MONSTERS FROM MARX

per la critica dell'economia teratologica

Antonio Brillanti

Krueger è il male in persona ed ora so che anch'io ho dato vita a questo mostro. Siamo stati noi a dargli tutta quanta l'energia di cui aveva bisogno.
E delle nostre urla che lui ha bisogno.

[Nightmare II - La Rivincita]

Voi non permettere a vostri occhi di vedere e a vostre orecchie di udire,
e tutto quanto è fuori di vostra vita quotidiana non riguarda voi.
Non credete che sono cose che voi non potete capire e che tuttavia esistono?
E che alcuni vedono cose che altri non possono?

[Van Helsing in Dracula]

Nella critica dell'economia politica sono rintracciabili alcune strutture analoghe a quelle che ricorrono nella fiction fanta-horror [cfr. Brillanti, 2002, in la Contraddizione, no.92]. Nell'opera marxiana compaiono inoltre specchi magici, oggetti animati, fantasmi, vampiri, lupi mannari, cadaveri che si rianimano e mostri di ogni tipo. In questo articolo si analizzano queste figure alla luce dell'ipotesi che esse non siano meri imbellettamenti retorici, ma modelli metaforici funzionali ed interni alla teoria, atti ad illustrare le porzioni rilevanti della realtà da analizzare.

Il feticismo come specchio magico

"Incantesimo", "stregoneria", "nebbia", "geroglifico", "arcano". Sono queste le parole che Marx usa per descrivere i germi fantastici che si annidano nell'unità fondamentale della società capitalistica: la merce. Questa nel Capitale è descritta "a prima vista" come "una cosa triviale, ovvia", tuttavia approfondendo l'analisi scopriamo "che è una cosa imbrogliatissima, piena di sottigliezza metafisica e di capricci teologici" [CI, 103]. Il valore d'uso di un bene, ad esempio un tavolo, non presenta problemi, non fuoriesce dal quieto vivere quotidiano, dice Marx. Tuttavia quando un tavolo assume forma di merce - ovvero viene prodotto per lo scambio e non per l'uso immediato - "si trasforma in una cosa sensibilmente sovrasensibile. Non solo sta coi piedi per terra, ma, di fronte a tutte le altre merci, si mette a testa in giù, e sgomitola dalla sua testa di legno dei grilli molto più mirabili che se cominciasse spontaneamente a ballare" [CI, 103]. Questo fenomeno è il "feticismo": la forma di merce, "come uno specchio restituisce agli uomini l'immagine dei caratteri sociali del loro proprio lavoro, facendoli apparire come caratteri oggettivi dei prodotti di quel lavoro, come proprietà sociali naturali di quelle cose, e quindi restituisce anche l'immagine del rapporto sociale tra produttori e lavoro complessivo, facendolo apparire come rapporto sociale fra oggetti esistente al di fuori di essi produttori" [CI, 104].
Tavolo danzante a parte, la metafora dello specchio qui utilizzata da Marx è una simbolo chiave della letteratura fantastica (non necessariamente horror). Lo specchio come scrive Umberto Eco è infatti "un fenomeno-soglia, che marca i confini tra immaginario e simbolico" [1995, 10]. Todorov aggiunge che in quasi tutti i racconti fantastici "Lo specchio è presente in tutti i momenti in cui i personaggi del racconto debbono fare un passo decisivo verso il soprannaturale" [1977, 125]. Qualcosa di simile sembra accadere nel Capitale allorché Marx si accinge, come l'Alice di Lewis Carroll, ad andare oltre lo specchio, oltre l'immagine distorta dei rapporti sociali capovolti e feticistici, penetrando così nella realtà profonda della produzione capitalistica. A differenza dello specchio nella fiaba di Biancaneve, che dice sempre la verità, o di quello di Ambrosio nel Monaco di Matthew G. Lewis, che riflette il rimosso nelle fattezze della desiderata Antonia, o, ancora, di quello presente nel film Dead of Night, che mostra una stanza totalmente differente da quella in cui è appeso, lo specchio di Marx riproduce un'immagine della realtà esterna, ma pur tuttavia fallace, in quanto capovolta. Secondo Marx gli agenti della produzione capitalistica vedono l'immagine di una realtà riflessa allo specchio senza averne coscienza.

Pricegate: la porta dei prezzi

Superfici liminari che richiamano la figura dello specchio ricorrono in molte narrazioni fanta-horror. Nel film di Ronald Emmerich Stargate (Usa, 1994) durante uno scavo archeologico viene scoperta una antica porta circolare sui bordi della quale sono scolpiti simboli sconosciuti. Quando un giovane egittologo riuscirà a decifrarli ed ad allinearli secondo un ordine preciso si verrà a creare una sorta di campo energetico che permetterà di viaggiare istantaneamente tra punti lontanissimi dello spazio. La porta che dai democratici Stati Uniti conduce in un antico e schiavistico Egitto stellare dominato da un faraone-mostro, si presenta sotto forma di uno specchio d'acqua.
Nel film di John Carpenter Essi vivono (Usa, 1988), invece, la superficie speculare prende le sembianze di occhiali da sole che permettono di mettere "in chiaro" il mondo, rendendo visibili alieni mostruosi (che altrimenti ci apparirebbero come umani comuni), nonché i meccanismi di controllo e ipnosi che gli extraterrestri hanno disseminato per il pianeta. Qui lo specchio è ancora un "fenomeno-soglia", ma nel caso della porta stellare o degli occhiali disoccultanti esso incorpora un meccanismo, un programma o un algoritmo di passaggio da un mondo ad un altro: si tratta di passare dall'universo della normalità a quello della mostruosità e dello sfruttamento degli umani da parte degli alieni.
Nel caso del Capitale si ha qualcosa di simile, ma di segno opposto, in quanto ci si muove in un ambito di esposizione e non di scoperta: dopo essere passati con il quarto capitolo del primo libro dal fenomenico mondo delle merci a quello del capitale e del plusvalore, Marx si accinge a tornare in superficie, arricchito dalla concretezza del percorso intrapreso. Il processo di riemersione marxiano è graduale e dialettico, a differenza di quello fanta-horror che sembra invece di natura quasi gestaltica. Una volta raggiunta la negatività assoluta del capitale, il cammino di risalita si articola attraverso la differenziazione del plusvalore in assoluto e relativo, l'introduzione del ciclo di vita del capitale, la rotazione, della pluralità di capitali, fino alla trattazione del profitto, del suo saggio e della trasformazione dei valori in prezzi di produzione. Questo passaggio, per l'algoritmo che implica può essere messo in parallelo con la tecnologia incorporata dagli occhiali di Essi vivono, o con la meccanica sideral-egizia di Stargate. L'analogia va comunque presa con una certa elasticità perché in Marx la trasformazione (comunque la si voglia intendere) per raggiungere la superficie mediata della realtà capitalistica non si ferma ai prezzi di produzione, ma deve continuare fino ai prezzi di mercato, all'analisi delle classi e cosi via.

Lo spettro come rimosso

La merce, pur assumendo caratteristiche pervasive e dominanti solo nel modo di produzione capitalistico, è esistita anche in altre società. Questo che Marx illustra - non a caso nel primo capitolo del Capitale - è dunque solo un feticismo iniziale, mercantile, "ancor relativamente facile da penetrare" [CI, 114]. Ben più granitici si riveleranno i feticismi e le apparenze peculiarmente capitalistici sintetizzati nella VII e ultima sezione del III libro. Qui si completa la mistificazione del modo di produzione capitalistico e la materializzazione dei rapporti sociali: siamo nel "mondo stregato, deformato e capovolto in cui si aggirano i fantasmi di Monsieur le Capital e Madame la Terre, come caratteri sociali e insieme direttamente come pure e semplici cose" [CIII, 943]. In questo caso la figura del fantasma sta ad indicare la fallacia e l'insussistenza della formazione del valore di una merce come mera addizione di redditi indipendenti (per l'appunto: salario, profitto e rendita).
Ma il più celebre fantasma marxiano è quello che agita le proprie catene nella prima pagina del Manifesto del Partito Comunista in risposta al tentativo di rimozione della crisi e del comunismo [cfr. Brillanti, 2002; Suvin-Angenot 1996; Walpen, 2001]. I biografi di Marx hanno unanimemente messo in evidenza la grande devozione di Marx nei confronti di Shakespeare. Non stupirà quindi che la figura del fantasma revenant sia mutuata dal poeta inglese. Banquo, ad esempio, riappare a Macbeth che lo ha assassinato sotto forma di spettro. Nell'Amleto, invece, il fantasma torna ad aggirarsi tra i vivi perché è stato compiuto ed occultato un crimine (l'omicidio di Amleto padre). Il suo apparire annuncia la crisi : "penso che tutto questo presagisca una qualche inusitata catastrofe nel nostro stato" [1975, 43], dice Orazio a Marcello.

Spettri corporei: Marx oltre Feuerbach contro Stirner

Nell'Ideologia Tedesca Marx delinea la sua concezione di fantasma in opposizione a quella di Max Stirner. Questo, ripercorrendo idealisticamente la storia dell'umanità dice: "I pensieri erano diventati di per sé corporei, erano fantasmi, quali Dio, imperatore, papa, patria, ecc.; col distruggere il loro essere corporeo io li faccio rientrare nel mio e dico: io solo sono concreto. E allora prendo il mondo come ciò che esso è per me, come il mio, la mia proprietà; e riferisco ogni cosa a me" [in Id.t, 105]. Marx commenta questo passo notando che "Dopo che l'uomo qui identificato con l'"Unico" ha dunque dato, innanzi tutto, concretezza ai pensieri, ossia ne ha fatto dei fantasmi, egli torna a distruggere questa concretezza facendola rientrare nel suo corpo che pone così come corpo dei fantasmi" [Id.t, 105]. Stirner insomma "non "prende" come cosa sua e non si appropria "il mondo", bensì soltanto le sue "fantasie febbrili" del mondo" [Id.t, 106]. Il risultato di tale operazione idealistica ed immediata trasforma la storia in "una semplice storia di sedicenti idee, una storia di spiriti e di fantasmi, mentre la storia reale, empirica, base di questa storia di fantasmi, viene sfruttata solo per fornire i corpi a questi fantasmi" [Id.t, 110].
In Marx, invece, - secondo quanto affermato da Derrida - "La produzione del fantasma, la costituzione dell'effetto fantasma, non è solo una spiritualizzazione, e neanche l'autonomizzazione dello spirito, dell'idea o del pensiero, quale si produce in maniera eminente nell'idealismo hegeliano. No, una volta effettuata questa autonomizzazione, con l'espropriazione o l'alienazione corrispondenti, e solo allora, il movimento fantomale le sopraggiunge, le aggiunge una dimensione supplementare, un simulacro, un'alienazione o un'espropriazione in più. E cioè un corpo! ... Il processo spettrogeno corrisponde quindi a un'incorporazione paradossale. Una volta separati l'idea o il pensiero (Gedanke) dal loro substrato, si produce un fantasma dando loro un corpo. Non già rivenendo al corpo vivente da cui sono strappate le idee o i pensieri, ma incarnando queste ultime in un altro corpo artefattuale, un corpo protetico" [1994, 160].
Mentre quindi Stirner crede di dissolvere il fantasma denunciandolo come tale e riassorbendolo in sé, interiorizzandolo egologicamente, il fantasma marxiano non si fa cacciare senza agire sulle strutture sociali ed economiche che lo hanno generato: "I filosofi hanno soltanto diversamente interpretato il mondo ma si tratta di trasformarlo" [Tsf, 190]. Il fantasma marxiano è paradossale, ha una componente solida, materiale. Tutte le false apparenze che si aggirano sul piano della circolazione non sono meri trucchi di prestidigitazione economica. Esse possiedono una realtà, anche se parziale. Sono menzogne veraci, realtà malate. La stessa dinamica dell'inversione tra soggetto e predicato - che in Feuerbach avveniva tra uomo e dio e in Stirner tra l'uomo e suoi fantasmi - è usata da Marx tra realtà dello stesso piano ontologico: lo Stato come alienazione della società civile nella Questione ebraica e il denaro come "esistenza celeste delle merci" nei Lineamenti [XXIX, 152]. I ruoli tra concreto ed astratto si sono invertiti, ma l'astratto è un astratto reale.
La produzione di fantasmi "feuerbachiana" è di tipo ben diverso. L'uomo, in questo caso, non fa altro che alienare tutti gli attributi della sua specie nell'entità divina della quale si rende così mera appendice: Dio e la religione sono "l'essenza della fantasia o dell'immaginazione, l'essenza del cuore umano" [Feuerbach, 1965, 336-7]. I fantasmi di Feuerbach sono "latini", immateriali. Secondo Marx, invece, il tipo di alienazione che si origina dallo sfruttamento del lavoro salariato crea e nutre il solido mostro capitalistico che a sua volta genera incantesimi e stregonerie dell'economia "volgare", cioè convenzionale.

Incubi che uccidono

Un tentativo di dissoluzione feurbachiana (o meglio stirneriana) dell'alienazione può essere esemplificata dalla scena finale del film di Wes Craven Nightmare (Usa, 1985). La giovane protagonista Nancy decide di affrontare Freddy Krueger, il maniaco dall'artiglio d'acciaio che uccide le sue vittime apparendogli in sogno. Lo stratagemma di Nancy consiste nel far rientrare l'alienazione assassina autoconvincendosi che il mostro è solo un incubo: "Troppo tardi Krueger! Conosco il segreto ormai: è solo un sogno, tu non sei vero! Tutto questo è soltanto un sogno ... Mi riprendo indietro ogni briciola d'energia che ti ho dato. Tu non sei niente, sei finito!" Krueger si lancia sull'adolescente per squartarla con i suoi artigli affilati, ma di tratto la sua orrida consistenza fisica svanisce e la sua immagine ormai ectoplasmatica passa attraverso il corpo di Nancy. Stirner sembra aver avuto ragione.
L'originaria teoria dell'alienazione in Marx si sviluppa invece nella teoria del plusvalore, cioè l'alienazione del pluslavoro nei confronti del capitale, e nel feticismo cui tale alienazione dà vita. Il plusvalore, pur nella sua invisibilità, è materiale, non è un fantasma della nostra mente: esso crea e nutre il capitale, il suo sistema delle macchine e il rapporto sociale che lo sostiene. Il feticismo e le apparenze che da qui si originano, pur se fallaci, trovano la loro origine e necessità nello stesso meccanismo di creazione e occultamento del plusvalore. Nel succitato film la vicenda prende una brutta piega marxista. Quando infatti eravamo pronti per i titoli di coda, la protagonista esce di casa: è una meravigliosa giornata primaverile; sua madre, ammazzata in una scena precedente, è viva. Gli amici di Nancy, che erano stati creativamente maciullati, l'accompagnano a scuola in automobile. Il brutto sogno sembra finito; ma appena Nancy sale sulla cabriolet, questa comincia a chiudersi da sola e la cappotta a strisce rosse e verdi (come la maglietta di Krueger!) sta a ricordarci che l'incubo che uccide non si scaccia con la sola volontà, voltandogli le spalle.

Logica del vampiro: vita, morte e cattivo infinito in Hegel

Alcuni temi orrifici presenti nell'opera marxiana sono rintracciabili nella trattazione hegeliana dei concetti di vita e di morte. Nell'Estetica la vita è definita come l'idea, ovvero come organico che pone in sé, sopporta e supera la contraddizione: "Infatti, nella vitalità in primo luogo è presente come reale la realtà delle differenze del concetto, ma in secondo luogo vi è la negazione di esse in quanto differenti in modo soltanto reale, giacché la soggettività ideale del soggetto si subordina questa realtà; in terzo luogo vi è l'animazione come apparenza affermativa del concetto nella sua corporeità, come forma infinita che ha la potenza di mantenersi come forma nel suo contenuto" [E, 136-7]. Quindi "In primo luogo la vitalità deve essere reale come totalità di un organismo corporeo, che però, in secondo luogo, non appare come un qualcosa di statico, ma come processo in sé interrotto dell'idealizzare, in cui si palesa appunto l'anima vivente. In terzo luogo questa totalità non è determinata e trasformabile dall'esterno, ma viene formandosi come processo da se stessa, ed in esso sempre si riferisce a se stessa come unità soggettiva ed autofine" [E, 141]. Di contro a tale infinitezza in automovimento, la natura inorganica è statica, "morta" e "non conforme all'idea" [E, 138; cfr. Sl, 859]. Se quindi la vita è idea, e di conseguenza, trionfo della ragione dialettica, unificante ed infinita, la morte - intesa ovviamente non come momento interno alla vita stessa, cioè come superamento del finito [cfr. E, 588] e "venir fuori dello spirito" [Esf, 204] - è la negazione di tale infinità ed unità, e da questo punto di vista è connessa con l'intelletto che genera "vuote, morte forme di pensiero" [Sl, 863 e cfr. Fs, 43). Compito dell'intelletto, infatti, è produrre "determinazioni finite" [Esf, 38], "tener fermo il mortuum" [Fs, 25-26]. Solo la totalità è vita, il membro è vivo in quanto legato all'organismo, la singola parte staccata dal tutto è invece morta.
Il concetto di cattivo infinito in Hegel è costituito da una integrazione anfibia, non dialettica, tra finito e infinito, tra morte e vita, tra intelletto e ragione. Esso è un infinito meramente numerico, è "l'infinito dell'intelletto", "il perpetuo dover essere", "la negazione del finito che non riesce a liberarsi ... da questo" [Sl, 144]. Tale concetto ingenera così un "progresso all'infinito" che "non è che il ripetersi dello stesso, un solo e medesimo noioso avvicendamento di questo finito e infinito" [Sl, 144]. La logica della ripetizione, quindi, può essere rappresentata come la logica paradossale di un morto vivente, di un non morto che non vive. Entrambe queste locuzioni sono usate per indicare il vampiro - creatura mostruosa condannata ad una non vita immortale, all'identico risorgere notturno e all'immutabile saziarsi di sangue altrui. Trattata hegelianamente, dunque, la figura del vampiro nega il finito della morte senza poter affermare compiutamente, attraverso la morte stessa, l'infinito della vita: è un non vivo che non può essere morto. Questa incapacità di risolvere la contraddizione fa precipitare il vampiro nel ciclo del succhiar sangue ai finiti umani senza poter sfuggire alla sua dannazione, ma riproducendo anzi la sua condizione in eterno.

Vampiri di carta

Il fantasma marxiano, come abbiamo visto, assomiglia dunque per la sua consistenza corporea a quello della tradizione ugrofinnica, slava e mitteleuropea. Mentre, infatti, nel mondo latino i lemuri (fantasmi malvagi che assediavano le case risucchiando la forza vitale di chi vi abitava) e le larve (spettri che provocavano malattie psichiche) erano immateriali, il non morto euroasiatico per eccellenza era un corpo non decomposto che si conservava mediante il sangue dei viventi: il vampiro per l'appunto [cfr. Introvigne, 1997]. La classica figura del vampiro moderno è ripresa in massima parte da Dracula, il non morto dell'omonimo romanzo dello scrittore irlandese Bram Stroker. Tale libro fu pubblicato nel 1897, ciò nonostante i dibattiti sui casi di presunto vampirismo furono molto seguiti già nel `700, per diventare poi tema di una vasta produzione letteraria.
Per la particolare influenza, diretta o indiretta, che possono aver avuto su Marx, bisogna citare la poesia di Goethe Die Braut von Korinth ("La sposa di Corinto",1797), The Vampyre pubblicato nel 1819 dal medico di Byron John William Polidori, Vampirismus (1821) di E.T.A. Hoffmann e soprattutto Varney the Vampyre di Thomas Preskett Prest. Questo romanzo apparse per la prima volta nel 1847, ma conobbe un tale successo da generare molte imitazioni, fino ad essere ristampato in fascicoli economici nel 1853 [cfr. Tucker, 1972, 190; Rance,1991, 60; Gelder 1994, 20-3].
Verso la metà dell'800 era molto diffusa la connessione tra vampirismo e voracità capitalistica. Varney, in effetti accumulava ricchezze, così come farà Dracula e molti vampiri della letteratura e della cinematografia contemporanea. È il caso di Vampire Junction di S.P. Somtow (1984), di The Vampire Lestat di Anne Rice (1985), di Carrion Comfort di Dan Simmons (1989), nonché di Traitment de choc (Francia, 1972), un paradigmatico film di Alain Jessua dove i ricchi clienti di un sanatorio francese vengono ringiovaniti grazie al sangue prelevato a giovani lavoratori portoghesi.
Sul parallelismo vampirismo/capitalismo si sofferma anche Franco Moretti [1988] che dopo aver rilevato alcune analogie tra la creatura frankensteiniana e il proletariato (in quanto di natura collettiva, artificiale, deprivata di nome e individualità), sostiene che Dracula, lungi dall'avere movenze da aristocratico, assomiglierebbe piuttosto al classico borghese astinente. Il Conte, infatti, non mangia, non beve, non fa l'amore, non ama vestiti appariscenti e non va al teatro; ha bisogno solo di sangue, ma non trae piacere dal suo nutrimento, né dalla distruzione di vite umane. Come il capitale (e i suoi agenti umani, i capitalisti) si comporta così solo per cieca necessità, seguendo le leggi del suo mostruoso, paradossale metabolismo capovolto. Infine, a causa della sua pervasività totalizzante, negatrice di qualsiasi forma d'indipendenza, Moretti paragona il vampiro al capitale monopolistico: la borghesia liberoscambista del diciottesimo secolo è capace di immaginare il monopolio solo sotto le spoglie aristocratiche e passatiste del Conte Dracula. Ma ciò che sembra passato è piuttosto futuro, ricordo del futuro.

Vampiri marxiani e mostri frankensteiniani

La metafora del vampiro era diffusa anche nei circoli della sinistra hegeliana, così come, massimamente, nella pubblicistica socialista. È in questo contesto che Marx ne fa uso già nella Sacra famiglia, paragonando la beneficenza di Rodolfo principe di Geroldstein, personaggio dei Mystères de Paris di Eugène Sue, al califfo di Bagdad di Mille e una notte: "È impossibile che egli possa mantenere questo regime di vita senza spremere fino all'ultima goccia, come un vampiro, il suo piccolo feudo tedesco" [226].
Poi in Lotta di classe in Francia, oltre a citare la figura del vampiro, Marx sembra paragonare l'Assemblea Nazionale francese nata dalla rivoluzione del 1848 alla creatura del dottor Frankenstein: "decomponendosi a pezzo a pezzo, mentre era ancora in vita, essa non riusciva a galvanizzare il proprio cadavere, se non ricordando continuamente la vittoria di giugno e rivivendola ancora una volta; essa riaffermava ripetendo continuamente la condanna dei condannati. Vampiro che viveva del sangue degli insorti di giugno!" [200].
Inoltre nel Diciotto Brumaio di Napoleone Bonaparte, Marx afferma che "L'ordine borghese che, al principio del secolo decimonono, fece dello Stato la sentinella della piccola proprietà appena formata e la concimò di allori, è diventato un vampiro che le succhia il sangue e il midollo, che la getta nel crogiuolo da alchimista del capitale" [214]. Infine la connessione tra capitalismo e vampirismo viene esibita anche nell'Indirizzo inaugurale dell'Associazione internazionale degli operai affermando che "l'industria inglese ... come un vampiro, non può vivere senza succhiare sangue, e soprattutto sangue dei fanciulli" [11].
La metafora del vampiro torna con forza nei Lineamenti e nel Capitale, dove viene utilizzata inoltre per descrivere il rapporto tra lavoro vivo e lavoro morto: "Il capitale è lavoro morto, che si ravviva, come un vampiro, soltanto succhiando lavoro vivo e più vive quanto più ne succhia. Il tempo durante il quale l'operaio lavora è il tempo durante il quale il capitalista consuma la forza-lavoro che ha comprato" [CI, 267; cfr. anche 291-2 e 338]. "Nel capitale viene posta la perennità del valore ... la perennità è posta nell'unica forma che piò assumere: caducità che passa - processo - vita. Ma questa capacità il capitale l'ottiene soltanto succhiando di continuo l'anima del lavoro vivo, come un vampiro" [Lfcep, XXX, 34]. "Il lavoro vivo - dice ancora il filosofo - si presenta come puro mezzo per valorizzare il lavoro materializzato, morto, per permearlo con un'anima vivificante e perdervi la propria" [Lfcep, XXIX, 397].
In questi passi Marx riprende il sopra illustrato tema hegeliano dell'integrazione tra vivo e morto e lo mette in relazione con la generazione mostruosa del vampiro capitalistico e della sua tensione all'infinito, che, tuttavia, qui non è più "cattivo", ma dialettico e spiraliforme. Il vampirismo del lavoro morto ai danni di quello vivo, infatti, ingenera una peste peculiare che allargando il contagio aumenta la dimensione dei mostri e il numero delle vittime (condannate - a differenza della tradizione folklorica e letteraria - a rimaner tali senza trasformarsi in vampiri). Di contro, il numero dei "maestri della notte" è tendenzialmente destinato a ridursi, a meno che non si aprano nuovi territori di caccia, cioè nuovi mercati. L'integrazione dialettica di vita e morte nel modo di produzione capitalistico dà origine ad un mostro differente dal non morto della tradizione: una sorta di vampiro vivo.
Per dar luogo al processo nutritivo del mostro, i corpi dei lavoratori vengono intubati, collegati tra loro e con la "morta oggettività" del lavoro passato incorporato dal sistema delle macchine. Con accenti ancora una volta frankensteiniani, il lavoratore collettivo così costituito è descritto come "asservito a una volontà estranea e a un'intelligenza estranea, e ne è diretto; esso risulta avere la sua unità spirituale fuori di sé, così come nella sua unità materiale è subordinato all'unità materiale delle macchine, del capitale fisso, che come un mostro animato oggettiva il pensiero scientifico e di fatto rappresenta il momento di sintesi" [Lfcep, XXIX, 406, cfr. anche CI, 229].
E ancora: "il mezzo di lavoro si contrappone all'operaio durante lo stesso processo lavorativo quale capitale, quale lavoro morto che domina e succhia fino all'ultima goccia la forza-lavoro vivente" [CI, 467]. Gli elementi costitutivi di un prodotto (legno, ferro ecc.) "debbono essere afferrat[i] dal lavoro vivo, che [li] evochi dal regno dei morti..." [CI, 217]. Il capitalista "mediante la compera della forza-lavoro ha incorporato il lavoro stesso, come lievito vivo, ai morti elementi costitutivi del prodotto" [CI, 219]. Come nota Baldick [1987, 132] i lavoratori vengono considerati come moderni Prometei in senso interamente frankensteiniano perché infondono la scintilla vitale al corpo del capitale.
Le caratteristiche specificatamente orrifiche di alcune metafore marxiane possono essere ben esemplificate quando il filosofo, descrivendo il processo di valorizzazione, ne mette in luce il carattere mostruosamente anfibio e rivoltante: "Il capitalista, trasformando denaro in merci che servono per costruire il materiale di un nuovo prodotto, ossia servono come fattori del processo lavorativo, incorporando forza-lavoro vivente alla loro morta oggettività, trasforma valore, lavoro trapassato, oggettivato, morto, in capitale, in valore autovalorizzantesi; mostro animato che comincia a "lavorare" come avesse amore in corpo" [CI, 229].
Come ha ben evidenziato Prawer, "In tutte queste citazioni, l'allusione primaria è evidente: vi è qualcosa di osceno nella reificazione, nel denaro che incorpora lavoratori viventi e li assimila alle macchine, nel denaro che produce denaro, come se l'amore fosse "all'opera" nel suo corpo, o come congiunzione sessuale o come il bambino che è frutto di questa unione. Il senso di disgusto è però accresciuto, e con esso si accompagna una velata minaccia, se ricordiamo il contesto del verso "Als hätte sie Lieb' im Leibe" [come avesse amore in corpo] nel Faust: qui infatti, il verso si riferisce a un topo avvelenato che corre impazzito per la casa, spinto dal veleno che è all'opera dentro il suo corpo, finché non stramazza morto in cucina. E questi versi sul topo agonizzante servono per introdurre, nella prima parte del Faust, l'ingresso del sedicente "signore dei ratti e dei topi" Mefistofele, che da quel momento domina la scena e canta la Canzone della Pulce Trionfante per replicare alla Canzone del Topo Sconfitto" [1978, 323].
Il tema del dominio del lavoro morto su quello vivo e della conseguente alienazione e reificazione e alla base di molti racconti e film d'orrore dove macchinari usati quotidianamente si trasformano in entità animate e infernali. Tra questi è particolarmente interessante La macchina infernale (Usa, 1995), una pellicola di Tobe Hooper tratta dal Compressore, un racconto di Stephen King incluso nella raccolta A volte ritornano. La trama ruota intorno ad una macchina stira-biancheria che si nutre di operaie, e al suo proprietario, un capitalista che condivide alcuni tratti mostruosi del suo capitale fisso. In relazione con i temi frankensteiniani, infine, può essere messa la metafora dell'apprendista stregone che Marx riprende dall'Apprendista stregone(1798) di Goethe e utilizza nel Manifesto: "la società borghese moderna ... rassomiglia al mago che non riesce più a dominare le potenze degli inferi da lui evocate [Mpc, 107]. La borghesia qui è come Victor Frankenstein, che dopo aver creato la sua creatura artificiale ne perde il controllo. Il tema ha origini antiche ed è alla base della classica trama horror dove lo scienziato pazzo di turno a causa della sua tracotanza mette in pericolo l'umanità ed è condotto alla rovina [cfr. Suvin-Angenot, 1996, 147-8].

L'insaziabilità del lupo mannaro e l'infinità del capitale

La voracità della suzione di energia vitale viene definita da Marx, sulla scia di John Fielden [cfr. in CI, 821] come "sete da vampiro che il capitale ha del vivo sangue del lavoro." [CI, 291-2; cfr. 337] o come "voracità da lupo mannaro di pluslavoro" [CI, 300; cfr. 278].
Tale legame tra lupo mannaro e vampiro non è un sincretismo inventato da Marx. Le due figure, infatti, sono spesso coincidenti. Presso i serbi e i croati i termini indicanti il licantropo sono gli stessi di quelli designanti il vampiro: vukolak, kudlac in concorrenza con lampir e vampir. Nella Piccola Russia il vampiro era chiamato Mjertovjek ed era considerato figlio di un lupo mannaro e di una strega. Le due figure hanno origini diverse: il lupo mannaro proviene dalla legenda greca di Licaone, dalla trasformazione negativa operata dal cristianesimo sui beserker, i guerrieri invasati che vestivano una pelle di lupo; il vampiro, come si è già detto, nasce nel contesto delle credenze europee orientali che immaginavano un aldilà dai tratti fortemente materiali, intrecciato di conseguenza con l'aldiquà. Una prima caratteristica che accomuna licantropi e risurgenti è la comune origine peccaminosa. Diventano lupi mannari i cannibali, i bambini che vengono concepiti nelle feste religiose; mentre delinquenti, preti morti in peccato, cristiani convertiti all'Islam, persone che non hanno ricevuto i sacramenti finali ecc., sono destinati a diventare vampiri [cfr. Petoia, 1991]. Un secondo tratto di comunanza tra i non-morti e gli uomini lupo è l'"insaziabilità". Sia il lupo che il vampiro, infatti, sono assolutamente schiavi del loro istinto a uccidere per nutrirsi.
La metafora del licantropo, quindi, serve a Marx per illustrare l'insaziabilità del capitale come istinto irrefrenabile all'autovalorizzazione. Che non si tratti d'intenzionalità poi è dovuto alla pluralità dei capitali in concorrenza fra di loro: se un singolo capitale non si valorizza (nutre) adeguatamente (ovvero ad un saggio di profitto vicino a quello medio) suggendo valore (sangue, linfa vitale), è destinato a scomparire ed ad essere rimpiazzato da capitali più efficienti.

La notte dei salariati viventi

Ma il morto capitale sembra non accontentarsi di vampirizzare il lavoro vivo. Pare infatti che la sua massima aspirazione sia far rimbalzare la "morte" che lo caratterizza sul lavoro salariato. Da questo punto di vista è interessante la figura dello zombi. Esso nella tradizione caraibica indica un cadavere rianimato deprivato di anima e volontà che viene usato a piacere dallo stregone rianimatore. Nella fiction cinematografica già nella Notte dei morti viventi (Usa, 1968) di George A. Romero, i "morti" rappresentano gli oppressi e i "vivi" i ricchi. Tale generalità sociale, tuttavia, scompare progressivamente nei successivi film dedicati al tema: nel Giorno degli zombi (Usa, 1985) gli scienziati cercano di addomesticare e far lavorare i morti viventi [cfr. Buzzolan, 1998]. Similmente, la massima aspirazione del capitale sembra essere quella di "zombizzare" la forza-lavoro - mediante le radiazioni e le sostanze velenose del people management e del neocorporativismo socio-giuridico - distaccandola così dal suo supporto umano. A tal proposito Marx dice infatti che "Per il capitale, condizione della produzione non è il lavoratore, ma soltanto il lavoro. Se può farlo svolgere dalle macchine, o addirittura dall'acqua, dall'aria, tant mieux. E il capitale non si appropria del lavoratore, ma del suo lavoro" [Lfep, XXIX, 431].

Bibliografia generale

Baldick C., 1987, In Frankenstein's Shadow, Clarendeon; Brillanti A., 2002, Dialettica dell'orrore: fiction fanta-horror e critica dell'economia politica, in la Contraddizione, no.92; Buzzolan D., 1998, George A. Romero: La notte dei morti viventi, Lindau; Derrida J., 1994, Spettri di Marx, Cortina; Eco U., 1995, Sugli specchi, in Sugli specchi e altri saggi, Bompiani; Feuerbach L., 1965, Opere, Laterza; Gelder K., 1994, Reading the Vampire, Routledge; Introvigne M., 1997, La stirpe di Dracula, Mondadori; Moretti F., 1988, "Dialectic of Fear", in Sign Taken for Wonders, Verso; Petoia E, 1991, Vampiri e lupi mannari, Newton Compton; Prawer S.S., 1978, La biblioteca di Marx, Garzanti; Rance N., 1991, Wilkie Collins and Other Sensation Novelists, Macmillan; Shakespeare, 1975, Amleto, trad. di G. Baldini, Rizzoli; Suvin D.-Angenot M, 1996, L'aggirarsi degli spettri, in Le soglie del fantastico, Lithos; Todorov T., 1977, La letteratura fantastica, Garzanti; Tucker R.C. (a cura di), The Marx-Engels Reader, W.W. Norton & Co.; Walpen B., 2001, Genspenst, in Historisch-kritisches Wörterbuch des Marxismus, Das Argument.

Bibliografia Hegel (sigle)

Fs: Fenomenologia dello spirito, La Nuova Italia, 1960; Sl: Scienza della Logica, Laterza, 1988; E: Estetica, Einaudi, 1976; Esf: Encicopledia delle scienze filosofiche, Laterza, 1983.

Bibliografia Marx e Engels (sigle)

Sf: La sacra famiglia, Opere, IV, Editori Riuniti, 1972; Id.t: L'ideologia tedesca, Editori Riuniti, 1993; Tsf: Tesi su Feuerbach, in Opere Scelte, Editori Riuniti, 1966; Mf: Miseria della filosofia, Editori Riuniti, 1993; Mpc: Manifesto del partito comunista, Einaudi, 1948; Lcf: Lotta di classe in Francia, Editori Riuniti, 1973; Db: Diciotto Brumaio di Napoleone Bonaparte, Editori Riuniti, 1974; Ii: Indirizzo inaugurale dell'Associazione internazionale degli operai, in Opere, XX, Editori Riuniti, 1987; Lfcep: Lineamenti fondamentali della critica dell'economia politica, Opere, XXIX-XXX, Editori Riuniti, 1986; C: Il capitale, Editori Riuniti, 1981.