GLOBAL GOLPE
democrazia
e diritti non esistono più: è la legge del più forte

Carla Filosa

Il buio politico
Grazie all'emblematico blackout americano di ferragosto, di nuovo gli effetti boomerang del capitalismo-XXI secolo esigono la globalità anche dei disastri e della loro risonanza a doppio taglio. Se infatti siamo costretti a consumare sempre i prodotti Usa, dal ciarpame hollywoodiano al golpe itinerante non solo latino-americano, dai terrorismi a sorpresa griffati Cia a tutte le altre merci, ora gustiamo (forse!) l'ironia dell'obsoleto sistema energetico, inseritosi nel domino della megacrisi a catena Usa. Al quinto giorno - e oltre - dal buio per circa 50 milioni di persone, nessuna di queste, e il mondo con loro, conosce un solo motivo, certo. La ridda delle ipotesi e delle responsabilità rimbalzate e smentite a breve, riporta alla luce la desertificazione programmata, anch'essa globale, di un qualunque controllo pubblico sui propri governi. In 9 secondi, in 8 Stati Usa più il sudest del Canada sono "morte" 22 centrali nucleari più 80 normali per 36 ore, provocando 60 incendi e interruzione di metropolitane, ascensori (800 sbloccati), tram, cancellazione di migliaia di voli, chiusura di fabbriche, raffinerie, attività produttive varie, per un costo approssimativo di 800-1000 mln $. Se di hacker, terrorismo, difetto (perché non hanno funzionato i dispositivi di sicurezza?) si sia trattato, forse non sapremo mai. Siamo ormai abituati a non sapere mai le cause di quello che ci riguarda e ci nuoce. Altra cosa è assuefarci a non indagare sui motivi di tanta ignoranza prestabilita, magari si può anche pensare poi a cosa fare.
Se il blackout energetico non riconduce a inconfessabili fonti di vulnerabilità o incompetenza di un sistema deputato a soddisfare i superconsumi della prima potenza mondiale, almeno è un invito a illuminare i cardini economici su cui poggia. In ogni caso emerge un bel flop. L'onda anomala dei 300 megawatt a direzione inversa, hanno prodotto un maremoto politico, oltre che elettrico. Effetto coerente - e non anomalo - delle privatizzazioni, volte al risparmio assoluto di ogni dollaro di profitto, tanto da far denunciare come sistema da terzo mondo l'elettrificazione dello Stato-campione usamericano.
I fulmini invocati, o ipotizzati, all'origine del guasto, si riversano così sul governo della "società digitale", preda di lobbies all'assalto non solo di appalti ma anche, soprattutto, delle cariche politiche profittevoli. L'uso elettorale, per manovrare "democraticamente" i voti a proprio favore, era stato in opera con una credibile sordina sin dalla concessione del "suffragio universale" (1848). È nel XX e soprattutto XXI secolo, però, che la "civiltà" del capitale ha progredito nelle sue abilità manipolatorie: al posto dei rozzi brogli elettorali con annessa violenza fisica (ricatti, attentati, eccidi, squadre paramilitari, servizi segreti con licenza di uccidere, ecc.), subentra l'eleganza dell'impulso informatico, nel silenzio garantito e incontrollato del chip, ad offrire cariche politiche al potere del denaro. A quel "latte materno della politica", secondo la lucida definizione di Lyndon Johnson. L'ineffabile G.W. Bush, nell'esame di questa latitudine, ha regalato in proposito lezioni di arbitrio al mondo intero, perché fosse omologato a tanto livello. Il motivo di siffatto auspicato progresso è sempre più palese, anche per i più ingenui e legati alle catene dell'impoverimento: succhiare sempre più plusvalore a un lavoro sempre meno cosciente dei propri diritti, sempre meno riconoscibile e organizzabile, sempre meno identificabile nelle contrade mondiali, disperse nelle differenziazioni a volte confliggenti delle nazionalizzazioni, etnie, razze, culture, lingue, ecc., uguali solo nell'incomunicabilità preordinatata dalle filiali estese dell'imperialismo. La legalità di questi governi, insomma, non risiede da tempo nella retorica della "sovranità popolare" - cui tuttora si vorrebbe fare riferimento - ma è continuamente alla ricerca della legittimazione dell'arbitrio del più forte. Su il Manifesto del 6 settembre V. Parlato si accorge che "i voti raccolti da Berlusconi nel 2001 cominciano a rassomigliare a quelli di Hitler nel 1933: non sono più una legittimazione democratica"!
Il razionalismo della legislazione era già rimasto inviso ai particolarismi feudali, che in passato puntavano alla "divinizzazione" dell'esistente. L'antistatalismo restauratore e quello liberale postquarantottesco antisocialista continuano la loro cordata contro le masse nell'attuale conflittualità lobbistica, la cui affermazione esige oggi la disgregazione degli Stati. Si è cominciato da quelli più fragili, in senso capitalistico, passando per le deregulations e giungendo infine alle "revisioni" delle Costituzioni. E queste non in seguito alla modifica della coscienza storica, ma a suo irretimento e censura. Tali revisioni, in quanto dettate dall'autorità, non scaturiscono dal concetto, dalla comprensione del presente, del giusto significato politico e storico fondato sulla consapevolezza e libertà dei soggetti, ma devono legittimarsi sulla forza d'imposizione e sulla successiva, acritica, esistenza di fatto.
Il cosiddetto "più mercato, meno Stato", altro non è che la negazione capillare della libertà vivente storicamente conquistata, nelle istituzioni concrete dello Stato, delle masse espropriate da qualunque controllo sulla propria vita. I nuovi particolarismi di razzie o appalti capitalistici (vedasi conflitto d'interessi dalla gang Berlusconi a Lunardi, passando per condoni fiscali, edilizi, assalto a pensioni, sanità, ecc.), mal sopportano leggi oggettive da rispettare. È infatti caratteristico dello Stato fascista un "sempre maggiore squilibrio a favore del "pubblico", in base a formule giuridiche che ... avevano visto dare indifferentemente forma di pubblico ad ogni interesse organizzato nel segno dell'interesse privato con strumenti sistematicamente autoritari, per meglio inquadrare nel regime "corporativo" dominato dal partito unico tutti gli interessi sociali" [S. D'Albergo, La Costituzione tra democratizzazione e modernizzazione, Pisa 1996, p. 314]. I profitti impongono almeno l'aggiramento di una legge "uguale per tutti", o meglio la sua abolizione. Se l'arbitrio richiede obbedienza all'illibertà, "i compiti e i doveri dello Stato non possono essere proprietà privata" [G.F.W. Hegel].

Oscuramento e coprifuoco
L'altro polo dell'imperialismo mondiale è gestito dal governo del New Labour britannico, in piena crisi di legittimazione per l'intervento in Irak. Ma c'è chi parla - ed è la sinistra laburista stessa - di golpe, a partire dalla presa del potere da parte di Blair nel lontano 1997. Il modello bismarckiano rivisitato, travestirsi da sinistra per spazzare via i conservatori, doveva servire alla ridefinizione dell'ordine mondiale in modo più efficiente e silenzioso delle vistose brutalità illiberali thatcheriane. Il ruolo di medium tra l'area del dollaro e quella dell'euro, fuori da appartenenze che ne avrebbero limitato libertà di manovra, è stato l'ambizioso progetto di riconquista dell'egemonia britannica in veste laburista fino alla seconda guerra in Irak. L'innalzamento della posta strategica ha trovato a corto d'inventiva la legittimazione dell'intervento militare, ricorrendo a manipolazioni maldestre di dossier d'"intelligence". L'errore politico però non risiede nella menzogna in sé, bensì nella sua evidenziazione sia in parlamento sia nei mezzi di comunicazione di massa. Acquista solo così sapore di arbitrio eslege nei confronti del primo e di inaffidabilità del consenso nella divulgazione dei secondi. Chi deve "credere", per accettare la flessibilizzazione del proprio lavoro fino a negarlo del tutto nella disoccupazione, non può credere in un "bugiardo" opportunista. Oltre queste soglie anche al capitale è difficile garantirsi il procedere indisturbato delle sue necessità egemoniche.
L'obiettivo contraddittorio di mantenere funzionante un parlamento, e contemporaneamente l'aggiramento delle sue prerogative, richiede talvolta capacità di equilibrismo non sempre possibili. Forse la fretta Usa, forse l'intero contesto internazionale sfavorevole hanno fatto scivolare Blair prima su giustificazioni raffazzonate - suggerite anche dall'arroganza di una certezza del diritto all'impunità - poi su un cadavere ingombrante, quello di David Kelly, ex ispettore Onu ed esperto del ministero della difesa di armi chimiche. Chi denuncia l'illegalità dei percorsi del potere più forte viene eliminato: da G. Matteotti a D. Kelly corre il filo nero tracciato dai poteri clandestini, schiacciati in un nodo vitale dall'evidenza dell'inganno, sempre schermati da premier spregiudicati; corre altresì il filo rosso di un sangue che si muta in acquisizione di coscienza storica mondiale, e che si appresta a reagire, magari eliminando per ora solo i leaders di turno. Se la minaccia irachena fosse stata "nulla" - come hanno variamente scritto i quotidiani inglesi informati dallo stesso Kelly - riemergerebbe l'indicibile scopo alla guerra irachena, i cui effetti ancora continuano a falcidiare vite inglesi e americane, ma soprattutto a mantenere l'intero Paese in uno stato di occupazione caotica e di ricattabilità, da parte di ogni lobby o mafia criminale che possa insediarvisi profittevolmente.
Sempre in terra irachena, ma non sono mancati fulgidi esempi anche in Afghanistan e prima ancora in Kosovo, in Somalia, ecc., è stato dato ampio spazio al tiro al giornalista o reporter o fotografo. I giornalisti morti ammazzati in Irak diventano diciotto con Mazen Dana, palestinese dell'agenzia Reuters, mentre riprendeva "gli effetti di un precedente attacco della resistenza irachena contro il carcere e base militare Usa di Abu Graib, nei pressi di Baghdad, nel quale sarebbero stati uccisi sette iracheni e altri quaranta sarebbero stati feriti" [il Manifesto, 19.8.03]. Se l'informazione non può essere comprata e orchestrata da chi le guerre le conduce, le si può imporre il silenzio o l'oscuramento sulle immagini. Il coprifuoco sulla verità dev'essere realizzato sì all'origine dell'operazione bellica, sulle sue cause reali di strategia economica egemonica, ma anche sui suoi effetti devastanti e magari controproducenti per i profitti e le loro armi. Chi, per qualunque motivo, con qualunque coscienza, contrasta le vie d'arrembaggio del Denaro si trova automaticamente nella zona proibita di intransitabilità: se viene scoperto è fatto fuori "per autodifesa", "suicidio", "incidente" o consimile.
I padroni dell'informazione "pubblica" debbono sempre più venire allo scoperto per difendere manipolazioni ardite: Alastair Campbell costretto alle dimissioni, ex responsabile della comunicazione del governo Blair, ancora alla disperata ricerca di capri espiatori; Berlusconi esibitosi in invettive insostenibili, dal suo stesso governo, contro i poteri separati dello Stato, ahilui non più assoluto, per difendere impunità personali e di cosca; Bush costretto a ricorrere al funzionamento dell'Onu appena affossato, nell'arroganza manifesta di un comando militare illimitato senza più legalità rintracciabili; ecc. L'elenco potrebbe continuare all'infinito per tutti i servi, anche prossimi futuri, in tutti i continenti, di questo potere ancora distruttivamente dominante.

Crisi di legittimazione
Il golpe mondiale è stato già realizzato, basterebbe legittimarlo.
"La strategia eversiva dell'ordinamento economico ed istituzionale della repubblica italiana, messa in atto dall'esecutivo Berlusconi-Bossi-Fini", e predisposta dal precedente governo della cosiddetta sinistra [cfr. Centro! in la Contraddizione, no.96], è solo un percorso periferico delle "nuove leggi" imperialistiche. Il 22 settembre una ventina di capi di Stato, a New York, discuterà su come "Combattere il terrorismo per l'umanità: una conferenza alle origini del male", rinnovando così il proprio impegno, a fianco di Washington, nella "campagna globale" contro il terrorismo, per ribadirne il significato di "equivalente, in tempo di pace, dei crimini di guerra". Eleggere a proprio nemico illimitato l'astrazione "terrorista" servirà, secondo gli intenti, a collegare, magari nei talk show televisivi, terrorismo e povertà o meglio ancora terrorismo e assenza dello Stato di diritto, continuando attraverso "le disparità nella distribuzione delle ricchezze", infine alla rivalutazione degli Stati "sponsor" per terrorismi just in time, da usare all'occasione. Unitamente alla considerazione degli effetti perversi delle politiche di repressione che innalzerebbero la spirale delle vendette, verrà posto all'attenzione lo scopo terrorista di "polarizzare la società" per evitare di "sovrareagire" o "sovraideologizzare" i fenomeni di semplice "realtà politica" [cfr. Le Monde, 26.8.03].
Ancora una volta viene ribadito questo linguaggio moral-religioso: "il male", nel quale si evince, per differenza, che chi parla sta dalla parte del "bene". Ancora una volta questi poteri si presentano con le vesti dell'"umanità", in difesa da un "terrorismo" che sembra uscito apposta dagli scantinati della Cia, Fbi, o "intelligence" tout court. In ogni caso, anche da loro originato, finanziato e usato come contr'altare posticcio per legittimare ogni crimine di guerra e di pace, in vista dello smantellamento dei diritti conquistatati nell'universalità delle leggi. Ancora una volta si punta a sviare ideologicamente nella "distribuzione" l'origine delle diseguaglianze sociali, nella realtà invece formatasi a partire dalla produzione. Cioè nella determinazione occultata del plusvalore, realizzabile soltanto nella distribuzione, cioè nell'esazione, altrettanto occultata, dei profitti privati non redistribuibili, indisponibili per il benessere - chissenefrega - delle masse. Ancora una volta, la "polarizzazione" di classe nell'accaparramento dei pochi viene ulteriormente schermata agli occhi dei molti, non-proprietari. Accecati dall'ecumenismo ideologico neocorporativo, questi dovrebbero infatti vedere nei "terroristi" un unico blocco nemico, da temere. Sottolineando le differenze dovute invece, anche in queste forme di lotta estrema, in alcuni casi, è possibile intravedere un connotato di classe primordiale o arretrato e distorto da filtri politico-religiosi, etnico-culturali, storico-sociali, ecc., e non solo una vena criminale e distruttiva, seppure esente - bontà di qualche esperto! - da sindromi psicopatologiche tipiche dei soggetti suicidari.
L'espediente "terrorismo", in altri termini, permette ai signori delle armi e dell'informazione manipolata di spendere impunemente 900 mln $ al mese per la sua "caccia", impiegando 11.500 uomini e donne, nel solo Afghanistan. Dopo circa due anni non si avvistano all'orizzonte vittorie decisive, anzi sembra che i talebani possano riscuotere rinnovato favore, a fronte dell'aggressione e del caos Usa. Nonostante le taglie di più di 50.000 $ per i primi due, il mullah Omar, bin Laden, Saddam Hussein sono saldamente al sicuro! Anzi, ultimamente ritornano alla ribalta nuovi piani "islamici" di minacce per il tiro all'americano, mentre il Pentagono sta armeggiando per ricompattare l'esercito irakeno (con i contributi dei lavoratori Usa) e far ammazzare musulmani con musulmani!
Davvero non è il "terrorismo" il nostro nemico, ma ciò che si cela dietro il presidente della prima potenza mondiale che, dopo aver dichiarato la "fine della guerra in Irak" il 1deg. maggio scorso, lascia dire al proprio ministro della difesa D. Rumsfeld che l'esercito di terra "è ampiamente dispiegato" e che al bisogno "ce n'è davanzo", e poi che "il lavoro sarà difficile ma un meraviglioso inizio è stato realizzato"; o a un suo generale (Richard Myers) "siamo una nazione in guerra, è importante capirlo!". L'alternanza, come formula politica delle cosche al potere, deve aver comportato la necessità di riproporla anche tra le dichiarazioni d'intenti o di governo e le loro attuazioni: nel senso fuori controllo, però, dell'altalena delle contraddittorietà. I soldati Usa, imbevuti di propaganda, sembra attendessero in Irak di essere accolti "con lanci di fiori". Non sapevano che sarebbero stati sui propri body bag (bare di plastica).

Funzione "pubblica"
Sul piano internazionale, si intrattengono ormai le "masse transitorie" con l'ulteriore sceneggiata della "Road map", o, alternativamente, con l'attentato di Baghdad costato la vita al rappresentante speciale dell'Onu, Vieira de Mello. Mentre la prima si tramuta in missili su Gaza ed "esecuzioni mirate", demolizioni e distruzioni ai danni della popolazione palestinese ad opera dello Stato d'Israele coperto dagli Usa, il secondo scoperchia i ricatti di questi ultimi per l'asservimento abituale dei funzionari dell'Onu. Sanzioni, genocidio riguardante più di un milione e mezzo di irakeni tramite l'imposizione per 12 anni dell'embargo, spionaggio e destabilizzazione dell'Irak fino all'attuale prostrazione della restante popolazione, sono lo scenario dell'"assassinio mirato", stile usa-israeliano, in cui il funzionario "indipendente" viene fatto fuori, come tutti gli altri (Bernadotte, Hammarskjøld, ecc.). Ma in Africa, in America latina, in Asia, la situazione egemonica non cambia comportamento.
Proprio così come mostrano i tanti film di guerra generosamente propinati dalle tv di Stato e private, per fare ambient ai consensi allo stato d'assedio mondiale. Intanto, anche la politica interna dell'"Occidente" procede sicura all'eliminazione dei problemi sorti dalle leggi vigenti. Solo qualche flash su qualche punto emblematico di ritocco della legalità in genere, può dar conto della tendenza incontrastata dello scontro di classe pilotato dall'alto, in ascesa in questa fase.
Sembra che a breve negli Usa non si potrà più accedere a un pronto soccorso senza dimostrare di poter pagare la prestazione sanitaria d'emergenza [denuncia riportata da Public citizen e riportata da il Manifesto, 4.9.03]. La frequente violazione della legge federale del 1986, che imponeva al sistema sanitario le prestazioni d'emergenza, non avrà più luogo. Infatti, in base alla nuova regolamentazione in vigore dal 10 novembre prossimo, verrà abolita l'illegalità dei dinieghi delle prestazioni. Numerosi ricorsi ai tribunali per questi motivi finivano per lo più per attaccare le amministrazioni ospedaliere e i medici specialisti, "costretti" a non elargire cure gratis, con diagnosi affrettate o rifiuto di cura se non coperte almeno da Medicare. Gli effetti perversi della legge del 1986 intaccavano in effetti gli interessi delle strutture sanitarie, private della "libertà di scelta" dei clienti/pazienti paganti e ricusazione, quindi, dei non paganti. "I potenti consigli di amministrazione dei grandi ospedali americani, spalleggiati dalle altrettanto potenti associazioni corporative dei medici specialisti" hanno pertanto trovato nell'ineffabile amministrazione Bush la loro soluzione nell'eliminazione del problema, ovvero della legge.
Vilipesa la scuola pubblica italiana sin dagli anni settanta, il duro lavoro di scardinamento costituzionale - da sinistra come da destra - ha ripagato gli sforzi per equiparare le scuole private, anzi, per incentivarne la scelta con profferte statali di denaro pubblico. Novanta milioni di euro (per tre anni) per chi si iscriverà alla scuola privata. Per decreto. L'obsoleto art. 33, che sanciva il "senza oneri per lo Stato" non soddisfaceva (mai, in verità, a ricordo dei tentativi di riforma scolastica affossati dal 1975 in poi!), le esigenze di "libertà di scelta" di voti da parte della Chiesa cattolica o, questa volta uniti nella lotta allo Stato, da parte confindustriale. Moratti-Tremonti, i campioni di turno per la "parità e competitività" anche nel carrozzone istruzione, vorrebbero piegare gli articoli 29, 30 e 31 della Costituzione (provvidenze per le famiglie) a legittimare il decreto "di classe". Le "famiglie" della scuola pubblica sono state abbandonate a sostenere tutte le difficoltà, non solo in termini di spesa, ma di inefficienza dei Provveditorati agli studi, di mancanze di aule, di palestre, di insegnanti sempre nominati in ritardo e sottopagati, di attività culturali spesso anche ostacolate, di abbassamento culturale deliberato in cui il servizio pubblico doveva affondare, per preparare il terreno al "consenso" politico alle private e confessionali. Le "famiglie" delle private, ora, con una marcia in più, dovrebbero risolvere nello stesso tempo una bella crisi degli istituti privati già esistenti, e legittimare l'"innovazione pragmatica" della riforma, che va a coprire inoltre tutti i proventi statali - di cui s'ignora l'entità - finora elargiti in sordina a imprenditoria e Vaticano. L'obiettivo perseguito da questa riforma: riconoscimento alle scuole private della funzione di servizio pubblico. Il mezzo usato: la finanziaria 2003. Sia l'uno sia l'altro sono smaccatamente anticostituzionali, ma si tratta di "quisquilie, pinzellacchere", direbbe Totò.
L'appuntamento istituzionale è per il 20 settembre: demolizione (probabile) della Legge Merlin. La prostituzione c'è ma non si vede più. Solo in pubblico, diventerà reato. Sarà interessante sapere, se mai sarà dato, quanto incasserà lo Stato dalle organizzazioni ormai internazionali, o dai singoli, che continueranno indisturbati a beneficiare del suo sfruttamento, tra tasse, viaggi, controlli (ovviamente auspicabili), costi sociali, ecc. Una facilitazione istituzionale per le mafie che per ora sembrano incassare intorno ai 26 mrd Ä l'anno, nel solo territorio italiano, normalizzando il rapporto di schiavizzazione della povertà e della disintegrazione politica.
La Repubblica, 5.9.03, denuncia il numero di circa 27 milioni di schiavi globali (operai, domestici, braccianti, prostitute, ecc.) razziati in ben 116 Paesi, che si presentano sul mercato del lavoro capitalistico giuridicamente privi di diritti. Deportazioni, violenze e maltrattamenti, mai terminati dai tempi dei modi di produzione schiavistici del passato, vengono attuati sempre più ampiamente nel 2003 d.C., in dispregio della legge internazionale (1948!) che vieta la schiavitù sotto ogni forma. Emblematica necessità economica, unità di misura per rivendicazioni salariali e sindacali insieme!
"Se non ci sono soluzioni è perché non ci sono problemi" disquisisce una delle "massime" di Shadok qui a fianco illustrata. Se non ci sono problemi - si potrebbe aggiungere qui - non c'è più bisogno di cercare soluzioni impossibili. L'imprenditoria del calcio può garantire ai suoi grandi padroni fatturati miliardiari, in pubblicità e tv. A patto che sia lo stato a coprire l'enorme buco debitorio che accompagna quel fatturato. Ma il commissario europeo alla concorrenza Monti ritiene che si tratti di sovvenzione pubblica illecita: conflitto d'interessi? Dato che le squadre del cuore devono restare nelle prime serie e accordi è difficile farne con le fidejussioni false, si eliminano i ricorsi al Tar e tutto resta come loro vogliono. Perché separarsene? Perché a deciderlo dovrebbero essere i "disturbati mentali", gli "antropologicamente diversi dal resto della razza umana"?