INELUTTABILE, INELUDIBILE

attacco alle pensioni: Berlusconi colpisce ancora

Gianfranco Pala


Riformare le pensioni è un fatto ineluttabile.
Riforma è una bella parola per dire taglio.
I nuovi lavoratori un giorno protesteranno.
Il risparmio privato investito nei mercati finanziari
viene canalizzato verso impieghi produttivi
.

[Luigi Crosti - ammministratore delegato Etra Sim]

Nelle poche parole del sig. Crosti, finanziere rampante del "risparmio gestito", sono racchiuse non poche "verità" padronali. Che siano padronali, del resto, è più che evidente allorché si leggono anche sue deliranti e incolte farneticazioni, laddove sostiene senza vergogna che "se Marx nascesse oggi non si occuperebbe dei proletari, classe ormai ridotta all'osso, ma studierebbe un meccanismo per portare al potere i risparmiatori": affermazione che, magari, se ci capite, si sarebbe potuto "risparmiare". Ma ciò che qui interessa è il chiaro cinismo espresso sulle pensioni, che ribadisce quanto anche Berlusconi ripete da mesi, quando afferma che la riforma previdenziale è "ineludibile". Parimenti che nell'altro aggettivo "ineluttabile", quest'ultimo più consono e italianamente corretto del primo, vi appare celato un senso di fatalità, di destino, "contro cui non si può lottare" [cfr. Dizionario Garzanti].
E invece sì, si può lottare, come hanno dimostrato gli scioperi e le manifestazioni di milioni di lavoratori (passati, presenti e futuri) che nel 1995 hanno portato alla caduta del "Berlusconi 1". Peccato che - in extremis, come si è eufemisticamente detto - lo sciopero generale indetto per il dicembre 1994, dopo l'enorme successo delle manifestazioni del precedente 14 ottobre, entrambi facenti séguito all'ignobile "protocollo" del luglio 1993 voluto da Ciampi, sia stato ignobilmente revocato. I boss del centrosinistra si sono palesemente più che contentati della crisi di Berlusconi stesso, sicché poterono gettare le basi della riforma pensionistica di Dini (passato con incuranza da Berlusconi a Prodi), concettualmente uguale alla precedente di Amato e alla successiva banda Bassotti Berlusconi-Tremonti-Maroni. Tutte codesti interventi sono serviti da copertura ideologica, a partire dalla "riforma Amato" del 1992.
Sia chiaro, a scanso di ulteriori equivoci: per cacciare quest'ultimo "trio monnezza" non è mai troppo presto; prima quel letame viene spazzato via, meglio è. Ma la tragedia per i lavoratori è che le mani sulle pensioni pubbliche, che erano obbligatoriamente a ripartizione solidale, le hanno messe tutti, in Italia e altrove, da una dozzina d'anni a questa parte, da destra e d'asinistra. In questo senso - e fondamentalmente in questo senso - si è sopra ricordato come le "riforme" delle pensioni che portano le firme di Amato e Dini-Prodi [cfr. la Contraddizione, no.46 e seguenti; si veda pure il volumetto Pensioni senza fondo, disponibile anche in rete] si collochino nella medesima linea concettuale perseguìta da Berlusconi, prima abortita e adesso ancora no, anche se la banda di Arcore ci ha indubbiamente aggiunto del suo: un'oscena bassezza, che valga per tutte, è l'abolizione dell'indennizzo futuro (in termini di una riduzione degli anni lavorativi) previsto per la nocività amianto. Perciò, un'eventuale sconfitta del più che vacillante governo forzitaliota proprio sulla questione previdenziale, dal momento che esso fa acqua anche da tutti gli altri pizzi, non può però essere di per sé per nulla rassicurante. La questione è che tutte le manomissioni sul sistema previdenziale, dal Cile al Brasile, dalla Francia alla Germania - ovviamente Italia compresa - provengono e principiano dalle direttive del Fmi e l'Italia, fin da Amato 1992, è in anticipo sull'Europa, con maggiori restrizioni.
Quelle direttive risalgono agli anni 1980, anni di crisi mondiale protratta in cui la liquidità dei capitali in eccesso doveva essere "incanalata" (come ricorda Crosti) verso investimenti profittevoli, più in speculazioni di portafoglio che produttivi, data la perdurante e cronicamente patologica sovraproduzione. Una decina d'anni fa, nel 1994, al Fmi fu tenuta una conferenza sulla Riforma delle pensioni pubbliche per fare il punto della situazione a metà percorso, prima della stretta finale. Gli esperti del fondo monetario si basarono su un documento elaborato dalla Banca mondiale, Prevenire la crisi dell'invecchiamento: politiche per proteggere gli anziani e promuovere la crescita. Era lì che, al di là dell'ipocrita retorica scritta nel titolo (sul problema malamente posto come "invecchiamento" si tornerà tra breve), venne illustrata la notoria strategia detta "a tre pilastri", articolata su tre piani: i. pensionistico pubblico obbligatorio di base (in realtà predisposto solo come "salvagente" per poter integrare un reddito minimo); ii. pensionistico privato occupazionale obbligatorio, totalmente a capitalizzazione (il fulcro di tutta l'operazione "capitalistica finanziaria", per la privatizzazione del settore); iii. risparmio personale volontario (di tipo assicurativo già esistente, ma da razionalizzare e rilanciare sistematicamente).

Codesti "pilastri" sono punti programmatici che si ritrovano tali e quali - eppure con buone dosi di fanatismo - in tutte le controriforme pensionistiche del mondo dominato dal capitale (cioè, del mondo tout court). In base alla primigenia riforma Amato del 1992 era previsto un "taglio" ["riforma è una bella parola per dire taglio", come ha ammesso Crosti] della spesa previdenziale futura - in particolare della spesa pensionistica del Fondo lavoratori dipendenti privati dell'Inps - crescente nel tempo, che già allora era stata ipotizzata tra il 20 e il 30% del Pil (rispetto alla situazione precedente) nel 2025. Si stimava che il risparmio e le maggiori entrate conseguibili con le "riforme" Amato-Dini ammontassero a ben più di 100 mmrd [[sterling]] dal 1996 al 2005; il risparmio maggiore, entro il 2005, sarebbe venuto dai tagli sulle pensioni di anzianità, per quasi 60 mmrd [[sterling]]. L'età per la pensione di vecchiaia era già prevista da Amato a 60 anni per le donne e 65 per gli uomini. Tuttavia, dato il frequente ricorso a pensioni di anzianità, l'età media della pensione in Italia è tuttora inferiore ai 60 anni.
Anche su questo punto, pur se piuttosto rozzamente, il "Berlusconi 2" vorrebbe attuare una "qualità" varata dal parlamento oltre dieci anni fa. La legge sul sistema previdenziale voluta da Amato prevedeva espressamente anche la scomparsa graduale delle pensioni di anzianità, con l'applicazione, a regime e senza eccezioni, del principio contributivo e con un graduale allineamento delle aliquote di finanziamento alle aliquote di computo. A séguito della controriforma Dini, l'allora capo sindacalista Sergio Cofferati (e la Cgil a maggioranza) votò per far passare tutti al sistema contributivo. Un altro nodo cruciale del provvedimento Amato del 1992, mantenuto nelle controriforme successive, era l'abolizione dell'aggancio delle pensioni all'andamento dei salari; ciò rivestiva estrema importanza perché allora si stimò che esso, da solo, avrebbe potuto consentire, al 2025, di tagliare ben i ? della spesa previdenziale! In effetti, fin da ora, pur con 35 anni di contribuzione, il rapporto tra pensione e retribuzione salariale diretta risulta già mediamente dimezzato (da ? a ?).
A tutto ciò - e scusate se è poco - si doveva anche aggiungere l'annoso problema della cosiddetta separazione tra le spese previdenziali e quelle assistenziali, la cui copertura dovrebbe legalmente essere garantita da parte dello stato e non degli enti della previdenza pubblica. Essa fu riconosciuta parzialmente con l'approvazione della legge 88/1989, ribadita dalla legge 449/1997; ma finora tale separazione non è mai stata applicata integralmente. Fu stimato dall'Inps che le spese assistenziali (oltre il 40% dell'aliquota totale dei contributi sociali) non coperte dai trasferimenti statali erano ammontate, tra il 1989 e il 1996, a più di 200 mmrd. Nel 1964 l'attivo patrimoniale di gestione dei lavoratori dipendenti dell'Inps, giunse perfino a toccare i mille miliardi di lire. Non è il caso di entrare qui nei dettagli dei complicatissimi calcoli del cosiddetto "adeguamento", annualmente incluso nella legge finanziaria per qualche decina di milioni di euro, del trasferimento dal bilancio dello stato agli enti previdenziali.
È invece significativo ricordare quali siano le prestazioni assistenziali, non di pertinenza previdenziale, previste. Ancora oggi nei conti degli enti della previdenza pubblica figurano oneri che dovrebbero rientrare esclusivamente nella fiscalità generale. Innanzitutto, ci sono quelle chiamate "pensioni sociali" (che "previdenza" non è, nonostante il nome loro proditoriamente apposto), insieme alle varie altre forme di integrazioni al minimo, assegni sociali, "pensioni" di invalidità, ecc. (in Europa tutto ciò è contabilizzato nella voce "altro", mentre anche il Tfr, o liquidazione, che là non esiste, qui è messo impropriamente tra i costi previdenziali). Per inciso, i crediti contributivi infortunistici dell'Inail sono stati assoggettati a cartolarizzazione. Un caso esemplarmente significativo - che bene illustra la vergognosa infamia della banda Bassotti del "milione" - è il conclamato "aumento" delle pensioni in favore dei soggetti disagiati, 2 milioni di pensionati su 6, a un milione di lire [che sono oggi 516,46 euro]. Ma, trasudando demagogia da tutti i pori, il provvedimento prevede norme assai parziali, che escludono soggetti bisognosi; le presunte maggiorazioni sociali di massa, infatti, si riferiscono soltanto a chi abbia un'età superiore a 70 anni, per vedersi garantita l'integrazione a un reddito proprio pari a quel minimo stabilito (il famoso "milione" del sig. Bonaventura), purché non possieda altri redditi o si tratti di ... invalidi civili, sordomuti e ciechi civili; se invece gli "interessati" risultano invalidi totali, sordomuti e ciechi assoluti o titolari di pensione di inabilità, ... basta avere 60 anni. Tutta vita!
Così, i lavoratori dipendenti - attraverso un uso illegale dei contributi da loro versati all'Inps, tradotti di fatto in un maggior peso parafiscale per gli interventi "assistenziali", che avrebbero dovuto essere a carico del bilancio pubblico - hanno lasciato i loro soldi nelle casse dello stato, che di fatto proprio attraverso queste eccedenze di bilancio finanzia indirettamente la ristrutturazione capitalistica. Un vero e proprio furto che stato e capitale fanno al salario. Con la crisi mondiale ormai galoppante in tutti i paesi capitalistici, è stata questa una maniera per sgravare le imprese dagli oneri sociali e previdenziali. Sicché, in ritardo a causa di una legge perennemente violata, la programmata finta separazione tra previdenza e assistenza potrà essere compiuta solo insieme alla "riforma" del mercato del lavoro - da Mastella, a Treu, a Biagi, nel nome generico della flessibilità, che significa piena protezione al capitale da parte dello stato - senza di che la stessa controriforma del sistema previdenziale resterebbe monca.
Successivamente, dopo il fallimento di Dini con "Berlusconi 1", lo stesso Dini portò avanti la controriforma pensionistica con l'enorme "risparmio" previsto dianzi rammentato. Prodi (quello della "finanziaria" da 80 mmrd, seguìta a quella da 100 mmrd di Amato, ignominiosamente votate dall'asinistra) riuscì nella prodezza di aggiungere alla controriforma Dini un altro taglio al salario differito dei lavoratori di quasi il 40%. La "riforma" Dini, data l'immediatezza delle iniziative che rivendicava a nome del Fmi, pose all'ordine del giorno una serie di verifiche e revisioni. Già in essa, dopo Amato, si andava verso l'eliminazione del pensionamento anticipato: gli anni di contributi versati erano destinati a crescere rispetto agli originari 35, così come l'età minima di pensionamento dai 54 anni ai 57; nell'ormai mitico 2008, fu Dini che previde i 40 anni di contributi versati, indipendentemente dall'età anagrafica, e non certo per pensioni a ripartizione. Fin da allora fu messa in evidenza l'urgenza - del Fmi - di dare un rapido inizio alla "riforma", per l'intanto con un passaggio dai regimi a "ripartizione" a quelli fondati sulla "capitalizzazione" solo per i nuovi assunti, salvaguardando (a parole) le acquisizioni pregresse. Ma già si cominciava a prefigurare l'opportunità, tutta padronale, di far slittare le "finestre" per il pensionamento anticipato. Il sottosegretario di Forza Italia, Vito Tanzi, nel 1997 quando ancora stava al Fmi, affermò: "Non credo che quanto ha fatto il governo risolverà il problema delle pensioni a lungo termine. Quindi, prima o poi, si dovrà rivisitare il problema". Appunto, eccoci qua.

Sentir dire a Epifani che l'attacco di Berlusconi alle pensioni "a regime stravolge la riforma Dini" è, perciò, quanto meno curioso. Sicuramente, come qui detto prima e dopo, l'azione berlusconiana accelera e scompensa alcune situazioni (gradualità dell'innalzamento dei termini degli anni di età e contributi, disincentivazione e penalizzazione anticipata per le pensioni di anzianità, condizione dei dipendenti pubblici, ecc.), ma la controriforma Dini - contro la quale, ricordiamolo bene, lavoratori e comunisti si sono sempre battuti - non ne è significativamente toccata. I fatti sostanziali nuovi sono invece un paio: a. la provvisorietà una tantum per "fare cassa" (condoni, cartolarizzazioni e svendite patrimoniali) dell'infame linea Tremonti, per lasciare le gatte da pelare in eredità a chi verrà dopo; b. la voglia di farla finita con la banda Berlusconi. Perciò quell'affermazione del segretario Cgil è inopportuna, e comunque meno attendibile di quella di Pezzotta, al quale si può francamente credere quando esclama che, con "tutto quello che ci è costato il Patto per l'Italia", siccome "è stato peggiorato quel che era già pessimo, ormai non capisco più": perché, ha mai capito qualcosa?! Perfino per l'Ugl filofascista è "inevitabile lo sciopero generale". Vedremo se e come.
Dunque, l'ulteriore controriforma della banda Bassotti prova solo ad anticipare brutalmente alcuni punti ormai largamente programmati da anni, tanto che perfino la Corte dei conti [cfr. la sua "audizione" sulla legge finanziaria 2004, reperibile in rete alla pagina ufficiale della Corte stessa] - pur nella linea repressiva confindustriale - non può tacere che mancano tuttora informazioni fornite dal governo sulle previsioni finanziarie e sulla sua riforma pensionistica. Le entrate tributarie del 2003, nonostante i condoni ampliati e prorogati e le altre sanatorie fiscali, sono cresciute meno di 3 mrd Ä, in ragione degli sgravi concessi, del contrarsi di altre fonti di entrata, dell'inadeguatezza delle forme di accertamento e controllo, tutti provvedimenti che consistono in una mera sostituzione del gettito ordinario col gettito straordinario. C'è l'impossibilità di verificare la consistenza delle ipotesi di espansione tendenziale, sì che è poco attendibile la sola enunciazione degli obiettivi programmatici, e ciò quanto più saranno rinviati interventi di contenimento permanente e strutturale del disavanzo. I conti pubblici per il 2004 sono così fondamentalmente basati sui citati interventi una tantum che complessivamente incidono per più di ? della manovra. È difficile credere che il disavanzo tendenziale del 2004 possa essere contenuto intorno al 3% del Pil. Nel prossimo anno, infatti, la correzione del disavanzo "strutturale" non supererà lo 0,3% e, pertanto, non sarà in linea con le richieste europee. Che accadrà, allora, dopo la stagione dei condoni? Fiduciosamente si ripete la giaculatoria che poi tutto andrà per il meglio, nel ... 2007!!!
Nel giocare la sua carta populistica col messaggio televisivo alla nazione - che da più parti è stato definito come sortita di un "piazzista a reti unificate" - il cavaliere nero ha ciurlato nel manico col suo "coraggio" arrivando diverse volte a mentire spudoratamente. Certo, c'è voluto un bel "coraggio" per dire, a es., che dal 2008 le pensioni di anzianità non scompariranno. In effetti, a scomparire saranno i pensionati, ossia le persone non le cose, dal momento che da quell'anno è di fatto previsto "obbligatoriamente" un prolungamento secco di 5 anni della vita lavorativa (fino a 65 anni) o dell'età contributiva (fino a 40). Per i nati dopo il 1951, la pensione d'anzianità con 35 anni di contributi è cancellata per sempre. Coloro che provassero ugualmente ad andare in pensione anticipata, potranno però fruire esclusivamente di trattamento "contributivo"; senza avere i requisiti di età richiesti (per contributi o anzianità), riceverebbero un assegno mensile decurtato di oltre il 50%. Infatti, dal 2008 non potrà più valere il limite dei 57 anni anagrafici, e la possibilità di derogare al requisito dei 40 anni contributivi si avrebbe solo a patto di "optare" per il sistema contributivo anche per il periodo precedente il 1996, cioè dandosi la zappa sui piedi. Il kapo - che in una delle sue avventate e incolte esternazioni aveva detto che, per Lui, "disincentivo" aveva lo stesso significato di "incentivo" - ha imposto così la sua arroganza, dato che "più che un "disincentivo", questo sembra un raggiro. Così non si mira a convincere, ma quasi a estorcere" [cfr. la Repubblica, 3.10.2003].
Maroni ha aggiunto un bel po' di fumo, comunicando che coloro i quali, invece, restassero a lavorare fino a tarda età (cioè anche dopo aver raggiunto i minimi di anni richiesti, praticamente fino alla morte, cosicché il loro costo pensionistico sarebbe ridotto a ... zero!), come "incentivo" per morire sul posto di lavoro, riceverebbero un bonus esentasse pari circa a ? del salario (al lordo, se si dice "esentasse", pari cioè addirittura più o meno a ulteriori ? dell'intera busta paga, o solo al netto, cioè quasi la metà del precedente importo? Una bella differenza!). Questa percentuale, come si è ricordato prima, è equivalente all'ammontare delle trattenute per gli oneri sociali (l'altro terzo circa, per arrivare approssimativamente alla metà del salario lordo, corrisponde mediamente alla ritenuta fiscale). Ma il trucco c'è, e si vede pure doppio. Siccome si prospettano al "beneficiario" di cotanta bontà governativa tre scelte - avere subito, come detto, i contributi in busta paga; continuare a versarli all'Inps per avere, semmai dopo, una pensione più alta; destinarli alla propria previdenza complementare, gestita dai fondi pensione assicurativi privati - se il malcapitato decidesse di prendersi quei soldi prima, di fronte a un costo della vita sempre più insostenibile, pagherebbe codesto vantaggio poi, con gli interessi, ricevendo una pensione conseguentemente ridotta. Il colpo sarebbe riuscito: la banda Bassotti ti avrebbe "regalato" i soldi tuoi! Non è che, in caso contrario, "dopo" la pensione sarebbe più alta: è che se i soldi si prendono "prima", la pensione "dopo" è più bassa di quanto dovrebbe essere. Il doppio effetto "collaterale" (per dir così) è che quell'incentivo priverebbe correntemente l'ente previdenziale pubblico delle entrate corrispondenti, aggravando ulteriormente il suo già falsato bilancio; cosa che avverrebbe anche se i disgraziati lavoratori, convinti da qualche mestatore capace di vendere nuovi "prodotti finanziari" per un'assicurazione privata (la Enron non ha insegnato niente?), optassero per la terza soluzione, versando quei soldi per una propria previdenza complementare.
In questo quadro è pura demagogia aver dichiarato di voler porre un tetto alle cosiddette pensioni "di lusso" pari o maggiori a 516 Ä al giorno [ossia 15.000 Ä al mese, o 190.000 Ä l'anno!]; a parte il fatto che, comunque, si tratta sempre di "dipendenti" - seppure di altissimo rango, dirigenti, ecc., per i quali tali "pensioni" continuano a essere una rapina, come i loro "stipendi" - e mai di padroni, che pure in questo campo si garantiscono l'impunità. Il risultato indicato dalla banda Bassotti Berlüska-Maroni-Tremonti prospetta dal 2012 "risparmi" per 12-13 mrd Ä l'anno (corrispondenti, a loro dire, a un punto di Pil l'anno fino al 2033!). Per questi motivi, il commercialista del duce ha asserito che la finanziaria non ci sarebbe stata senza riforma del sistema previdenziale, aggiungendo che si tratta di una manovra equa: "questa finanziaria non è la finanziaria dei tagli"! Del resto che cosa ci si può aspettare da un pierino amerikano come Tremonti che - di fronte a uno sfascio che spaventa pure il clan Bush, dove Rice è in rotta di collisione con Rumsfeld, Powell con Cheney, mentre il criminale di guerra Wesley Clark si prepara a mascherarsi da "colomba" democratica - va ancora in giro a dire che "il dollaro è in vantaggio sull'euro"?!

Almeno dagli anni 1980, tuttavia, le direttive internazionali in materia previdenziale si sono rivolte, con voluta ambiguità, all'esigenza di una riforma "strutturale" del settore. L'ambiguità si fonda su uno stato di prolungata crisi pandemica ammessa a mezza bocca, se non ignorata nella sua continuità ultratrentennale. Ormai nessuno, neppure il futile Tremonti, osa negare il peso che ha un mancato sviluppo. Ma, posta una simile petizione di principio - poiché unicamente tale risulta essere - la lamentela borghese si appunta subito su altri due temi che stanno a cuore al capitale mondiale: la supposta crisi della previdenza pubblica e il pretestuoso invecchiamento della popolazione. Della prima di queste due argomentazioni si sono già indicati i prodromi, e si tornerà in conclusione per attualizzarne la disputa. Sulla seconda occorrerà invece fare qualche considerazione di merito. Ma - come si vedrà - entrambe dipendono economicamente dalla crisi di accumulazione e dalla conseguente mancata occupazione. Da ciò deriva anche il ruolo finanziario capitalistico e speculativo riservato alla procurata liquidità dei "fondi pensione" quotati in borsa.
Quindi è da accumulazione, occupazione e lavoro che occorre cominciare a ragionare. Non serve a niente ridurre le uscite se non si riescono ad aumentare le entrate - non solo combattendo l'evasione e l'elusione contributiva, evitando che ai padroni privati e pubblici del sud per i nuovi assunti si continuino a concedere anni di sgravio contributivo in misura totale, o impedendo il lavoro nero e precario, che è il minimo che vada fatto - col ristabilire i perduti livelli di occupazione e quindi di sviluppo. Qualsiasi considerazione che pretenda di avere una rilevanza scientifica non può ignorare il ritmo di sviluppo del Pil e dell'occupazione. Un primo, semplice, calcoletto può essere istruttivo e serve anche a ribadire la falsità dell'affermazione inerente le motivazioni di bilancio negativo della previdenza pubblica.
Qui non si perde tempo per entrare nei dettagli di un calcolo che può fare qualunque ragioniere dell'ufficio di un commercialista, con precisione matematica. Basterà sùbito ragionare per grandi categorie, così da poter dare poi anche l'ordine di grandezza (per difetto) dei numeri implicati dalla faccenda. Mediamente ? del salario lordo per lavoratore corrisponde a qualcosa come 10 m euro annui. Un milione di posti di lavoro (tanto per fare un esempio caro all'animatore di casa Italia) comporterebbe versamenti per oneri sociali nella casse della previdenza pubblica per 10 mrd eurol'anno. Ora tutti sanno che i senza lavoro effettivi, e privi di qualsiasi forma previdenziale, sono molti di più, senza tener neppure conto della forte evasione contributiva da parte delle imprese e di coloro per i quali non si versano "legalmente" detti contributi in seguito alle ricordate agevolazioni variamente concesse. Ma già con questi numeretti, considerando che è da almeno trent'anni che la crisi mondiale ha dimezzato il ritmo di sviluppo del Pil (e quindi ancor più dell'occupazione), la mancata contribuzione appena indicata, pur largamente sottostimata, porterebbe a valutare il disavanzo di introiti nelle casse previdenziali pubbliche per almeno 300 mrd euro [pari a circa 600 mmrd, tanto per fare il confronto con i bilanci precedenti].
Ecco allora che tra le grandi categorie che stanno in agguato dietro questo calcoletto emerge quella di plusvalore. Il suo ultratrentennale eccesso di sovraproduzione, che si è contraddittoriamente tradotto in una sua mancata, perché impossibile, accumulazione, non può che compromettere drasticamente anche l'occupazione, e per tale motivo l'ammontare dei contributi previdenziali versati. Adam Smith sapeva che il salario può crescere realmente e stabilmente soltanto se c'è accumulazione di capitale. E Marx - specificando che il capitale (variabile) si trasforma in salario solo se il lavoro produce plusvalore - avvertiva che la "pensione" altro non è che salario differito nel tempo. Dunque, l'altra grande categoria che qui viene evidentemente in luce è quella di salario sociale, che, appunto, include il pagamento della sua componente rimandata nel tempo all'età di fine carriera. Ma se il salario sociale diminuisce durevolmente in séguito all'insufficiente accumulazione di capitale, ecco dimostrato come sia quest'ultima la reale causa della grave difficoltà pensionistica: questa c'è effettivamente, non è un'invenzione propagandistica, ma la causa causante, lungi dal risiedere nelle false motivazioni indicate dal potere, come scappatoie, è un'altra sola - la crisi mondiale. A questo punto c'è da chiedere ai sicofanti del "privato" che cosa c'entri il supposto collasso della previdenza pubblica, che bisogno ci sia di passare al sistema contributivo a capitalizzazione (rispetto a quello a ripartizione), a che fini, se non speculativi, sostenere le assicurazioni previdenziali private, e infine perché mistificare demograficamente una questione che è invece (come si vedrà tra breve) squisitamente economica.
La crisi di lavoro, in cui si è sdoppiata la crisi di capitale, ha così provocato una diminuzione drastica della base occupazionale, ha indotto una diminuzione della massa di contributi previdenziali e quindi un peggioramento del bilancio dell'Inps. L'aumento dell'occupazione e la difesa del salario differito presuppongono necessariamente la difesa e l'allargamento di quella stessa base che implica accumulazione e nuova produzione. Ciò, al di là dell'impressione che possono destare alcune dichiarazioni verbali, è in palese contrasto con quanto oggi il padronato (non solo italiano) propone con l'allungamento dell'età pensionabile; esso, infatti, mira unicamente a ottenere maggior plusvalore da pluslavoro non pagato, anziché cercare effettivamente di stabilire le condizioni che possano essere capaci di sviluppare la base e le forze produttive; a riprova di ciò sta semplicemente il fatto che i padroni continuano oggi a licenziare in massa, a procedere a prepensionamenti assai precoci (magari sotto la dizione eufemistica di "mobilità lunga"), e a non assumere i giovani. A qual altro fine, allora, prolungare l'età lavorativa? Banalmente, con un immediato innalzamento dell'età pensionistica a 67 anni sia per le donne che per gli uomini, i cosiddetti esperti del Fmi hanno evidenziato che il disavanzo contributivo sostenibile per Italia, Svezia e Gran Bretagna dovrebbe essere più che coperto (per gli altri maggiori paesi industrializzati sarebbero eliminati i ? di tale disavanzo): ma va?!
Nel 1997 il consiglio europeo aveva pomposamente stabilito in tre vertici (Lisbona, Stoccolma, Barcellona) di elevare il tasso medio di occupazione nei paesi membri fino al 70% della forza lavorativa: e l'Italia è invece ancora sotto al 50%. Qui, se si aumentasse la quota di popolazione attiva (oggi le statistiche ufficiali documentano che lavorano un po' più di 20 milioni di persone, sui 57 milioni di abitanti raggiunti con l'immigrazione), se cioè almeno tutti coloro tra i 25 e i 60 anni avessero un posto stabile di lavoro, si avrebbero forze di lavoro per almeno 28 milioni di persone; ovviamente tale numero aumenterebbe di conseguenza se si estendessero quei limiti statistici dell'età. Invece, come detto, si dispone solo di aumentare l'età lavorativa, non mandando più in pensione gli anziani e favorendo, di fatto e a dispetto delle delibere formalmente assunte, l'aumento del lavoro nero e incentivando l'evasione contributiva. Così non fa che allargarsi il cosiddetto "cuneo contributivo" (calcolato nell'ordine del 56% della retribuzione lorda, su cui, come detto, la previdenza incide per un totale del 33% del salario lordo e l'assistenza del 23%).
Un altro aspetto "neutrale" su cui gioca la propaganda naturalistica del potere riguarda la demografia. È sommamente istruttiva, al proposito, ricordare quella che il demografo Massimo Livi Bacci ama designare col termine di regola aurea. Siccome in Italia l'aspettativa di vita, già nel 1961, era di 67 anni per gli uomini e di 72 per le donne, e nel 2010 potrebbe essere rispettivamente quasi di 78 e 85 (con un allungamento medio di circa undici anni, e un ulteriore "vantaggio" di 2 per le donne), ormai - sentenzia Livi Bacci - " servirebbe una riforma previdenziale permanente: la regola aurea sarebbe di lavorare sei mesi in più per ogni anno di vita guadagnato". Guadagnato?!? Ma così sarebbe solo perso, secco! In siffatta maniera nel mondo imperialistico (e nei paesi di punta da esso dipendenti) i regimi pensionistici per la vecchiaia a "ripartizione" sono stati messi in discussione col pretesto "oggettivo" dei cambiamenti demografici; all'invecchiamento della popolazione si attribuisce così tutto, dalla crescita della disoccupazione a concessioni troppo generose, incluso il "facile" accesso al pensionamento d'invalidità, fino a "errori" politici (come i tentativi di ridurre la disoccupazione incoraggiando il pensionamento anticipato).
Sicché sarebbe l'"evoluzione demografica" a richiedere l'"inevitabilità" della riduzione del salario previdenziale, limitando, così si conviene, anche la portata delle iniquità nel trattamento delle diverse generazioni. Da simile pseudo-argomentazione discende che la motivazione scientifica oggettiva della crescita del salario, che noi diciamo di classe, nei paesi imperialisti dipenderebbe da una legge naturale della popolazione. Quella che più volte, altrove, abbiamo individuato come apparente popolazione lavorativa mancante è associata invece, contraddittoriamente, a una sovrappopolazione lavorativa eccedente. Le piatte stime demografiche sulla dinamica della spesa per pensioni in Italia calcolano che essa potrebbe crescere, entro il 2020, di circa 1,5% sul Pil. Ma tutto ciò, evidentemente, non tiene affatto conto dell'andamento produttivo ed economico in generale. Marx diceva che "è l'aumento del capitale che rende insufficiente la forza-lavoro sfruttabile" e "viceversa, la diminuzione del capitale rende eccedente la forza-lavoro sfruttabile, o piuttosto il suo prezzo. La legge della produzione capitalistica, che sta alla base della pretesa "legge naturale della popolazione", si riduce semplicemente a questo: il rapporto tra capitale, accumulazione e tasso del salario, non è altro che il rapporto tra il lavoro non retribuito trasformato in capitale e il lavoro addizionale richiesto dal movimento del capitale addizionale" [C, I, 23.1]. E se il capitale non ce la fa più a muoversi, o si muove troppo poco, ecco che i sicofanti del potere ricorrono al deus ex machina della causa demografica, ovverosia alla cosiddetta "legge naturale della popolazione", in base alla quale si vorrebbe far credere che in futuro ci sarebbero troppi pochi lavoratori e troppi vecchi pensionati.

In conclusione, perciò, si può cominciare con l'osservare che il problema in esame è molto più generale della questione delle pensioni, riguardando piuttosto tutta la spesa sociale - o meglio, come detto, il salario sociale - che implica gli effetti complessivi della gestione di bilancio sul settore statale e sul conto consolidato delle pubbliche amministrazioni. Vediamo sommariamente di che cosa si tratta (o si dovrà trattare). Dopo l'attacco ai livelli salariali operato negli anni 1980, con la ristrutturazione industriale e la progressiva eliminazione della scala mobile, si è passati alla riduzione delle forme meno evidenti del salario sociale della classe lavoratrice, comprimendo in continuazione i livelli di spesa sanitaria, previdenziale e scolastica. L'azione della banda Bassotti prosegue questa linea, fino al delirio totale. Le sue continue revisioni peggiorative circa l'aggravamento dei conti pubblici non riescono, però, a mascherare che esse sono ben superiori a quelle che sarebbero comportate dalla negatività della crisi mondiale. Sicché, le già indicate difficoltà a rispettare pure il parametro europeo di contenimento del disavanzo "strutturale" (lo 0,5% all'anno) costringono il fatiscente governo italiano a "inventarsi maria per roma".
La ricordata audizione della Corte dei conti rileva che le misure straordinarie adottate dal governo mostrano aleatorietà circa gli esiti attesi e i tempi di realizzazione, e sono caratterizzate da una loro particolare ripetitività e ampiezza. Quasi 15 mrd euro nel 2004 (dei quali oltre 12 mrd, cioè circa il 90%) riguardano entrate straordinarie (alienazione, sotto varie forme, di immobili pubblici, condono edilizio e demaniale, concordato preventivo, proroga del condono fiscale, ecc.). Si tenga poi presente che quelle che nel 2005 e 2006 vorrebbero essere definite come "entrate strutturali" si dovrebbero riferire al successo di eventuali accertamenti fiscali nonché alla tassazione di ... "video giochi e scommesse": il che dà bene il segno di qual fatta sia la cosca di "magliari" attualmente al governo. Col solito grande fair play, la Corte stessa non esita a esprimere "perplessità", dato che il governo "non fornisce alcuna indicazione sui criteri e sugli strumenti relativi agli accertamenti", nonché ancora "perplessità" circa il capitolo su "video giochi e scommesse, che sconta una accresciuta propensione ai giochi ed alle scommesse a fronte di un'evidente complessiva tendenza al calo", senza tenere in conto l'effetto della cosiddetta "cannibalizzazione" di una scommessa sull'altra.
Si aggiunga, a proposito delle entrate, che, nel 2004, il governo prevede che esse coprano quasi il 90% dell'intera manovra finanziaria; tra le entrate, a loro volta, un altro 90% è di provvisoria straordinarietà (quindi una voce una tantum che incide da sola per oltre l'80%), riferendosi a interventi connessi alle cessioni di immobili, al condono edilizio e alle sanatorie fiscali. C'è poi il blocco delle assunzioni per ricambio nel pubblico impiego. Sui pubblici dipendenti, inoltre, sommando gli effetti dell'abolizione delle regole sul pensionamento anticipato e quelli della trasformazione della "buonuscita" in Tfr, il governo attuale, sulla base dei precedenti provvedimenti, conta di "recuperare" risparmi fino a un totale di oltre 16 mmrd euro entro il 2004. È stato perciò osservato che tale frazione della classe lavoratrice sopporta un ammontare di tagli pari all'85% di quelli totali (escluso l'effetto del blocco). Tra gli effetti di contenimento delle spese, non è secondario trascurare quelli per interessi derivanti dalla esclusione della Cassa depositi e prestiti dalle amministrazioni pubbliche, a séguito della sua trasformazione in società per azioni.
Ancora la Corte dei conti esprime preoccupazioni sulla reale fattibilità delle entrate straordinarie legate alla svendita di immobili dello stato, da "cartolarizzare". Da un lato, c'è la problematica liquidazione delle case degli enti previdenziali [detta Scip 2]; da un altro, si assiste alla svendita e al successivo riaffitto [gli anglofoni di casa Italia dicono "sale and lease back"] degli immobili a uso di uffici pubblici; in quest'ultimo caso c'è qualcosa più che una forte probabilità che i contratti di affitto di tali immobili costituiscano una "nuova fonte permanente ed incomprimibile di spesa". Si ricordi anche che il cosiddetto "concordato preventivo di massa" è un chiaro invito all'evasione se non è basato su onestà e fiducia del contribuente ... del governo! In prospettiva - si rammarica infine l'audizione della Corte - c'è il fondato sospetto di andare verso conseguenze finanziarie strutturalmente negative, data l'incertezza che regna sulle regole adottate, che è dir poco definire insufficienti a causa della rinuncia che esse esprimono e soprattutto della diffusa indulgenza verso "consolidati comportamenti di illegalità".
Il gioco da magliaro delle tre carte fatto da Tremonti per incarico della banda Bassotti si addobba anche con il taglio di circa 1 mrd euro dei trasferimenti erariali agli enti locali, che va a colpire il fabbisogno sanitario nazionale, il "passaggio" alle regioni di nuove funzioni, senza costi per lo stato, così come l'onere dei contratti collettivi del personale; tutto questo rientra nella truffa del cosiddetto "federalismo fiscale". Si tenga anche presente che il regalo al sistema criminale fatto col condono edilizio, mette a carico di regioni e comuni i conseguenti oneri di urbanizzazione, che risulteranno essere molto più gravosi di quanto lo stato - non gli enti locali - incasserà dal "provvedimento di urgenza": che la destra non sappia che fa la sinistra. Né nella legge finanziaria né nel provvedimento pensionistico a essa collegato si possono rintracciare, inoltre, tutti gli altri aumenti tariffari (bollette, tasse di scopo dalle prestazioni mediche alla scuola, tariffe, prezzi al consumo, ecc.) su cui il governo fa affidamento per colpire il salario sociale per conto dei padroni. Chiunque può capire come tutto questo tipo di provvedimenti aumenti l'incidenza imperialistica delle imposte indirette, reiterando illegittimamente e incostituzionalmente la regressività rispetto al reddito.
È che la spesa sociale italiana è più bassa della media dei primi sette paesi europei [nel 1995 essa era circa 25% contro 30% (29% se si considera il totale Ue)]. Il sistema italiano destina una porzione di risorse di gran lunga più bassa rispetto alla media europea; a es., per l'infanzia meno del 4% contro l'8%, per gli inoccupati appena il 2% a fronte del 7%. Vi sono norme insufficienti circa il licenziamento e i limiti di età degli occupati regolari, uno scarso grado di protezione e un inadeguato livello dei servizi sociali (relativi a tematiche quali quelle della casa, dei giovani, dei lavoratori irregolari). Tale carenza delle prestazioni sociali dipende soprattutto dalle condizioni restrittive e penalizzanti che vigono sul mercato del lavoro, reso sempre più "flessibile" (disoccupazione di massa, lavoro precario, lavoro nero, redditi insufficienti), che colpisce più pesantemente le cosiddette regioni "deboli", emarginate di fatto dalla rete di protezione sociale con particolare riferimento alla spesa previdenziale. Si può verificare quale sia lo squilibrio del tra nord e sud; infatti, "le maggiori pressioni della spesa pensionistica sulla finanza pubblica provengano dalle più prospere regioni centro-settentrionali; oltre il 70% delle prestazioni pensionistiche per invalidità, vecchiaia e superstiti è concentrato nel centro nord, e il crescente ricorso al pensionamento anticipato si ha nelle regioni del centro nord, col 60% a fronte del 40% nel mezzogiorno" [cfr. Informazioni Svimez, ottobre 2003].
Data la crisi irrisolta, è chiaro perché padronato e governo - sulle tracce del Fmi - insistano sull'elevata incidenza relativa della spesa previdenziale. Ma, si è detto, essa non è più alta che nel resto d'Europa rispetto al Pil; se così appare - a parte il nodo fondamentale della carente accumulazione di capitale per trent'anni - ciò è dovuto unicamente alla confusione creata dall'attribuzione a essa, in Italia, degli interventi sociali. Anche sotto questo aspetto, quindi, risulta esplicitamente "ineludibile", come dice il kapo, l'aggancio della legge finanziaria 2004 di Tremonti all'ulteriore controriforma pensionistica, quale sostegno alla previdenza complementare. Infatti, fin dal famigerato "protocollo di luglio 1993" - inopinatamente considerato, chissà perché, "strada maestra" dai conf-sindacati neocorporativi cgilcisluil - era espressamente detto che si puntava a trasformare il salario previdenziale, privatizzato, da reddito in capitale finanziario, tramite l'intermediazione della previdenza integrativa.
In sostanza, ai lavoratori non resterebbe che affidare parte del loro salario differito ai nuovi fondi pensione [tempestivamente introdotti con la legge 124/ 1993], i quali, gestiti a capitalizzazione, avrebbero investito quei "risparmi" coatti in attività finanziarie. La trasformazione del denaro in capitale (fittizio) fu cosa fatta, sopprimendo la riforma del 1969 che con le lotte dell'epoca aveva abolito quella nefandezza. La propaganda del capitale finanziario dice che codesti fondi pensione possono avvantaggiarsi dalla diversificazione internazionale, per aumentare la redditività e ridurre il rischio dei loro investimenti, ignorando gli scandali Maxwell, Enron, ecc. o i fallimenti tipo Albania e Argentina, e senza ricordare che i fondi pensione hanno perso, dal 1999 al 2001, nei paesi europei circa il 22%. Imperterrito, il clientelismo demagogico, procedendo come detto con la decontribuzione (elusione previdenziale) per i nuovi assunti, induce altresì al dirottamento del Tfr verso i fondi pensione integrativi, prevedendone per legge l'utilizzo, nonostante il timido no al suo trasferimento obbligatorio. Il tutto, immancabilmente, viene compensato con misure favorevoli alle imprese.
Dopo la sconfitta elettorale del polo governativo alle amministrative, è opinione diffusa nel padronato stesso e nei suoi uffici che il "rilancio" sulle pensioni non sanerà le ferite. Alla litigiosità tra An e Udc e Lega non bastano, per essere messa a tacere, i milioni del kavaliere. Gli scogli della legge Gasparri o delle proposte di Fini, del cosiddetto lodo Schifani e delle sentenze della magistratura "rossa e pazza", non sono poi così distanti, e anche un rimpasto governativo potrebbe servire a molto poco. I confsindacati neocorporativi - sempre abbarbicati al rilancio-della-politica-dei-redditi, credendo di poter risolvere la crisi keynesianamente aumentando il potere d'acquisto per i consumi dei lavoratori! - non stanno certo ricercando una soluzione drastica del problema, contentandosi al più della caduta della banda Bassotti. Non per nulla, da più parti si evoca il déjà vu di un percorso di mobilitazione che ricalchi quello del 1994: uno sciopero nazionale seguìto da scioperi su base territoriale, una grande manifestazione a Roma, la proclamazione di un secondo sciopero generale ... sperando, da parte nostra, che stavolta si faccia e che non finisca tutto come prima.