Scheda


LA PAZZIA DEL CAPO
la metafora del delirio del Re di Prussia

Karl Marx *


[*] Tratto da La pazzia del re di Prussia, scritto a Londra ma datato Berlino, 2 ottobre 1858, e pubblicato in New York daily tribune, n.5462, 23 ottobre 1858 [ristampato in Marx-Engels opere, vol. XVI, Editori Riuniti, Roma 1983]. In questa riscrittura sono tolti, per ovvii motivi di "ricorrenza" del fenomeno in questione, i riferimenti specificamente prussiani che Marx riferì agli eventi e alle situazioni dell'epoca. Oggi non c'è più né la Prussia, né il suo re (qui perciò rinominato semplicemente "capo"), né conseguentemente la regina (egregiamente sostituita dal termine generico "squadra"), ma de te fabula narratur ...


In uno dei suoi racconti, il romanziere tedesco Hauff narra come una piccola città pettegola e assetata di scandali venisse scossa un giorno dal suo abituale stato di autocompiacimento scoprendo che il giovane più alla moda, il gallo del pollaio, insomma, altro non era che uno scimmiotto travestito. Il popolo, o una parte di esso, sembra essere al momento oberato dall'ancor meno piacevole idea di essere stato governato, negli ultimi anni, da un pazzo. Sta perlomeno balenando il sospetto, nell'opinione pubblica, che una qualche grossa mistificazione sia stata perpetrata ai danni dei "fedeli" sudditi. Non è certamente, come vorrebbero "John Bull" [gli Usa] e i suoi bravi giornalisti, dalla condotta del capo durante la guerra, che nascono questi timori.
Se un uomo, di qualsiasi condizione per quanto umile, si dimostra all'improvviso esattamente il contrario di quello che lo si credeva, in generale le persone che lo circondano, irritate e gabbate, non mancano di ripercorrere tutta la sua vita, riesumare vecchie storie, ricordare tutte le volte che c'era stato in lui qualcosa di storto, rimettere insieme pezzi e bocconi del passato, per arrivare finalmente a concludere con amara soddisfazione che avrebbero dovuto sempre aspettarselo. Così adesso si ricorda che il primario del manicomio fu improvvisamente convocato dall'allora capo di gabinetto per curare il capo che soffriva, come allora si disse, di un'infiammazione cerebrale. Il sistema nervoso di "sua maestà", sussurrarono in circoli molto confidenziali i mirmidoni del governo nuovo di zecca, era stato brutalmente scosso dalle manifestazioni, e specialmente dalla volta che il popolo gli aveva rinfacciato un "malinteso" previamente concordato. Che il capo sia poi guarito non c'è dubbio; ma non è affatto certo che non sia rimasto, come Giorgio III d'Inghilterra, soggetto a periodiche ricadute. Ad alcune occasionali eccentricità del suo comportamento non si è dato peso perché si sa che indulge piuttosto liberamente alle libagioni, che una volta scatenavano la follia delle sacerdotesse di Dioniso a Tebe.
Tuttavia, quando ebbe il pretesto di porre la prima pietra del nuovo ponte, strane voci corsero su di lui. Con la faccia aggrottata, le gambe malferme, la pancia prominente, e un'espressione di ansia incoercibile nello sguardo, sembrava lo spettro di se stesso. Mentre pronunciava il discorso esitava, inciampava sulle parole, ne perdeva ogni tanto il filo, appariva a disagio, mentre la "squadra", al suo fianco, ne spiava ansiosamente ogni movimento. Contro tutte le sue precedenti abitudini non ricevette nessuno, e non andò in nessun posto se non accompagnato dalla "squadra", che era diventata da lui inseparabile. Dopo il suo ritorno nella capitale trapelarono di tanto in tanto strani "si dice", si parlò di lesioni fisiche che avesse inferto, in attacchi d'ira, ai suoi ministri. Per eludere la curiosità del pubblico si disse che il capo soffriva di idropisia. Più tardi, i racconti di disavventure incorsegli nel suo parco (una volta s'era fatto male a un occhio battendo contro un albero, un'altra s'era fatto male a una gamba urtando contro una pietra) divennero sempre più frequenti e si cominciò a insinuare da una parte o dall'altra che soffrisse di temporanei attacchi di pazzia. In particolare si disse che era convinto di essere un allievo ufficiale che ancora dovesse superare la prova di quelle che, nel linguaggio dei sergenti, si chiamano marce di addestramento. Di qui le malaugurate scorribande nei suoi parchi.
Questi e altri ricordi d'un decennio vengono ora messi insieme con cura. Perché non pensare che un pazzo sia stato accollato come capo al popolo, dato che ora si ammette che almeno negli ultimi mesi egli era stato tenuto alla guida del paese nonostante la sua malattia mentale, e si denunciano pubblicamente, per conflitti tra i membri del governo, i giochi di prestigio della "squadra". Nei casi di follia derivanti da rammollimento cerebrale, i pazienti, in generale, conservano fino alla morte momenti di lucidità. È il caso del capo, e proprio questo particolare carattere della sua pazzia ha fornito il destro alle truffe che sono state commesse.

La "squadra", che sorvegliava in continuazione il capo, approfittava di ogni intervallo di lucidità per mostrarlo al popolo, o per farlo intervenire in occasioni pubbliche, addestrandolo alla parte che doveva recitare. Ma talvolta quei calcoli fallivano pietosamente. Alle nozze della figlia di un altro presidente, come si ricorderà, il capo doveva assistere in pubblico alla cerimonia religiosa. Tutto era pronto, e ministri, aiutanti di campo, cortigiani, ambasciatori stranieri, e la sposa stessa, lo stavano aspettando, quando improvvisamente, malgrado gli sforzi disperati della "squadra", fu preso dall'allucinazione di essere lui lo sposo. Alcune strampalate osservazioni che pronunciò sul singolare destino di doversi sposare una seconda volta essendo ancora viva la prima moglie, non lasciarono agli organizzatori di quella esibizione altra scelta che d'annullare la recita annunciata.
L'audacia della condotta della "squadra" si può comprendere dal seguente episodio. Vige ancora un'antica consuetudine secondo la quale una volta l'anno i "sudditi" pagano al capo un tradizionale tributo. In quell'occasione la "squadra", per dimostrare alla gente del popolo la falsità delle dicerie che ormai circolavano liberamente sullo stato mentale del capo, osò invitare i rappresentanti dei "sudditi" a un pranzo presenziato dal capo in persona. In realtà il pranzo andò abbastanza bene, il capo borbottò poche parole mandate a memoria, si comportò in maniera sorridente e complessivamente corretta. La "squadra", per paura che la scena fin lì così ben riuscita andasse a finir male, si affrettò ad accomiatare gli ospiti, quando il capo improvvisamente si alzò e chiese con voce sonante di essere messo in padella. Il racconto delle Mille e una notte dell'uomo trasformato in pesce era diventato realtà. Fu probabilmente per queste imprudenze, che d'altronde la "squadra" doveva inevitabilmente arrischiare per condurre il suo gioco, che la commedia è finita.
Inutile dire che un rivoluzionario non avrebbe mai potuto escogitare un mezzo più efficace per squalificare le istituzioni. Il grosso pubblico non aveva mai sospettato che la famigerata "squadra" stessa fosse a capo dell'intera camarilla. Le veniva dato l'appellativo di "madre della patria", si riteneva che non avesse alcuna influenza pubblica e che si tenesse al di fuori di ogni faccenda politica. Correva qualche ironia su un mistico Ordine, fondato dal capo proprio per essa; ma la maldicenza finiva qui. Dopo le manifestazioni di piazza, il capo invitò il popolo alla moderazione in nome della "madre della patria", e l'appello non rimase del tutto inascoltato. Ma a partire da lì, tuttavia, il giudizio del pubblico sulla "squadra" è un poco alla volta mutato. La sua magnanimità si rivelò sorda alla voce delle madri e delle sorelle i cui figli e fratelli erano caduti. La "madre della patria", condannando coloro il cui crimine, d'aver difeso i diritti del popolo, pareva ormai dimenticato, spendeva intanto l'intero suo capitale di sentimentale devozione rendendo pubblico omaggio alla tomba dei soldati morti nell'attacco e in simili atti di ostentata reazione. Anche le sue feroci liti con l'"opposizione" ufficiale diventarono ripetuto oggetto di commenti da parte del pubblico; ma era del tutto naturale che, essendo com'era senza eredi, ce l'avesse con l'altero cartello d'"opposizione" quale successore legittimo del capo.