Vladimiro Giacché
Politicamente democristiano, cattolico con convinzione,
legato per molti anni da un'amicizia molto stretta con De Mita,
buon amico in tempi più recenti di Silvio Berlusconi,
amico d'infanzia di Pietro Lunardi (parmense anch'egli)...
Fa parte di quella piccolissima schiera di imprenditori italiani
che sono cresciuti e sono diventati grandi. Un manipolo:
i Benetton, Del Vecchio di Luxottica, Merloni, Ferrero, Berlusconi
[M. Panara, Calisto, l'uomo che creò un impero e poi lo distrusse,
in la Repubblica, 15 dicembre 2003]
Parmalat è un'attraente storia di ristrutturazione. Comprare
[Solomon Smith Barney, 13 novembre 2003]
L'impianto complessivo è sano, ho sentito uomini del management
di Calisto Tanzi:
mi hanno dato garanzie. Quindi ho tutte le speranze,
ci sono tutte le condizioni, perché Parmalat non segua l'esempio
di Cirio
[G. Alemanno, ministro dell'agricoltura, 10 dicembre 2003]
La banda del buco
L'affare Parmalat riempie da mesi le pagine - non solo economiche - di tutti i giornali. I fatti sono noti, e possono riassumersi in pochi dati e cifre. Parmalat era sino al dicembre scorso la settima più importante società quotata alla Borsa di Milano: 146 stabilimenti in tutto il mondo, società controllate un po' dappertutto, e una presenza molto forte soprattutto nel continente americano (dal Canada, agli Stati Uniti, alla gran parte dei Paesi dell'America centrale e del sud); 36 mila dipendenti, di cui 4.000 in Italia. Oggi però l'attenzione dei più è rivolta ad un altro genere di partecipazioni: il fittissimo reticolo di società finanziarie, per lo più fittizie e situate in paradisi fiscali quali le isole Cayman, lo stato del Delaware (Usa), l'isola di Man (Gran Bretagna), nonché in Lussemburgo e Svizzera. Società che consentivano di evadere il fisco, e di distrarre danaro dall'azienda per rimpinguare le casse di amici e collaboratori. Ma, soprattutto, avevano lo scopo di nascondere un vero e proprio disastro economico: un buco di oltre 14 mrd euro, risultante da 7,5 mrd euro di obbligazioni, 3 mrd euro di prestiti bancari, 3,6 mrd euro di liquidità fittizia (la cui esistenza veniva "provata" con documenti falsi, creati con uno scanner). Si tratta di cifre ovviamente provvisorie (più volte negli ultimi mesi sono state riviste al rialzo), ma che rendono l'idea dell'entità del disastro. Tutto chiaro, quindi? In verità, in pochi casi come in questo il detto hegeliano, secondo cui ciò che è noto non per questo è anche conosciuto, si rivela appropriato. E non soltanto - né soprattutto - per l'intrinseca difficoltà della materia. Ma per il fatto che negli ultimi mesi sono stati agitati molti bersagli falsi, e propinate al grande pubblico una notevole quantità di "verità" autoconsolatorie - con il risultato di confondere le idee e perdere di vista le cause profonde, i motivi strutturali del disastro Parmalat. Proviamo a rileggere questa vicenda attraverso queste presunte "verità" - e vediamo cosa c'è sotto.
1. "La crisi Parmalat è una crisi finanziaria e non industriale"
Su questo assioma c'è stato un vero e proprio martellamento di
dichiarazioni: spesso accorate, mai argomentate. Ascoltiamo gli "esperti":
"Di fronte a una situazione tanto complessa, la prima esigenza è
naturalmente quella di salvaguardare un pezzo importante, e sano, del
sistema imprenditoriale italiano" [Marco Onado, il Sole 24 Ore,
10 dicembre]. "Questa bruttissima faccenda costituisce un peculiare
intreccio tra una sana imprenditorialità padana e un torbido mondo
finanziario mondiale" [Giorgio Ruffolo, la Repubblica, 21
gennaio]. Di analogo tenore quanto sostenuto in un articolo di Nicoletta
Rocchi (Cgil) pubblicato a fine febbraio su Rassegna sindacale: "La
storia della Parmalat è la storia di una grandissima truffa perpetrata
da una famiglia produttrice nel settore agro-alimentare che, anziché
valorizzare la sua originaria vocazione, si è lanciata in sconsiderate
scorribande finanziarie, entrando in un gorgo che ha affossato un gruppo,
dal punto di vista industriale, sano e competitivo". Neppure il
segretario della Uil Angeletti ha avuto il cuore di risparmiarci la sua
personale interpretazione della vicenda: "la crisi Parmalat dimostra
che c'è stata qualche acquisizione eccessiva da parte degli ex
managers" [23 febbraio]. A questo vero e proprio coro non poteva
mancare la voce del ministro Alemanno, di cui abbiamo già riportato
una lungimirante dichiarazione: "alla base delle crisi industriali
di Parmalat e Cirio non c'è colpa delle filiere, dei lavoratori
[ci mancherebbe altro! - ndr] e della produzione, ma una vergognosa
crisi finanziaria" [3 marzo].
Non mancano ovviamente dichiarazioni anche più pittoresche, ai limiti
del ridicolo. Come quella del presidente di Federalimentare, Luigi Rossi
di Montelera: "le crisi gravissime di Cirio e Parmalat sono due patologie
che si sono manifestate nel settore alimentare, ma non c'entrano niente
col settore alimentare" [23 febbraio]. Ancora più divertente
il sig. Marco Rosi, presidente di Parmacotto e Confindustria Parma, il quale
si è lanciato in una vera e propria filippica contro l'eccesso di
finanza, rivendicando il fatto di appartenere ad "un sistema imprenditoriale
sano, forte e dedito al lavoro"; il tutto, ovviamente, poche settimane
dopo aver rinegoziato un debituccio con le banche ... A ben vedere, tutte
queste dichiarazioni sono giocate su coppie di opposti coordinate tra loro:
industria contro finanza, ossia sano contro patologico. Non ci siamo.
Per ragioni di carattere particolare (inerenti cioè a questa vicenda),
ma anche di natura più generale. Vediamole.
Intanto, va detto che i bilanci non si falsificano per il gusto di farlo:
si falsificano perché sono in rosso. Questo era ciò che era
avvenuto nel caso Enron, e questo è ciò che è accaduto
a Parma. Con una particolarità: che la Parmalat i bilanci li falsificava
ormai da 15 anni. I problemi industriali del gruppo Parmalat risalgono
infatti almeno alla fine degli anni ottanta. La risposta di Calisto &
Co. è duplice. Da un lato, la quotazione in borsa, per "socializzare
le perdite" attraverso i soldi dei risparmiatori. Il veicolo è
rappresentato dalla ex "Finanziaria centro nord" di Giuseppe Gennari
(poi arrestato, nel 1992, dopo aver bruciato con la sua Fidifin 415 mrd
), che diventa "Parmalat finanziaria". Alla quotazione seguono
3 aumenti di capitale (nel 1990, nel 1993 e nel 1996), congegnati però
in modo da mantenere saldamente il controllo della società nelle
mani della famiglia Tanzi. Dall'altro, le acquisizioni a raffica:
queste acquisizioni - checché ne pensi Angeletti - non sono la causa
dei problemi, ma uno degli strumenti per nasconderli. Parmalat ha
margini bassissimi sui business tradizionali (a cominciare dal latte),
ha problemi di bilancio e molti debiti, e tenta di nasconderli comprando
altre aziende: così da apparire "la grande multinazionale italiana
del latte", occultare la vera radice dell'indebitamento, e rendere
i bilanci inconfrontabili da un anno all'altro. Solo così si spiega
il ritmo forsennato delle acquisizioni: che - per limitarsi agli anni più
recenti - nel 1999 sono state effettuate per un valore di 632 mln euro,
nel 2000 per 718 mln euro, nel 2002 per 179 mln euro. Il tutto è
ovviamente accompagnato da una contabilità parallela, da distrazioni
di fondi verso paradisi fiscali, da false fatturazioni ecc. ecc. E, ovviamente,
da revisori dei conti compiacenti che certificano il falso: esattamente
come era accaduto nel caso Enron. In ogni caso, questi sono i motivi specifici
per cui non ha senso contrapporre industria sana a finanza malata
nel caso Parmalat.
Ma è più in generale la contrapposizione tra industria
e finanza che non ha alcun senso.[1]
Perché la fase attuale di sviluppo del capitalismo è per l'appunto
caratterizzata dal predominio del "capitale finanziario",
da intendersi però come fusione di "capitale bancario"
(in senso lato) e "capitale industriale" [Lenin]. A differenza
di quanto pensano tutti coloro i quali si trastullano con l'opposizione
di industria e finanza, qui si ha per l'appunto una "fusione";
che, a sua volta, non è affatto una patologia transitoria, bensì
una tendenza immanente al modo di produzione capitalistico. Per un motivo
che già Marx aveva spiegato: "con lo sviluppo del modo di produzione
capitalistico, cresce il volume minimo del capitale individuale, necessario
per far lavorare un'azienda nelle sue condizioni normali": infatti,
"contemporaneamente alla caduta del tasso di profitto, aumenta il volume
minimo di capitale che è necessario al capitalista individuale per
la messa in opera produttiva del lavoro".[2]
E qui che interviene quello che Marx definiva "il sistema del credito"
(e che oggi è rappresentato dall'insieme delle attività finanziarie):
che, per la sua stessa centralità, diviene ben presto "un'arma
nuova e terribile nella lotta della concorrenza trasformandosi infine in
un immane meccanismo sociale per la centralizzazione dei capitali".
Quindi abbiamo in parallelo due processi strettamente connessi tra loro:
concentrazione e centralizzazione dei capitali da un lato (in una
parola: formazione dei monopoli) e "finanziarizzazione"
dall'altro. E questo ci aiuta a contraddire un altro luogo comune sul crac
Parmalat.
2. "Un "rapporto malato" tra banca e impresa"
La "fusione" [Lenin] o "simbiosi" [Bucharin] del
capitale bancario col capitale industriale, e quindi di banca e industria,
che dà vita al "capitale finanziario", non è una
"malattia" rispetto allo sviluppo del capitalismo: non più
di quanto i capelli bianchi siano una "malattia" per una persona
anziana. (Per restare in metafora, si può dire che i capelli bianchi
sono semmai il sintomo di quella particolare "malattia"
che è la vecchiaia dell'uomo; precisamente allo stesso modo, si può
dire che il predominio del capitale finanziario sia un sintomo dell'imperialismo,
ossia della vecchiaia del capitalismo).
Lasciamo però da parte le definizioni e andiamo oltre. Nelle ultime
settimane si è puntato il dito contro gli incroci azionari tra banche
e imprese, come pure contro la molteplicità dei ruoli giocati dalle
banche (quella di finanziatore, di azionista e di collocatore di obbligazioni
di una data impresa presso il pubblico dei risparmiatori). Il punto è
che tutto questo non rappresenta l'atto di arbitrio di qualche banchiere
in preda a un delirio di onnipotenza: al contrario, costituisce la necessaria
conseguenza di alcune riforme del sistema finanziario che sono state
realizzate in Europa e negli Stati Uniti negli anni novanta del secolo scorso.
E che hanno fatto cadere la barriera tra banche commerciali e banche d'investimento.
Tale barriera era stata eretta dopo la crisi del 1929: negli Usa con lo
Steagall-Glass Act del 1933, in Italia con la Legge bancaria del 1936. In
Europa, a seguito di una serie di direttive europee, questa barriera è
caduta nel corso degli anni novanta: in Italia il nuovo assetto è
stato stabilito definitivamente con il testo unico bancario del 1998. Negli
Usa lo Steagall-Glass Act è stato abolito nel 1999 (ma già
due anni prima era stato aggirato consentendo la fusione tra la banca d'investimento
Morgan Stanley e la banca commerciale Dean Witter).
Il motivo della contemporanea abolizione di questa barriera negli
Usa e in Europa - che ha resuscitato ovunque la "banca universale"
- è facile a dirsi: esso risiede nella possibilità, che così
si è creata, di mobilitare più ingenti capitali per le imprese
(ancora più ingenti in prospettiva, ove si realizzi la fusione tra
imprese bancarie e colossi assicurativi). Il fatto di poter disporre di
tali capitali è nella situazione attuale una necessità,
alla luce dell'intensificarsi di due processi, tra loro connessi: da
un lato la sempre più rilevante creazione di monopoli (e qui
basterà ricordare che nel periodo 1989-2002 l'aumento dimensionale
delle imprese sovranazionali è stato del 103% in Europa, del 64%
negli Usa), dall'altro la crisi che ha investito molte imprese, anche
di grandi dimensioni. A quest'ultimo riguardo va notato che spesso le partecipazioni
azionarie delle banche nelle imprese non sono il frutto di una scelta, ma
una necessità (in genere sgradita alle banche stesse): lo ha osservato
recentemente Passera (Banca Intesa), sostenendo che "le presenze incrociate
nei consigli di amministrazione sono tutte figlie di debiti convertiti [ossia
di prestiti non ripagati dalle imprese, e trasformati in azioni delle imprese
stesse - ndr], non scelte delle banche". Anche l'economista
Messori si è espresso in termini simili: "per ragioni attribuibili
non tanto a scelte strategiche quanto a difficoltà di rientrare da
esposizioni debitorie a rischio, i maggiori gruppi bancari stanno convertendo
molti crediti in capitale delle imprese o comunque acquistano quote azionarie"
[il Sole 24 ore, 14 dicembre 2003]. Quello che - forse per scaramanzia
- nessuno dei due ha detto, è che precisamente la stessa cosa
era accaduta nella crisi degli anni venti in Italia e in quella del 1929
negli Stati Uniti e in Europa.
Ad ogni modo, si può pure dar ragione al presidente della Consob
Lamberto Cardia, il quale nel corso della recente audizione parlamentare
sullo scandalo Parmalat ha dichiarato che "in un sistema come l'Italia,
caratterizzato dalla banca universale, per le banche i conflitti di interesse
sono endemici e strutturali". Ma si tratta, appunto, della conseguenza
inevitabile della riforma del sistema bancario condotta in pompa magna negli
anni novanta, a suon di privatizzazioni e fusioni tra banche. Non si possono
volere le cause e rifiutare gli effetti.
Tornando al caso specifico, va poi notata una cosa: che in realtà,
in tutta la vicenda Parmalat, a dispetto del polverone sollevato dal ministro
Tremonti soprattutto per distrarre l'attenzione dai disastri combinati dalla
sua politica economica (e mettere le mani sulla Banca d'Italia),
le banche italiane hanno giocato un ruolo relativamente di secondo piano
rispetto a grandi banche internazionali come Bank of America, Citigroup,
Ubs e Deutsche Bank. In concreto: la maggior parte delle obbligazioni Parmalat
erano certificate da grande agenzie internazionali e sono state vendute
non in Italia, ma all'estero; più della metà dell'esposizione
debitoria su Parmalat era presso banche internazionali; infine, a quanto
è emerso nelle ultime settimane, sono state le banche internazionali
il veicolo privilegiato attraverso cui la premiata ditta Tanzi & Tonna
ha distratto fondi cospicui dalle casse aziendali.[3]
3. "Il caso Parmalat è un'anomalia italiana"
Il ruolo giocato nella vicenda Parmalat dalle banche internazionali,
come pure dai centri finanziari e dalle società "offshore",
sarebbero già di per sé sufficienti a non considerare il caso
Parmalat una peculiarità italiana. Inoltre, lo ha notato l'Economist
[cfr. Parma splat, in the Economist, 17 gennaio 2004], le
modalità stesse della truffa ricordano per più aspetti il
caso Enron. In entrambi i casi, infatti, è successo che: i revisori
esterni erano conniventi; in consiglio di amministrazione non c'erano consiglieri
indipendenti; c'era complicità tra l'amministratore delegato e il
responsabile finanziario; c'era una diffusa rete di connivenza ed omertà
nella società; e Tanzi aveva la doppia carica di presidente e amministratore
delegato della società (cosa ritenuta all'origine di alcuni recenti
scandali Usa). Infine, non va dimenticato che negli ultimi anni scandali
simili si sono verificati anche in Belgio (Lernout & Haspie), Francia
(Vivendi), Olanda (Ahold), Germania (Kirch), Svizzera (Adecco), Svezia (Skandia),
oltreché negli Usa (Enron, WorldCom).
Qui i casi sono due: o il mondo - tutto il mondo - è stato colpito
da un'epidemia di "immoralità", e vive un inusitato e preoccupante
declino dei valori morali, oppure il problema sta da un'altra parte. La
prima interpretazione è stata abbracciata con decisione dalla gran
parte dei commentatori: dai moralisti di professione (la necessità
di "rendere testimonianza ai valori del regno di Dio nel mondo degli
affari" è stata rimarcata ancora di recente dal papa - immemore
o ignaro delle cospicue donazioni alla chiesa locale da parte del rag. Tanzi)
a storici apocalittici che, come Giulio Sapelli, sono arrivati a parlare
di una "devastante mutazione antropologica" dei capitalisti. Ci
spiace, ma questa teoria non è convincente - ed è in fin dei
conti essa stessa consolatoria: non è convincente perché
l'intera storia del capitalismo sta a dimostrare "di che lacrime grondi
e di che sangue" la società in cui viviamo, e di cosa siano
sempre stati capaci i "funzionari del capitale" pur di
accumulare capitali; ed è consolatoria, perché rappresenta
in fin dei conti una moderna riproposizione dell'intellettualismo etico:
per non vedere più scandali, ruberie, ecc. basterebbe insegnare ai
capitalisti a comportarsi bene, ad essere buoni cristiani e persone ammodo,
e a non ritenere il profitto il fine supremo. Le cose non stanno così.
Ci sembra intellettualmente più lineare e più facilmente dimostrabile
un'ipotesi diversa: l'ipotesi, cioè, che qualcosa di "devastante"
in effetti ci sia - ma si chiami crisi. Crisi di sovrapproduzione:
di capitali e di merci.
4. "Un fenomeno criminoso isolato: il sano tessuto italiano"
Si potrebbe obiettare che se tutto nascesse da una situazione di crisi,
dovremmo ritrovare importanti tratti comuni tra Parmalat e molte altre imprese.
E in effetti è proprio così. A cominciare dai debiti: secondo
dati Mediobanca, le prime 1.200 maggiori imprese italiane hanno 1 euro di
patrimonio per ogni 4,4 euro di indebitamento; da una ricerca pubblicata
nel gennaio scorso dallo studio Tamburi & Associati emerge un dato ancora
più inquietante: i soli quattro maggiori gruppi italiani hanno debiti
pari a un decimo dell'intero pil nazionale.
E le tanto mitizzate piccole e medie imprese? C'è qualcuno,
come il presidente dell'Unione Industriali di Roma, Elia Valori, che al
riguardo possiede ancora granitiche certezze: "il nostro paese può
ancora vantarsi di possedere un sistema industriale sano, caratterizzato
da un ottimo tessuto di imprese gestite direttamente dalle famiglie proprietarie
ed assolutamente non intaccate dai noti scandali di matrice finanziaria".
Ma non sono più in molti a pensarla così: infatti, come constata
uno studioso tutt'altro che insensibile al fascino delle piccole e medie
imprese [cfr. M. Fortis, Il made in Italy, Il Mulino, Bologna
1998], "uno degli aspetti più critici del sistema delle Pmi
italiane" è rappresentato dal fatto che esse, "essendo
in larga maggioranza ad azionariato famigliare, ormai presentano un livello
inadeguato di capitalizzazione".[4]
Per logica conseguenza, le Pmi sono in genere molto indebitate, con una
forte prevalenza del debito bancario e soprattutto di quello a breve termine
(nel caso delle imprese sino a 50 addetti, nel 2000 l'incidenza dei debiti
a breve termine superava il 70% del totale). Non solo: a differenza di quanto
le ricorrenti giaculatorie confindustriali indurrebbero a ritenere, i prestiti
bancari alle imprese sono in aumento. Basti pensare che il volume dei prestiti
alle imprese non finanziarie è salito del 70% nel periodo 1995-2002,
e del 4% nel solo 2002 (in quest'ultimo anno è cresciuto addirittura
del 7,2% il credito alle imprese con meno di 20 addetti). Quanto alla modalità
di erogazione del credito, essa in Italia assume la forma del "multiaffidamento"
(ossia di un rapporto contemporaneo con più banche, al fine di poter
operare in maniera meno trasparente). Inoltre, a causa della cronica sottocapitalizzazione
delle imprese, i finanziamenti non servono a finanziare investimenti, ma
solo il circolante: in altri termini, consentono il galleggiamento dell'impresa,
non il suo sviluppo e la sua crescita.
Ma a questo punto sorge un interrogativo: perché le Pmi italiane
sono sottopatrimonializzate? Semplice: perché i profitti finiscono
nel patrimonio personale dell'imprenditore e della sua famiglia.
Come ha rilevato Marcello De Cecco, "mediante lo svuotamento sistematico
dei bilanci, gli imprenditori italiani sono riusciti a costituirsi fortune
familiari che, sommate tra loro, raggiungono dimensioni totali veramente
ragguardevoli. Le loro imprese continuano ad essere indebitate con le banche,
mentre gli imprenditori appaiono come i migliori clienti potenziali per
le nuove attività di consulenza finanziaria che le banche hanno iniziato"
[Piccole imprese, banche, commercialisti. Note sui protagonisti della
seconda industrializzazione italiana, relazione al convegno L'economia
italiana e l'Europa. Vent'anni di trasformazioni, crisi e opportunità,
Urbino, 14 marzo 2003]. Quindi: cospicui patrimoni personali e familiari
a fronte di una scarsa patrimonializzazione delle imprese; con quello che
ne consegue: dimensioni rachitiche e crescita asfittica delle imprese stesse.
L'alternativa a tutto questo, in teoria, ci sarebbe: aprire l'azienda ad
altri soci, ad investitori istituzionali o quotarla in borsa. Ma
ovviamente questo comporterebbe, per il nanocapitalista italico, il rischio
di perdere il controllo della società. E quindi si preferisce ricorrere
esclusivamente a prestiti bancari - o ad obbligazioni - e si resta nani.
Purtroppo, però, l'alternativa tra apertura del capitale a terzi
e crescita patrimoniale da un lato, e stentata sopravvivenza mantenendo
il controllo familiare dell'impresa dall'altro, rappresenta - prima o poi
- un'alternativa secca, che non consente scappatoie. Infatti "l'omogeneizzazione
dei mercati mondiali ha determinato in molte industrie un sostanziale aumento
delle economie di scala e un incremento delle dimensioni minime di
investimento... Tutto ciò richiede di norma risorse finanziarie
eccedenti quelle aziendalmente disponibili per la crescita, e il mercato
internazionale dei capitali è pronto a fornirle purché si
sia in grado di dimostrare che dalla crescita, dalle fusioni e dalle acquisizioni
deriveranno guadagni adeguati al capitale investito. In tal modo il mercato
internazionale dei capitali diviene il vero giudice del merito e della
fattibilità delle strategie e dei progetti di impresa.
Per l'Europa continentale ciò significa sottrarre il giudizio
sulla condotta delle imprese ai gruppi di controllo che l'avevano
tradizionalmente esercitato in modo esclusivo" [G.M. Gros-Pietro, E.
Reviglio, A. Torrisi, Assetti proprietari e mercati finanziari europei,
Il Mulino, Bologna 2001]. Il passo ora citato è tratto da un testo
che si riferisce alle grandi imprese: ma è un discorso che ovviamente
vale a maggior ragione per le piccole e medie.
Insomma: al processo di concentrazione e centralizzazione dei capitali non
è possibile sottrarsi - se non al prezzo di sopravvivere in nicchie
limitate. Oppure truccando i bilanci. Come ha fatto Tanzi. Che in
questo - ma non solo in questo - è il vero idealtipo del capitalista
italico. Ricapitoliamo: controllo e gestione familiare dell'impresa, sovraindebitamento,
multiaffidamento, distrazione di fondi dalla cassa dell'impresa al patrimonio
familiare, trucchi contabili per "sostenere" l'espansione dell'impresa
nonostante quei limiti strutturali [l'importanza dell'"eccessiva parcellizzazione
dei crediti" nel caso Parmalat è stata posta in luce da F. Giavazzi,
Rischi e regole, in Corriere della sera, 11.12.2003]. Non
c'è dubbio: Tanzi è il vero eroe dei piccoli e medi imprenditori
italiani. È lui quello che ciascuno di loro vorrebbe essere: ovviamente,
senza l'epilogo a San Vittore ...
5. "Le vittime principali sono i risparmiatori"
Anche questa "verità", come le precedenti, è
falsa. Come è logico e naturale (in una società capitalistica),
le prime vittime del crac Parmalat sono e restano i lavoratori. Quelli diretti
e quelli dell'indotto. Ciò non toglie che le proteste, per esempio,
dei lavoratori Parmatour abbiano avuto assai meno risalto del "risparmiatore
tradito", novello eroe dei nostri tempi. Così, se la d'alemiana
Fondazione Futura si è fatta promotrice di un "Manifesto dei
risparmiatori", Fini ha rilanciato proponendo uno "statuto dei
risparmiatori" - e forse presto qualche bell'ingegno penserà
ad una "Costituzione dei risparmiatori" ("l'Italia è
una repubblica fondata sul risparmio"), o a sostituire con un bel salvadanaio
la stella (un po' bolscevica, ammettiamolo...) che tuttora adorna lo stemma
della repubblica ...
Sarà quindi il caso di fare un po' di chiarezza sul punto. Intanto,
il "risparmio abbindolato" non nasce per caso e non è il
prodotto di una oscura congiura. Al contrario, è il prodotto di numerosi
fattori, tutti ben individuabili. In primo luogo, i bassi tassi di interesse,
che rendono da anni poco o nulla remunerativi i conti correnti e poco attraenti
anche i Bot. E qui vale la pena di ricordare che tenere bassi i tassi di
interesse rappresenta una precisa scelta di politica economica; una scelta
che è stata così giudicata da un esperto: "se un governo,
o una Banca centrale, di proposito provocano tassi d'interesse reali negativi
sui depositi (cioè inferiori all'inflazione), come accade oggi in
America e di riflesso anche in Europa, si rendono protagonisti di una sorta
di espropriazione forzata del risparmio cumulato dagli investitori più
prudenti... Se i tassi d'interesse non fossero stati così artificialmente
magri, molti risparmiatori non si sarebbero neppure sognati di acquistare
a cuor leggero bond argentini o di giocare agli speculatori, o ancora
di prestare i propri risparmi a società già ampiamente decotte"
[M. Faber, È la politica di Greenspan che alimenta le Parmalat,
in Borsa & Finanza, 14.2.2004]. Ma c'è di più:
in Italia il fenomeno è stato artificialmente favorito in diversi
modi, tra cui l'imposizione (voluta dal governo Amato del 1990) di una tassa
del 27% sui guadagni dei conti correnti - laddove la tassa sui "capital
gains" ammonta soltanto al 12,5%. Né vanno dimenticate le
infinite sciocchezze - propinate da giornalisti, uomini politici di entrambi
i poli e dotti commentatori - sulla "democrazia economica dei piccoli
investitori": quasi che il fatto di (tentare di) arricchirsi giocando
al piccolo speculatore fosse un atto ricco di implicazioni etiche e politiche.
Ancora pochi anni fa, si potevano leggere frasi come queste: "in quest'ultima
generazione il piccolo investitore si è evoluto in modo impressionante
da piccolo giocatore e paria a struttura portante [!] dei mercati
finanziari globali... Uniti nei fondi comuni ... gli umili hanno finalmente
ereditato la terra finanziaria" [R. Chernow, Il tramonto del banchiere,
il Sole 24 ore, Milano 1998]. È difficile trovare, per queste parole,
un commento più adatto di quanto scriveva Lenin [in un passo del
suo Imperialismo, fase suprema del capitalismo, del 1916]: "la
"democratizzazione" del possesso di azioni, dalla quale i sofisti
borghesi e gli opportunisti "pseudosocialdemocratici" si ripromettono
(o fingono di ripromettersi) la "democratizzazione del capitale",
l'aumento di importanza e di funzione della piccola produzione, ecc., nella
realtà costituisce un mezzo per accrescere la potenza dell'oligarchia
finanziaria". O, se si preferisce un commento più cinico, si
può scegliere il "liberal" Galbraith, secondo cui
"il capitalismo è quella macchina che separa i cretini dai loro
soldi". In effetti, ai tempi di Lenin come oggi, le tirate sulla democrazia
economica del piccolo investitore hanno sempre sortito due effetti: quello
di svuotare le tasche dei creduloni, e di accrescere la centralizzazione
dei capitali. A questo riguardo non si deve pensare soltanto - né
soprattutto - alle società che falliscono. Pensiamo alle società
che vengono quotate a livelli di prezzo molto elevati e poi ritirate dal
mercato, dai loro stessi proprietari, a prezzi di saldo: negli ultimi anni
nella sola borsa di Milano sono stati decine i casi di questo genere, che
in gergo si chiama "delisting" (un nome per tutti: la Italdesign
di Giugiaro, le cui azioni sono state collocate presso il pubblico al prezzo
di 7 euro cadauna nel 1999, e ricomprate nel 2003 a poco più di 4
euro).
Del resto, per intendere di che stoffa siano fatti certi "paladini
dei risparmiatori", basterà prendere Fini, che, nella stessa
intervista in cui proclama solennemente la necessità di uno "statuto
dei risparmiatori", si dichiara favorevole ad espropriare il Tfr ai
lavoratori - con il vergognoso meccanismo del "silenzio-assenso"
- per destinarlo ai fondi pensione. Il tutto motivato con la necessità
di sostenere lo sviluppo delle imprese italiane ... con il salario differito
dei lavoratori (i datori di lavoro, si sa, i soldi li mettono nelle società
offshore ...): perché "così si realizza la vera
democrazia economica e si dà linfa alle imprese sane" [Fondi
pensione, dal Tfr la svolta, in il Sole 24 ore, 29.2.2004]. Peccato
che attualmente solo una minima parte degli investimenti azionari dei fondi
pensione siano diretti verso imprese italiane. E non a caso, se su un settimanale
finanziario si è potuto di recente leggere quanto segue: "stante
che la Borsa italiana, a differenza di quella Usa, a prezzi deflazionati
dal 1968 a oggi, ha reso meno di case e Bot (meno del 2% reale),
se ne devono trarre alcune conclusioni: 1) investire il Tfr in
Borsa nel lungo periodo ha senso, ma solo se si evita Piazza Affari;
2) occorre sperare che la quota azionaria non incappi in bolle;
a oggi si contano circa 200 bolle negli ultimi tre secoli ...; 3)
mettersi il cuore in pace e pagare commissioni, con scarsa garanzia
di valore aggiunto" [Borsa & Finanza, 21.2.2004].
Non c'è che dire: il paladino dei risparmiatori dà loro proprio
dei bei consigli! Ovviamente, ai padroni - e a Tanzi in persona - questo
governo ha dato molto di più: ha dato il "condono tombale",
grazie al quale il Parmacalcio ha chiuso il contenzioso con il fisco per
avere evaso l'Irap sulla compravendita dei giocatori; ha dato la depenalizzazione
del falso in bilancio (e il deputato di An Sergio Cola ha presentato una
proposta di legge che prevede la depenalizzazione della bancarotta fraudolenta!!);
ha dato alle società la possibilità di emettere obbligazioni
sino al doppio del patrimonio sociale (prima del nuovo diritto societario
la soglia era la metà); sempre con il nuovo diritto societario, ha
consentito che i sindaci delle società siano nominati dal consiglio
di amministrazione e non più dall'assemblea dei soci (cosicché
il controllore è ora nominato dal controllato...); infine, il commercialista
Tremonti ha addirittura dato alla Parmalat - ancora agli inizi di dicembre
- il rimborso immediato dei crediti Iva, per un valore di 35 mln euro.
Quanto alla tanto strombazzata legge "sulla tutela del risparmio",
per il momento si può dire che la proposta governativa: toglie un
po' di poteri alla Banca d'Italia e ribattezza Authority la Consob;
moltiplica gli enti preposti a vigilare sulla materia, che ora diventano
5 (cinque); separa la vigilanza tra credito e risparmio, e mantiene separata
la vigilanza sulle banche da quella sulle assicurazioni (un nonsense
assoluto); non fa alcun passo verso forme di coordinamento a livello
europeo; su tutte le materie significative (ad es. controllo delle società
offshore) rinvia a futuri provvedimenti.
Tutto questo ci consente di dare una risposta chiara all'interrogativo cruciale
che l'ineffabile Piero Fassino si è posto e ci ha posto dalle colonne
del Sole 24 Ore: "Può un sistema vivere senza principi
etici e rispetto di norme e regole?"
Sì.