275. Coloro invece che si nutrono di usura
resusciteranno come chi sia stato toccato da Satana.
E questo perché dicono: "Il commercio è come la usura!".
Ma Allah ha permesso il commercio e ha proibito l' usura.
276. Allah vanifica l'usura e fa decuplicare l'elemosina.
Allah non ama nessun ingrato peccatore.
278. O voi che credete, temete Allah
e rinunciate ai profitti dell' usura se siete credenti.
[Corano, Al - Baqara]
La connotazione religiosa di matrice islamica dei regimi in Medio
Oriente ed in Asia Centro-meridionale pone l'interrogativo sulla possibilità
che vi sia aderenza tra i dogmi e precetti etico-coranici e le categorie
e strutture economiche di tali paesi. Queste ultime si reggono su rapporti
sociali che rimandano al modo di produzione precapitalistico, con una sfasatura
temporale anacronistica rispetto all'occidente capitalistico. Per un paradosso
cabalistico sembrano parlare da soli i 622 anni di differenza "contabile"
dell'Egira rispetto al "tempo moderno"! La dinamica storica ha
portato nei paesi di quest'area oligarchie di estrazione diversa al controllo
del potere politico.
Nel Golfo Persico (Arabia saudita, Kuwait, Bahrein, Emirati arabi uniti,
Oman, Qâtar) le classi ricche, basandosi inizialmente sul petrolio,
si sono poi convertite, grazie alla rendita da esso derivante, in oligarchie
finanziarie divenendo un'élite aristocratico-finanziaria funzionante
come classe di raccordo con l'egemonia della borghesia mondiale. In altri
casi, l'ascesa di classi borghesi medie alleate a gruppi militari ha portato
all'indipendenza dalle potenze imperialiste coloniali ed al soverchiamento
dei gruppi dispotico-feudali al potere (così Egitto, Siria, ecc.)
in nome di un nazionalismo che negli anni `70 rifluì in favore dell'infitah
(apertura) nei confronti dell'occidente, che equivalse ad una nuova dipendenza
dall'estero. Infine, ci sono alcuni stati (come l'Iran, il Pakistan, il
Sudan, la Malesia, la Libia, e anche Olp) le cui classi dirigenti continuano
a respingere l'ufficialità dell'infiltrazione del capitale occidentale
in nome di un integralismo religioso incrollabile.
Il potere ed il benessere economico rimangono dunque una prerogativa di
pochi emiri, sceicchi, capi religiosi o militari che hanno trovato nella
religione un efficace strumento per rafforzare il loro dominio, esattamente
come accadde al momento della decadenza dell'impero ottomano. Ne deriva
una forte polarizzazione economica e sociale, comune a tutto il mondo arabo,
che si traduce in disoccupazione generalizzata, inflazione galoppante, industrializzazione
rimasta una chimera, nonostante gli organismi interarabi per lo sviluppo
creati dopo il 1973 (Fondo monetario arabo, Fondo arabo per lo sviluppo
economico e sociale, o la Islamic development bank).
La base religiosa consente, in una tale situazione, una coesione sociale
laddove non si è sviluppata una divisione in classi simile a quella
occidentale ma piuttosto una segmentazione in ceti unificati dalla comune
appartenenza ad una comunità definita a posteriori col pretesto della
fede (come nel "bene comune" cattolico). Ai potentati locali (ed
agli Usa che hanno pianificato la diffusione dell'"abc" del fondamentalismo
islamico con testi editi dall'università del Nebraska) non è
sfuggita la forza che questo ritorno religioso poteva avere nell'orientare
larga parte della popolazione, garantendo consenso e coesione sociale ai
regimi che questi andavano formando sotto diverse bandiere: i dogmi religiosi
s'impongono sempre laddove esistono delle contraddizioni socio-economiche
basate sui conflitti di classe che se ne servono politicamente o
ideologicamente come fenomeno sociale, per illudersi (se sono oppresse),
o per illudere (se invece opprimono).
La religione, dice Marx, è una sovrastruttura che origina dalla struttura
economica dei rapporti sociali di produzione. L'Islam nasce e s'innesta
in un'epoca in cui il commercio è un'attività fiorente, circostanza
che fa avallare completamente la legittimità del profitto commerciale
(anche Maometto era un mercante) nell'ambito del sistema di valori coranico.
La circostanza che la base economica rimanesse legata alla produzione e
circolazione dei valori d'uso, pur sviluppandosi su più larga scala
la circolazione monetaria legata al commercio, ha determinato la condanna
del capitale usuraio che prendeva piede a spese dei più deboli e
dunque del suo frutto, la ribâ (genericamente tradotto con
"usura"). Questa condanna rappresenta il principio economico per
antonomasia, un divieto d'emanazione divina che peraltro nessuno ha mai
capito perfettamente. S'intese comunque ogni vantaggio che tocchi ad uno
dei contraenti nel corso della vendita o del baratto di metalli preziosi
o di derrate alimentari; in operazioni come quelle di credito tale vantaggio
è identificato nell'interesse, bollato come usura. In questo genere
di operazioni è lecita solo una perfetta equivalenza tra le offerte
delle due parti.
Le motivazioni addotte per giustificare tale interdizione sono diverse:
sarebbe un costo predeterminato di produzione, un'entrata non meritata,
uno strumento di sfruttamento. Una tradizione narra che il versetto del
Corano corrispondente fosse stato rivelato per ultimo, così che il
profeta morì prima di poterlo spiegare. Gli esegeti fanno derivare
da questo anche il divieto alla gharar, ovvero l'alea, il rischio,
la speculazione, tanto che anche strumenti derivati come le opzioni e i
futures sono considerati contrari ai precetti islamici così
come i forward su cambi perché i tassi sono determinati su
differenziali d'interesse; più precisamente è previsto un
divieto di quella vendita in cui la merce non viene precisata e numericamente
definita mentre in modo definito ne è espresso il prezzo. Se si considera
che la struttura economica attuale dei paesi islamici è rimasta per
lo più essenzialmente agricola (trasformatasi poi anche in rendita
petrolifera), si comprende perché l'anatema coranico sia ancora in
voga. L'irrigazione ha permesso lo sviluppo di un'agricoltura fortemente
intensiva che a sua volta ha assicurato un considerevole aumento di popolazione.
Ciò ha rappresentato a lungo una fonte di manodopera a buon mercato
spezzando qualsiasi tentativo d'introduzione delle macchine. Paradossalmente,
è il grado superiore di fertilità del suolo che ha condannato
molte di queste società ad arrestarsi a mezza via del loro sviluppo.
Il divario economico del mondo islamico rispetto all'occidente capitalistico
non è perciò figlio di aspetti religiosi quanto invece delle
conquiste tecnologiche europee e dello slancio, successivamente d'impronta
fortemente calvinista, verso il nuovo spirito borghese, contrapposto alla
staticità economica di un impero largamente orientato in senso feudale
che ha vissuto un'epoca di lustro e fulgore finché l'economia non
si è rivolta ad una produzione orientata al profitto capitalistico.
Si pensi d'altronde, all'interno del mondo occidentale, al percorso di espiazione
dello spirito cattolico-borghese imbrigliato nei precetti religiosi e nell'etica
ascetica "dell'aldilà", rispetto a quello calvinista pragmatico
e moderno che ha riadattato facilmente la sua etica alla luce delle nuove
e dinamiche necessità industriali. Si è riproposta, per il
mondo islamico, in una sorta di nemesi storica, la stessa discrasia di valori
che fu del mondo cattolico.
Aspettando khilafah
La constatazione dell'esistenza della concentrazione della ricchezza, della
proprietà privata, della divisione in classi nella società
musulmana fa sì che lungi dallo scandagliare il sistema alle sue
fondamenta, tali aspetti rimangano assiomi inconfutabili cui i "sicofanti"
economisti musulmani cuciono un vestito su misura ordendolo col filo della
religione. L'economia politica islamica risulta quindi affine ideologicamente
all'economia politica classica occidentale ed ai suoi rapporti nei confronti
del capitalismo. Essa è totalmente modellata su di esso: piuttosto
che un capitalismo all'ombra dell'economia politica religiosa la conseguenza
più forte di tale subordinazione è la demagogica aspirazione
antica e sempre nuova di avere il capitalismo senza le sue conseguenze (sfruttamento,
disuguaglianze di classe, povertà, ecc.). In sostanza, il sistema
politico-economico islamico dal nome propiziatorio di una buona riuscita,
khilafah, contempla un'equa distribuzione delle risorse unita ad
un'armonica convivenza tra produzione, consumo e distribuzione e dalla possibilità
di assegnare un costo "etico" alla produzione di certi beni "cattivi".
Equa perché lo Stato, gestore della cassa di beneficenza comune,
provvederebbe a ridistribuire i fondi che eccedano i bisogni del suo sostentamento
tra i meno abbienti (badando bene però a rispettare il "concetto
islamico di libertà dell'uomo" liberamente reinterpretato come
rispetto della proprietà privata). Armonica perché
sarebbe ammessa la "libertà d'azione", "di scambio
dei servizi" tra i membri della comunità, insomma il mercato
capitalistico, con il capitale ad un polo ed il lavoro salariato all'altro,
ma nell'ambito del controllo sul capitale secondo il principio del "profitto
moderato", a far valere il quale è chiamato ancora una volta
lo Stato. Che cosa intendano poi per Stato gli "esegeti"
musulmani devono ancora spiegarlo. Lo stato panarabo da essi avocato sulla
base dell'identità pan-islamica (come quella che 1370 anni fa Maometto
costituì) affonderebbe infatti le sue radici in una settorializzazione
geografica di un sistema politico spezzettato in tanti piccoli poteri, riflessi
di interessi oligarchici nonché di identità nazionali ben
differenziate. Il potere è gestito dispoticamente dalle famiglie
di monarchi che hanno sfruttato la religione per rafforzare il loro dominio:
non c'è alcuna traccia di rappresentatività o controllo popolare!
Dunque, niente di nuovo rispetto alla nota illusionistica menzogna borghese
secondo cui lo stato e il diritto concepiti come super partes possano
mettere le briglie al profitto, alla concentrazione della ricchezza, alla
concorrenza, trasformando il capitalismo, con alcune misure correttive "riequilibratici",
da brutto anatroccolo in un cigno bianco. La differenza formale - non sostanziale
- che diventa spunto di analisi è semmai la forte connotazione religiosa
che infarcisce tali teorie, che si vogliono ritenere interpretazioni della
fonte etico-religiosa per antonomasia: il Corano. Questo rende comprensibile
che, in campo economico, istituzioni come la zakat (forma di elemosina)
o il divieto della ribâ, siano perseguiti con largo consenso
venendo strumentalizzati in forme che prescindono dalla giustificazione
sociale che si dà ad intendere.
La zakat è un'offerta a carattere espiatorio e purificatorio
cui nessun credente può sottrarsi, è la decima di tutti i
prodotti della terra. Gli allevatori contribuiscono con una pecora ogni
50 (coloro che ne hanno meno di 50 non devono pagare nulla), gli altri devono
versare almeno il 2,5% dei loro guadagni a tal fine. Lungi dal costituire
unicamente un fondo di sostegno per la popolazione più povera, questa
"offerta" ha rappresentato in realtà un efficiente mezzo
per rimpinguare il forziere cui ha attinto, tra gli altri, l'integralismo
islamico (oltre alle milizie in Bosnia, Algeria, Kosovo, Cecenia, ecc.).
Lo scorso dicembre, il portavoce della Casa Bianca, Fleischer, ha rimarcato
l'importanza del monitoraggio della destinazione dei fondi delle associazioni
islamiche di beneficenza, alla luce anche delle donazioni della principessa
Haifa al Faisal, moglie dell'ambasciatore di Riad negli Stati Uniti, che
"potrebbero" aver raggiunto "indirettamente" due dei
terroristi dell'11 Settembre.
In Albania sono stati trovati terminali della Global relief foundation
sospettata di essere legata ad al Qâeda con base in Illinois oltre
che con ramificazioni in 17 paesi. Nota come associazione a carattere umanitario
per la raccolta di fondi, tale organizzazione avrebbe riciclato nella lotta
armata decine di miliardi di dollari racimolati sotto forma di offerte nelle
moschee di tutto il mondo. Altre fondazioni tra le più note sono
la Rashid trust pakistana, la Islamic revival society del
Kuwait, la al Haramain dell'Arabia Saudita, la Holy land americana,
la World islamic charity association.
Del resto alcune banche islamiche nel golfo non mancano di sottolineare
nei propri statuti che le risorse vengono destinate alla lotta per la liberazione
dei luoghi sacri della Palestina, svolgendo un ruolo complementare a quello
di tali associazioni nella circolazione dei fondi. Sia le banche che le
organizzazioni non profit in questione operano a livello internazionale
e tutte hanno filiali nei posti più caldi del mondo, a cominciare
dagli Usa per finire alla Bosnia e alla Cecenia. Tali postazioni non sono
casuali: fin dai tempi del conflitto in Afghanistan contro i sovietici,
questi canali di finanziamento sono stati ampiamente utilizzati dalla Cia
stessa, tra gli altri, per sussidiare i mujaheddin nonché
le milizie in Bosnia, passando per l'Iran e la Turchia.
Pratica complementare e altrettanto efficace è l'hawala (che
in hindi vuol dire "fiducia"), sistema che ha radici millenarie
per spostare denaro senza lasciare tracce, senza pagare tasse, aggirando
controlli governativi e bancari. Infatti il denaro non lascia mai il paese
in cui è. Ad esempio: attraverso il "sistema collect"
(sistema di chiamata telefonica che consente di nasconderne la reale origine),
un uomo da Islamabad chiama il suo "contatto" a New York e gli
dice: "verrà da te Khalid, dàgli 3 maiali" o "ha
bisogno di 5 galline". Un maiale potrebbe valere 10.000 dollari ed
una gallina 1.000. Il "contatto" di New York ha ovviamente un
real business che copre quest'attività, un supermercato,
una concessionaria d'auto, un negozio di frutta e verdura, e celerà
i pagamenti "paralleli" in fatture opportunamente modificate,
relative ad acquisti e vendite di beni o servizi realmente avvenute. Egli
verrà rimborsato, con una commissione inferiore a quelle bancarie,
da amici e parenti di Khalid nel paese dal quale è partito il pagamento.
Il giro d'affari di tale traffico si aggira intorno ai 1.000 mrd $ l'anno.
La finanza islamica ha accolto a braccia aperte tale meccanismo anche perché
rispetta la legge coranica che proibisce la ribâ, attraverso
l'artificio dello sconto dell'interesse maturato nel periodo occorrente
ai trasferimenti di denaro o eventualmente nella sua capitalizzazione sul
prezzo in modo tale che formalmente non appaia anche se è stato conteggiato.
Lo stesso principio dei Bot, insomma! Tale espediente ricorda molto quello
delle economie di sussistenza quando invece dei due buoi ricevuti se ne
restituivano il doppio, e il mondo musulmano rientra a pieno titolo in tale
modus vivendi.
Tutti gli strumenti di prestito islamici sono stati strutturati dunque tenendo
conto del divieto della ribâ. Di conseguenza, le forme contrattuali
di trasferimento del capitale approvate dalla teologia coranica consistono
in sostanza in forme di finanza associativa con logiche molto simili a quella
della joint venture, della new-economy, o dell'accomandita
(mudaraba) o associazione (musharaka) dell'economia tradizionale
in cui le figure contrattuali sono l'imprenditore e la banca. Punto comune
è che nessuna di tutte e due le parti in causa può richiedere
un interesse. Al momento dell'esborso monetario dell'eventuale profitto
l'imprenditore divide con la banca sua socia il risultato sulla base di
una proporzione stabilita. Se c'è una perdita, in verità,
è la banca che la sopporta quasi interamente, confidando nella valutazione
ex ante che il valore medio atteso della totalità degli investimenti
finanziati sia positivo. Ovviamente, la banca regola i suoi rapporti con
gli investitori, i quali hanno la stessa posizione contrattuale della banca
verso l'imprenditore per cui una eventuale perdita, si riversa su di essi
e la banca non paga né riceve nulla.
Altra forma contrattuale più simile ad un rapporto di credito in
senso proprio è quella che consente la vendita di un'attività
ad un prezzo che include un profitto conosciuto da entrambe le parti, regolato
di solito in un periodo differito (murabaha). Attraverso questo contratto
le banche comprano a nome proprio le merci che un soggetto desidera e gliele
rivendono con un sovrapprezzo pattuito, giustificato dal rischio sostenuto
nell'adempiere al servizio.
Conflitti d'interesse
Ovviamente, l'inserimento della finanza islamica nell'economia globale non
è esente da una miriade di paradossi. In primo luogo si osservano
due livelli di "operatività" del circuito finanziario islamico:
uno locale o micro-locale più vicino alla tradizione prettamente
islamica, impegnato a sviluppare le condizioni generali della produzione
"domestica" per traghettare il sistema economico verso livelli
di produzione e circolazione più vicini al capitalismo occidentale,
ed uno migratorio, costituito dalla massa dei grandi capitali detenuti dai
ricchi potentati senza coscienza religiosa di alcun tipo (si pensi al Kuwait
investment office, finanziaria dell'emiro del Kuwait che gestisce 50
mrd $). Questi ultimi non investono nelle piccole e medie imprese del tessuto
produttivo del luogo, bensì valorizzano il capitale nel circuito
finanziario tradizionale, quello "secolare" occidentale. Il sistema
è tale per cui il capitale fluisce dove le opportunità di
valorizzazione sono migliori: esso deve tornare maggiorato al punto di partenza.
Oltre che una regola di "razionalità neoclassica", tale
evidenza è tipica del sistema capitalistico. Analizzando più
nel dettaglio tale aspetto della finanza islamica, per riprendere successivamente
quello relativo alla produzione locale, si osserva che questa circostanza
ha fatto sì che si addivenisse ad un intricato concatenamento d'interessi
nelle alte sfere della finanza e del potere politico. Ci sono stati (e ci
sono!) casi concreti in cui questo legame tentacolare è emerso in
maniera pericolosa, tanto che vicende come la Bcci o l'11.9, per citarne
qualcuna, rimangono cronicamente fumose e ambigue.
La Bcci (Bank of credit and commerce international meglio conosciuta
come "Bank of crooks and criminal international")
è quella banca pakistana, con filiali in 73 paesi, sui cui conti
correnti transitavano soldi della Cia derivanti dalla vendita di oppio grezzo
afghano per finanziare le resistenza dei mujaheddin e altre operazioni
simili (fino alla costruzione della bomba atomica pakistana, tramite l'Isi,
il servizio segreto di quel paese, strettamente legato alla Cia), di Pablo
Escobar (ex grande capo del cartello di Medelin), Manuel Oriega (ex dittatore
di Panama ed ex ricercato numero 1 degli Usa, con cui è stato poi
raggiunto un silenzioso compromesso) nonché quelli che servirono
a Saddam per comprare il gas mostarda (lo stesso gas che gli agenti della
Cia insegnarono ad usare agli irakeni per annientare i curdi del Nord) e
la lista sarebbe ancora lunga. Lo scandalo, che scoppiò nel `91 in
seguito alla disastrosa situazione in cui versava la banca, è stato
archiviato con l'impunità sostanziale di molti personaggi arabi e
americani (ma anche inglesi, italiani, francesi, ecc.) di primo piano coinvolti
e che figurano anche come responsabili, attraverso il loro legame con l'integralismo
islamico, nei fatti dell'11.9.
Basti pensare che con il fallimento della Kriminal bank, così
definita successivamente, il Saudi bin Laden group (by Osama) avrebbe
perso cifre considerevoli. Così come il principe saudita Turki al
Faysal al Saud, buon conoscitore delle attività di Osama e fratello
di Mohammed il quale creò negli anni `80 il gruppo strettamente islamico
Dar al Maal al Islami - uno dei 4 gruppi bancari islamici più
importanti - con sede legale alle Bahamas e uffici a Ginevra e per l'Europa,
associato con la Sico - Saudi investment company, la finanziaria
del Saudi bin Laden Group, il cui amministratore, Baudoin Dunant,
è in affari tuttora con bin Mahfouz, uomo chiave dello scandalo.
Bin Mahfouz è uno di quei personaggi che risulta fondamentale anche
per chiarire la commistione di interessi tratteggiata. Egli infatti fu socio
d'affari con George W. Bush al tempo della Harken energy (il cui
consiglio di amministrazione era pressoché identico a quello della
Bcci!), che sostenne economicamente quando, sull'orlo del fallimento, piovve
dal cielo un contratto di trivellazione nel Bahrein che la pose addirittura
prima di colossi come la Amoco e la Esso. Inoltre, è
il figlio del fondatore della National commercial bank saudita, una
delle più importanti banche private del mondo, nonché cognato
di Osama bin Laden.
Il legame con Bush si è mantenuto attraverso la compartecipazione
al Carlyle group, nel cui cda siede Sami Baarma, che è
una figura di primo piano nella Prime commercial bank of Pakistan,
di bin Mahfouz, insieme peraltro a John Mayor (ex premier britannico), Jamer
Baker (ex segretario di stato di Bush senior), lo stesso George Bush sr,
e tra i cui clienti annovera Soros o la famiglia bin Laden (fino ad ottobre
del 2001, per ovvie ragioni). La commistione tra finanzieri arabi e potere
politico in generale, americano in particolare, si è imposta all'attenzione
ancora una volta nella recente nomina del presidente della Commissione "indipendente"
sull'11.9: dopo la "rinuncia" di Kissinger per conflitto d'interessi,
è stato investito Thomas Kean, direttore e socio della Amerada
Hess corporation, associata con il nome Hess-Delta con la Delta
oil dell'Arabia saudita, tra l'altro posseduta in parte dalla famiglia
bin Mahfouz. Allo stesso tempo, pur essendo dimostrato il loro ruolo attivo
nei fatti dell'11.9, alcune banche locate in Kuwait o nel Bahrein, come
la Faysal islamic bank o la Kuwait finance house, e organizzazioni
non governative come la Blessed relief foundation o la Islamic
relief organization (entrambe facenti capo al "solito sospetto"
bin Mahfouz) sono state esonerate dal congelamento dei fondi.
Islamic banking
L'altro pilastro della finanza islamica è l'islamic banking,
una pratica che si avvale solo di strumenti finanziari riconosciuti dalle
fonti religiose come il Corano, la Shaàja, la Sunnah,
e che in sostanza non prevede la corresponsione di alcun interesse.
Inizialmente il substrato economico in cui voleva svilupparsi è stato
un imputato del suo insuccesso come fenomeno di massa. L'alto tasso di delinquenza
dei debitori, infatti, favorito dalla circostanza che i pagamenti "ritardatari"
non potevano essere penalizzati perché altrimenti si sarebbe incorsi
in un'indebita appropriazione del tempo, sono stati i primi ostacoli
incontrati sul nascere. Il principale motivo d'insuccesso poteva però
essere rintracciato nell'assenza, nei paesi islamici, di un mercato di capitali
in cui si negoziassero strumenti privi di tasso d'interesse per investire
la liquidità raccolta.
L'alternativa era rappresentata infatti da contratti tipici della finanza
associativa, che vincolavano i risparmi alle imprese del tessuto produttivo
del luogo. Questo però non corrispondeva (e non corrisponde!) all'esigenza
del risparmiatore privato, che più che un prestito di capitale, quale
quello che si veniva poi a configurare , in realtà voleva solo un
differimento di disponibilità del suo reddito, cioè accantonarlo
in vista di un consumo futuro. Difatti tali risparmi non sono in grado all'interno
del sistema precapitalistico islamico di sostenere il processo di trasformazione
del reddito in capitale produttivo proprio perché la popolazione
vive ai limiti dell'autosussistenza e non vi è un surplus
di reddito reale e generalizzato che consenta alle banche di poter realizzare
la "trasformazione delle scadenze".
Ma le nuove frontiere finanziarie hanno creato un nuovo humus su
cui tentare di nuovo il colpo! Il fatto che il credito bancario generi l'essenziale
dei profitti a partire da commissioni e tariffe imposte sui servizi (margine
d'intermediazione) più che dal differenziale lucrato tra tassi passivi,
applicati sui depositi, e tassi attivi spuntati sul mercato (margine d'interesse),
ha permesso di aggirare i dibatti teologici sulla ribâ. D'altronde,
l'ondata di innovazioni conseguenti alla deregulation ha reso possibile
l'ideazione e la vendita di ogni tipo di prodotto islamico surrogato o succedaneo
di molti prodotti tradizionali. Per esempio, un'obbligazione può
venire scomposta permettendo ad ognuna delle sue due componenti - capitale
ed interesse - di essere venduta separatamente, trasformando alchimisticamente
l'interesse in capitale!
In più il declino della banca commerciale classica, congiunto allo
sviluppo delle banche d'investimento e delle società di gestione
del capitale di rischio, ha rafforzato l'idea della finanza associativa.
Sia il riavvicinamento della finanza e dell'industria che la fusione dei
"mestieri" della finanza, hanno ricreato le condizioni per ritentare
un'esperienza come l'islamic banking. Diffondere una "cultura
del credito" a livello di massa (mercato retail) alla luce del
potenziale di crescita di tale mercato, offre l'opportunità di un
business che vale qualcosa come 200 mrd $ e cresce ad un tasso del
15% annuo. Inoltre, ci sono 150 milioni di musulmani fedeli ai dettami del
Corano che vivono in paesi non islamici verso i quali orientare una strategia
"retail" (al dettaglio) ancora in erba rispetto alla finanza
associativa di tipo "corporate" (orientata alle imprese)
che si è avvalsa di forme consolidate come il musharaka, mudaraba,
ecc. descritte precedentemente.
Rimane il problema, però, dell'esclusione delle banche islamiche
dal mercato secondario per il divieto di corrispondere interessi e di riceverli:
ciò le priva della possibilità di contrattare e di concludere
investimenti con le banche tradizionali e di reperire risorse finanziarie.
Per cui, l'unica chance di valorizzazione dei propri attivi e della
propria raccolta lungo le diverse scadenze molto spesso rimane l'investimento
in borsa, più liquido, grazie alla previa selezione dei titoli considerati
conformi alla dottrina (ovviamente tale definizione è molto blanda,
esattamente come succede per le imprese "socialmente responsabili"
o "etiche" occidentali) con tutti i rischi che la limitata diversificazione
degli investimenti comporta.
Il mercato dei fondi azionari islamici sembra però in rapida espansione:
lanciati all'inizio degli anni 1990, hanno già raggiunto un patrimonio
gestito pari a 5 mrd $, con un tasso di crescita annuo pari che oscilla
tra il 12 e il 15%. Le holdings (partecipate) [per una loro classificazione
dettagliata, si può consultare <www.islamiqstocks.com>]
sono imprese a sicuro carattere etico, ovvero imprese che non siano "troppo"
indebitate, con un rapporto tra debiti e capitalizzazione di mercato inferiore
al 33%. Si noti che questo rapporto, efficace indicatore di solidità
patrimoniale di un'impresa, rappresenta realmente uno dei rari punti d'incontro
tra valutazione religiosa e valutazione economica!!
È in questo contesto, dunque, che si collocano gli sforzi più
recenti d'integrazione del sistema finanziario "coranico" con
quello occidentale, conseguenza del fatto ulteriore che le reti finanziarie
islamiche, un tempo monolitiche e dominate dalle monarchie petrolifere del
Golfo (in particolare dall'Arabia saudita) attualmente riflettono la diversità
del mondo musulmano. Ovviamente questo ha un prezzo, ossia di celare, commercialmente,
la reale natura di uno strumento di credito. Quelli che oggi conoscono una
crescita maggiore, infatti, sono sovente proprio gli strumenti che negli
anni `70 erano o considerati illeciti (takaful o assicurazione, ad
esempio) oppure di uso ancora limitato.
Un esempio recente e molto esplicativo è quello della Bank Islam
Malaysia bhd, che ha pianificato di incrementare nel corso del 2003
il credito retail (in cui sono compresi per 2/3 i piccoli risparmiatori
e per il resto piccole e medie imprese) del 60% e di ridurre il credito
corporate del 40%, strategia che punterà essenzialmente sulla
diffusione delle carte di credito. Prevedendo una percentuale di trattenuta
a favore della zakat, tali carte oblitereranno la loro legittimità
all'interno del mondo islamico. La Malesia, soprattutto in seguito alla
crisi del 1997, ha cercato di potenziare enormemente le sue strutture interne
puntando molto sulla loro connotazione islamica. Perciò, oltre alla
Pilgrims saving corporation e altre istituzioni economico-religiose
di intercettazione dei risparmi, ha addirittura cercato di superarsi richiamando
su uno stesso strumento sia soldi musulmani che "infedeli" (i
famosi due piccioni con una fava!): ha emesso così un prestito obbligazionario
(giugno 2002) garantendo sia un succoso interesse agli obbligazionisti occidentali
che un surrogato efficace a quelli che a tale interesse non possono... "interessarsi"!
L'alchimia consiste nell'avvalersi della formula del lease rental
che permette di trasformare gli interessi in un canone d'affitto: alla base
del prestito c'è una vendita di un terreno del Governo a se stesso
nella veste di una società costituita appositamente e partecipata
al 100% da esso, che per acquistarlo si finanzia con un prestito obbligazionario.
A questo punto il Governo prende in affitto il terreno e paga alla società
"veicolo" un canone d'affitto che rigira ai suoi finanziatori
come interesse o come canone che dir si voglia a seconda della "sensibilità"
del percettore. Questo le è valso un successo globale: il bond
da 600 mln $ ha fronteggiato un domanda da 1 mrd $.
Ovviamente, ci sono esempi anche di stati come Iran e Pakistan passati "a
miglior costituzione" (completamente islamizzata) che lungi dal dedicarsi
a complesse fantasticherie ingegneristico-finanziarie preferiscono più
semplicemente svestirsi dell'ideologia religiosa all'occorrenza ed emettere
corposi prestiti obbligazionari (con alto tasso cedolare, a causa del basso
rating loro riconosciuto) per "mantenere un legame con gli investitori
internazionali" (così il consulente economico del primo ministro
pakistano).
Gli affari sono affari! Tale ideologia, che li porterebbe a ripudiare ogni
rapporto con il Satana occidentale, è in realtà una schermatura
che risponde a pure logiche strumentali al servizio dei disegni geo-politici
del capitale occidentale. Non è un segreto infatti il ruolo ancillare
alle strategie di dominio Usa, in tali stati ed in generale nel fondamentalismo
islamico, di cui essi si fanno portatori. Infatti, mentre il Pakistan ha
ricoperto un ruolo attivo, attraverso i suoi servizi segreti, nella jihad
dei mujaheddin contro i sovietici, l'Iran, nonostante l'ostentata
avversione pubblica, ha cooperato attivamente con la Cia al terrorismo in
Bosnia nei primi anni `90.
Forme d'interesse sociale
Avulsi da questo contesto finora sono rimasti i cosiddetti "soggetti
non bancabili", rappresentati dai soggetti "molto poveri"
che trovano difficoltà ad inserirsi come controparte "passiva",
cioè sul fronte della richiesta di prestiti sul mercato del credito.
A tali soggetti si rivolgono in un afflato etico sia le classiche istituzioni
di beneficenza sia quelle di microfinanza o microcredito, che in questo
modo validano la propria connotazione etica, più che dal semplice
rispetto di dettami religiosi in merito al divieto d'interesse.
Si consideri la Grameen bank, la banca dei poveri di Yunus: nasce
nel Bangladesh, dunque il contesto culturale di riferimento rimane quello
musulmano, ma l'eticità di cui si fregia risponde più a criteri
"occidentali" che islamico-coranici. Infatti tale banca pur promovendo
validi progetti ed iniziative, è molto più vicina ad una cooperativa,
istituzione di tipo etico-occidentale, piuttosto che ad una qualsiasi istituzione
religiosa nel senso in cui abbiamo visto . Non è un caso infatti
che pur esistendo già altre banche di microcredito in Pakistan (fine
anni '50, dove ricchi benefattori devolvevano un capitale da impiegare in
piccoli prestiti per favorire lo sviluppo rurale) ed in Egitto (la Mit
Gham saving bank, che, diversamente dalla sua collega pakistana richiedeva
un deposito iniziale da parte del debitore, esattamente come per le banche
cooperative), le quali tra l'altro non richiedevano che un piccolo rimborso
spese per il servizio prestato (conformemente ai principi della Shaàja)
piuttosto che un interesse come Grameen, solo quest'ultima si è
imposta all'attenzione occidentale. Probabilmente perché è
riuscita a sviluppare un tipo di struttura che garantendo una profittabilità
in linea con quel tipo di investimento con quel tipo di rischio
(il tasso stabilito è del 20%, esattamente lo stesso praticato dalle
altre banche), ne conserva comunque un valore aggiunto rappresentato dal
group lending (prestito di gruppo) che pone un rimedio all'antico
problema della banche: le asimmetrie informative.
Gli individui candidati al prestito formano un gruppo e diventano responsabili
in solido dei pagamenti di ciascun componente (joint liabilities):
se uno di loro non onora il debito gli altri non possono prendere a prestito.
Ne deriva che gli individui innanzitutto scelgono altri simili per abilità
formando dei gruppi omogenei, ovvero si controllano a vicenda fino a ripagamento
avvenuto (peer monitoring). Inoltre, ci sono tutta una serie di "controindicazioni"
che fanno sì che il prestito al "molto povero" sia interdipendente
alle sorti della banca stessa (obbligo di comprare almeno un'azione
della banca, di versare un contributo annuale rispettivamente per un fondo
di risparmio, di garanzia, di assicurazione, ecc.) quale ulteriore garanzia
di successo dell'impresa. Questa banca, a causa dell'accettazione del ribâ,
non sarebbe dunque più etica secondo la logica musulmana, pur ponendosi
scopi "etici" nell'aiutare soggetti altrimenti esclusi e lasciati
al loro destino per far risalire loro la scala sociale.
Probabilmente l'"etica economica islamica" ha ancora bisogno
di simulacri ed artifizi che rendano accettabile il capitalismo a tutte
le masse che in esso ideologicamente riconoscono il Satana occidentale.
Ma non c'è società in grado di mobilitare importanti risorse
senza accettare il prestito ad interesse e non si può uscire da un'economia
prevalentemente rurale senza accettare i meccanismi necessari per accumulare
capitale tra le mani dei dirigenti industriali. L'Islam tenta di superare
tale ostacolo avvalendosi di pratiche "purificatrici" per il capitale
di credito considerandolo quale antagonista (quale è) al capitale
produttivo ma trascurando il fatto che gli è assolutamente necessario.