INELUTTABILE, INELUDIBILE
attacco alle pensioni: Berlusconi colpisce ancora
Gianfranco Pala
Riformare le pensioni è un fatto ineluttabile.
Riforma è una bella parola per dire taglio.
I nuovi lavoratori un giorno protesteranno.
Il risparmio privato investito nei mercati finanziari
viene canalizzato verso impieghi produttivi.
[Luigi Crosti - ammministratore delegato Etra Sim]
Nelle poche parole del sig. Crosti, finanziere rampante del "risparmio
gestito", sono racchiuse non poche "verità" padronali.
Che siano padronali, del resto, è più che evidente allorché
si leggono anche sue deliranti e incolte farneticazioni, laddove sostiene
senza vergogna che "se Marx nascesse oggi non si occuperebbe dei proletari,
classe ormai ridotta all'osso, ma studierebbe un meccanismo per portare
al potere i risparmiatori": affermazione che, magari, se ci capite,
si sarebbe potuto "risparmiare". Ma ciò che qui interessa
è il chiaro cinismo espresso sulle pensioni, che ribadisce quanto
anche Berlusconi ripete da mesi, quando afferma che la riforma previdenziale
è "ineludibile". Parimenti che nell'altro aggettivo "ineluttabile",
quest'ultimo più consono e italianamente corretto del primo, vi appare
celato un senso di fatalità, di destino, "contro
cui non si può lottare" [cfr. Dizionario Garzanti].
E invece sì, si può lottare, come hanno dimostrato
gli scioperi e le manifestazioni di milioni di lavoratori (passati, presenti
e futuri) che nel 1995 hanno portato alla caduta del "Berlusconi 1".
Peccato che - in extremis, come si è eufemisticamente detto
- lo sciopero generale indetto per il dicembre 1994, dopo l'enorme successo
delle manifestazioni del precedente 14 ottobre, entrambi facenti séguito
all'ignobile "protocollo" del luglio 1993 voluto da Ciampi, sia
stato ignobilmente revocato. I boss del centrosinistra si sono palesemente
più che contentati della crisi di Berlusconi stesso, sicché
poterono gettare le basi della riforma pensionistica di Dini (passato con
incuranza da Berlusconi a Prodi), concettualmente uguale alla precedente
di Amato e alla successiva banda Bassotti Berlusconi-Tremonti-Maroni. Tutte
codesti interventi sono serviti da copertura ideologica, a partire dalla
"riforma Amato" del 1992.
Sia chiaro, a scanso di ulteriori equivoci: per cacciare quest'ultimo "trio
monnezza" non è mai troppo presto; prima quel letame viene spazzato
via, meglio è. Ma la tragedia per i lavoratori è che le mani
sulle pensioni pubbliche, che erano obbligatoriamente a ripartizione solidale,
le hanno messe tutti, in Italia e altrove, da una dozzina d'anni a questa
parte, da destra e d'asinistra. In questo senso - e fondamentalmente in
questo senso - si è sopra ricordato come le "riforme" delle
pensioni che portano le firme di Amato e Dini-Prodi [cfr. la Contraddizione,
no.46 e seguenti; si veda pure il volumetto Pensioni senza fondo,
disponibile anche in rete] si collochino nella medesima linea concettuale
perseguìta da Berlusconi, prima abortita e adesso ancora no, anche
se la banda di Arcore ci ha indubbiamente aggiunto del suo: un'oscena bassezza,
che valga per tutte, è l'abolizione dell'indennizzo futuro (in termini
di una riduzione degli anni lavorativi) previsto per la nocività
amianto. Perciò, un'eventuale sconfitta del più che vacillante
governo forzitaliota proprio sulla questione previdenziale, dal momento
che esso fa acqua anche da tutti gli altri pizzi, non può però
essere di per sé per nulla rassicurante. La questione è che
tutte le manomissioni sul sistema previdenziale, dal Cile al Brasile, dalla
Francia alla Germania - ovviamente Italia compresa - provengono e principiano
dalle direttive del Fmi e l'Italia, fin da Amato 1992, è in anticipo
sull'Europa, con maggiori restrizioni.
Quelle direttive risalgono agli anni 1980, anni di crisi mondiale protratta
in cui la liquidità dei capitali in eccesso doveva essere "incanalata"
(come ricorda Crosti) verso investimenti profittevoli, più in speculazioni
di portafoglio che produttivi, data la perdurante e cronicamente patologica
sovraproduzione. Una decina d'anni fa, nel 1994, al Fmi fu tenuta una conferenza
sulla Riforma delle pensioni pubbliche per fare il punto della situazione
a metà percorso, prima della stretta finale. Gli esperti del fondo
monetario si basarono su un documento elaborato dalla Banca mondiale, Prevenire
la crisi dell'invecchiamento: politiche per proteggere gli anziani e promuovere
la crescita. Era lì che, al di là dell'ipocrita retorica
scritta nel titolo (sul problema malamente posto come "invecchiamento"
si tornerà tra breve), venne illustrata la notoria strategia detta
"a tre pilastri", articolata su tre piani: i. pensionistico
pubblico obbligatorio di base (in realtà predisposto solo come "salvagente"
per poter integrare un reddito minimo); ii. pensionistico privato
occupazionale obbligatorio, totalmente a capitalizzazione (il fulcro di
tutta l'operazione "capitalistica finanziaria", per la privatizzazione
del settore); iii. risparmio personale volontario (di tipo assicurativo
già esistente, ma da razionalizzare e rilanciare sistematicamente).
Codesti "pilastri" sono punti programmatici che si ritrovano
tali e quali - eppure con buone dosi di fanatismo - in tutte le controriforme
pensionistiche del mondo dominato dal capitale (cioè, del mondo tout
court). In base alla primigenia riforma Amato del 1992 era previsto
un "taglio" ["riforma è una bella parola per
dire taglio", come ha ammesso Crosti] della spesa previdenziale futura
- in particolare della spesa pensionistica del Fondo lavoratori dipendenti
privati dell'Inps - crescente nel tempo, che già allora era stata
ipotizzata tra il 20 e il 30% del Pil (rispetto alla situazione precedente)
nel 2025. Si stimava che il risparmio e le maggiori entrate conseguibili
con le "riforme" Amato-Dini ammontassero a ben più di 100
mmrd [[sterling]] dal 1996 al 2005; il risparmio maggiore, entro il 2005,
sarebbe venuto dai tagli sulle pensioni di anzianità, per quasi 60
mmrd [[sterling]]. L'età per la pensione di vecchiaia era già
prevista da Amato a 60 anni per le donne e 65 per gli uomini. Tuttavia,
dato il frequente ricorso a pensioni di anzianità, l'età media
della pensione in Italia è tuttora inferiore ai 60 anni.
Anche su questo punto, pur se piuttosto rozzamente, il "Berlusconi
2" vorrebbe attuare una "qualità" varata dal parlamento
oltre dieci anni fa. La legge sul sistema previdenziale voluta da Amato
prevedeva espressamente anche la scomparsa graduale delle pensioni di anzianità,
con l'applicazione, a regime e senza eccezioni, del principio contributivo
e con un graduale allineamento delle aliquote di finanziamento alle aliquote
di computo. A séguito della controriforma Dini, l'allora capo
sindacalista Sergio Cofferati (e la Cgil a maggioranza) votò per
far passare tutti al sistema contributivo. Un altro nodo cruciale del provvedimento
Amato del 1992, mantenuto nelle controriforme successive, era l'abolizione
dell'aggancio delle pensioni all'andamento dei salari; ciò rivestiva
estrema importanza perché allora si stimò che esso, da solo,
avrebbe potuto consentire, al 2025, di tagliare ben i ? della spesa previdenziale!
In effetti, fin da ora, pur con 35 anni di contribuzione, il rapporto tra
pensione e retribuzione salariale diretta risulta già mediamente
dimezzato (da ? a ?).
A tutto ciò - e scusate se è poco - si doveva anche aggiungere
l'annoso problema della cosiddetta separazione tra le spese previdenziali
e quelle assistenziali, la cui copertura dovrebbe legalmente essere garantita
da parte dello stato e non degli enti della previdenza pubblica. Essa fu
riconosciuta parzialmente con l'approvazione della legge 88/1989, ribadita
dalla legge 449/1997; ma finora tale separazione non è mai stata
applicata integralmente. Fu stimato dall'Inps che le spese assistenziali
(oltre il 40% dell'aliquota totale dei contributi sociali) non coperte dai
trasferimenti statali erano ammontate, tra il 1989 e il 1996, a più
di 200 mmrd. Nel 1964 l'attivo patrimoniale di gestione dei lavoratori dipendenti
dell'Inps, giunse perfino a toccare i mille miliardi di lire. Non è
il caso di entrare qui nei dettagli dei complicatissimi calcoli del cosiddetto
"adeguamento", annualmente incluso nella legge finanziaria per
qualche decina di milioni di euro, del trasferimento dal bilancio dello
stato agli enti previdenziali.
È invece significativo ricordare quali siano le prestazioni assistenziali,
non di pertinenza previdenziale, previste. Ancora oggi nei conti
degli enti della previdenza pubblica figurano oneri che dovrebbero rientrare
esclusivamente nella fiscalità generale. Innanzitutto, ci sono quelle
chiamate "pensioni sociali" (che "previdenza" non è,
nonostante il nome loro proditoriamente apposto), insieme alle varie altre
forme di integrazioni al minimo, assegni sociali, "pensioni" di
invalidità, ecc. (in Europa tutto ciò è contabilizzato
nella voce "altro", mentre anche il Tfr, o liquidazione, che là
non esiste, qui è messo impropriamente tra i costi previdenziali).
Per inciso, i crediti contributivi infortunistici dell'Inail sono stati
assoggettati a cartolarizzazione. Un caso esemplarmente significativo -
che bene illustra la vergognosa infamia della banda Bassotti del "milione"
- è il conclamato "aumento" delle pensioni in favore dei
soggetti disagiati, 2 milioni di pensionati su 6, a un milione di lire [che
sono oggi 516,46 euro]. Ma, trasudando demagogia da tutti i pori, il provvedimento
prevede norme assai parziali, che escludono soggetti bisognosi; le presunte
maggiorazioni sociali di massa, infatti, si riferiscono soltanto a chi abbia
un'età superiore a 70 anni, per vedersi garantita l'integrazione
a un reddito proprio pari a quel minimo stabilito (il famoso "milione"
del sig. Bonaventura), purché non possieda altri redditi o si tratti
di ... invalidi civili, sordomuti e ciechi civili; se invece gli "interessati"
risultano invalidi totali, sordomuti e ciechi assoluti o titolari di pensione
di inabilità, ... basta avere 60 anni. Tutta vita!
Così, i lavoratori dipendenti - attraverso un uso illegale dei contributi
da loro versati all'Inps, tradotti di fatto in un maggior peso parafiscale
per gli interventi "assistenziali", che avrebbero dovuto essere
a carico del bilancio pubblico - hanno lasciato i loro soldi nelle casse
dello stato, che di fatto proprio attraverso queste eccedenze di bilancio
finanzia indirettamente la ristrutturazione capitalistica. Un vero e proprio
furto che stato e capitale fanno al salario. Con la crisi mondiale ormai
galoppante in tutti i paesi capitalistici, è stata questa una maniera
per sgravare le imprese dagli oneri sociali e previdenziali. Sicché,
in ritardo a causa di una legge perennemente violata, la programmata finta
separazione tra previdenza e assistenza potrà essere compiuta solo
insieme alla "riforma" del mercato del lavoro - da Mastella, a
Treu, a Biagi, nel nome generico della flessibilità, che significa
piena protezione al capitale da parte dello stato - senza di che la stessa
controriforma del sistema previdenziale resterebbe monca.
Successivamente, dopo il fallimento di Dini con "Berlusconi 1",
lo stesso Dini portò avanti la controriforma pensionistica con l'enorme
"risparmio" previsto dianzi rammentato. Prodi (quello della "finanziaria"
da 80 mmrd, seguìta a quella da 100 mmrd di Amato, ignominiosamente
votate dall'asinistra) riuscì nella prodezza di aggiungere alla controriforma
Dini un altro taglio al salario differito dei lavoratori di quasi il 40%.
La "riforma" Dini, data l'immediatezza delle iniziative che rivendicava
a nome del Fmi, pose all'ordine del giorno una serie di verifiche e revisioni.
Già in essa, dopo Amato, si andava verso l'eliminazione del pensionamento
anticipato: gli anni di contributi versati erano destinati a crescere rispetto
agli originari 35, così come l'età minima di pensionamento
dai 54 anni ai 57; nell'ormai mitico 2008, fu Dini che previde i 40 anni
di contributi versati, indipendentemente dall'età anagrafica, e non
certo per pensioni a ripartizione. Fin da allora fu messa in evidenza l'urgenza
- del Fmi - di dare un rapido inizio alla "riforma", per l'intanto
con un passaggio dai regimi a "ripartizione" a quelli fondati
sulla "capitalizzazione" solo per i nuovi assunti, salvaguardando
(a parole) le acquisizioni pregresse. Ma già si cominciava a prefigurare
l'opportunità, tutta padronale, di far slittare le "finestre"
per il pensionamento anticipato. Il sottosegretario di Forza Italia, Vito
Tanzi, nel 1997 quando ancora stava al Fmi, affermò: "Non credo
che quanto ha fatto il governo risolverà il problema delle pensioni
a lungo termine. Quindi, prima o poi, si dovrà rivisitare il problema".
Appunto, eccoci qua.
Sentir dire a Epifani che l'attacco di Berlusconi alle pensioni
"a regime stravolge la riforma Dini" è, perciò,
quanto meno curioso. Sicuramente, come qui detto prima e dopo, l'azione
berlusconiana accelera e scompensa alcune situazioni (gradualità
dell'innalzamento dei termini degli anni di età e contributi, disincentivazione
e penalizzazione anticipata per le pensioni di anzianità, condizione
dei dipendenti pubblici, ecc.), ma la controriforma Dini - contro la quale,
ricordiamolo bene, lavoratori e comunisti si sono sempre battuti
- non ne è significativamente toccata. I fatti sostanziali nuovi
sono invece un paio: a. la provvisorietà una tantum
per "fare cassa" (condoni, cartolarizzazioni e svendite patrimoniali)
dell'infame linea Tremonti, per lasciare le gatte da pelare in eredità
a chi verrà dopo; b. la voglia di farla finita con la banda
Berlusconi. Perciò quell'affermazione del segretario Cgil è
inopportuna, e comunque meno attendibile di quella di Pezzotta, al quale
si può francamente credere quando esclama che, con "tutto quello
che ci è costato il Patto per l'Italia", siccome "è
stato peggiorato quel che era già pessimo, ormai non capisco più":
perché, ha mai capito qualcosa?! Perfino per l'Ugl filofascista è
"inevitabile lo sciopero generale". Vedremo se e come.
Dunque, l'ulteriore controriforma della banda Bassotti prova solo ad anticipare
brutalmente alcuni punti ormai largamente programmati da anni, tanto che
perfino la Corte dei conti [cfr. la sua "audizione" sulla
legge finanziaria 2004, reperibile in rete alla pagina ufficiale della Corte
stessa] - pur nella linea repressiva confindustriale - non può tacere
che mancano tuttora informazioni fornite dal governo sulle previsioni finanziarie
e sulla sua riforma pensionistica. Le entrate tributarie del 2003, nonostante
i condoni ampliati e prorogati e le altre sanatorie fiscali, sono cresciute
meno di 3 mrd Ä, in ragione degli sgravi concessi, del contrarsi di
altre fonti di entrata, dell'inadeguatezza delle forme di accertamento e
controllo, tutti provvedimenti che consistono in una mera sostituzione del
gettito ordinario col gettito straordinario. C'è l'impossibilità
di verificare la consistenza delle ipotesi di espansione tendenziale, sì
che è poco attendibile la sola enunciazione degli obiettivi programmatici,
e ciò quanto più saranno rinviati interventi di contenimento
permanente e strutturale del disavanzo. I conti pubblici per il 2004 sono
così fondamentalmente basati sui citati interventi una tantum
che complessivamente incidono per più di ? della manovra. È
difficile credere che il disavanzo tendenziale del 2004 possa essere contenuto
intorno al 3% del Pil. Nel prossimo anno, infatti, la correzione del disavanzo
"strutturale" non supererà lo 0,3% e, pertanto, non sarà
in linea con le richieste europee. Che accadrà, allora, dopo la stagione
dei condoni? Fiduciosamente si ripete la giaculatoria che poi tutto
andrà per il meglio, nel ... 2007!!!
Nel giocare la sua carta populistica col messaggio televisivo alla nazione
- che da più parti è stato definito come sortita di un "piazzista
a reti unificate" - il cavaliere nero ha ciurlato nel manico col suo
"coraggio" arrivando diverse volte a mentire spudoratamente. Certo,
c'è voluto un bel "coraggio" per dire, a es., che dal 2008
le pensioni di anzianità non scompariranno. In effetti, a scomparire
saranno i pensionati, ossia le persone non le cose, dal momento che
da quell'anno è di fatto previsto "obbligatoriamente"
un prolungamento secco di 5 anni della vita lavorativa (fino a 65 anni)
o dell'età contributiva (fino a 40). Per i nati dopo il 1951, la
pensione d'anzianità con 35 anni di contributi è cancellata
per sempre. Coloro che provassero ugualmente ad andare in pensione anticipata,
potranno però fruire esclusivamente di trattamento "contributivo";
senza avere i requisiti di età richiesti (per contributi o anzianità),
riceverebbero un assegno mensile decurtato di oltre il 50%. Infatti, dal
2008 non potrà più valere il limite dei 57 anni anagrafici,
e la possibilità di derogare al requisito dei 40 anni contributivi
si avrebbe solo a patto di "optare" per il sistema contributivo
anche per il periodo precedente il 1996, cioè dandosi la zappa sui
piedi. Il kapo - che in una delle sue avventate e incolte esternazioni aveva
detto che, per Lui, "disincentivo" aveva lo stesso significato
di "incentivo" - ha imposto così la sua arroganza, dato
che "più che un "disincentivo", questo sembra un raggiro.
Così non si mira a convincere, ma quasi a estorcere" [cfr. la
Repubblica, 3.10.2003].
Maroni ha aggiunto un bel po' di fumo, comunicando che coloro i quali, invece,
restassero a lavorare fino a tarda età (cioè anche dopo aver
raggiunto i minimi di anni richiesti, praticamente fino alla morte, cosicché
il loro costo pensionistico sarebbe ridotto a ... zero!), come "incentivo"
per morire sul posto di lavoro, riceverebbero un bonus esentasse
pari circa a ? del salario (al lordo, se si dice "esentasse",
pari cioè addirittura più o meno a ulteriori ? dell'intera
busta paga, o solo al netto, cioè quasi la metà del precedente
importo? Una bella differenza!). Questa percentuale, come si è ricordato
prima, è equivalente all'ammontare delle trattenute per gli oneri
sociali (l'altro terzo circa, per arrivare approssimativamente alla metà
del salario lordo, corrisponde mediamente alla ritenuta fiscale). Ma il
trucco c'è, e si vede pure doppio. Siccome si prospettano al "beneficiario"
di cotanta bontà governativa tre scelte - avere subito, come detto,
i contributi in busta paga; continuare a versarli all'Inps per avere, semmai
dopo, una pensione più alta; destinarli alla propria previdenza complementare,
gestita dai fondi pensione assicurativi privati - se il malcapitato decidesse
di prendersi quei soldi prima, di fronte a un costo della vita sempre
più insostenibile, pagherebbe codesto vantaggio poi, con gli
interessi, ricevendo una pensione conseguentemente ridotta. Il colpo sarebbe
riuscito: la banda Bassotti ti avrebbe "regalato" i soldi tuoi!
Non è che, in caso contrario, "dopo" la pensione sarebbe
più alta: è che se i soldi si prendono "prima",
la pensione "dopo" è più bassa di quanto
dovrebbe essere. Il doppio effetto "collaterale" (per dir così)
è che quell'incentivo priverebbe correntemente l'ente previdenziale
pubblico delle entrate corrispondenti, aggravando ulteriormente il suo già
falsato bilancio; cosa che avverrebbe anche se i disgraziati lavoratori,
convinti da qualche mestatore capace di vendere nuovi "prodotti finanziari"
per un'assicurazione privata (la Enron non ha insegnato niente?), optassero
per la terza soluzione, versando quei soldi per una propria previdenza complementare.
In questo quadro è pura demagogia aver dichiarato di voler porre
un tetto alle cosiddette pensioni "di lusso" pari o maggiori a
516 Ä al giorno [ossia 15.000 Ä al mese, o 190.000 Ä l'anno!];
a parte il fatto che, comunque, si tratta sempre di "dipendenti"
- seppure di altissimo rango, dirigenti, ecc., per i quali tali "pensioni"
continuano a essere una rapina, come i loro "stipendi" - e mai
di padroni, che pure in questo campo si garantiscono l'impunità.
Il risultato indicato dalla banda Bassotti Berlüska-Maroni-Tremonti
prospetta dal 2012 "risparmi" per 12-13 mrd Ä l'anno
(corrispondenti, a loro dire, a un punto di Pil l'anno fino al 2033!). Per
questi motivi, il commercialista del duce ha asserito che la finanziaria
non ci sarebbe stata senza riforma del sistema previdenziale, aggiungendo
che si tratta di una manovra equa: "questa finanziaria non è
la finanziaria dei tagli"! Del resto che cosa ci si può aspettare
da un pierino amerikano come Tremonti che - di fronte a uno sfascio che
spaventa pure il clan Bush, dove Rice è in rotta di collisione con
Rumsfeld, Powell con Cheney, mentre il criminale di guerra Wesley Clark
si prepara a mascherarsi da "colomba" democratica - va ancora
in giro a dire che "il dollaro è in vantaggio sull'euro"?!
Almeno dagli anni 1980, tuttavia, le direttive internazionali
in materia previdenziale si sono rivolte, con voluta ambiguità, all'esigenza
di una riforma "strutturale" del settore. L'ambiguità si
fonda su uno stato di prolungata crisi pandemica ammessa a mezza bocca,
se non ignorata nella sua continuità ultratrentennale. Ormai nessuno,
neppure il futile Tremonti, osa negare il peso che ha un mancato sviluppo.
Ma, posta una simile petizione di principio - poiché unicamente tale
risulta essere - la lamentela borghese si appunta subito su altri due temi
che stanno a cuore al capitale mondiale: la supposta crisi della previdenza
pubblica e il pretestuoso invecchiamento della popolazione. Della
prima di queste due argomentazioni si sono già indicati i prodromi,
e si tornerà in conclusione per attualizzarne la disputa. Sulla seconda
occorrerà invece fare qualche considerazione di merito. Ma - come
si vedrà - entrambe dipendono economicamente dalla crisi
di accumulazione e dalla conseguente mancata occupazione. Da
ciò deriva anche il ruolo finanziario capitalistico e speculativo
riservato alla procurata liquidità dei "fondi pensione"
quotati in borsa.
Quindi è da accumulazione, occupazione e lavoro che occorre cominciare
a ragionare. Non serve a niente ridurre le uscite se non si riescono ad
aumentare le entrate - non solo combattendo l'evasione e l'elusione contributiva,
evitando che ai padroni privati e pubblici del sud per i nuovi assunti si
continuino a concedere anni di sgravio contributivo in misura totale, o
impedendo il lavoro nero e precario, che è il minimo che vada fatto
- col ristabilire i perduti livelli di occupazione e quindi di sviluppo.
Qualsiasi considerazione che pretenda di avere una rilevanza scientifica
non può ignorare il ritmo di sviluppo del Pil e dell'occupazione.
Un primo, semplice, calcoletto può essere istruttivo e serve anche
a ribadire la falsità dell'affermazione inerente le motivazioni di
bilancio negativo della previdenza pubblica.
Qui non si perde tempo per entrare nei dettagli di un calcolo che può
fare qualunque ragioniere dell'ufficio di un commercialista, con precisione
matematica. Basterà sùbito ragionare per grandi categorie,
così da poter dare poi anche l'ordine di grandezza (per difetto)
dei numeri implicati dalla faccenda. Mediamente ? del salario lordo per
lavoratore corrisponde a qualcosa come 10 m euro annui. Un milione di posti
di lavoro (tanto per fare un esempio caro all'animatore di casa Italia)
comporterebbe versamenti per oneri sociali nella casse della previdenza
pubblica per 10 mrd eurol'anno. Ora tutti sanno che i senza lavoro effettivi,
e privi di qualsiasi forma previdenziale, sono molti di più, senza
tener neppure conto della forte evasione contributiva da parte delle imprese
e di coloro per i quali non si versano "legalmente" detti contributi
in seguito alle ricordate agevolazioni variamente concesse. Ma già
con questi numeretti, considerando che è da almeno trent'anni che
la crisi mondiale ha dimezzato il ritmo di sviluppo del Pil (e quindi ancor
più dell'occupazione), la mancata contribuzione appena indicata,
pur largamente sottostimata, porterebbe a valutare il disavanzo di introiti
nelle casse previdenziali pubbliche per almeno 300 mrd euro [pari a circa
600 mmrd, tanto per fare il confronto con i bilanci precedenti].
Ecco allora che tra le grandi categorie che stanno in agguato dietro
questo calcoletto emerge quella di plusvalore. Il suo ultratrentennale
eccesso di sovraproduzione, che si è contraddittoriamente tradotto
in una sua mancata, perché impossibile, accumulazione, non
può che compromettere drasticamente anche l'occupazione, e per tale
motivo l'ammontare dei contributi previdenziali versati. Adam Smith sapeva
che il salario può crescere realmente e stabilmente soltanto
se c'è accumulazione di capitale. E Marx - specificando che il capitale
(variabile) si trasforma in salario solo se il lavoro produce plusvalore
- avvertiva che la "pensione" altro non è che salario differito
nel tempo. Dunque, l'altra grande categoria che qui viene evidentemente
in luce è quella di salario sociale, che, appunto, include
il pagamento della sua componente rimandata nel tempo all'età di
fine carriera. Ma se il salario sociale diminuisce durevolmente in séguito
all'insufficiente accumulazione di capitale, ecco dimostrato come sia quest'ultima
la reale causa della grave difficoltà pensionistica: questa
c'è effettivamente, non è un'invenzione propagandistica, ma
la causa causante, lungi dal risiedere nelle false motivazioni indicate
dal potere, come scappatoie, è un'altra sola - la crisi mondiale.
A questo punto c'è da chiedere ai sicofanti del "privato"
che cosa c'entri il supposto collasso della previdenza pubblica, che bisogno
ci sia di passare al sistema contributivo a capitalizzazione (rispetto a
quello a ripartizione), a che fini, se non speculativi, sostenere le assicurazioni
previdenziali private, e infine perché mistificare demograficamente
una questione che è invece (come si vedrà tra breve) squisitamente
economica.
La crisi di lavoro, in cui si è sdoppiata la crisi di capitale,
ha così provocato una diminuzione drastica della base occupazionale,
ha indotto una diminuzione della massa di contributi previdenziali e quindi
un peggioramento del bilancio dell'Inps. L'aumento dell'occupazione e la
difesa del salario differito presuppongono necessariamente la difesa e l'allargamento
di quella stessa base che implica accumulazione e nuova produzione. Ciò,
al di là dell'impressione che possono destare alcune dichiarazioni
verbali, è in palese contrasto con quanto oggi il padronato (non
solo italiano) propone con l'allungamento dell'età pensionabile;
esso, infatti, mira unicamente a ottenere maggior plusvalore da pluslavoro
non pagato, anziché cercare effettivamente di stabilire le condizioni
che possano essere capaci di sviluppare la base e le forze produttive; a
riprova di ciò sta semplicemente il fatto che i padroni continuano
oggi a licenziare in massa, a procedere a prepensionamenti assai
precoci (magari sotto la dizione eufemistica di "mobilità lunga"),
e a non assumere i giovani. A qual altro fine, allora, prolungare l'età
lavorativa? Banalmente, con un immediato innalzamento dell'età pensionistica
a 67 anni sia per le donne che per gli uomini, i cosiddetti esperti del
Fmi hanno evidenziato che il disavanzo contributivo sostenibile per Italia,
Svezia e Gran Bretagna dovrebbe essere più che coperto (per gli altri
maggiori paesi industrializzati sarebbero eliminati i ? di tale disavanzo):
ma va?!
Nel 1997 il consiglio europeo aveva pomposamente stabilito in tre vertici
(Lisbona, Stoccolma, Barcellona) di elevare il tasso medio di occupazione
nei paesi membri fino al 70% della forza lavorativa: e l'Italia è
invece ancora sotto al 50%. Qui, se si aumentasse la quota di popolazione
attiva (oggi le statistiche ufficiali documentano che lavorano un po' più
di 20 milioni di persone, sui 57 milioni di abitanti raggiunti con l'immigrazione),
se cioè almeno tutti coloro tra i 25 e i 60 anni avessero
un posto stabile di lavoro, si avrebbero forze di lavoro per almeno 28 milioni
di persone; ovviamente tale numero aumenterebbe di conseguenza se si estendessero
quei limiti statistici dell'età. Invece, come detto, si dispone solo
di aumentare l'età lavorativa, non mandando più in
pensione gli anziani e favorendo, di fatto e a dispetto delle delibere formalmente
assunte, l'aumento del lavoro nero e incentivando l'evasione contributiva.
Così non fa che allargarsi il cosiddetto "cuneo contributivo"
(calcolato nell'ordine del 56% della retribuzione lorda, su cui, come detto,
la previdenza incide per un totale del 33% del salario lordo e l'assistenza
del 23%).
Un altro aspetto "neutrale" su cui gioca la propaganda naturalistica
del potere riguarda la demografia. È sommamente istruttiva,
al proposito, ricordare quella che il demografo Massimo Livi Bacci ama designare
col termine di regola aurea. Siccome in Italia l'aspettativa di vita,
già nel 1961, era di 67 anni per gli uomini e di 72 per le donne,
e nel 2010 potrebbe essere rispettivamente quasi di 78 e 85 (con un allungamento
medio di circa undici anni, e un ulteriore "vantaggio" di 2 per
le donne), ormai - sentenzia Livi Bacci - " servirebbe una riforma
previdenziale permanente: la regola aurea sarebbe di lavorare sei mesi in
più per ogni anno di vita guadagnato". Guadagnato?!? Ma così
sarebbe solo perso, secco! In siffatta maniera nel mondo imperialistico
(e nei paesi di punta da esso dipendenti) i regimi pensionistici per la
vecchiaia a "ripartizione" sono stati messi in discussione col
pretesto "oggettivo" dei cambiamenti demografici; all'invecchiamento
della popolazione si attribuisce così tutto, dalla crescita della
disoccupazione a concessioni troppo generose, incluso il "facile"
accesso al pensionamento d'invalidità, fino a "errori"
politici (come i tentativi di ridurre la disoccupazione incoraggiando il
pensionamento anticipato).
Sicché sarebbe l'"evoluzione demografica" a richiedere
l'"inevitabilità" della riduzione del salario previdenziale,
limitando, così si conviene, anche la portata delle iniquità
nel trattamento delle diverse generazioni. Da simile pseudo-argomentazione
discende che la motivazione scientifica oggettiva della crescita
del salario, che noi diciamo di classe, nei paesi imperialisti dipenderebbe
da una legge naturale della popolazione. Quella che più volte,
altrove, abbiamo individuato come apparente popolazione lavorativa mancante
è associata invece, contraddittoriamente, a una sovrappopolazione
lavorativa eccedente. Le piatte stime demografiche sulla dinamica della
spesa per pensioni in Italia calcolano che essa potrebbe crescere, entro
il 2020, di circa 1,5% sul Pil. Ma tutto ciò, evidentemente, non
tiene affatto conto dell'andamento produttivo ed economico in generale.
Marx diceva che "è l'aumento del capitale che rende insufficiente
la forza-lavoro sfruttabile" e "viceversa, la diminuzione del
capitale rende eccedente la forza-lavoro sfruttabile, o piuttosto il suo
prezzo. La legge della produzione capitalistica, che sta alla base della
pretesa "legge naturale della popolazione", si riduce semplicemente
a questo: il rapporto tra capitale, accumulazione e tasso del salario, non
è altro che il rapporto tra il lavoro non retribuito trasformato
in capitale e il lavoro addizionale richiesto dal movimento del capitale
addizionale" [C, I, 23.1]. E se il capitale non ce la fa più
a muoversi, o si muove troppo poco, ecco che i sicofanti del potere ricorrono
al deus ex machina della causa demografica, ovverosia alla cosiddetta
"legge naturale della popolazione", in base alla quale si vorrebbe
far credere che in futuro ci sarebbero troppi pochi lavoratori e troppi
vecchi pensionati.
In conclusione, perciò, si può cominciare con l'osservare
che il problema in esame è molto più generale della questione
delle pensioni, riguardando piuttosto tutta la spesa sociale - o meglio,
come detto, il salario sociale - che implica gli effetti complessivi
della gestione di bilancio sul settore statale e sul conto consolidato delle
pubbliche amministrazioni. Vediamo sommariamente di che cosa si tratta (o
si dovrà trattare). Dopo l'attacco ai livelli salariali operato negli
anni 1980, con la ristrutturazione industriale e la progressiva eliminazione
della scala mobile, si è passati alla riduzione delle forme meno
evidenti del salario sociale della classe lavoratrice, comprimendo in continuazione
i livelli di spesa sanitaria, previdenziale e scolastica. L'azione della
banda Bassotti prosegue questa linea, fino al delirio totale. Le sue continue
revisioni peggiorative circa l'aggravamento dei conti pubblici non riescono,
però, a mascherare che esse sono ben superiori a quelle che sarebbero
comportate dalla negatività della crisi mondiale. Sicché,
le già indicate difficoltà a rispettare pure il parametro
europeo di contenimento del disavanzo "strutturale" (lo 0,5% all'anno)
costringono il fatiscente governo italiano a "inventarsi maria per
roma".
La ricordata audizione della Corte dei conti rileva che le misure straordinarie
adottate dal governo mostrano aleatorietà circa gli esiti attesi
e i tempi di realizzazione, e sono caratterizzate da una loro particolare
ripetitività e ampiezza. Quasi 15 mrd euro nel 2004 (dei quali oltre
12 mrd, cioè circa il 90%) riguardano entrate straordinarie (alienazione,
sotto varie forme, di immobili pubblici, condono edilizio e demaniale, concordato
preventivo, proroga del condono fiscale, ecc.). Si tenga poi presente che
quelle che nel 2005 e 2006 vorrebbero essere definite come "entrate
strutturali" si dovrebbero riferire al successo di eventuali accertamenti
fiscali nonché alla tassazione di ... "video giochi e scommesse":
il che dà bene il segno di qual fatta sia la cosca di "magliari"
attualmente al governo. Col solito grande fair play, la Corte stessa
non esita a esprimere "perplessità", dato che il governo
"non fornisce alcuna indicazione sui criteri e sugli strumenti relativi
agli accertamenti", nonché ancora "perplessità"
circa il capitolo su "video giochi e scommesse, che sconta una accresciuta
propensione ai giochi ed alle scommesse a fronte di un'evidente complessiva
tendenza al calo", senza tenere in conto l'effetto della cosiddetta
"cannibalizzazione" di una scommessa sull'altra.
Si aggiunga, a proposito delle entrate, che, nel 2004, il governo prevede
che esse coprano quasi il 90% dell'intera manovra finanziaria; tra le entrate,
a loro volta, un altro 90% è di provvisoria straordinarietà
(quindi una voce una tantum che incide da sola per oltre l'80%),
riferendosi a interventi connessi alle cessioni di immobili, al condono
edilizio e alle sanatorie fiscali. C'è poi il blocco delle assunzioni
per ricambio nel pubblico impiego. Sui pubblici dipendenti, inoltre, sommando
gli effetti dell'abolizione delle regole sul pensionamento anticipato e
quelli della trasformazione della "buonuscita" in Tfr, il governo
attuale, sulla base dei precedenti provvedimenti, conta di "recuperare"
risparmi fino a un totale di oltre 16 mmrd euro entro il 2004. È
stato perciò osservato che tale frazione della classe lavoratrice
sopporta un ammontare di tagli pari all'85% di quelli totali (escluso l'effetto
del blocco). Tra gli effetti di contenimento delle spese, non è secondario
trascurare quelli per interessi derivanti dalla esclusione della Cassa depositi
e prestiti dalle amministrazioni pubbliche, a séguito della sua trasformazione
in società per azioni.
Ancora la Corte dei conti esprime preoccupazioni sulla reale fattibilità
delle entrate straordinarie legate alla svendita di immobili dello stato,
da "cartolarizzare". Da un lato, c'è la problematica liquidazione
delle case degli enti previdenziali [detta Scip 2]; da un altro,
si assiste alla svendita e al successivo riaffitto [gli anglofoni di casa
Italia dicono "sale and lease back"] degli immobili a uso
di uffici pubblici; in quest'ultimo caso c'è qualcosa più
che una forte probabilità che i contratti di affitto di tali immobili
costituiscano una "nuova fonte permanente ed incomprimibile di spesa".
Si ricordi anche che il cosiddetto "concordato preventivo di massa"
è un chiaro invito all'evasione se non è basato su onestà
e fiducia del contribuente ... del governo! In prospettiva - si rammarica
infine l'audizione della Corte - c'è il fondato sospetto di andare
verso conseguenze finanziarie strutturalmente negative, data l'incertezza
che regna sulle regole adottate, che è dir poco definire insufficienti
a causa della rinuncia che esse esprimono e soprattutto della diffusa indulgenza
verso "consolidati comportamenti di illegalità".
Il gioco da magliaro delle tre carte fatto da Tremonti per incarico della
banda Bassotti si addobba anche con il taglio di circa 1 mrd euro dei trasferimenti
erariali agli enti locali, che va a colpire il fabbisogno sanitario nazionale,
il "passaggio" alle regioni di nuove funzioni, senza costi per
lo stato, così come l'onere dei contratti collettivi del personale;
tutto questo rientra nella truffa del cosiddetto "federalismo fiscale".
Si tenga anche presente che il regalo al sistema criminale fatto col condono
edilizio, mette a carico di regioni e comuni i conseguenti oneri di urbanizzazione,
che risulteranno essere molto più gravosi di quanto lo stato - non
gli enti locali - incasserà dal "provvedimento di urgenza":
che la destra non sappia che fa la sinistra. Né nella legge finanziaria
né nel provvedimento pensionistico a essa collegato si possono rintracciare,
inoltre, tutti gli altri aumenti tariffari (bollette, tasse di scopo dalle
prestazioni mediche alla scuola, tariffe, prezzi al consumo, ecc.) su cui
il governo fa affidamento per colpire il salario sociale per conto dei padroni.
Chiunque può capire come tutto questo tipo di provvedimenti aumenti
l'incidenza imperialistica delle imposte indirette, reiterando illegittimamente
e incostituzionalmente la regressività rispetto al reddito.
È che la spesa sociale italiana è più bassa della media
dei primi sette paesi europei [nel 1995 essa era circa 25% contro 30% (29%
se si considera il totale Ue)]. Il sistema italiano destina una porzione
di risorse di gran lunga più bassa rispetto alla media europea; a
es., per l'infanzia meno del 4% contro l'8%, per gli inoccupati appena il
2% a fronte del 7%. Vi sono norme insufficienti circa il licenziamento e
i limiti di età degli occupati regolari, uno scarso grado di protezione
e un inadeguato livello dei servizi sociali (relativi a tematiche quali
quelle della casa, dei giovani, dei lavoratori irregolari). Tale carenza
delle prestazioni sociali dipende soprattutto dalle condizioni restrittive
e penalizzanti che vigono sul mercato del lavoro, reso sempre più
"flessibile" (disoccupazione di massa, lavoro precario, lavoro
nero, redditi insufficienti), che colpisce più pesantemente le cosiddette
regioni "deboli", emarginate di fatto dalla rete di protezione
sociale con particolare riferimento alla spesa previdenziale. Si può
verificare quale sia lo squilibrio del tra nord e sud; infatti, "le
maggiori pressioni della spesa pensionistica sulla finanza pubblica provengano
dalle più prospere regioni centro-settentrionali; oltre il 70% delle
prestazioni pensionistiche per invalidità, vecchiaia e superstiti
è concentrato nel centro nord, e il crescente ricorso al pensionamento
anticipato si ha nelle regioni del centro nord, col 60% a fronte del 40%
nel mezzogiorno" [cfr. Informazioni Svimez, ottobre 2003].
Data la crisi irrisolta, è chiaro perché padronato e governo
- sulle tracce del Fmi - insistano sull'elevata incidenza relativa della
spesa previdenziale. Ma, si è detto, essa non è più
alta che nel resto d'Europa rispetto al Pil; se così appare - a parte
il nodo fondamentale della carente accumulazione di capitale per trent'anni
- ciò è dovuto unicamente alla confusione creata dall'attribuzione
a essa, in Italia, degli interventi sociali. Anche sotto questo aspetto,
quindi, risulta esplicitamente "ineludibile", come dice il kapo,
l'aggancio della legge finanziaria 2004 di Tremonti all'ulteriore controriforma
pensionistica, quale sostegno alla previdenza complementare. Infatti, fin
dal famigerato "protocollo di luglio 1993" - inopinatamente considerato,
chissà perché, "strada maestra" dai conf-sindacati
neocorporativi cgilcisluil - era espressamente detto che si puntava a trasformare
il salario previdenziale, privatizzato, da reddito in capitale finanziario,
tramite l'intermediazione della previdenza integrativa.
In sostanza, ai lavoratori non resterebbe che affidare parte del loro salario
differito ai nuovi fondi pensione [tempestivamente introdotti con la legge
124/ 1993], i quali, gestiti a capitalizzazione, avrebbero investito quei
"risparmi" coatti in attività finanziarie. La trasformazione
del denaro in capitale (fittizio) fu cosa fatta, sopprimendo la riforma
del 1969 che con le lotte dell'epoca aveva abolito quella nefandezza. La
propaganda del capitale finanziario dice che codesti fondi pensione possono
avvantaggiarsi dalla diversificazione internazionale, per aumentare la redditività
e ridurre il rischio dei loro investimenti, ignorando gli scandali Maxwell,
Enron, ecc. o i fallimenti tipo Albania e Argentina, e senza ricordare che
i fondi pensione hanno perso, dal 1999 al 2001, nei paesi europei circa
il 22%. Imperterrito, il clientelismo demagogico, procedendo come detto
con la decontribuzione (elusione previdenziale) per i nuovi assunti, induce
altresì al dirottamento del Tfr verso i fondi pensione integrativi,
prevedendone per legge l'utilizzo, nonostante il timido no al suo trasferimento
obbligatorio. Il tutto, immancabilmente, viene compensato con misure favorevoli
alle imprese.
Dopo la sconfitta elettorale del polo governativo alle amministrative, è
opinione diffusa nel padronato stesso e nei suoi uffici che il "rilancio"
sulle pensioni non sanerà le ferite. Alla litigiosità tra
An e Udc e Lega non bastano, per essere messa a tacere, i milioni del kavaliere.
Gli scogli della legge Gasparri o delle proposte di Fini, del cosiddetto
lodo Schifani e delle sentenze della magistratura "rossa e pazza",
non sono poi così distanti, e anche un rimpasto governativo potrebbe
servire a molto poco. I confsindacati neocorporativi - sempre abbarbicati
al rilancio-della-politica-dei-redditi, credendo di poter risolvere la crisi
keynesianamente aumentando il potere d'acquisto per i consumi dei lavoratori!
- non stanno certo ricercando una soluzione drastica del problema, contentandosi
al più della caduta della banda Bassotti. Non per nulla, da più
parti si evoca il déjà vu di un percorso di mobilitazione
che ricalchi quello del 1994: uno sciopero nazionale seguìto da scioperi
su base territoriale, una grande manifestazione a Roma, la proclamazione
di un secondo sciopero generale ... sperando, da parte nostra, che stavolta
si faccia e che non finisca tutto come prima.