuova Alta commissione di studio sul federalismo verrà
istituita
come previsto, ne vedremo delle belle.
[Massimo Bordignon, Infolavoce.it]
Secondo me la storia - che è una cosa seria -
riempirà di contenuto questo nuovo principio..
Il Texas, per esempio, dispone di rangers: altri stati non ritengono
necessario
istituire una propria polizia. È la storia che dà la possibilità
alla regione
di disporre nel campo della sicurezza di un proprio specifico peso.
[Umberto Bossi, audizione presso la Commissione Questioni Regionali]
Grande è il caos intorno alla materia della "devolution",
certo è che i vari schieramenti fanno a gara, trasversalmente, ad
accelerare il federalismo fiscale o, all'opposto, a frenarlo. Arrivati alla
"roba" i due poli si dividono all'interno perché non riescono
a risolvere la contraddizione insita nelle materie di federalismo fiscale.
L'opposizione accusa la Casa delle Libertà di approvare leggi costituzionali
a colpi di maggioranza, dimenticandosi che la riforma del titolo V era avvenuta
con una maggioranza risicata. Come avevamo previsto, il centro-sinistra,
a partire dal 1996, ha aperto un vaso di Pandora le cui conseguenze, nei
prossimi anni, saranno ancora più devastanti di quelli che già
i ceti medio-bassi, per lo più concentrati nel meridione d'Italia,
stanno subendo.
Dalle riforme del sistema sanitario Bindi-Sirchia si è ormai arrivati
ad ufficializzare quella secessione di fatto riscontrata in questi anni:
è il famoso emendamento Pagliarini che introduce il principio della
regionalizzazione delle imposte sul reddito delle imprese. Avversata da
esponenti politici del centro-destra, da An a Fi, è stata in parte
"temperata" nell'art. 3 c.1, b della "finanziaria"
dove si demanda all'Alta commissione di studio per il federalismo fiscale
la proposizione dei parametri da "utilizzare per la regionalizzazione
del reddito delle imprese che hanno la sede legale e tutta o parte dell'attività
produttiva in regioni diverse". L'Alta Commissione è operativa
dal 31 gennaio ed entro il 31 marzo presenterà la sua relazione e
le sue proposte in applicazione dell'art. 119 della Costituzione, riformato
dal centro-sinistra..
Tradotto in nuce, qualora si applicassero i parametri fiscali dell'Irap
si attuerebbe lo spostamento in chiave federalista di un bel gruzzolo: il
Sole 24 Ore [12.11.2002] stima una riallocazione dei tributi di più
di circa 5 miliardi di Ä per le sole società di capitali. Ad
esempio la percentuale Irap della Lombardia è del 29% mentre quella
Irpeg sarebbe del 33,29%. Il Piemonte passerebbe dal 10,15% Irap al 16,93%
Irpeg, il Lazio dall'11,98% al 16,93%, dovuta a una buona concentrazione
di imprese finanziarie e banche. Sul fronte meridionale la Calabria ha lo
0,76% dell'Irap e lo 0,19% dell'Irpeg, la Sardegna l'1,5% Irap e 0,36% dell'Irpeg.
Tutte le regioni meridionali partecipano al totale della riscossione Irpeg
per percentuali insignificanti, si va dall'1,33 della Campania allo 0,21
del Molise.
Stante il fatto che il tessuto economico italiano è formato da Pmi
con la rete di subfornitura delle, poche, grandi imprese italiane concentrata
nel centro-nord si può immaginare quanta "roba" è
stata messa sul fuoco con questo emendamento. Lo spostamento di ricchezza,
dal livello centrale al livello federale, è talmente enorme che la
stessa Alta commissione di studio non ha ancora reso pubblico l'ammontare
del fisco regionalizzato in materia di tassazione alle imprese. Ma vi sono
due questioni che vanno affrontate. La prima è che l'art. 119 prevede
meccanismi di perequazione simili a quelli stabiliti per, l'affossato, sistema
sanitario e su questo si è già visto che il gioco non è
affatto a somma zero [cfr la Contraddizione, no.90]. La seconda,
molto più importante, è che lo stesso art. 119 prevede la
possibilità per le Regioni di avere autonomia tributaria nelle materie
loro spettanti, tra cui rientra, per l'appunto, lo stesso emendamento Pagliarini
e le proposte che in sede di Alta commissione verranno approvate e trasmesse
al parlamento.
La vera devolution sta proprio in questo riassetto fiscale contenuta
in una norma della finanziaria 2003 e che utilizza non solo la legislazione
fiscale siciliana (regione a statuto speciale che contempla il meccanismo
del prelievo fiscale Irpeg regionale), ma soprattutto le "finestre"
aperte con la riforma del titolo V della Costituzione voluta dal centro-sinistra,
la quale grida "al lupo" sulla devolution riguardante la
polizia o la scuola, ma si guarda bene dal contestare questa vera e propria
"rivoluzione fiscale" che avvantaggia il centro-nord. Ciò
dimostra il fatto che i "devolutori" sono trasversali e che le
accuse al governo Berlusconi di "aver dimenticato il Sud" sono
solo coperture mediatiche per celare all'elettorato la vera posta in gioco.
In questi mesi si è assistito nel Parlamento ad un falso "muro
contro muro" sulla devolution con 900 emendamenti presentati
dal centro-sinistra, ma esso si è guardato bene di contestare con
efficacia l'emendamento Pagliarini che sancisce la fine della fiscalità
centrale dello Stato e scardina tutto l'assetto della prima parte della
Costituzione. Si è stabilita dunque la secessione fiscale.
Arrivati a questo punto è molto probabile che l'autonomia tributaria
regionale riguarderà anche l'Irpeg, con la possibilità di
diminuirla laddove sarà possibile. Visto il fiume di denaro che si
riverserà in molte regioni del centro-nord la possibilità
offerta ad esse dall'art. 119 della Costituzione costituirà la base
per avvantaggiare il sistema produttivo del centro-nord dalla concorrenza
internazionale e dalla crisi che sta sconvolgendo la rete delle Pmi italiane.
Finita l'era delle "svalutazioni competitive" l'apparato produttivo
italiano del centro-nord utilizzerà la leva fiscale regionalizzata
per sfuggire dalla morsa della competizione mondiale. È bene rammentare
inoltre che il ddl delega sulla riforma fiscale prevede, tra le altre cose,
la graduale soppressione dell'Irap[1].
Accanto alla leva fiscale, i gruppi capitalistici del centro-nord,
ruotanti intorno alla figura del vice-presidente della Confindustria, Nicola
Tognana, auspicano la realizzazione del titolo V in materia di politica
industriale, regionalizzata dalla riforma costituizonale del centro-sinistra.
È da notare che Tognana [2] è
il grande elettore di Antonio D'Amato alla Confindustria, la quale ha avuto,
con il suo corso, una modifica "federalista" a livello gestionale
e organizzativo. Ebbene D'Amato, in una lunga intervista concessa al Sole
24 Ore il 20 febbraio 2003 [3] si scaglia
contro i salotti buoni della finanza, attacca la riforma bancaria che ha
riportato in auge in Italia la banca universale e, soprattutto, difende
a spada tratta il sistema delle Pmi dell'"Azienda-Italia" che
necessitano, però, di una nuova fase di concentrazione. Si profila
nei prossimi anni uno scontro tra il capitale finanziario italiano legato
alla finanza europea e il sistema delle Pmi italiane strozzate dalla crisi
di sovrapproduzione, dai concorrenti asiatici, dall'euro forte, dal crollo
dei consumi interni e, soprattutto, dal credit crunch [4].
Le banche italiane, in vista di un ulteriore fase di centralizzazione, abbattono
gli impieghi presso le Pmi sia perché si concentrano sulle (poche)
grandi imprese rimaste per tornaconto finanziario - vedi caso Fiat - sia
perché, e questo non è sufficientemente analizzato sulla stampa
economica italiana, hanno paura di rischiare troppo in settori in cui le
quote di mercato sono sempre più decimate dalla concorrenza estera,
contro la quale gli imprenditori invocano una nuova stagione protezionistica.
Il fantasma di Maastricht, effetto della crisi di sovrapproduzione, dopo
i salariati, si abbatte sulle Pmi alla stregua di quanto avvenne in Italia
negli anni '20 [cfr. Pietro Grifone, Il capitale finanziario in Italia,
Einaudi, 1973]. È molto probabile che, in ultima battuta, l'estrazione
di plusvalore mediante la devolution dalle regioni meridionali al
centro-nord verrà "riassorbito" dal capitale finanziario
che lo utilizzerà come massa critica nella competizione europea e
mondiale. Già oggi la raccolta bancaria del centro-sud viene utilizzata,
come effetto dell'acquisizione degli istituti di credito meridionali, dalle
grandi banche del centro-nord per operazioni di consolidamento e centralizzazione
finanziaria.
Se sul piano centrale vi è un riassetto del mercato del lavoro finalizzato
a maggiore flessibilità con l'approvazione della delega Maroni-Sacconi,
il livello regionale utilizzerà la leva fiscale non certo per finalità
redistribuitive ma unicamente per "accompagnare" le imprese del
centro-nord nella competizione europea e mondiale. I ceti medio-bassi del
centro-nord saranno invece sempre più soggetti alle imposte indirette,
ad aumenti delle tariffe pubbliche e al pagamento del sistema sanitario
regionalizzato.
Inoltre, qualora venisse approvata la devoluzione scolastica,
vi è il rischio che le regioni con minori disponibilità di
risorse aumentino le dimensioni delle classi sfoltendo maggiormente il numero
degli insegnanti. Nei prossimi 10 anni sono previsti il pensionamento di
circa 340 mila docenti nelle scuole pubbliche: quest'enorme massa di salariati
fissi è probabile che verrà sostituita da personale precario
proveniente soprattutto dal centro-sud, i quali non avranno, ancor più
di adesso, la possibilità di far "ritorno a casa". Esso
costituirà un bacino di forza-lavoro, di natura intellettuale e fortemente
precarizzata, nella fornitura di "servizi pubblici" in seguito
privatizzati. Si può immaginare il livello di pluslavoro estraibile
conseguente alla precarizzazione (plusvalore relativo concernente l'intensificazione
e la condensazione di lavoro, altrimenti detta flessibilità) e all'allungamento
della giornata lavorativa (pluslavoro assoluto) già oggi portata
a 18 ore settimanali per tutti.
Se la riforma del titolo V della Costituzione voluta dal centro-sinistra
nel 2001, incentrata sul noto principio di sussidarietà e
legislazione concorrente (art. 3 l.cost. 2001), comporterebbe il trasferimento
di potestà alle regioni per circa il 40% delle spese correnti dello
stato, l'attuale riforma devolutrice, con la legislazione esclusiva in materia
di organizzazione e assistenza sanitaria, definizione di programmi scolastici
e polizia locale ecc. implica, teoricamente, il trasferimento di circa il
70% delle spese correnti dello Stato. Al riguardo le finalità dei
devolutori sono il riassetto del quadro delle spese correnti così
ripartite: 70% alle regioni, 15% allo Stato, 15% al fondo perequativo nazionale.
Ma ... c'è un ma. Gli è che circa il 25% delle spese correnti
dello Stato è costituito dal pagamento degli interessi sul debito
pubblico (i cui creditori sono per la gran parte concentrati nel centro-nord)
e la previdenza sociale, con una maggiore incidenza del centro-nord dati
i trend demografici, eccezion fatta per l'assistenza, maggiormente
concentrata al sud.
L'unico modo per aumentare nel futuro la quota delle regioni sulla spesa
corrente sarà, dunque, quella di comprimere la percentuale del fondo
perequativo nazionale, utilizzando gli stessi criteri già in vigore
con il fondo perequativo della sanità [si veda ancora la Contraddizione,
no.90]. Un secondo elemento, di cui già si parla, è la riforma
dell'assistenza all'interno della previdenza sociale, l'unica possibilità
offerta, al momento, alla Casa delle Libertà per riformare la previdenza
sociale senza toccare le pensioni, le quali potranno essere ritoccate dopo
la prossima tornata elettorale.
Il ddl Bossi ha inoltre un quadro normativo che, se approvato, farà
carta straccia della Costituzione. In effetti l'art. 3 che modifica il quarto
comma dell'art.122 della Costituzione prevede che i consiglieri regionali
non possano essere chiamati a rispondere dei voti dati. Inoltre " sulle
deliberazioni dei consigli regionali non può essere sollevato conflitto
di attribuzione davanti alla Corte Costituzionale". In pratica con
la legislazione esclusiva in materia, ad esempio, di organizzazione e assistenza
sanitaria, un Consiglio Regionale potrebbe emendare, in violazione della
stessa prima parte della Costituzione, soprattutto l'art. 3. Se si dà
competenza esclusiva, una Regione potrebbe decidere l'abolizione del sistema
sanitario pubblico e sostituirlo con un sistema di mutua o con una sanità
interamente privata, integrata dal sistema dei bonus già in
vigore in Lombardia. Stesso discorso può applicarsi alla scuola e
in altre materie di competenza esclusiva regionale quali beneficenza pubblica,
viabilità e lavori pubblici d'interesse regionale, agricoltura (art.
2 ddl Bossi). Sul piano costituzionale nei prossimi anni si prevedono conflitti
d'attribuzione di una tale portata e ampiezza che è sufficiente a
capire perché il prossimo passo sarà la modifica della nomina
e della composizione della Corte Costituzionale e ciò rientra pienamente
nell'art. 4 del ddl Bossi che modifica l'art. 135 della Costituzione, prevedendo
la nomina di 5 giudici su 15 da parte dei presidenti delle giunte e dei
consigli regionali riuniti in assemblea comune.
Se approvato il ddl Bossi, oltre a gravi ripercussioni per le popolazioni
meridionali, apre la strada ad un percorso di privatizzazione di settori
pubblici primari quali la sanità ed in futuro il sistema scolastico
(stile Formigoni-Vittadini) e, soprattutto, una liquidità della forza-lavoro
in questi settori tali per cui vi sia sempre più una precarizzazione
del rapporto di lavoro (riforma Sirchia, riforma del mercato del lavoro
Maroni-Sacconi).
Già oggi, con la finanziaria 2003 e in applicazione con alcuni provvedimenti
del centro-sinistra, tra cui la legge finanziaria del 1998, incominciano
ad applicarsi le strategie di attacco verso il settore della scuola. Senza
entrare nel merito della riforma Moratti, occorre dire che l'art. 35 della
finanziaria 2003 (Misure di razionalizzazione in materia di organizzazione
scolastica) punta ad un taglio drastico dei posti in organico dei posti
in organico tra personale Ata e ausiliario e personale docente. Per i primi
la dotazione organica scenderà del 6% entro il 2005 (27 mila unità),
mentre per il personale docente si confermano i tagli della legge 212/02
con una riduzione nel triennio 2003/2005 di circa 34 mila unità.
Ciò provocherà una fortissima mobilità regionale o
interregionale del personale di ruolo e l'espulsione di migliaia di precari
della scuola.
Contemporaneamente si avvia la privatizzazione della scuola con il ricorso
agli appalti esterni in materia di igiene ambientale, pulizia e vigilanza
e con la conseguente decurtazione dei posti corrispondenti negli organici
del personale di ruolo, come già previsto dalla finanziaria del 1998
varata dal centro-sinistra.
In attuazione dell'art. 35 nel febbraio 2003 la "ministra" Moratti
ha messo a punto un decreto che taglia 8 mila posti del personale docente,
quasi tutti concentrati nel centro-sud [cfr. Cala la scure della Moratti
sul centro-sud, in Italia Oggi, 18.2.2003]. Ad esempio l'Abruzzo
registra variazioni di organici dell'ordine del 5,5%, la Calabria del 4,3
%, mentre la Lombardia (+0,57%) e l'Emilia Romagna (1,3%) registrano aumenti
di organici dovuti alla buona natalità degli immigrati, assieme alla
ricongiunzione familiare, e al trasferimento dal sud di interi nuclei familiari.
Iniziato dai primi anni novanta, il percorso federalista/secessionista si
inquadra sempre più come il "cavallo di Troia" per abbattere
il salario sociale di classe e per imprimere sempre più l'estrazione
di plusvalore in settori prima pubblici poi privatizzati. Infine, nel campo
della polizia locale, si è vista la domanda di Bordignon: "cosa
sia la polizia locale, nessuno lo sa". Viste le premesse economiche
e sociali del disegno federalista/secessionista, essa potrebbe forse rappresentare
un corpo di polizia dedito esclusivamente alla lotta al dissenso nelle metropoli
e nelle principali città del nord.